La Resistenza memoria viva

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È bello vivere liberi, ovvero ‘teatro civile’ di e con Marta Cuscunà

di Marcello Marchesini

fonte:

http://www.noidonne.org/articolo.php?ID=03492

Cos’è stata la Resistenza dal punto di vista storico, forse, lo sappiamo. I martiri, i nomi delle Brigate, le date, i luoghi degli scontri e degli eccidi. Conosciamo anche le motivazioni che spinsero tanti giovani a pronunciare il loro no, opponendosi al Regime. Note le testimonianze di chi allora non ha accettato il ruolo di semplice spettatore ma ha deciso, scendendo in strada, di essere attore. I racconti hanno riempito gli archivi. Questi si sono poi sedimentati, cristallizzandosi in Memoria. Ora, forse, a più di sessant’anni di distanza, quel che a molti giovani resta di quei giorni in cui tutto pareva terribilmente possibile, è la necessaria ma poco comunicativa freddezza delle statistiche. Se lo spettacolo di ‘teatro civile per un’attrice, cinque burattini e un pupazzo’ di e con Marta Cuscunà – vincitore del Premio Scenario per Ustica 2009 – ha un pregio, è quello di guidarci per mano nel percorso inverso: dalla nozionistica alla memoria viva, necessaria, urgente. Dalla rigidità delle statuine commemorative alla freschezza dello sguardo di Ondina Petenai, che nel ’42 decise di riversare tutta la spontaneità e l’allegria dei suoi 17 anni nel “folle” proposito di cambiare l’Italia. Un’ora circa di spettacolo, sette capitoli per raccontare di una crescita civile e morale. Dai ‘romanzetti per signorine delle biblioteche fasciste’ ai testi “seri” di ‘Jack London e Victor Hugo’, dal ‘cucinare e lavorare a maglia’ al ‘saper riparare un motore, cambiare una lampadina’, portare i pantaloni oltre che la gonna. Una consapevolezza che crebbe in molte giovani donne in quell’epoca di scelte ardue, rischi incalcolabili e grandi speranze. Coscienza che ‘non si può essere giudicate per la razza o per il sesso’, ma come individui unici. Dall’organizzazione del Soccorso Rosso, alla formazione della Brigata Garibaldi – la prima composta solo di italiani – agli scontri con i nazifascisti, la vicenda di questa giovane friulana che già a 14 anni era operaia nei cantieri navali di Monfalcone si snoda attraverso le parole e i gesti di Marta, giovane anche lei. Entusiasta, felice di far rivivere questa storia, e si vede. “È bello vivere liberi” è anche uno spettacolo fatto di nomi, quelli che scandiscono la formazione di Ondina: Petenai, brava signorina fascista, distrattamente allegra; Natalina, prima staffetta partigiana della Resistenza; 81676, numero a cui viene ridotta, dopo la cattura e deportazione ad Auschwitz. E qui la narrazione in prima persona si interrompe. Mancano le parole per esprimere l’Orrore. Dove prima c’era un torrente di sillabe resta soltanto la brutalità dei gesti e il rumore del vento. Un pupazzo pallido e scheletrico che due mani guantate spogliano, rasano, piegano. Ma non spezzano: Ondina sopravvive, ritorna come testimone. Questa vicenda – ispirata alla biografia scritta da Anna Di Gianantonio – commuove, fa sorridere, incanta. Mostra, soprattutto, come una volta pronunciata quella parola – libertà – è impossibile che la voce si spenga.

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