Giorno della memoria

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di Gianni Peteani

Intervento di Gianni Peteani a Cassino il 27 gennaio 2005 – Giorno della Memoria – Legge dello Stato 211/2000.

Cari Studenti
Chiarissimo Preside
Pregiatissimo Sindaco

Autorità Civili, Politiche e Religiose,

Onorato di questo prestigioso invito, profondamente commosso dall’intitolazione della celebrazione odierna a mia madre, mi rivolgo a Voi tutti, Carissimi qui oggi convenuti.

Ma quanti anni ci son voluti prima di giungere a questa giornata!?
Sessantesimo Anniversario!
Sessant’anni affinchè Elie Wiesel, superstite di AUSCHWITZ, Premio Nobel per la Pace 1986, venga accolto in rappresentanza delle vittime dell’OLOCAUSTO, al Palazzo di Vetro.
Sessant’anni per varcare finalmente la soglia dell’ONU, le Nazioni Unite, simbolo stesso della pacificazione dei Governi dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Oggi per la prima volta i capi di governo di 44 Stati che si unirono e che si scontrarono, si incontreranno – e non era mai avvenuto – nella spianata di AUSCHWITZ -BIRKENAU.

Ragioniamo su questo fatto: sulla quantità di tempo che ci separa da quel giorno.
Son dovuti passare sessant’anni perché tutti s’inchinino universalmente, indistintamente
dinanzi al più immenso cimitero della storia moderna: AUSCHWITZ.

Finalmente !

Cassino e Trieste dunque oggi unite in questo gemellaggio del Ricordo.

Città martiri, città simbolo della devastazione della guerra.

L’una ridotta in cenere, fisicamente polverizzata, l’altra integra al confronto ma lesa nell’anima in quanto sede di un mostro unico sul suolo italiano e nel sud Europa: La Risiera di San Sabba.

Trieste patria delle Foibe, vendicativa e tragica risposta a vent’anni di barbara tirannia fascista.
Due città unite da una simbologia senza pari oggi s’inchinano al cospetto della Memoria di AUSCHWITZ.
In seguito all’istituzione del 27 gennaio a giornata Nazionale della Memoria, Auschwitz è venuto doverosamente alla ribalta a livello nazionale ei internazionale.
Auschwitz e` tornato alla luce dopo anni di colpevole oblio.
E` stato giustamente valutato e dimensionato nella sua devastante entità.

Ondina ha partecipato, sempre in silenzio, a questo progetto, che per circa cinque anni divenne quasi quotidiana celebrazione.
Con freni inibitori ormai esausti, lo schianto e` stato in lei fragoroso.
Per tutta una vita si era sottratta a ciò che nessuno avrebbe mai voluto vivere.
Dalla sua testimonianza registrata presso l‘Istituto Magistrale “G. Carducci” di Trieste e l’Istituto di Storia del Movimento di Liberazione, esce un rendiconto relativamente distaccato, apparentemente freddo, calibrato come lei l’ha sempre mantenuto, con misurato contorno di emozioni e pulsioni. Insomma ha vissuto un dramma nel dramma.
Cresce adesso la volontà di fissare un perimetro d’indagine entro il quale plasmare un oggettivo ritratto di chi è stata Ondina e di cosa ha rappresentato per tanti, nell’intenzione e nella speranza che il suo continuo esporsi, l’irruente determinazione da prima linea, l’impegno quotidiano, la strenua tenacia che la distingueva, la sua positiva combattività, non vengano smarriti.

Il nostro Convegno si colloca nell’ambito delle iniziative per la “Giornata della memoria” che ricorre il 27 gennaio, anniversario della liberazione di Auschwitz. Una giornata che vuol ricordare le leggi razziali e le loro terribili conseguenze, con la Shoah, e cioè, com’è stato detto, “il tentativo,sistematicamente attuato, di sterminare un intero popolo solo perché era quel popolo, dai neonati ai vecchi”.
Uno sterminio che avvenne dopo anni di propaganda antisemita, in Italia prima che in Germania, dopo l’emarginazione e la persecuzione degli ebrei e di quanti a essi erano assimilati nell’ideologia nazista e che si svolse in un clima di sostanziale indifferenza sia nel nostro Paese che nelle altre nazioni europee.

Ciò ci deve aiutare a capire le angosce e le difficoltà odierne della comunità ebraica, proprio perché la memoria non si riferisce solo alla persecuzione e allo sterminio, ma anche all’isolamento e all’indifferenza di allora.
E oggi assistiamo al manifestarsi di un revisionismo che tende a ridimensionare – e talvolta a negare – la Shoah.

A Trieste il giorno della memoria assume, con la Risiera, un aspetto terribilmente concreto. Essa rappresentò infatti l’unico campo in Italia che vide esecuzioni di massa: tra le quattro e le cinquemila persone, donne e uomini, partigiani e ostaggi, civili senza responsabilità alcuna intercettati nei sistematici rastrellamenti, italiani, sloveni, croati, ebrei, per i quali la Risiera fu anche spesso campo di transito, soprattutto verso Auschwitz.

Memoria e storia hanno bisogno l’una dell’altra, come l’una e l’altra costituiscono il presupposto insostituibile per la crescita civile della collettività.
La memoria tende a unire passato e presente non sommando, ma collegando e sintetizzando le vicende individuali. La Storia, pur partendo dalle domande del presente, si assume il compito di interpretare, attraverso la chiarezza dell’impostazione e il rigore del metodo, le vicende del passato e tende, proprio per questo, a distinguerlo dal presente.

Questa giornata ricorda anche tutte le vittime della persecuzione politica e razziale, gli oppositori antifascisti, i partigiani deportati e assassinati, i civili razziati e ridotti in schiavitù, gli zingari e gli omosessuali portati alla morte, i militari prigionieri costretti nei lager e ai lavori forzati per aver rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò e di collaborare con i nazisti.

Il nazismo mise in campo la spietatezza della sua macchina di morte nell’ambito di un’ideologia aberrante di superiorità della razza. Un’ideologia che si tradusse in un modello di società chiusa e organizzata gerarchicamente, in un’idea radicata di disuguaglianza, nel culto della forza e della guerra. Di queste concezioni il fascismo fu complice convinto e consapevole.

Non dimenticare, dunque.
Non dimenticare che furono nazismo e fascismo che con la loro ideologia basata sull’annullamento della persona umana e sulla superiorità della razza, portarono agli orrori della seconda guerra mondiale.

Il giorno dopo la scomparsa di mia madre mi si presentò un bivio, al quale non avevo mai pensato fino ad allora: chiudere tutto, fare un funerale privato, intimo, personale, oppure farne uno pubblico, partecipativo e riconoscente.

Solo in due sofferte occasioni mi avvicinai a questo tema che soprattutto per me era fonte di profonda sofferenza.

Non si trattava di un tabù al quale fosse difficile avvicinarsi. In tutta franchezza per me consisteva in qualcosa di … impossibile a realizzarsi: mia madre c’era e sempre doveva esserci.

La sola logica dell’inevitabile sua uscita di scena mi stringeva il cuore come qualcosa che comunque consideravo impossibile. Con l’avanzare della malattia invece percepì che il tema si era mutato in argomento meno trattabile anche da parte sua. Lei, che con misurato distacco definiva in dettaglio le pochissime cose che pretendeva da morta, cambiò. Non radicalmente, ma, molto normalmente, con umana debolezza, percependo che si allontanava sempre più dalla vita, diluì la sua stoica fermezza sul definire i postumi del suo trapasso.

Piano piano la poderosa quercia che per molti è stata Ondina, s’indebolì talmente da divenir fuscello. Assolutamente in balia di qualsiasi vento, brezza, soffio.

Così mutò giocoforza il nostro rapporto e lei, normalmente incontenibile per irruenza e determinazione, divenne l’immagine della fragilità.
Senza un costante sostegno precipitava in balia dell’angoscia e dell’ansia.

Le sue fronde appassirono, giorno dopo giorno e nello stillicidio quotidiano di energia svanita, finsi di individuare dei miglioramenti che non c’erano.

Ogni sera inventavo qualcosa di sereno, capace di pareggiare l’amaro costituito dalla malattia (12 anni a dipendere dalla bombola di ossigeno).

In questi anni, con tutto il suo metro e settanta di altezza con cui spiccava da giovane, divenne la mia piccola, fragile, bambina. E appunto, rispetto alla mia infanzia, le parti s’invertirono. Su di me si appoggiò oppressa del resto dalle tante patologie che la confinavano fra le strette mura domestiche.

Lei padrona della vita. Lei che aveva vissuto davvero. Lottando contro il male e da questo subendo tutto il male possibile: AUSCHWITZ appunto.

Ebbene in questi ultimi dieci anni, la sua Memoria della tragedia umana per eccellenza, AUSCHWITZ via via scalfì quella sorta di sarcofago di Cernobyl sotto cui ogni sopravvissuto cela ricordi impossibili da gestire, riportando in superficie con crescente frequenza e insistenza fotogrammi nitidissimi che credevo dispersi fra le spire della mente.

Così ho cominciato a conoscere più da vicino l’OLOCAUSTO, udendo mia madre, una vera roccia nel resto della vita, gridare sopraffatta dallo spavento d’incubi senza fine.

Inizialmente durante il sonno. Poi sempre più frequentemente anche durante il giorno. Quegli occhi riflettevano tutto l’orrore di paure mai sopite, di angosce laceranti, represse e forzatamente inchiodate ai confini della volontà.
Il suo racconto prima estremamente discreto quanto distante divenne torrenziale e implacabile, letteralmente più forte di lei. Si poteva conversare di qualsiasi argomento ma dopo breve si arrivava lì, sul baratro.

Per questo dico d’essermi trovato dinanzi a un bivio. Da una parte la possibilità di iniziare, ripercorrendo la Memoria e trasformando in riscatto questa sua grande quanto ingiusta sofferenza, dall’altra la possibilità di diluire il male che aveva investito anche me, chiudendo definitivamente il capitolo Ondina il giorno stesso delle esequie in forma privata. Fui molto tentato da questa seconda soluzione, onestamente più attinente al carattere stesso di Ondina che s’impose di mai recarsi al cimitero da sua madre, da suo padre e da mio padre stesso. Con estremo raziocinio rimanendo lontana dall’ulteriore sofferenza che questi atti invero comportano. Dimostrò grande carattere e al contempo pose il limite alla suadolore, conscia d’aver già raggiunto e superato la soglia massima.

Mi disse che questo suo comportamento era motivato essenzialmente dalla necessità di preservarsi da altro male, da altra tristezza. Di mio padre, causa la sua tragica dipartita, non guardò più una fotografia. Anche da questo compresi quanto ne era appassionatamente unita.

Con mia madre dunque potevo, forse dovevo comportarmi similmente. Bloccando definitivamente il flusso del male che anche a me ora portava tormento.

E invece no. La reazione mi portò a vincere lo sconforto, componendo la traccia iniziale di un
impegno che anche adesso, porto avanti con convinzione.

Un quadro perfetto, che mai avrei pensato d’aver la forza di realizzare è rappresentato dall’impulsiva quanto simbolica scelta di optare per il funerale laico, con la sentita orazione di cinque persone, fra cui il segretario della C.G.I.L. da lei messo al mondo, la cremazione e la dispersione delle ceneri nella fossa comune.

Trieste il nove gennaio 2003, giorno del funerale si svegliò coperta di neve. Il gelo dei giorni precedenti mi portò a temere di non poter nemmeno raggiungere il cimitero.

Ci arrivai logicamente comunque. Ma essendo Trieste tutta salite e discese immaginai che nessuno potesse parteciparvi. Invece, nella bufera che incalzava, confesso con vera poesia, l’uno dopo l’altro, infreddoliti, arrivarono frotte di anziani, anche da località praticamente irraggiungibili per il maltempo.
I funerali sono prove non facili per chi rimane e nonostante il mio tumulto, lessi la delicatezza dell’ultimo, generoso e fraterno abbraccio che le sue genti le vollero tributare.

Una montagna di telegrammi, di attestazioni, da amici, gente comune, personalità, politiche e istituzionali, assieme al telefono che suonava ininterrottamente, mi portò sulla strada dell’indiscutibile giustezza della scelta della Memoria.

Mamma era sopravvissuta ad AUSCHWITZ ed era mio compito trasmetterne la Memoria. Il suo primato resistenziale, il fatto che la sua presenza nella Resistenza Italiana in qualità di staffetta sia stato storicamente individuato e poi accertato, ha accresciuto la volontà di non disperdere un patrimonio importante.

Figli dell’Olocausto: – essere segnati da una ferita non rimarginabile –
dall’intervista all’ex deportata Liliana Segre.

Tutti e tre i miei figli hanno molto risentito di avere una madre con questo bagaglio di passato, ma lei che è l’ultima e che, essendo femmina, sta molto più con me, a un certo punto ha molto sofferto della consapevolezza di ciò che ho passato. E’ stata sette anni in analisi, ha dovuto fare un duro lavoro per arginare la sua enorme sensibilità. D’altra parte molti psicanalisti sanno che cosa significhi aiutare i sopravvissuti, i loro figli e anche quelli di terza generazione; sanno benissimo che cosa significhi essere figli dell’Olocausto. Significa essere segnati
da una ferita non rimarginabile, anche senza aver vissuto in prima persona lo sterminio. Ci sono tanti modi di rispondere a queste storie familiari: c’è il rifiuto, c’è l’identificazione, c’è il volere a tutti i costi compensare il tuo amato di quello che non ha avuto. Mia figlia mi vorrebbe proteggere anche da un moscerino, è sempre pronta: ci sono io, ci sono io, ci
sono io, mi dice sempre. Hai raccontato ai tuoi figli ciò che ti è accaduto,
oppure c’è una trasmissione che passa per altre vie che non sono la parola? Credevo di non aver mai parlato di questo argomento con loro, però quello che ho vissuto è venuto fuori
mille volte, in mille modi, dal mio numero sul braccio al fatto che a tavola non si doveva mai dire questo non mi piace. Ho paura di tante cose, del buio, di stare da sola. Evidentemente le ferite non si trasmettono solo con le parole. Mia figlia è tra i fondatori dell’associazione Figli della Shoah, che ha proprio questo scopo, trasmettere la memoria della Shoah, ma anche dare sostegno alle persone segnate da uno stesso dolore: essere figli di noi sopravvissuti.
Tutti e tre i miei figli si sono documentati, hanno approfondito, e sono dei grandi difensori, dei grandi paladini della loro madre.
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Vero è che son passati sessant’anni da quella storica data.
E abitualmente le cose lontane nello spazio e nel tempo appaiono sempre piccole. Maggiore è la distanza, generalmente, minore è l’importanza che a esse assegniamo.

Con AUSCHWITZ e la storia recente ce ne dà prova, quello che si è tentato in tutti i modi di offuscare ha guadagnato terreno, rispetto e altissima considerazione. Assumendo proporzioni storiche che giustamente è corretto definire bibliche.
La MEMORIA DELL’OLOCAUSTO al contrario dell’aspirazione dei laceri revisionisti giunti addirittura a blasfeme affermazioni che considerano IL LAGER frutto di fantasia propagandistica giudea, è cresciuta e sta crescendo. L’analisi storico sociale della deriva della Germania dopo Weimar, l’affermazione del Reich Hitleriano e dell’annientamento del popolo ebraico, sono l’evidente conferma di una svolta epocale.

Ma non dobbiamo, non possiamo mai calare la guardia. Il risultato raggiunto è patrimonio della nuova umanità e a tal titolo dev’essere salvaguardato. E’ un monumento inviolabile davanti al quale tutti dovranno sempre chinarsi.

La giusta aspirazione a una vita serena cui ognuno di noi ambisce deve costantemente fare i conti con una quota negativa che a sua volta lambisce l’integrità di questo percorso.

La Shoah è il nome della macchia indelebile che accompagnerà sempre il cammino dell’umanità.

La Shoah è la rappresentazione del Male, la sua materializzazione.

27 gennaio 2005. Oggi siamo qui riuniti per vagliare delle pagine molto scure della storia del genere umano. Tra le più nere in assoluto. La gravità di quanto da esse emerge è talmente, incommensurabilmente pesante da gravare sulla coscienza di ognuno di noi.

Permanentemente.

Incessantemente.

E guai se così non fosse!

Questa è l’unica maniera che abbiamo per sostenerne il peso, dividendo lo sforzo fra tutti quanti. Da soli sarebbe impossibile. Distribuendo pertanto e frazionando su ognuno di noi il volume di questa responsabilità atroce, riusciamo altresì a prendere consapevolezza individualmente di ciò che l’Olocausto è stato e di quello che ha rappresentato. Lo scopo unico al quale non è dato sottrarci risulta perciò il divenirne testimoni. Parafrasando qualcosa di altrettanto devastante – comunque non scientificamente voluto – dobbiamo ritenerci tutti portatori sani di un messaggio orrendamente malato in maniera di arrivare quanto prima al vaccino per tutti.

Testimoni nel contribuire a ricordare a noi stessi e a tutti l’orrore creato dall’uomo.

Poichè appartenendo allo stesso genere dobbiamo soppesare la sconcertante realtà: qualcosa per noi inafferrabile, da uomini come noi, liberi, assolutamente normali, è stato ideato e realizzato con lucida freddezza. Da ciò pertanto nasce l’esigenza collettiva del DOVERE DELLA MEMORIA incessantemente mirata a stroncare sul nascere il germe della prevaricazione, dell’avversione alla multiculturalità, dell’odio razziale, del neofascismo, del neonazismo, della diffidenza verso il diverso e le diversità.

Per cancellare l’odio, il contributo di ognuno di noi è importante e insostituibile.

Il mio pensiero, il Tuo, il Nostro il pensiero di Tutti deve mirare a superare la violenza del genere umano per arrivare a istituire, costruire un futuro sereno, di pace, di fratellanza e solidarietà di Tutti, per Tutti.

Ad AUSCHWITZ come nei 10.005 campi di concentramento suddivisi tra Lager di sterminio, campi e sottocampi di segregazione nazisti, la natura umana ha dato prova di spietata brutalità.

Se questo è potuto accadere, come Primo Levi insegna, in quanto accaduto, può riaffermarsi, ripetersi, accadere di nuovo.
Ma dinanzi a questa maledizione dobbiamo esserci noi. Noi consci, noi pronti in quanto responsabili testimoni. Con questa testimonianza nel cuore e nella mente rappresenteremo l’invalicabile barriera per qualsiasi criminoso disegno che tenda a infrangere la barriera della tolleranza, del rispetto e della pacifica convivenza.

Mai al mondo una forma di vita ha ordito un programma atto a cancellare dalla faccia della terra un altro essere.

Nessun genere vivente pensante ha mai concepito un azzardo simile. Ha cacciato certamente in natura altre forme di vita per il proprio sostentamento ma mai è giunto a scegliere di cancellarne la presenza, le tracce, la storia. L’uomo evoluto, l’uomo moderno del XX secolo l’ha fatto. Per questo il livello di pericolosità umana è, e permane estremo.

E’ una mano con una pistola con il colpo in canna.

Noi quella mano dobbiamo disarmarla.

Gli stadi di calcio ribollono ogni domenica di odio razziale. In un’escalation senza tregua vengono additati continuamente gli extracomunitari, gli ebrei, i rom, gli africani quali responsabili di ogni tipo di colpa. Al pari la violenza insita e inoculataci giorno per giorno da programmazioni televisive deleterie, esplode ciecamente con crescente virulenza senza che ci si possa rendere conto di esserne saturi.
Quando la molla scatta la società non guarda al suo interno per scoprire le cause palesi ma si trincera immediatamente dietro il paravento del capro espiatorio di turno : l’immigrato, l’extracomunitario, … l’albanese.

Che altro non sono che l’ebreo degli anni’30, il meridionale al nord negli anni’60 (dimentichi che alle sue braccia dobbiamo il boom economico), lo zingaro negli anni ’70. Attenzione perciò. La prevaricazione serpeggia infida e spesso non ci rendiamo conto di quanto sia facile incappare in gravi forme dì intolleranza razzista.

L’oggettiva situazione politica nazionale, senza entrare nel merito, attualmente è di grave e marcata compromissione. Ai vertici del paese, nella dirigenza stessa vi è una formazione politica che sulla differenzazione d’origine, basa la propria criminale politica, individuando nella regionalità d’appartenenza, nella provenienza territoriale un’incomparabile diversità comportamentale.

Auspicando la frammentazione dello Stato, per Costituzione unico e indivisibile.

Giorno per giorno come un cancro procedendo alla demolizione della Costituzione stessa.

Non era mai accaduto dalla nascita dell’Italia Repubblicana. Non era mai accaduto che un’alta carica dello Stato giungesse a definire con termini spregevoli e razzisti i fratelli e figli della sua stessa Nazione, rei a suo dire di provenienza dal Sud della Patria. Questa persona sogna la costruzione di una muraglia cinese che separi la sua florida Padania dal malvagio e sfaticato Sud.

Oggi in Italia questi signori ci governano, modificano e varano Leggi.

Vergognosamente ambiscono a frantumare l’Opera di Garibaldi alimentando l’odio funesto della contrapposizione socio-geografica. Questo tradotto ha un solo nome: RAZZISMO. Si vietano libere forme di associativismo, si ostacola la libera appartenenza ad altri credi religiosi, proprio quando lo scontro di religione stesso sta infuocando il medioriente – oramai pericolosissima polveriera pronta a esplodere investendoci tutti
(non possiamo escludere che “le Torri Gemelle” siano … una prima tappa) in molte realtà italiane singole amministrazioni vietano la costruzione di tempi di culto islamico, innalzando così il livello di scontro.

Oggi dobbiamo ragionare su cos’è e cosa per noi deve rappresentare la Deportazione nei Lager di sterminio, l’OLOCAUSTO, LA SHOAH, il martirio di un popolo intero, il massacro degli oppositori al nazismo, tutti innocenti come i bambini, le donne, gli anziani, i giovani e gli adulti trucidati impunemente dalla lucidissima volontà espressa nella mostruosa macchina concepita dall’agghiacciante determinazione nazista.

Purtroppo verrebbe da dire … dalla follia nazista, dal delirio di un pazzo.

Ma ci si guardi bene da queste pur spontanee definizioni.

Purtroppo si è trattato NON di follia ma di scientifica premeditazione. L’esaltazione collettiva abbinata al rogo dei sostegni culturali hanno reso possibile che una nazione intera divenisse in larghissima parte rea e complice del più macroscopico scempio, della più torbida aberrazione della Storia.

Oggi il germe dell’odio è ancora vivo e viene costantemente alimentato.

E’ una grave realtà che ogni comprensorio dedicato alla festa del massimo sport nazionale, il calcio, ricordi arene romane del 200 A.C., fucine di odio e violenza, dove tutto si scontra e nulla s’incontra, dove tutto c’entra all’infuori dello sport. Intenzionalmente si agisce, sullo scontento, sull’esasperazione sociale, con la pilotata esaltazione di talune frange estremiste atte a innescare la spirale di violenza di un tempo.

MEMORIA, VIGILANZA, SOLIDARIETA’ questo è il nome del nostro impegno.

Resistenza :

Nel linguaggio della Resistenza è fisiologico dare uno sguardo alla grammatica della Libertà.

Libertà: agognato traguardo finale della Lotta spontanea di Liberazione culminata con il 25 Aprile 1945.

Libertà mille e mille volte più ambita in quanto quotidianamente oltraggiata e istituzionalmente incatenata dalla dittatura del ventennio fascista.

Libertà: intesa come riconquista degli approcci culturali, di lettura, di studio, di parola, di pensiero, di analisi.

In una parola la ricerca di un riavvicinamento alla vita negata.

Nella Resistenza di Ondina trovava già radici una risposta “selvatica”, automatica e coerente con la necessità di sovvertire, di rovesciare il regime dittatoriale fascista, impostosi con la violenza e l’arbitrio, con la distorsione della realtà storica e la sua costante alterazione finalizzata alla strumentalizzazione socio-politica.

L’addomesticamento di questa sua indole si attuò con l’integrazione nei primi spiragli di un universo politico.

Ondina era un’entusiasta della vita. Per tale genuina ragione, l’attentare, il confondere e lo schiacciare questo suo credo primario, produsse in lei una reazione pari e contraria.

Stiamo parlando di una ragazza di neanche sedici anni di età che si affaccia con adulta serietà in un mondo contrapposto, con grande pericolo e in un’epoca sociale di concezione essenzialmente maschilista.

Nel Friuli Venezia Giulia l’impeto del suo scontro fu tale da indurre la popolazione a scalibrarne le ardite gesta, talvolta intenzionali sfide, favoleggiando su questo “Zorro” formato donna, sottolineando questa nuova tipologia d’azione che in futuro verrà identificata con il nome di guerriglia.

Tattica che generalmente oppone il “piccolo” al “grande”, inizialmente il debole al forte.

In un crescendo il suo spirito coraggioso si rivela e per questo è una delle uniche donne a partecipare alla battaglia di Gorizia dell’autunno del 1943.

Viene addirittura utilizzata per un agguato a una micidiale spia che a causa delle sue delazioni, aveva causato stragi terribili, paesi interi dati alle fiamme sul Carso con la gente arsa viva nelle abitazioni.

Una confessione di Ondina mi sorprese e mi aiutò a comprenderla ancor più profondamente: quando la spia cadde sotto il fuoco della pattuglia mia madre se la trovò ferita a brevissima distanza. Avrebbe dovuto esplodere il colpo di grazia ma proprio non ci riuscì leggendo nello sguardo l’implorante pietà dell’infame al soldo delle SS.

Sorprendentemente mai biasimò quel suo mancato gesto.

A tal proposito una decina d’anni fa mi disse: mi sento maggiormente serena proprio per non aver ucciso mai nessuno, pur nemico che fosse.

Ben prima di sprofondare nel demone di AUSCHWITZ diede, a se stessa in primis, dimostrazione della sua alta considerazione per la Vita.

E’ la prima volta che espongo questo fatto e sono fiero di farlo davanti a Voi, oggi.

Via via negli anni ebbe modo di affermarsi il lei l’irrinunciabile esigenza di esportare il risarcimento alle sofferenze patite.

Il rifiuto della sofferenza a ogni latitudine, per ogni essere vivente divenne un imperativo viscerale.

Questo non maturò, -esplose- in lei dopo le vicende del conflitto.

Si oppose con tutta le sue forze a qualsiasi causa di sofferenza; per tal motivo non considerò ostacolo alcuna oggettiva distanza la dividesse da chi o cosa ne risultava colpito. Fosse un essere umano, un animale o un vegetale.

Un ricordo toccante è rimasto impigliato nei miei ricordi: credo si trattasse della sera della vigilia di Natale dell’anno 1999. Una rete televisiva programmava Bamby. Poichè la malattia oramai la costringeva a coricarsi sempre più presto alla sera, mi sollevò dal rimanere con lei (come del resto sempre fece -ed ora mi pesa l’averne fruito), inducendomi a raggiungere la mia ragazza e la sua famiglia che mi attendeva per il cenone.

Insistetti però a restare perchè trovavo ancor più triste per lei il rimanere sola , anche se per il Natale entrambi non nutrivamo alcun attaccamento di ordine morale e tantomeno religioso, stante il ritrovarsi generalizzato in quella che è a tutti gli effetti la data di riunione e di celebrazione della Famiglia.

Con il ronzio della bombola d’ossigeno in sottofondo, dribblando il fragore prettamente commerciale comunque insito nelle programmazioni televisive, dopo un breve “zapping” approdammo casualmente sulla tenera storia di Bamby targata Walt Disney. Storia agrodolce, segnata dalla famosa pallottola che priva il cucciolo della mamma cerbiatto.

Non so come fu ma vedendo Ondina così provata e nella crescente mia paura di perderla, fui quasi percosso da una constatazione : Bamby, apprendevo dalla lettura della programmazione sul giornale, era del 1942 !

Mentre in America la tenera storia stringeva il cuore degli spettatori nei cinema, in Europa, simultaneamente, iniziavano a fumare i camini dei forni crematori!

Non potei evitare questo stridente raffronto, forse proprio per la dolcezza dell’uno e il contrasto bruciante con l’orrore dell’altro.

Da una parte del pianeta i bambini si commuovevano per l’incerto destino del piccolo Bamby, dall’altra, sempre i bambini … uscivano dal … camino!

Posai la mia mano sulla sua e gliela accarezzai.

Confuse con un mezzo sorriso una lacrima che le rigava il viso.

Ondina amava il cinema.

E’ stata una convinta cultrice e all’apice del consenso cinematografico in tema di lotta contro la segregazione razziale, contro la terminologia stessa di – RAZZA – che aspramente e ostinatamente ha sempre fronteggiato Ondina pose il capolavoro di Charlie Chaplin – IL GRANDE DITTATORE – dove l’impareggiabile Regista, attore, scenografo, compositore, Re indiscusso della Storia del Cinema, fece stracci dei due tiranni – Mussolini e Hitler – coniugando magistralmente terribili verità, riuscendo a scrivere con largo anticipo pazzesche ipotesi che di lì a pochi anni sarebbero divenute strazianti realtà.

Un finale spiazzante, travolgente, realmente emozionate e per nulla retorico rende tutt’ora l’opera assolutamente unica per attualità e coraggio, concretamente superiore, grazie al genio che la diresse ed in essa riuscì sapientemente a dosare comicità, tragicità e riscatto della speranza : La Libertà.

Il “Buon Dio” direbbe Mark Twain, era in vena d’ironia quando, 116 anni fa, ordinò a Charles Chaplin e Adolf Hitler di far ingresso nel mondo. A quattro giorni di distanza l’uno dall’altro.

Entrambi, in modi totalmente opposti, hanno espresso idee e aberrazioni, i sentimenti e le frustrazioni, le aspirazioni di milioni di persone e la sordida ferocia della più spietata delle tirannie. La data di nascita quasi comune e i baffetti identici sono stati coniati da una natura beffarda per sottolineare l’origine comune della genesi umana, la vittima e il carnefice.

Tutti e due rispecchiano la stessa realtà: entrambi sono uomini.
Tutti e due si riflettono sulla stessa superficie: l’uno profetico, l’altro demoniaco.

In Chaplin, l’ometto è un clown timido, inefficiente, pieno d’infinite risorse ma sconcertato da un mondo che non ha posto per lui. E’ una figura eroica è una figura che emula gli angeli, nel suo comportamento ingenuo e nella sua grande capacità d’amore.

In Hitler, invece, l’angelo è diventato Mostro; le scarpe senza suola si sono trasformate in stivali, i pantaloni sformati in divisa militare, il bastone da passeggio in frusta.

A fine Aprile 1939, gli avvenimenti stavano già precipitando. Hitler nel marzo del 1938 aveva attuato con un colpo di mano l’annessione dell’Austria al Terzo Reich a cui era seguita nel maggio l’occupazione dei Sudeti.

La conferenza di Monaco del 29 settembre dello stesso anno aveva differito la guerra soltanto di qualche mese. Infatti, l’inizio della primavera del 1939 aveva coinciso con la violazione dei patti di Monaco, in seguito all’occupazione tedesca della Cecoslovacchia e alla rivendicazione della città di Danzica e del “corridoio” per la Prussia Orientale, ai danni della Polonia.

Nell’autunno del 1940, quando la guerra stava già dilagando in tutta Europa, usciva nelle sale cinematografiche “Il grande dittatore” di Chaplin.

Il discorso finale, in cui Charlot camuffato da Hitler arriva rocambolescamente sul palco di un’adunata oceanica di osannanti nazisti, gela il sangue nelle vene per intensità, umanità e profetica anticipazione.

Collimerà infatti alla perfezione con il lugubre evolversi delle terrificanti vicende storiche durante le quali il profanatore dell’umanità seminò morte ed orrore.

Ondina amò tantissimo questo film.

Se non l’avete visto esiste adesso la versione restaurata. Credetemi è stupendo !

Charlie Chaplin:

Il Grande Dittatore

Il discorso del dittatore

“Noi tutti vogliamo aiutarci vicendevolmente. Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere della reciproca felicità, ma non della reciproca infelicità.
Non vogliamo odiarci e disprezzarci. Al mondo c’è posto per tutti. E la buona terra è ricca e in grado di provvedere a tutti. La vita può essere libera e bella, ma noi abbiamo smarrito la strada: la cupidigia ha avvelenato l’animo degli uomini, ha chiuso il mondo dietro una barricata di odio, ci ha fatto marciare, col passo dell’oca, verso l’infelicità e lo spargimento di sangue. Abbiamo aumentato la velocità, ma ci siamo chiusi dentro. Le macchine che danno l’abbondanza ci hanno lasciato nel bisogno. La nostra sapienza ci ha resi cinici; l’intelligenza duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo
bisogno di umanità. Più che d’intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto. L’aereo e la radio ci hanno avvicinati. E’ l’intima natura di queste cose a invocare la bontà dell’uomo, a invocare la fratellanza universale, l’unità di tutti noi. Anche ora la mia voce raggiunge milioni di persone in ogni parte del mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che costringe l’uomo a torturare e imprigionare gli innocenti. A quanti possono udirmi io dico: non disperate. L’infelicità che ci ha colpito non è che un effetto dell’ingordigia umana: l’amarezza di coloro che temono la via del progresso umano. L’odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno e il potere che hanno strappato al mondo ritornerà al popolo. E finché gli uomini non saranno morti la libertà non perirà mai.

Soldati! Non consegnatevi a questi bruti, che vi disprezzano, che vi riducono in schiavitù, che irreggimentano la vostra vita, vi dicono quello che dovete fare, quello che dovete pensare e sentire! Che vi istruiscono, vi tengono a dieta, vi trattano come bestie e si servono di voi come carne da cannone. Non datevi a questi uomini inumani: uomini-macchine con una macchina al posto del cervello e una macchina al posto del cuore! Voi non siete delle macchine! Siete degli uomini! Con in cuore l’amore per l’umanità! Non odiate! Solo chi non è amato odia! Chi non è amato e chi non ha rinnegato la sua condizione. Soldati! Non combattete per la schiavitù! Battetevi per la libertà! Nel diciassettesimo capitolo di San Luca sta scritto che il regno di Dio è nell’uomo: non in un uomo o in un gruppo di uomini ma in tutti gli uomini! In Voi! Voi, il popolo, avete il potere di rendere questa vita libera e bella, di rendere questa vita una magnifica avventura. E allora, in nome della democrazia, usiamo questo potere, uniamoci tutti. Battiamoci per un mondo nuovo, un mondo buono che dia agli uomini la possibilità di lavorare, che dia alla gioventù un futuro e alla vecchiaia una sicurezza.
Promettendo queste cose i bruti sono saliti al potere.
Ma essi mentono! Non mantengono questa promessa. Né lo faranno mai! I dittatori liberano se stessi ma riducono il popolo in schiavitù. Battiamoci per liberare il mondo, per abbattere le barriere nazionali, per eliminare l’ingordigia, l’odio e l’intolleranza. Battiamoci per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso conducano alla felicità di tutti.

In nome della Democrazia: SIATE TUTTI UNITI !

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