Discorso tenuto da Roberto Cosolini

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Sindaco di Trieste, alla Cerimonia Solenne presso il Monumento Nazionale – Risiera di San Sabba, nella Giornata della Memoria del 27 Gennaio 2015 – 70° anniversario dell’abbattimento dei cancelli Auschwitz.

Cari concittadini,
come ogni anno ci troviamo riuniti intorno al MONUMENTO NAZIONALE costruito a ricordo del campo di detenzione e morte che sorgeva a San Sabba, proprio qui, in quella che fu la Risiera, per celebrare la Giornata della memoria: la ricorrenza istituita con il preciso intento di mantenere viva la consapevolezza dell’ORRORE della SHOAH e per rinnovare anno dopo anno il monito a presidiare la convivenza contro ogni forma di intolleranza e di discriminazione.
Infatti, lo spirito della legge con cui l’Italia ha dato vita alla Giornata della memoria quindici anni fa invita a considerare lo sterminio degli ebrei d’Europa come il paradigma universale delle politiche di odio e di sopraffazione che hanno caratterizzato quel secolo così denso di contraddizioni che è stato il Novecento: con il solenne impegno a far sì che simili tragedie, frutto di ideologie dissennate e criminali, non avessero a ripetersi mai più. Ed è con il duplice proposito di ricordare e di vigilare che ci siamo raccolti qui anche oggi.
Ancora più viva dev’essere la convinzione con cui lo facciamo, dato che ci siamo appena risvegliati dall’incubo di un evento che ha ferito l’Europa nel suo cuore, nei suoi valori fondanti quali la libertà di pensiero e di espressione.
I barbari attentati con cui si è tragicamente aperto l’anno nuovo non sono altro che una sfida lanciata agli stessi pilastri della civiltà occidentale che già nel secolo scorso erano stati messi a drammaticamente a repentaglio nella buia stagione dei totalitarismi: la dignità, l’eguaglianza, la solidarietà e la libertà degli esseri umani.
Settant’anni fa, infatti, l’orrore si è potuto scatenare non solo perché sono venuti meno i freni di natura morale e sociale che controllano le pulsioni di dominio e sopraffazione spesso latenti nell’animo umano. Ma perché il sonno della ragione calato sul continente ha consentito di assolutizzare un’idea e di piegare gli individui a suoi strumenti, partorendo in tal modo il mostro terrificante del fanatismo più cieco e selvaggio.
Il nazionalsocialismo, figlio degenere della temperie politico-culturale dell’Europa di inizio secolo, ha individuato quell’idea mostruosa nel concetto – fallace e fasullo – di razza, attorno al quale ha preteso di costruire un ordine sociale aberrante basato su una inumana gerarchia tra gli individui e i popoli. Per Hitler e per i suoi scellerati alleati la carta geografica, etnica e politica d’Europa doveva venire reimpostata secondo tali ignobili parametri.
E non a caso la folle portata d’odio insita nel nazismo fu convogliata in primo luogo contro gli ebrei. Nell’ebraismo, infatti, era facile riconoscere una delle matrici di quelle dinamiche storiche che hanno modellato la civiltà liberale moderna.
La nostra Trieste era una punta di diamante di quell’Europa edificata all’insegna dei Lumi, fervente di iniziative nel commercio e nell’economia, nella cultura e nelle arti, sviluppatasi a partire dai principi illuministi della libertà e dell’autonomia dell’individuo. È contro questa civiltà che i totalitarismi si sono scagliati con una furia omicida disumana.
I campi di concentramento e di sterminio che dal 27 gennaio di settant’anni fa furono liberati in successione dagli eserciti alleati contro il nazifascismo dovevano essere i punti cardinali di questa Europa totalitaria: basata sulla sottomissione della coscienza individuale alle presunte e malintese ragioni della Storia, la quale mediante il partito e il suo capo assoluto avrebbe dovuto necessariamente condurre al trionfo del più forte sul più debole, alimentandosi di un disprezzo e di una violenza senza limiti. La dignità di ogni essere umano cessava così di essere il primo tra i valori non negoziabili.
Gli ebrei e con essi milioni di persone considerate “diverse” per orientamento sessuale, per lingua, per religione, per appartenenza culturale e politica furono perseguitate, deportate e assassinate sull’altare di queste spregevoli concezioni.
Sono minacce, ahimè, mai estinte del tutto, che mutano forma ed espressione ma non la loro portata distruttiva. Non dobbiamo nascondercelo.
A volte sembra che i capisaldi culturali, politici, giuridici su cui sono stati innalzati gli ordinamenti istituzionali dell’Unione Europea e dell’Italia repubblicana vacillino sotto il peso dell’angoscia e del vuoto di valori che colpiscono le nostre società: un mare di paura e di ignoranza nel quale pescano con spregiudicatezza coloro che a vario titolo e per differenti ragioni scelgono di puntare sull’odiosa carta dell’intolleranza, del razzismo e della xenofobia.
E’ certo eccessivo paragonare i segni di intolleranza e di xenofobia cui assistiamo un pò ovunque oggi con la ferocia sistematica del nazismo: ma anche lì ci fu un inizio, sottovalutato, ma abilmente manovrato, capace di far leva sul disagio e sul malessere sociale, di far provare in una progressione crudele prima fastidio, poi aperta intolleranza, infine odio diffuso.
Ricordiamoci:
“… Alla fine verranno a prendere me, e non sarà più rimasto nessuno a protestare”.
La dolorosa ironia di Bertolt Brecht ci chiama a riflettere sul significato che dobbiamo assegnare non solo alla Giornata della memoria, ma anche e soprattutto – lasciatemelo dire – alla vita di tutti giorni, al nostro agire quotidiano di cittadini italiani ed europei. Che hanno a cuore e devono mantenere al di sopra di ogni cosa la tutela dei valori e delle leggi che consentono a tutti di essere LIBERI e di essere UGUALI.

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