ONDINA PETEANI -parte 2-

Condividi questo articolo!

< ——————————————————————————————————————->
Testimonianza  di Ondina Peteani riportata dal quotidiano – il manifesto – del 27 gennaio 2004.

il manifesto

27 Gennaio 2004

CULTURA

Pagina 12

____________________________________________________________

Quel triangolo rosso ad Auschwitz

ONDINA PETEANI

____________________________________________________________

27gennaio 1945, si aprono i cancelli di Auschwitz. La memoria inedita diuna prigioniera «politica», Ondina Peteani, catturata da una pattugliatedesca l’11 febbraio del 1944, quando aveva solo 19 anni. Ondina, cheaveva cominciato giovanissima l’attività antifascista, fu deportata nellager polacco nel marzo del `44 ma riuscì a scappare durante il suotrasferimento forzato a Ravensbruck.

ONDINA PETEANI :

Sipartì dunque il 31 maggio all’alba nei vagoni bestiame. Il convoglioera scortato da carabinieri e da tedeschi. Il comandante doveva averancora qualche parvenza di umanità, perché alla prima fermata d’oltreconfine ci permise di tenere i vagoni con le porte in fessura; almenosi respirava un po’. Talvolta si arrivava persino a scambiare qualcheparola con gli uomini (se la fermata era di notte, cosicché nessuno ciavrebbe visto e messo nei guai gli scortatori). In una stazione (credoMonaco) i vagoni con gli uomini vennero staccati (ed inviati d Dachau)e noi proseguimmo alla volta di Auschwitz. Al quinto giorno di viaggio,vennero a chiudere i vagoni ed a sigillarli: si stava arrivando nellazona dei Lager, controllata dalle SS. Se durante il viaggio eravamostate abbastanza allegre (specie noi più giovani) e chiacchierone, inquel momento diventammo serie e cominciammo a parlarci sottovoce:davanti a noi avevamo intravisto una desolata pianura sotto un cielopiatto, appestata da un odore che noi attribuimmo alla bruciatura diimmondizie (!). Mentre il convoglio avanzava lentamente cominciammo avedere i primi Lager, arrampicandoci fino agli alti finestrini delvagone. Durante il viaggio avevamo intravisto prigionieri al lavorosulle ferrovie ed erano vestiti con la tipica «zebra» e vedendo nelcampo vestiti variopinti, pensammo che ci avrebbero lasciati i nostri.Per giunta (era domenica pomeriggio) sentimmo un’orchestrina chesuonava e la cosa ci rallegrò alquanto: «Ragazze, si potrà ancheballare».

Il nostro ottimismo crollò ben presto.Appena arrivate alla stazione ci fecero discendere ed in un primo tempoci dissero di lasciare tutto nei vagoni, poi – visto che non eravamoebree – ci permisero di riprenderci la nostra roba.

Sapemmo successivamente che l’avrebbero catalogata e riposta, mentre per gli ebrei veniva subito requisito tutto.

Pocoprima era arrivato un treno di ebrei ungheresi e sulla panchina eranorimasti gli ultimi: i vecchi e i non autosufficienti. C’era lì uncamion e questi venivano presi per le braccia e per le gambe e gettatisul camion tra grida di dolore e orribili tonfi. Quello che ci raggelòfu il vedere che questo tremendo compito era affidato a deiprigionieri. Ci inquadrarono in fila per cinque ed io mi sentivo un po’strana: avevo la sensazione che non ero io quella cui stavano accadendoquelle cose, mi pareva di viverle dall’esterno. E’ una cosa difficileda comprendere e spiegare.

Ci misero in fila per 5 eci condussero attraverso un intricato dedalo di stradine. Ai latic’erano montagnole di stampelle, di occhiali, di giocattoli ben divisisecondo il senso dell’ordine teutonico. Poi, arrivate in una baracca,ci ordinarono di spogliarci ed il nostro pudore di farlo davanti aisoldati fu ben presto vinto dalle violente bastonate che cominciarono avolare. Ci distribuirono dei vestiti provvisori. A me toccò un pastranoda uomo con una grande stella gialla e, mettendo le mani in tasca,trovai una pipa con un borsellino di tabacco. Mi sentii rabbrividirepur non conoscendo ancora la sorte del proprietario di quel cappotto.Fummo costrette a lasciare lì la nostra roba. Ci tolsero (a chil’aveva) ogni monile, orologi, catenine ed anche le fedi nuziali dellemaritate.

Altro attraversamento di posti strani cheora, vuoi per la distanza nel tempo, vuoi per la sensazione di incuboche ci pervadeva, non sono in condizioni di descrivere.

Ciintrodussero in una baracca che sulla soglia aveva una vaschetta pienadi liquido disinfettante o disinfestante, nella quale bisognava metterei piedi prima di entrare. Ora mi suona così ironico quel procedimento,come quello di raderci tutti i peli e di rapare quelle che avevanoqualche lendine di pidocchi, quando poi nel campo imperversavano iltifo, la dissenteria, le cimici e i pidocchi! Ci fecero fare la docciacalda ma brevissima tanto che molte di noi uscirono con i capelliancora pieni di sapone e così rimasero tutto il giorno perché di acqua,fredda o calda che sia, neanche a parlarne. Poi, sempre nude, ci feceroattendere per delle ore, finalmente poi arrivarono i vestiti. Eranovecchie vesti usate passate all’autoclave senza lavarle, un paio dimutandoni a righine (almeno quelli erano nuovi!) e un capo dibiancheria che era a volte una sottoveste, a volte una camicia danotte, a volte una maglia (anche queste vecchie e usate). Infine unpaio di scarpe (sempre vecchie) o zoccoli.

Poi inun’altra baracca per la «timbratura», cioè il tatuaggio del numero e laconsegna dello stesso numero che dovevamo cucire sulla manica delvestito, assieme al triangolo, rosso per noi «politiche». Il tutto conbrevissime spiegazioni date in lingua tedesca o polacca (quando laspiegazione non era solamente uno spintone), se non capivi, dovevicomunque arrangiarti.

Durante le ore di attesa, alcuneprigioniere che erano già da tempo nel lager, riuscirono a parlarcibrevemente dalle finestre e a chiederci notizie della nostra città edella situazione in generale. Da loro apprendemmo, in quei rapidicolloqui, l’abc della sopravvivenza: imparare rapidamente il numero inlingua tedesca e polacca; obbedire rapidamente, per non essereviolentemente pestate, agli ordini; non bere assolutamente l’acqua delcampo perché non era potabile, cioè infetta; infine dell’esistenza deicrematori, del loro funzionamento, di cui era proibito parlarne:dovevamo fingere di non sapere niente.

(…)Incominciammo la giornata lavorativa subito. Ci portarono in una partedel Lager dove c’era una strada agli inizi di costruzione. Alle piùgiovani e alte affidarono delle mazze per rompere la pietra, le altredovevano spalare il terreno e portare le pietre da rompere. La kapò checi prese in consegna era una tedesca e dal triangolo rosso capimmo cheera una prigioniera politica. E da lei ci sentimmo sempre gridare forsedegli insulti ma non bastonò mai nessuna di noi, cosa che fece inveceuna sua aiutante, con particolare accanimento, ma lei non intervenivamai in questi casi. Dico questo per far capire che chi volevasopravvivere là dentro doveva indurirsi l’animo e non intervenire maiin favore dei prigionieri. Eppure Monika (così si chiamava) avevamantenuto quel tanto di umanità per sfogarsi urlandoci parolacce (forselo faceva per farsi sentire dagli altri kapò che era cattiva?) ma avevacura che le prigioniere del suo «komando» ricevessero il «Zulage» cioèun supplemento settimanale di cibo per il lavoro pesante che consistevain un pezzo di pane e salame al giovedì.

A mezzogiornodistribuivano il pranzo che consisteva in una ciotola di zuppa e dopomezz’ora si tornava al lavoro. Per i primi giorni, dovemmo sorbirlasenza posate. Dopo sapemmo che bisognava «organizzarci». Ecco untermine usato molto là dentro: quello che non avevi dovevi«organizzarlo», che poteva dire comprarlo con il tuo pranzo o con unpezzo di pane, oppure, se riuscivi potevi anche rubarlo, perciò quandoriuscivi ad averlo, te lo portavi addosso, ben legato anche a dormire.E legata alla cintura dovevi tenere la tua ciotola, altrimenti addio tèal mattino e zuppa a mezzogiorno! Nel Lager c’era di tutto, dovevicomprarlo: sapone, potevi avere un vestito migliore, pettine.Spazzolino da denti era troppo lussuoso. Potevi compare forbicine,aghi, fazzoletti ed un sacco di altre cose, ma allora saresti morta difame, oppure bisognava cercare di rubare.

Comunquetornando alla giornata in Lager, alle cinque di sera si finiva illavoro e poi in fila alla baracca per l’ulteriore appello, quasi semprepiù lungo del mattino. Era esasperante, affrante com’eravamo daldurissimo lavoro della giornata ed affamate, dover stare qualche oraferme sull’attenti e guai a parlare, altrimenti schiaffoni e calci.Finalmente anche questo finiva e poi c’era la cena: un pane (quellaspecie di mattone tedesco) e circa 20 grammi di margarina o di salame.Il pane era diviso in quattro parti (più avanti il pane sarà per sei everso la fine, per otto).

Alla sera si riusciva adavere qualche momento libero. Si andava nelle altre baracche a cercarequalche connazionale, si cercava di lavarsi un po’ con quell’acquacolor ruggine, dato che al mattino bisognava far presto per l’appello.La domenica pomeriggio era di riposo, se non venivano a beccarti perqualche lavoro extra che naturalmente non potevi rifiutare di fare.

Hoavuto la sventura di conoscere il «Revier» o infermeria. Vi sono stataaccompagnata perché febbricitante (avevo 40°). C’era una specie diaccettazione e dentro c’era – fra le altre – una dottoressa polacca cheparlava italiano. Mi chiese se conoscevo il motivo della febbre, seprovenivo da zone malariche, se avevo diarrea ed alle mie rispostenegative optò per una febbre di tipo reumatico (la più probabile, datoche Auschwitz era stata costruita in una zona paludosa e quandopioveva, non era un modo di dire lo sprofondare nel fango fino alleginocchia). Per il momento non c’era posto, ma aspettai poco perchéappena morta una ricoverata mi dissero di occupare quel letto(ovviamente senza cambiare materasso e di lenzuola neanche parlarne).Riuscii almeno a girare il materasso, mi diedero una polverina (unantipiretico?) e lì fui lasciata fino all’indomani. Quando vennero leinfermiere per misurarmi la febbre approfittai di un loro momento didistrazione, per vedere e, visto che avevo 38°, scossi il termometrofino a 36°. Dissi che ero sfebbrata e che potevo tornare al lavoro. Eroterrorizzata all’idea di trascorrere ancora una notte inquell’allucinante girone infernale, tra urla e lamenti, che avevanopoco di umano, ormai. E poi avevo paura di rimanere perché avevosentito che spesso e volentieri lì dentro si effettuavano variesperimenti. (…) Ben presto dovemmo abituarci a tutto e cercaresolamente di sopravvivere. Da parte mia continuavo ad avere quellasensazione che non ero io a subire quella vita e mi continuavo a vederedall’esterno. Difatti non soffrivo, né inorridivo di quello che mano amano venivo a vedere e a sapere, l’orrore è venuto dopo, quando ormaiero a casa.

Ricordo che un giorno fui prelevata perandare a trainare la botte che trasportava le fognature del «Revier».Bisognava andare a vuotarla sopra i letamai, sistemati lontano dalcampo. Là vidi un gruppo di prigionieri che doveva spargere il letamesopra quello che avevamo portato. Dal numero sul vestito capii cheerano ebrei italiani. Anche se ormai la loro età era indefinibile, sicapiva ancora che erano giovani ed io, fingendo di raccattare illetame, mi avvicinai e chiesi stando bassa a quello che mi era piùvicino se erano italiani e da quanto tempo erano là. Lui alzò la testae guardò dalla mia parte, ma non me, il suo sguardo andò oltre e non mirispose. Dio, quella faccia! Era ormai in fase terminale e dopo, quandoci allontanammo, mi voltai e vidi che li stavano bastonando e lorocontinuavano a muoversi come spinti da forza d’inerzia e non sentivanopiù neanche le bastonate. Non fui più destinata a quel lavoro, ma sonocerta che se fossi tornata dopo pochi giorni, avrei trovato degli altrisu quel letamaio.

Poi le infami selezioni. Mettevanoin fila quelle da esaminare ed il medico (non sempre era un dottore, avolte anche un semplice SS) con un cenno le ridistribuiva in due fileed era chiaro quale era la fila da eliminare! Le donne destinate aquelle file non si davano a smaniare o a disperarsi. Quasi tutte viandavano come inebetite, in silenzio e quel silenzio era più tremendodi qualunque pianto. Gli aguzzini avevano raggiunto il loro scopo: erabestiame da macello, vi andava senza protestare.

Talvoltaalla sera c’era il «Lagersperrer» cioè l’ordine di ritiro nellebaracche. Lo facevano quando avevano da eliminare le occupanti di unaintera baracca e noi non dovevamo vedere quelle donne attraversare ilcampo ed uscire dalla parte dei crematori. Alla notte avevi ilriverbero sulle finestre delle enormi fiammate che si sprigionavano daicamini. Così fu eliminato un intero campo di zingari. In una nottefurono uccisi centinaia di nomadi. Di questi si parla pochissimo e ciòmi indigna, c’è del razzismo nel fatto di ignorare che anche questepopolazioni sono state perseguitate e che fanno parte dell’olocausto.

(…)Dopo poche settimane del nostro arrivo cominciò a farsi sentire in modocronico la fame fino al punto che eri già disposta a prenderti qualchebastonatura per arrivare a ripulire i mastelli della zuppa. C’erano giài segni di indebolimento in quelle compagne che erano meno forti;cercavamo di sostenerci, infondendoci la certezza che ormai i tedeschierano prossimi a cedere e che tutto sarebbe finito ben presto, ciesortavamo perciò a tener duro ancora per poco, altrimenti c’era ilpericolo di ridursi a larve come ne vedevamo in giro: non avevano unetto di carne addosso, camminavano lentamente e parlavano con unavocina appena udibile, con le gambe rigate dai loro escrementi cheormai non potevano trattenere.

Forse mi ripeterò, maanche qui quando nell’autunno corse la voce che ci avrebbero trasferitein un altro campo, ne fui contenta: peggio di così era impossibile!Purtroppo non tutte partirono con noi e di loro non ebbi più notizie.

Peril viaggio ci distribuirono i vestiti a zebra, ben puliti e caldi(c’era rischio che per strada qualcuno ci vedesse) che ci feceroregolarmente restituire all’arrivo a Rawensbruck. Da qualcheindiscrezione sapemmo che stavano lentamente evacuando il campo diAuschwitz perché il fronte sovietico stava avanzando e questo ci reseanche ottimiste. Uscendo dalla stazione, mi voltai e vidi l’infameportone con la scritta «Arbeit mach frei». Bene, mi dissi, forse ora cela faremo.

ONDINA PETEANI

Ricordare l’esempio di RITA ROSANI E ONDINA PETEANI

TRIESTE 26 GENNAIO 2004

presso aula magna EX   IRFOP  scala cappuccini, 2

CONVEGNO :

“Due donne tra storia e memoria”

“RICORDARE L’ESEMPIO DI RITA ROSANI E ONDINA PETEANI”

Organizzazione:

CGIL –  Archivio Livio Saranz – Istituto di Storia del Movimento di Liberazione del Friuli Venezia Giulia

Conclusioni : Paolo Nerozzi Segreteria Nazionale CGIL

Ilnostro Convegno si colloca nell’ambito delle iniziative per la”giornata della memoria” che ricorre il 27 gennaio, anniversario dellaliberazione di Auschwitz. Una giornata che vuol ricordare le leggirazziali e le loro terribili conseguenze, con la Shoah, e cioè, come èstato detto, “il tentativo, sistematicamente attuato, di sterminare unintero popolo solo perché era quel popolo, dai bambini appena nati aivecchi”.

Uno sterminio che avvenne dopo anni dipropaganda antisemita, in Italia prima che in Germania, dopol’emarginazione e la persecuzione degli ebrei e di quanti ad essi eranoassimilati dall’ideologia nazista, e che si svolse in un clima disostanziale indifferenza nel nostro Paese come nelle altre nazionieuropee. Ciò ci deve aiutare a capire le angosce e le difficoltàodierne della comunità ebraica, proprio perché la memoria non è soloquella della persecuzione e dello sterminio, ma anche della solitudinee dell’indifferenza di allora. E oggi assistiamo al manifestarsi diun  revisionismo che tende a ridimensionare, e talvolta a negare,la Shoah.

Questo va ricordato per mettere in guardiacontro ogni rigurgito antisemita che talvolta trae spunto dalledrammatiche vicende del Medio Oriente, sulle quali la Cgil ha da tempopreso in maniera non equivoca posizione. Ma attenzione: i due discorsivanno tenuti distinti se si vuole che la dura critica che facciamo allapolitica dell’attuale Governo di Israele abbia efficacia e consensoanche tra chi, dentro e fuori Israele, non si riconosce nella politicadi Sharon.

Questa giornata ricorda anche tutte levittime della persecuzione politica e razziale, gli oppositoriantifascisti, i partigiani deportati e assassinati, i civili razziati eridotti in schiavitù, gli zingari e gli omosessuali portati alla morte,i militari prigionieri costretti nei lager e ai lavori forzati per averrifiutato di aderire alla Repubblica di Salò e di collaborare con inazisti.

E’il caso di Ondina Peteani, che tanti di noi ricordano bene.

ATrieste il giorno della memoria assume, con la Risiera, un aspettoterribilmente concreto. Essa rappresentò infatti l’unico campo inItalia che vide esecuzioni di massa: tra le 4 e le 5000 persone, donnee uomini. Partigiani e ostaggi, italiani, sloveni, croati, ebrei, per iquali la Risiera fu anche spesso campo di transito verso Auschwitz,soprattutto.

E ci ricorda che nella Venezia Giulia vi ful’occupazione nazista: queste terre diventarono l’”AdriatischesKustenland”, una regione della Germania nazista, e la città, da sempreincrocio di etnie, culture, religioni, fu divisa e si divise e portòquelle divisioni nel dopoguerra, attraverso altre, drammatiche vicende.

Memoriae storia hanno bisogno l’una dell’altra, come l’una e l’altracostituiscono il presupposto insostituibile per la crescita civiledella collettività.

La memoria tende ad unire passato epresente non sommando, ma collegando e sintetizzando le vicendeindividuali. La Storia, pur partendo dalle domande del presente, siassume il compito di interpretare, attraverso la chiarezzadell’impostazione e il rigore del metodo, le vicende del passato etende, proprio per questo, a distinguerlo dal presente. Anna RossiDoria, in un suo bel volumetto su questi temi, ha scritto che “lamemoria rifiuta la morte e la storia la accetta”.

Ilrapporto tra presente e passato evocato dalla memoria ha poi un dupliceversante: quello dell’identità e quello della responsabilità.

Ilprimo, rafforzatosi in questi ultimi anni, corrisponde certo al crollodelle ideologie, al fatto che la nostra società appare sempre piùorfana di progetti collettivi, sempre più bloccata sul presente ascapito di una dimensione prospettica che dal passato tragga idee eragioni per operare nel presente e per costruire il futuro. Si trattadi un esito inevitabile, che copre un vuoto oggettivo.

Tuttaviavi è in esso il rischio di presentare un passato appiattito, dagliangoli smussati, nel quale prevale la ricerca, spesso del tuttoartificiale, di quei “pezzi” che servono, qui e oggi a qualche politicoe a qualche forza politica. Con la possibilità di esiti perversi chepossono contrapporre le identità le une alle altre, aprendo la porta afondamentalismi e a localismi, e quindi a una logica di separatezza edincomunicabilità che rifiuta ogni confronto con la Storia.

Ilsecondo versante è quello della responsabilità che cerca invece unrapporto con essa, facendosi carico anche degli errori, degli orrori,delle ambiguità. E’ a quest’ultimo che la Cgil fa riferimento,rifiutando quella che Enzo Collotti ha chiamato “voluttà di azzeramentodella storia”, propria della cultura prevalente nel Centro Destra, comeoggi si presenta.

Quella cultura, attraverso untentativo di rescissione dei legami col passato, vuole imporre nuoviparadigmi, per presentarsi come portatrice di un modo di pensare e farepolitica presentato come “moderno”, che implica un presente quanto piùpossibile svincolato da riferimenti ideali.

La Giuntacomunale ha assunto un’ iniziativa simbolica  che rientra neltentativo di chiudere frettolosamente ogni rilettura critica dellaStoria, accomunando nello stesso giudizio semplificato e liquidatoriofenomeni storici che ebbero origini, sviluppi ed esiti molto diversi.Lo ha fatto decidendo di costruire, in piazza Goldoni, un monumento chericordi le vittime di tutti i totalitarismi.

Naturalmente, è fuori discussione il sentimento di pietà per i morti.

Maoccorre saper operare distinzioni fondamentali: il nazismo mise incampo gli orrori sopra ricordati nell’ambito di un’ideologia aberrantedi superiorità della razza. Un’ideologia che si tradusse in un modellodi società chiusa e organizzata gerarchicamente, in un’idea radicata didisuguaglianza, nel culto della forza e della guerra. Di questeconcezioni il fascismo fu complice convinto e consapevole.

Ricordain un articolo di un anno fa Claudio Magris, rilevando che ilpresupposto di questo riconoscimento era l’inequivocabile condanna delfascismo. In quello stesso articolo, Magris fece un esempio personale,ricordando con affetto un “carissimo cugino” morto a 18 anni nelle filedella repubblica di Salò, ma mettendo in luce, allo stesso tempo, comel’emozione del ricordo non potesse obliterare il carattere “disastroso”di quelle scelta, “perché se la causa per la quale è morto avessevinto, il mondo sarebbe diventato una Auschwitz”.

Non dimenticare, dunque.

Nondimenticare che furono nazismo e fascismo che con la loro ideologiabasata sull’annullamento della persona umana e sulla superiorità dellarazza, portarono agli orrori della seconda guerra mondiale.

Proprioper questo non può esservi una memoria condivisa, né vi sonoconciliazioni da fare sul passato. Si tratta di operazioni ambigue edequivoche. Non è in questo modo che si crea un tessuto comune di valori.

Untessuto che non può che essere fondato su regole condivise, capaci dideclinare concretamente, nelle scelte politiche, i principi per i qualiRita Rosani e Ondina Peteani si sono battute e che stanno alla basedella nostra Costituzione: libertà, solidarietà, diritti delle persone,uguaglianza di fronte alla legge.

Ma proprio su questopunto la maggioranza che ci governa si è mossa in direzione opposta,consentendo il riattizzarsi, in queste terre, di contrapposizioni chehanno come contenuto i diritti delle minoranze.

Unaclasse dirigente che si adopera per convincere il Paese che “altre sonole cose che interessano alla gente” e che è indifferente ai valorirepubblicani, insensibile al ruolo della memoria come responsabilità ealla consapevolezza critica della propria storia come valore fondantedel vivere civile. Che ritiene questi discorsi vuoti se rapportati allaconcretezza del potere, del denaro, degli affari. Che inquesti giornista mettendo in discussione principi fondamentali della Costituzionesull’ordinamento della giustizia e sull’assetto istituzionale delPaese, facendo dell’unità del Paese e dell’equilibrio dei poteri mercedi scambio.

Di fronte al dilagare di queste concezioni edi questi tentativi di portare a una dittatura della maggioranza, nellaquale l’unico principio fondante è la legittimazione del voto, èindispensabile reintrodurre nella politica un’etica ispirata alladifesa dei principi e dei valori della Costituzione e di coerenza traenunciazioni e comportamenti.

E’ anche questo che ci hanno insegnato, con il loro esempio, Rita Rosani e Ondina Peteani.

http://www.geocities.com/ondinapeteani/foto.html
http://www.geocities.com/ottantesimo/ondinapeteani.html http://www.geocities.com/ondinapeteani/ONDINA-PETEANI.html
http://www.geocities.com/ondinapeteani/parte2.html
http://www.geocities.com/ondinapeteani/parte3.html
http://www.geocities.com/ondinapeteani/parte4.html
http://www.geocities.com/ondinapeteani/parte5.html
http://www.geocities.com/ondinapeteani/parte6.html

http://www.geocities.com/ondinapeteani/parte7.html

http://www.geocities.com/ondinapeteani/parte8.html
________________________________________________________________________
http://www.olokaustos.org
http://www.deportati.it
http://www.anpi.it
http://www.romacivica.net/anpiroma/biografieitalia/biografieitp.htm
http://www.trieste.cgil.it/Iniziative/agenda-008.htm
http://www.atuttascuola.it/materiale/donna.htm
http://www.atuttascuola.it/materiale/storia/ondina_peteani.htm
http://www.officine.it/scuola/smdibiasio/ondina_peteani.htm
http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_6735.html
http://www.arabafelice.it/dominae/scheda.php?id=1092411247
http://www.homoweb.it/zapping_internet.htm
http://www.alpcub.com/04gen/27_gen04.htm
http://www.url.it/donnestoria/incontri/onpeteani.htm
http://www.edoneo.org
http://www.newsitaliapress.it/interna.asp?sez=266&info=95352
http://213.92.103.195/NIP_Portoghese/interna.asp?sez=879&info=95434
http://www.mediasan.it/engine.pl?
action=cat&name=Scienze%25spa%25Sociali%25pip%25Storia
http://smart.tin.it/rancinis/Ondina.html
http://www.ildialogo.org/storia/
http://www.libreriadelledonne.it/Site%20Amiche/sadoc.htm
http://www.comunistialtofriuli.it/Resistenza/resistenzaindex.htm
http://www.orizzontescuola.it/index.php
http://www.trieste.cgil.it/News/news-0034.htm
http://www.alice.it/review/data/04/rs040127.htm
http://www.provincia.siracusa.it/delta8settembre.htm
http://www.deltanews.it/archivio/settembre2004.htm
http://www.cuneo.net/istituto-resistenza/link.htm
http://www.rifondazione.it/firenze/link1.html
http://www.mclink.it/com/itnet/pdonna/pdonna157/pdonna.htm
http://www.manidistrega.com/tx/consigli_parliamodi.asp?id=136
http://www.comunistialtofriuli.it/Resistenza/resistenzaindex.htm
http://www.orizzontescuola.it/index.php
http://www.trieste.cgil.it/News/news-0034.htm
http://www.alice.it/review/data/04/rs040127.htm
http://www.trieste.cgil.it/Documenti/Convegno%20due%20donne.htm
http://www.dsmilano.it/html/att2004/index4_09.htm
http://www.liceolabriolanapoli.it/

Email: ondinapeteani@yahoo.it
< ——————————————————————————————————————->
shares