ONDINA PETEANI -parte 3-

Condividi questo articolo!

< ——————————————————————————————————————->
Relazione della Prof.ssa Anna

Digianantonio alla Conferenza del 26 gennaio 2004 svoltasi a Trieste.

Nel l’occhio del ciclone.

Squarcisulla vita di Ondina Peteani, prima staffetta partigianad’Italia,  a cura della professoressa Anna DiGianantoniodell’Istituto di Storia del Movimento di Liberazione del Friuli VeneziaGiulia.

Prima di iniziare questa breve relazionesulla figura di Ondina Peteani, vorrei ricordare che  l’interesseda parte mia per questa donna è stato sollecitato fortementedall’incontro con suo figlio Gianni Peteani che mi ha messo adisposizione con grande generosità il materiale che aveva raccolto susua madre, i suoi teneri ricordi e le testimonianze che ha raccoltodopo la morte di Ondina, talvolta da solo, talvolta con me.

E’ necessario quindi ringraziare per la disponibilità a trasmetterci un ricordo:

Presidente  DS Trieste Claudio Tonel, Dottoressa Fulvia Bertoli,Onorevole Presidente Ministro Willer Bordon, Maestro d’Arte SergioAltieri,  Presidente del Partito dei Comunisti Italiani ArmandoCossutta, Antonio Devescovi,  Segretario Regionale RiccardoDevescovi, dr.Grazia Romagnoli, Comandante di Distaccamento RiccardoGiaccuzzo, assistente Tamara Polic, Rodolfo Flego, Onorevole sottosegretario Antonino Cuffaro, Edi Roici, June Cattonar, PierinaChinchio, Prof.Davide Nicolini,  Segretario Confederale RenatoKneipp,  Direttore Adriano Turco, Tiziana Ravalico, LetiziaZentilomo, dr. Ester Pacor, Rino Musto, Anna Baucer, Nerina Ursini,Marina Naveri, Alessandro Muggia, Serena Di Stefano,  ConsiglieraRegionale Bruna Zorzini Spetic.

Voglio ringraziare anche OscarFelluga che nel suo lavoro su Vincenzo Marcon “Davilla” fornisce molteinformazioni anche su Ondina Peteani.

Tutte queste persone, didiverse età, stato sociale e vicende personali, l’hanno incontrata egià questo mette in evidenza le molteplici attività e l’ampia rete direlazioni che aveva saputo intessere nell’arco della sua esistenza.Voglio sottolineare l’importanza di queste testimonianze: come affermaRiccardo Giaccuzzo durante la resistenza e la lotta antifascista non sifacevano ovviamente dei verbali, ma  – aggiungo  io – anchenella vita quotidiana non tutto viene registrato: e dunque  iracconti, i ricordi, le testimonianze sono fondamentali per ridarecorpo alla vita delle persone.

Proprio questa molteplicità diinteressi e di attività rendono impossibile in un tempo limitatoricostruire nel dettaglio la vita di Ondina. Dunque mi soffermerò solosu alcuni aspetti della sua esistenza.

Vorrei iniziare questa riflessione parlando della morte di Ondina  che è avvenuta il 3 gennaio 2003.

Gianniricorda che pesava allora  poco più di 40 chili per un metro esettanta di altezza. Era più o meno lo stesso peso di quando era uscitadal campo di concentramento di Ravensbruck, da dove era arrivataproveniente da Auschwitz.

Sembra un dettaglio da poco, ma invecenon è indifferente osservare che a livello fisico, nel corpo e nellamente, Ondina portava incancellabili i segni della sua detenzione e li riproponeva sempre uguali a più di cinquant’anni daquell’esperienza.

Era come se i ricordi terribili, dai qualiaveva cercato di fuggire per tutta la vita, con minore o maggioreefficacia a seconda dei diversi  periodi della sua esistenza,l’avessero nuovamente afferrata e la tormentassero  ancora,fisicamente e psicologicamente.

Ondina  non amavaraccontare di sè e se lo faceva tendeva a sdrammatizzare il racconto.Antonio Devescovi dice che, dopo aver raccontato qualche episodio dellalotta partigiana o della sua detenzione nei lager,  Ondinacommentava quanto appena detto sospirando: Ah, poveri noi che abbiamotanto soffritto!”

Negli ultimi anni della sua vita il ricordodi Auschwitz la perseguitava  al punto da sfogarsi con persone alei meno vicine, alle quali diceva che  si sentiva molto stanca eche i ricordi della detenzione la tormentavano.

Non raccontiamoqueste cose per commuovere ma per mettere in evidenza come il raccontodi Ondina non avesse nulla di salvifico e dimostrasse che da certeesperienze – come era stata quella del lager –  non era possibileuscire integri.

Ondina Peteani iniziò il suo impegno antifascista da giovanissima.

Nellatestimonianza  rilasciata nel 1989 agli studenti del Carducci,  Ondina Peteani ribadisce “en passant” come era nel suostile, il carattere di violenza assoluta ed annichilente checontraddistingue l’esperienza del lager e cerca di far capire aglistudenti che l’aspetto più terribile della  detenzione erastata  la spersonalizzazione, l’abbruttimento individuale e laperdita di dignità.

Ondina voleva  togliere ai suoiinterlocutori qualsiasi residuo di ottimismo e affermava  che nelcampo ” solo l’indifferenza, il cinismo e la cattiveria ti facevanovivere”, e spiegava che, in quella situazione, i momenti di solidarietàerano rarissimi.

Come eredità il lager le aveva lasciatodelle  calcificazioni polmonari dovute alla lunga permanenza pergli appelli fuori dai blok del campo, l’impossibilità di essere madre acausa dell’occlusione delle tube, l’anoressia, la depressione.

Aqueste malattie Ondina cercherà per tutta la vita di reagire in modo –si potrebbe dire – uguale e contrario allo stesso tempo:all’impossibilità di avere figli, contrapporrà  una professionecome quella di ostetrica  ed un’attenzione per i giovani che laporterà a circondare Gianni da coetanei con cui organizzare vacanze ecampeggi all’estero. Fonderà infatti il circolo Ho Chi Min e sicollegherà con l’esperienza dei Pionieri d’Italia, particolarmenteradicata in Emilia Romagna.

Alla depressione opporrà un’attivitàculturale, politica e civile che non conobbe soste. Persino alle feriteai polmoni reagirà con un’opposta e instancabile attività di fumatrice.

Sela detenzione nei lager segna il termine ad quem con il quale dovràfare i conti a partire dal suo ritorno a casa ad appena 20 anni , il 2luglio del 1945, la vita precedente alla detenzione deve far rifletterecon grande attenzione sul prezzo pagato dalla generazione diOndina  alla politica del fascismo.

Nella testimonianzaresa a Marco Coslovich ne “I racconti dal lager”,  MargheritaZocchi Pratolongo esprime la consapevolezza che la sua sia stata una generazione con un compito particolare. Detenuta all’Ispettorato speciale di P.S. di via Bellosguardo e poi consegnata alle SS. Margherita non parlò, nonostante le torture che lefurono inflitte. Racconta che un giorno venne a trovarla il padre, unvecchio antifascista socialista e le disse:  “Così mi hai fregato?. Gli dico: “Papà mio, quello che non avete fatto voi socialisti,dobbiamo farlo noi comunisti. Una generazione bisogna che sisacrifichi”.

Riccardo Giaccuzzo porta degli elementi importanti per descrivere la formazione dei giovani antifascisti cui apparteneva.

Lamaggior parte di noi non aveva nessuna cultura politica perché non cela insegnavano certo nelle scuole rurali che avevamo frequentato; inquegli anni poi era pericoloso interessarsi di politica; avevamo vaghisentimenti patriottici ed antifascisti, ma un forte senso di ribellionealle ingiustizie ed ai soprusi.

E in effetti si tratta di unagenerazione che venne scaraventata nella politica, spesso senza unapreparazione, che dovette affrontare la tremenda repressione fascista epoi nazista in questi territori e che talvolta cedette, parlò, nonresistette alle torture, una generazione che dovette scegliere, nelgiro di qualche mese,  rapidamente da che parte stare e lo dovettefare in una situazione estrema, in una guerra che accentuava la suaferocia contro i partigiani e le popolazioni civili.

Nondobbiamo dunque dimenticare che i combattenti erano ragazzi, eranogiovanissimi che dovettero affrontare prove non solo fisiche, ma anchemorali senz’altro superiori alle loro forze, mossi non certo da unprogetto politico complessivo, ma dalla ribellione e dal senso diingiustizia.

Ondina Peteani iniziò il suo impegno antifascista da giovanissima.

Laprecocità  della sua militanza è spiegabile solamente comprendendo il contesto in cui visse. Nata il 26 aprile del 1925 a Trieste, trascorse la sua giovinezza a Ronchi, dove la sua vita siintrecciò con quella di una delle famiglie più note dell’antifascismo,non solo locale, che fu la famiglia Fontanot.

Nerina Fontanot,figlia di Gisella, unica sopravvissuta del ramo francese della famigliache vide i suoi due fratelli ed un cugino morire ed essere celebraticome eroi della resistenza in Francia, ha raccolto per anni le memoriedella sua famiglia. Nel racconto delle donne di casa emerge ilradicamento e l’intensità del sentimento antifascista che animavaquella generazione e che fu proprio anche di Ondina Peteani.

Dairacconti dei Fontanot emerge con forza l’importanza della comunità dipaese nella formazione dello spirito antifascista e l’essenzialitàdelle reti di amicizia e di parentela che potevano supportare ilrischio dell’impegno politico e della detenzione di alcuni membri, macompare, con altrettanta evidenza,  l’importanza per la loroformazione dell’esperienza dell’emigrazione e degli spostamenti nonsolo in Europa:  da Vienna , alla Bulgaria, all’Africa, agli StatiUniti, alla Francia, a contatto con diverse esperienze politiche esituazioni sociali.

Non va inoltre dimenticato il ruolo chegiocò la grande fabbrica, il Cantiere Navale, nell’apprendistatopolitico di una nuova generazione di antifascisti, che spesso siformavano alla scuola dei “mistri”, i capi operai che, con il mestiere,trasmettevano ai ragazzi  anche i primi rudimenti di unaformazione politica.

Nella  casa dei Fontanot di Ronchi,quando Vinicio tornò con la sua famiglia dalla Bulgaria nel 1935,vivevano ben 18 persone tra consanguinei e parenti acquisiti grazie aimatrimoni, persone tutte attive e note nell’ambiente antifascistatriestino e monfalconese.

Attraverso le parole di queiprotagonisti possiamo ricostruire con precisione il clima el’attività  politica di quegli anni, in particolare l’inizioprecoce dei collegamenti con il movimento sloveno, rafforzatosi nel1941 a causa della condanna a morte di Tomasic e per l’invasione dellaJugoslavia. Così racconta Velia Fontanot, nipote di Vinicio.

“Devodire che il lavoro clandestino dei miei zii è cominciato prima del ‘43.Non solo il lavoro politico – che sempre erano stati antifascisti – maanche il lavoro militare. Mi ricordo, anche se allora ero unaragazzina, quando sono arrivate le armi, dei mitra, e le hanno nascostein casa, in via 24 Maggio, a Ronchi. Mio nonno ci aveva portati a noibambini in giardino, per impedirci di vedere. Lui camminava efischiettava, cercando di distrarci, ma noi vedevamo lo stesso la genteche passava con della roba in mano. Quando sono andati tutti via noiragazzi siamo scesi e abbiamo visto che in cantina avevano spostatoalcune vasche per lavare e avevano scavato sotto dei buchi. Lì avevanonascosto le armi, poi avevano rimesso le vasche al loro posto.”

Nelmonfalconese i rapporti con il movimento partigiano sloveno furonointensi, data anche la condizione di isolamento in cui si trovò lacittà, che aveva perso i contatti con Trieste e con il resto d’Italia acausa della repressione e dei numerosi arresti.

La storia deicomunisti nella nostra regione è  molto diversificata. Nellacosiddetta “bisiacheria” a partire dal settembre  – ottobre del1944 i comunisti aderirono pienamente alle indicazioni politichedell’OF e del PCS.

In questo clima politico Ondina Peteani,anch’ella giovane lavoratrice del Cantiere,  maturò il suo impegnoantifascista. A 17 anni  viveva con spavalderia e un po’ diincoscienza la militanza di quegli anni. Nina Manià Fontanot ricordache con Ondina era andata a Padova a recuperare un ciclostile moltopesante che doveva servire alla tipografia clandestina che i Fontanotvolevano installare nella loro abitazione  per la pubblicazionedel giornale  “La scintilla”.

Uscita dal carcere il 10settembre 1943 Ondina partecipò alla battaglia di Gorizia e Ondina fuuna delle pochissime donne di quella straordinaria impresa.

DiceNina: “Facevamo le stupide, andavamo in giro a dare i volantini dinascosto, li mettevamo nelle mani delle statue della Madonna chec’erano per strada. Portavamo carta e armi da Padova e ci facevamoaiutare dai fascisti a sistemare i pacchi sulla retina del treno.Eravamo sfacciate, eravamo ragazze! Avevamo armi nei cappotti,addirittura io avevo  una pistoletta nel capelli, nascosta in una acconciatura particolarmente voluminosa. Quanto entusiasmo!”

Ilracconto di Nina  vuole mettere in evidenza  la spavalderia el’imprudenza di ragazzine, che, neppure in quelle circostanze, volevanoperdere il gusto di ridere e di divertirsi.

Ondina fu staffettadi Mario Karis, combattente nelle formazioni partigiane slovene e poicomandante del Distaccamento Garibaldi, e con lui scampò in manierafortunosa e rocambolesca all’irruzione dei Carabinieri nella casa doveerano nascosti e dove invece vennero catturati  i partigianiFiori, Pezza e Dettori. Si tratta di vicende ancora non chiaritedefinitivamente, di contrasti tra  Karis e Davilla, di sospettiche divisero i comunisti a proposito dell’ondata di arresti tra la finedi dicembre ‘43 e il ‘44 e che si inserivano in un quadro direpressione feroce del movimento partigiano. Le perquisizioni,l’eliminazione fisica, la tortura sotto la quale molti parlarono, fannoda sfondo alla vita rischiosa di questa ragazzina , che , scampata perun pelo alla sparatoria in cui perse la vita Alma Vivoda e rimaseferita Pierina Chinchio, venne infine arrestata una prima volta aiprimi di luglio del 1943 a Ronchi, insieme a numerosi membri dellafamiglia Fontanot.

Così Ribella Fontanot ricorda quell’arresto

“Pochigiorni prima che venissero ad arrestarci, avevamo fatto il lancio deimanifestini a Vermegliano e a Ronchi, io, la zia Nina, mia cugina Vilmae Ondina Peteani Questo lancio durò tutta la notte. Ci hanno arrestatoin casa il 3 luglio, di mattina. Eravamo tutti a letto, spogliati. Nonci hanno dato neanche il tempo per vestirci. Mi sono infilata un trenchper uscire. Ci hanno portati a Monfalcone dove siamo rimasti diverseore. Ma non c’eravamo soltanto noi. Hanno portato via tre corriere diarrestati, tutta Vermegliano!”

Accanto alla paura delladetenzione e della tortura, un altro dramma coinvolse Ondina. Dellaspiata che portò in carcere tutta Vermegliano, venne accusata propriolei. Fu sua madre che rivelò ad un gruppo della GAP venuto a casasua  per conoscere i fatti che a fare la spia era stata l’altrafiglia, Santina, che aveva una relazione con un’SS. Santina venneeliminata, e questa tragedia famigliare che aveva spinto una madre asacrificare una figlia per salvarne un’altra non venne mai dimenticata.

E’ questo un esempio dei drammi che questi giovani dovettero affrontare e che segnarono l’intera loro esistenza.

Uscitadal carcere il 10 settembre Ondina partecipò alla battaglia di Goriziae fu una delle pochissime donne di quella straordinaria impresa.

Fuattiva poi nel Battaglione Triestino con incarichi di collegamento edinformazione e venne incaricata di una delle imprese epiche della lottadi liberazione in quei territori che fu la cattura e l’uccisione diValter Gherlaschi, detto Blechi, il partigiano divenuto spia deitedeschi , che fece arrestare decine e decine di antifascisti, girandoper i paesi, aspettando l’uscita degli operai dal Cantiere  eindicando gli oppositori ai tedeschi.

Eliminarlo erafondamentale, ma nello stesso tempo estremamente  pericoloso perla protezione e gli appoggi di cui godeva la spia.

Ricorda Giaccuzzo

Ondinaera in gamba e per questo fu scelta per  far parte del gruppo chedoveva smascherare Blechi. Si trattava di cinque compagni che dovevanoessere persone sveglie, intelligenti e furbe,  che dovevanoindividuarlo ed eliminarlo. Non potevamo e non volevamo commettereerrori, col rischio di perdere l’appoggio della popolazione, che eragià terrorizzata dai continui arresti che la delazione di Blechi stavaprovocando. Ci sentivamo un po’ in colpa di aver affidato proprio alei, che era così giovane, una missione tanto pericolosa. Ma conattenzione  e spirito di osservazione, riuscì ad individuare laspia.

Blechi   venne ucciso da un gruppo partigiano il 2 febbraio del 1944.

Ma ormai Ondina era segnalata, ricercata, braccata e correva seri pericoli.

Cosìnel novembre del 1944, mentre si dava da fare per raccoglierevettovaglie , indumenti, medicine  per i partigiani, mancòall’appuntamento con Riccardo Giaccuzzo che ricorda così l’episodio.

“Quando il battaglione era stanziato a Temenizza, ogni sera si andava inpattuglia fino a Monfalcone per rifornirsi soprattutto di viveri,perché si era in pieno inverno e bisognava assolutamente distribuiredel cibo a quelli che erano in montagna e che già pativano moltistenti. Per questo erano necessarie persone conosciute, perché siandava nelle case, da alcuni bottegai e presso famiglie di cui sapevamodi poterci fidare e che si incaricavano di raccogliere vettovaglie,indumenti e generi vari per i partigiani. Di queste spedizioni facevanoparte oltre a me, con funzioni di comandante, anche la Ondina e altricompagni bene conosciuti nella zona. L’appuntamento per il ritorno erasempre al solito posto, sulla strada che da Selz porta a Doberdò. Unasera, alla metà di febbraio, dopo il solito giro, aspetto…ma Ondina nonarriva. Vengo a sapere in seguito che era stata circondata dai fascistiper la delazione dei suoi vicini di casa.

Fu dunque rinchiusanel carcere del Coroneo, a disposizione delle SS che avrebbero potutoutilizzarla come ostaggio per le rappresaglie che i tedeschi mettevanoin atto in risposta alle azioni di guerriglia partigiane.

Ricorda Ondina: “

Allafine di maggio ero nell’elenco di quelle che dovevano essere deportate.Non sembri strano se dico che ne fui contenta, ma durante la miadetenzione erano accaduti parecchi fatti preoccupanti: il peggiore erastato il prelievo di alcune detenute e la loro impiccagione perrappresaglia in via Ghega. Qualcuno già sapeva che qualcosa stavasuccedendo in Risiera. L’interprete mi disse “Vada via contenta, quistanno accadendo davvero cose molto brutte. Meglio via, lontano da qui,che in Risiera”.

Così Ondina partì per Auschwitz all’alba del 31maggio 1944, dal binario del silos, dove passavano le merci,relativamente tranquilla.

La fine della guerra e il ritorno allanormalità non ricondussero Ondina  alla pace. Nel dopoguerra siaprirono nuovi fronti di combattimento: uno fu quello della suaconvivenza, a partire dal 1958 con Gian Luigi Brusadin, bellunesegiornalista dell’Unità, amico di Tina Merlin, quasi architetto,instancabile operatore culturale e agente librario degli EditoriRiuniti. La loro unione si presentò problematica, in quanto Brusadinera stato in precedenza sposato. Sia per la legge, sia per la moralecomune, anche comunista, la convivenza inizialmente destò scandalo. Siincontrarono – come ricorda Gianni- nella stanza di Vittorio Vidalipresso la Federazione del PCI, lei in cerca di affittuari perl’appartamento che aveva preso insieme alla madre in viale XX Settembre11 a Trieste, lui in cerca di un’abitazione. Le due esigenze nonpotevano che incrociarsi, così come i loro destini che rimasero uniti,fino al 1987, anno in cui Brusadin, come tutti, a cominciare da Ondinalo chiamavano, morì ad appena 60 anni. Penso che quelli fossero annifelici per Ondina.

Lasciata la professione di ostetrica, si misea fare con il suo compagno l’operatrice culturale. In casa suad’altronde una stanza era affittata al pittore Sabino Coloni e benpresto l’ agenzia divenne un punto di incontro e di aggregazione per unfolto numero di persone, uomini e donne, intellettuali ed operaipoliticizzati, vecchi e giovani che ne fecero  un luogo di grandidiscussioni su politica, letteratura, arte, costume e – come ricordaJune  Cattonar – sull’educazione dei bambini.

Ero certissima che non poteva succedere niente di pericoloso. C’era Ondina.

A proposito di bambini la dottoressa Fulvia Bertoli ricorda:

“Un giorno Ondina mi chiamò per una visita medica a domicilio.

Ilpaziente era un piccolo cucciolo dai capelli rossi, sgambettante sultavolo. La trasformazione felice di Ondina nel presentarmi il suobambino mi colpì e compresi allora quanto profondamente essa avesseaspirato ad essere madre”

Proprio perché Gianni non crescessetroppo solo la madre iniziò ad occuparsi di educazione dei giovani,inventando un’alternativa al modo di organizzare la vita associativache avevano i raggruppamenti giovanili di ispirazione religiosa. DaPierabec a Medulin si potrebbe intitolare questa fase della vita diOndina Peteani che contrappose appunto alla tradizionale  vacanzaconfessionale  di Pierabec, quella laica e socialista  inJugoslavia,  e addirittura nella DDR.

Fu quello il periododella formazione del Circolo Ho Chi Min che organizzò i giovani ingite, campeggi, week end. Ondina con Brusadin, il cane Bielka e ilgruppo dei giovani pionieri trascorsero vacanze certamente serene , ma,immagino,  molto defatiganti, divertendosi e  – come ricordaRenato Kneipp -–”ragionando e discutendo sul modello di società chevolevamo contribuire a costruire, partendo proprio dai valori dellaResistenza, dall’amicizia con i ragazzi di tutto il mondo ed inparticolare con quelli di quei paesi che erano in lotta control’imperialismo neo colonialista, del resto in quegli anni la guerra delVietnam ci coinvolgeva in modo diretto.

Ricorda June Cattonar

“Soload una persona come Ondina avrei consegnato mio figlio di 9 anni per unviaggio nella DDR. Quando mi telefonò per propormi la cosa, non eroaffatto entusiasta. Era il 1969 e la DDR mi sembrava un grande buconero oltre cortina. L’anno prima c’era stata l’invasione dellaCecoslovacchia ed io ero già rosa dai dubbi e questa donna mi proponenon solo di portare un ragazzo di nove anni in giro per un mese, maoltretutto nella Germania dell’est! Mi disse che potevo staretranquilla, che tanto questa era la seconda volta che ci andava, chel’anno prima ci aveva già portato un gruppo. Beh, allora…eravamoveramente un po’ matti tutti. Ma io lo feci in piena fiducia. Erocertissima che non poteva succedere niente di pericoloso. Era tuttopacifico, perché c’era Ondina. Da quella vacanza ad Ondina venne lavoglia e l’idea di costituire l’Associazione Pionieri a Trieste. Neparlò con Vidali, che le promise tutto il suo appoggio”.

Unacosa va però ricordata. Non bisogna a mio avviso semplicisticamentepensare che all’ educazione religiosa i comunisti ne opponesserouna  apparentemente laica, ma in realtà semplicemente speculare aquella cattolica. Rino Musto ricorda che quella di Gianni fu unafamiglia profondamente diversa dalla sua, con minori gerarchie, conruoli paritari, dove ogni cosa veniva discussa, dove ognuno avevadiritti e doveri. Insomma un modo di vivere assieme realmente diversoda quello di molte famiglie di allora.

Il giovane storico SandroBellassai nel suo volume “La morale comunista” analizza il rapporto trasfera pubblica e sfera privata nella cultura politica del partito neglianni 50 e mette in evidenza il profondo ruolo  ideologico, moraleed educativo che ebbe il PCI in quegli anni. In quanto intellettualecollettivo in grado di guidare le masse, il PCI era chiamato adesercitare un’egemonia di tipo fortemente pedagogico e a questo scopova considerata la fondazione e le alterne fortune di un’Associazionecome quella dei Pionieri d’Italia  che, assieme ai Falchi Rossisocialisti e alle Rondinelle, emanazione dell’UDI,  reclutava ametà degli anni 50 circa 165.000 ragazzi e ragazze.

Non è questoil luogo per analizzare i contenuti e i principi di questa politicaverso l’infanzia che segnò sicuramente i giovani comunisti di allora,ma leggendo le testimonianze di Renato Kneipp, dei  fratelliDevescovi, di  Davide Nicolini, di Marina Naveri, dello stessoGianni Peteani,  dei giovani che vissero insieme quegli anni mipare che emerga una caratteristica simile : il senso forte di essereappartenuti ad una comunità con le sue peculiari caratteristiche, convalori, principi, idee ed obiettivi diversi da altre comunità. Dai lororacconti non traspare il peso di un’educazione fortemente ideologica edautoritaria. In realtà molti ricordano la libertà di cui godevano inquesti campeggi, la contentezza per poter recitare liberamente e perconoscere  e vivere in mezzo alla natura.

I loro ricordisono  pervasi da una forte nostalgia e da un’idea dicomunismo  che affonda le proprie radici negli affetti e nelleesperienze quotidiane. Mi pare che sia questo il senso dei ricordi diDavide Nicolini che dice:

I miei ricordi sui pioniericonfondono le immagini di viaggi e di campeggi con grigi pomeriggi invia Capitolina e stand alla festa dell’unità. Dei secondi due ho pochiricordi, dei pionieri ricordo il mio primo viaggio in Germaniaorientale. Dormivamo in case basse, in camerate. Fuori grandi prati.Non distante, l’alzabandiera, i canti con le trombe dei pionieri dellaDDR, le loro camice blu con le spille con i simboli ed i gradi. E poi ipionieri russi, con le camice bianche e il fazzoletto rosso. Guardatisempre, non so perché, con ammirazione e rispetto. Il primo giorno –questo lo ricordo bene – come pranzo di benvenuto ci servirono pasta ecacao. E poi settimane di patate e margarina. Di Berlino mi ricordo lestrade larghe, vuote ed assolate, e le infinite riunioni ed incontriufficiali, ci coccolavano. Eravamo forse gli unici occidentali? Ma ciguardavano anche in modo strano, troppe chitarre, troppi capellilunghi. Era un comunismo pulito, un po’ disadorno e al sapore dimargarina, quello che avevamo visto”.

Un comunismo che ha ilsignificato delle cose domestiche, del pane e margarina, delle amiciziee delle idee maturate nell’adolescenza, dei primi ragionamenti e delleprime passioni, che Ondina sorvegliava con attenzione e riservatezza,lasciando che, alla fine, molto liberamente, ciascuno seguisse lastrada che aveva scelto.

Contributo alla Conferenza di Claudio Riavec.

Ondina Peteani – Staffetta partigiana a 17 anni – La prima d’Italia.

Claudio Riavec

CGIL

Segretario Distretto di Muggia

Sindacato Provinciale Pensionati

Trieste

…non e` che sia facile intervenire … , io ho ascoltato moltoattentamente gli interventi di Silvia Bon e di Anna di Gianantonio,molto completi, molto belli, … toccanti.

Io dovrei ricordarequello che Ondina Peteani ha fatto nel Sindacato. Mi son fatto alcunenote, pero` prima vorrei esprimere alcune mie riflessioni che ho fattoqui, ascoltando questi interventi.

La prima: la Storia e` la Memoria scritta. – Quello che non rimane scritto … sparisce.

Per cui  la necessita` di -scrivere- la Storia, finche` esiste chi detiene la memoria.

Laseconda: la generazione che mi precede, che precede coloro che oggihanno sessant’anni, quelli che hanno fatto il’68, quelli che hannovissuto il movimento sindacale negli anni ’70 eccetera … quellagenerazione che ha attraversato la Guerra, che si e` impegnata nellaResistenza, ha saputo scrivere scrivere la Storia, difatti leRicercatrici che mi hanno preceduto hanno trovato delle testimonianzescritte per fortuna.

La nostra generazione non ha ancora srittola Storia. … E bisogna scriverla! Perche` stiamo diventando vecchi …Dobbiamo scrivere! Dobbiamo trovare il momento, la forza ed ifinanziamenti, mi spiace non ci sia Antonaz … (Assessore Regionaleall’Immigrazione) per riuscire in quest’impresa. La Storia dev’esserescritta dagli storici, non dai sindacalisti.

Ondina Peteani

–  Staffetta Partigiana a 17 anni  –  La prima d’Italia.

Nel 1945, a vent’anni e` gia` un “ex” … ex partigiana,

ex deportata.

E` sopravissuta ad Auschwitz,

e` sopravissuta a Ravensbruck, in seguito riesce a fuggire … !

Gia` questo … sarebbe sufficiente per scriverci un libro …

Gli anni che ha passato … e tutto quello che le puo` essere capitato …

…Poi rientra in Italia alla fine della Guerra ed inizia una vita …diciamo normale. Studia, si diploma, diventa ostetrica, inizia adoperare in qualita` di ostetrica alla clinica di via Farneto, mette sufamiglia, come qualsiasi persona, con il compagno Brusadin, il figlioGianni. Mi ricordo di un Cane. Mi ricordo.

Tempo libero. …come tutti quanti noi.

E qui comincia il bello …

Ho raccolto alcuni dati su questa fase. …

Iltempo libero, quella porzione temporale di cui noi tutti disponiamoquando abbiamo gia` espletato quotidianamente gli obblighi lavorativi.

Sul tempo libero di Ondina Peteani ci sarebbe da scrivere un altro libro!

: si dedica al suo partito, il grande Partito Comunista Italiano,  ed al suo interno e` attiva.

E` attiva nell’organizzazione dei partigiani e degli ex Deportati.

Assiemeal suo compagno Brusadin organizza la presenza degli Editori Riunitisul territorio, la diffusione della cultura di Sinistra, specialmenteper i giovani.

Organizza i ragazzi nei Pionieri, con colonie,con gite, con viaggi anche nei paesi Socialisti, facendosi affidare ibambini in viaggi molto difficili al tempo.

Ricordiamoci cheeravamo in piena “guerra fredda”, che esisteva ancora il Muro diBerlino, che la D.D.R. non era ancora riconosciuta dal Governo Italiano.

… giusto per capirci …!

Diventa dirigente provinciale dell’Unione Donne Italiane, … e ancora …

Si dedica con molta grinta alla battaglia di civilta` nel Referendum sul Divorzio.

Mette tutta se` stessa.

Nel 1976, 6  maggio, terremoto del friuli. 1000 morti.

Il 7 maggio parte per organizzare i soccorsi.

Allestisce la tendopoli di Majano.

Rientra a Trieste in Luglio.

Diviene Segretaria Provinciale del Sindacato dei Pensionati, e vi rimane per tre anni,

alla fine degli anni ’70,

partecipa alla costituzione del Sindacato Regionale SPI-CGIL, nel primo Congresso del 1979.

Lavora al Patronato INCA-CGIL, nella seconda meta` degli anni ’70, prima a Trieste,

poidal’ ’78 all’ ’86 a Muggia (per questo motivo, appertenendo io allacittadina, ho ricevuto l’odierno incarico) dove contribuisce anche allacostituzione della CGIL, e dove regge lo “sportello” INCA, e continua alavorare, a lavorare finche`, la malattia …

non la  costringere a dipendere dalla bombola di ossigeno.

Alcuneconsiderazioni personali. Io penso d’essere una delle persone menoindicate per officiare delle commemorazioni. Non fa parte del mio mododi essere. Quando mi e` stato chiesto di partecipare a questamanifestazione, ho pensato: tocca a me, visto che Ondina ha lavoratoper molto tempo a Muggia.
La sua vita per me` ha rappresentato unaserie di scoperte! Una dietro l’altra! Man mano che acquisivo notiziesu quello che ha fatto questa donna.
Un’altra comsiderazione: neglianni ’70 e ’80 non disponevamo del computer, non esistevano ancora, chilavorava allo sportello non disponeva di tutti I dati “on-line”.
Chilavorava alla CGIL,  specie al Patronato, con contatti quotidianicon gli iscritti, disponeva da un lato, di un maggior apporto umano difiducia personale con la sua gente, dall’altro una professionalita`molto diversa dall’attuale.
I moduli dovevano essere compilati manualmente, all’INPS bisognava andarci … , non si inviava un’ E-Mail … ecc., ecc., ecc.
Ma c’era il rapporto umano … con la nostra gente, che era molto diverso!
Ed anche la fiducia in queste persone doveva essere molto diversa.
Altro.
Iogiovane delegato della FIOM alla Grandi Motori nei primi ’70 … caricodi grande idealismo ed entusiasmo mi ritrovavo ed uso il singolare malo stesso valeva per tutta una generazione di nuovi iscritti edirigenti sindacali, mi ritrovavo dicevo, in grosse difficolta` quandoqualche lavoratore mi poneva domande concrete, mi chiedeva di risolvereproblemi concreti.
Ondina in questo era una sicurezza!
Le risposte che dava potevano esser prese per certe.

http://www.geocities.com/ondinapeteani/foto.html
http://www.geocities.com/ondinapeteani/parte1.html

http://www.geocities.com/ondinapeteani/parte2.html

http://www.geocities.com/ondinapeteani/parte3.html

http://www.geocities.com/ondinapeteani/parte4.html

http://www.geocities.com/ondinapeteani/parte5.html

http://www.geocities.com/ondinapeteani/parte6.html

http://www.geocities.com/ondinapeteani/parte7.html

http://www.geocities.com/ondinapeteani/parte8.html

http://www.lager.it/ondina_peteani.html
www.atuttascuola.it/ondina/
Email: ondinapeteani@yahoo.it
 
< ——————————————————————————————————————->
shares