La storia raccontata in un film

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di Elena Placitelli

fonte: IL PICCOLO – 16 dicembre 2012 – Pag. 63 nazionale

su “Il Giardino dell’Eternità” filmato di Marco Tessarolo

Della meticolosa avventura intrapresa dal 71enne triestino Livio Vasieri è stato girato anche un video, che è stato presentato di recente alla Stazione Rogers di Trieste e che, sotto gli auspici della Comunità ebraica di Trieste e a grande richiesta, il prossimo 9 gennaio alle 17.30 verrà nuovamente proiettato al pubblico all’Auditorium del Museo Revoltella. L’idea del film, girato dal videomaker triestino Marco Tessarolo, è nata da un incontro avvenuto per caso, naturalmente nel cimitero ebraico di Trieste. Era una giornata di marzo di un anno e mezzo fa. Il rumore del martello con cui Vasieri batteva sulle lapidi ha incuriosito il figlio di una partigiana deportata ad Aushswitz, Gianni Peteani, che quel giorno stava visitando il cimitero insieme alla moglie e al figlio. Sentendo quel rumore, l’uomo andò in cerca della sua fonte e s’imbatté in Vasieri. I due si conobbero. Vasiere racconta la sua particolare missione. E quando Peteani comprese le ragioni che spingevano quell’uomo a recuperare le tombe abbandonate del cimitero ebraico, gli prese il pallino di fare di questa storia un film. (el.pl.)

La memoria ritrovata del cimitero ebraico

Il suo ufficio è il cimitero, ma non fa il necroforo di professione. Ricorda piuttosto il Tobia della Bibbia, che di nascosto andava a seppellire gli ebrei buttati giù dalle mura. Si chiama Livio Vasieri, ha 71 anni, è un ex impiegato e fa parte della Comunità ebraica di Trieste. Da quando, sei anni fa, è andato in pensione, ha cominciato a ridare un “nome” ai defunti che il tempo stava facendo finire nell’oblio. Non riesce a sopportare che nel cimitero ebraico di Trieste le erbacce abbiano preso il sopravvento sulle tombe, abbandonate anche per i tragici effetti della Shoah, che alla città è costata più di mille vittime in due anni (1943 -45). In mancanza di discendenti che potessero prendersi cura dei loro avi, ha deciso di prendersi lui cura di loro. Infilata la tuta blu, ha cominciato a mettere a posto, una ad una, le migliaia di lapidi distribuite nei 15 campi del cimitero. Si tratta di estirpare le radici dell’edera che si sono infilate sotto le lettere di piombo e le hanno fatte saltare via dalle lapidi. O di seguire le tracce rimaste per ricostruire il nome del defunto, i disegni e le parole che lo accompagnano nell’Aldilà. A volte ricorrendo al registro del custode. Alla fine il risultato è lo stesso per tutti: una tomba più dignitosa e l’inserimento in un elenco digitale per assicurare la memoria ai posteri. Finora sono 2800 le lapidi che Vasieri ha ripristinato: considerando che ce ne sono più di 10mila, di lavoro da fare ce n’è ancora tanto. «Il cimitero va preservato perché rappresenta la storia della comunità che si intreccia con la città – spiega l’uomo -. Nell’Ebraismo, quando una persona muore deve essere sepolta e rimanere lì fino alla fine dei secoli, nel senso che non potrà mai più essere riesumata». Un secolo fa, ci furono altre due persone che fecero grossomodo lo stesso suo lavoro: «Giacomo Misan e Salvatore Sabbadini: è a loro che mi sono ispirato. Entrambi erano membri della Comunità ebraica e quando, nel 1909, fu dato l’obbligo di smantellare definitivamente il vecchio cimitero ebraico, trasferirono su un registro i nomi di tutti i defunti con i disegni e le iscrizioni sulle lapidi. Un tempo a Trieste il vecchio cimitero ebraico sorgeva sul colle di San Giusto, sull’attuale parco della Rimembranza. A metà dell’Ottocento quella posizione era diventata centrale per la città che si era sviluppata intorno, e venne così reputata inadatta. Dall’alto arrivò l’ordine di costruire il “nuovo” cimitero ebraico a Sant’Anna». La sua giornata –tipo? «Alle 9 esco di casa e vado in cimitero – racconta -. Lavoro ogni giorno (salvo il riposo del sabato e in caso di maltempo), ma solo da marzo ad ottobre perché d’estate c’è troppo caldo. Stacco alle 13 e a casa, dopo pranzo, inserisco le iscrizioni nell’archivio del mio pc». Un’impresa ardua. «Ho imparato a fare di tutto: il boscaiolo, il giardiniere, l’archeologo, il traduttore, il fotografo e lo scribacchino. Con la motosega taglio gli arbusti. Può capitare che le lapidi siano rovesciate e vadano rimesse al loro posto. Estirpo le erbacce che le imprigionano letteralmente. Poi le pulisco e a quel punto riesco a risalire al nome del defunto, consultando all’occorrenza anche il registro del custode. Le iscrizioni sono in ebraico, inglese, russo, tedesco e samaritano, bisogna tradurre tutto». Solo a quel punto Vasieri libera dall’oblio il defunto, permettendo a ogni storia personale di riacquistare identità e diventare parte di una storia collettiva.

Elena Placitelli

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