I Martiri di Via Carlo Ghega a Trieste

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23 aprile 1944

Nel febbraio 1944 il generale Ludwig Kiibler, comandante della Wehrmacht nel Adriatisches Küstenland, territorio amministrato direttamente dal Reich, riscontrato il grave pericolo costituito dai partigiani, impartì l’ordine «terrore contro terrore, occhio per occhio, dente per dente», perché «è giusto e necessario tutto ciò che conduce al successo». Kiibler assicurò i suoi sottoposti: «Coprirò personalmente ogni misura che sia conforme a questo principio». Nelle province di Udine, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume, Lubiana, costituenti la Operationszone Adriatisches Küstenland (Zona d’operazioni Litorale Adriatico) l’incremento della violenza in quell’anno non ebbe sosta.
A Trieste la resistenza organizzata nella rete clandestina delle fabbriche, nei GAP (Gruppi di azione partigiana), nel CLN (Comitato di liberazione nazionale), fu esposta ai gravi rischi derivanti dall’apparato repressivo nazista (Gestapo), da quello del collaborazionismo locale (Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia), dall’attività degli infiltrati e da una speciale milizia, la Guardia civica, istituita dal podestà Cesare Pagnini in accordo col prefetto Bruno Coceani, in base ad un’ordinanza del Gauìeiter Friedrich Rainer sulla costituzione di unità antipartigiane.
La strage di via Ghega rientrò in questo clima di violenza generalizzata ed avvenne appena venti giorni dopo la fucilazione di 71 antifascisti ad Opicina.

Sull’altipiano carsico, il 3 aprile, nel Poligono di tiro di Opicina, in seguito ad un attentato compiuto il giorno precedente dai partigiani presso il cinema del luogo in cui 7 soldati tedeschi avevano perso la vita, furono qui fucilati per rappresaglia 71 ostaggi, i cui corpi vennero bruciati il giorno successivo nel forno crematorio della Ri­siera di San Sabba.

Con l’istituzione della Zona di operazioni Litorale Adriatico, palazzo Rittmeyer, proprietà comunale dal 1914, fu trasformato dalle autorità germaniche in Soìdatenheim (Casa del soldato), ritrovo e mensa per soldati ed ufficiali della Wehrmacht. L’edificio rimase tristemente famoso per la rappresaglia compiutavi dai nazisti il 23 aprile 1944. Il giorno precedente, il 22 aprile, nella sala mensa affollata di soldati ed ufficiali in attesa del pranzo, esplose una bomba, lasciata in una borsa sotto un tavolo, da due partigiani d’origine azerbaigiana, Mechti Husein Zade (Mihajlo) e Mirdamat Seidov (Ivan Ruskij), prigionieri sovietici inquadrati nella Wehrmacht, ma operanti come sabotatori per il Fronte di Liberazione Sloveno (Osvobodilna Fronta). Nell’attentato perirono cinque soldati tedeschi. La reazione nazista fu immediata: nella notte tra il 22 ed il 23 aprile, dalle carceri del Coroneo e dei Gesuiti, vennero prelevati 51 ostaggi civili, partigiani e politici italiani, sloveni e croati. Fatti scendere da un camion e scortati all’interno furono impiccati ad uno ad uno, chi alla balaustra delle scale, chi alle finestre, ed esposti, per due giorni, a monito per la popolazione. Tra gli ostaggi vi furono ragazze e ragazzi in giovanissima età: Carlo Krizai di 16 anni, Giuseppe Turk di 17, come Giulio della Gala di GL e della Gioventù Antifascista Italiana (GAI), Luciano Soldat di 18. Tra le donne Laura Petracco Negrelli, Zora Germec, Maria Turk. Laura Petracco fu arrestata assieme allo studente universitario Marco Eftimiadi, cui toccò la stessa sorte. Militi della Guardia civica furono obbligati, dai comandi germanici, a svolgere servizio di vigilanza alle salme esposte.

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