Incontro con Liliana Segre, Boris Pahor, Helen Brunnr e Gad Lerner

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Il saluto del sindaco Cosolini

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Pahor e Liliana Segre

Due vite “sagge” nate dall’orrore dei Lager

IL PICCOLO – giornale di Trieste

GIOVEDÌ 11 APRILE 2013

Pahor e Liliana Segre: due vite “sagge” nate dall’orrore dei Lager

Lui fu deportato a 30 anni: «Uscii vivo e scrissi subito» Lei a 13: «Ho taciuto a lungo prima di trovare le parole»

Intervistatori d’eccezione – Lerner e Helen Brunner hanno moderato l’incontro, organizzato al Revoltella dall’associazione De Banfield per i suoi 25 anni

di Giulia Basso

A guardarli oggi, con la pacatezza dei loro modi e lo sguardo schietto di chi ha visto tanto, forse troppo, è difficile immaginare quello che in gioventù hanno dovuto affrontare. Eppure per Liliana Segre e Boris Pahor l’infanzia è stata tutt’altro che semplice: entrambi sono reduci da una delle esperienze più tragiche del secolo scorso, l’inferno dei lager. Ed entrambi hanno deciso di farsi testimoni di questa tragedia, perché non vada dimenticata. Liliana Segre ha vissuto gli orrori di Auschwitz, lo scrittore Boris Pahor, triestino di lingua slovena, ha provato sulla propria pelle i campi di Natzweiler-Struthof, Dora e Bergen Belsen, raccontandone la tragicità nel libro “Necropoli”. I due si sono rivisti ieri, intervistati dalla psicologa e psicoterapeuta Helen Brunner e dal giornalista e scrittore Gad Lerner in occasione dell’incontro “Come si elabora una gioventù drammatica e dolorosa per vivere una vecchiaia consapevole e saggia”. Organizzato dall’associazione Goffredo De Banfield nell’ambito delle manifestazioni per i suoi 25 anni di attività nel campo del volontariato, l’incontro ha registrato il tutto esaurito all’Auditorium del Museo Revoltella, costringendo anche molte persone a fare marcia indietro dinnanzi al portone ormai chiuso per questioni di sicurezza. Se Pahor e Segre oggi sono due anziani consapevoli e saggi è proprio perché hanno trovato il coraggio di testimoniare quanto accaduto loro. Hanno alle spalle due storie diverse, perché, nel campo di concentramento, Pahor ci è entrato da partigiano a 30 anni, mentre Segre è stata deportata da ragazzina ebrea all’età di 13 anni. E tempi e modalità di elaborazione differenti: «Devo prendere nota di quanto successo, subito – si è detto lo scrittore di lingua slovena – perché Peteani sono rimasto vivo». Così nel ‘48 sono uscite le sue novelle, con quattro brani che parlano del campo di concentramento, poi ha scritto della sua esperienza per i giornali e dopo vent’anni è tornato a visitare il lager. «Mi sono imposto di descrivere e concentrare tutto il male in un libro solo, Necropoli – racconta Pahor -, pubblicato in Francia nel ’67 e arrivato in Italia solo nel 2008. Non posso quindi dire che ho iniziato tardi, semmai i tempi italiani di elaborazione sono stati lunghi». Diversa l’esperienza di Liliana Segre, che ricorda: «Ho taciuto per 45 anni, non rispondevo neanche quando mi chiedevano cos’era il numero tatuato sul braccio, non volevo infliggere una pena all’animo di mio figlio raccontando la mia vera storia, volevo proteggerlo come al tempo tentai di proteggere mio padre, che nel lager morì. Non ho più voluto tornare nei campi di concentramento, perché pensavo: “lasciatemi diventare una vecchia saggia e ragionevole, una brava nonna”, ma a un certo punto ho deciso che non potevo non fare il mio dovere verso tutti i miei morti, che dovevo trovare le parole per dirlo». «E a lungo è durato il silenzio dei genitori – prosegue Helen Brunner -, che hanno voluto così proteggere i propri figli, ma anche dei figli, che non osavano domandare». «Eppure – conclude Gad Lerner, che nel suo libro “Scintille” racconta il bisogno della seconda generazione di ricostruire la propria storia familiare e capire le tante sfumature dei silenzi – ho la convinzione che quelle anime sterminate siano tornate tra noi nelle dinamiche personali e non solo attraverso le parole dei sopravvissuti, ma a volte proprio a causa del loro silenzio»

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