ONDINA PETEANI -parte 6-

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Testointegrale della legge n. 211 del 20 luglio 2000 che istituisce per il27 gennaio di ogni anno il “Giorno della memoria”. 

Istituzionedel “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e dellepersecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politiciitaliani nei campi nazisti.

La Camera dei deputati e il Senato della Repubblica hanno approvato;

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

PROMULGA

la seguente legge

Art. 1

LaRepubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, datadell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, alfine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggirazziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italianiche hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloroche, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progettodi sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite eprotetti i perseguitati.

Art. 2

Inoccasione del “Giorno della memoria” di cui all’articolo 1, sonoorganizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni dinarrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuoledi ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e aideportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo daconservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico e oscuroperiodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché similieventi non possano mai più accadere.

Lapresente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nellaRaccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. Èfatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare comelegge dello Stato.

Data a Roma, addì 20 luglio 2000

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

CIAMPI

Presidente del Consiglio dei Ministri

AMATO

_________________________

Saluto del Ministro BORDON alla Conferenza triestina del gennaio 2004:

Roma, 26 gennaio 2004

Caro Gianni,

se la situazione politica nazionale, che tu ben conosci,

non mi blocasse a Roma, con le emergenze che incalzano

quotidianamente, questo pomeriggio avrei desiderato essere con

voi nella mia Trieste per onorare chi seppe in epoche assai

più dure e difficili non perdere mai di vista il vero

significato dell’amore per la libertà e per la giustizia

sociale.

      Avrei in particolare avuto piacere di ricordare Ondina,

la tua meravigliosa mamma, che, prima staffetta partigiana,

compì per intero un percorso di coraggio e di inaudita

sofferenza rovinando, come lei stessa diceva,

irrimediabilmente il suo fisico, chiudendo orizzonti che per

una giovane donna sarebbero stati naturali e che lei

sintetizzò nella drammatica frase:

“Non so cosa sia il sogno.

Dal ’44 so benissimo cosa sia l’incubo”.

      Ma per fortuna, perfino aldilà di quanto fosse

umanamente possibile, non fu così, se è vero come è vero che

lo stesso straordinario impegno di quella giovane staffetta

partigiana lo ritrovammo intatto  nel dopoguerra,

nella ricostruzione, nell’ impegno politico, nell’attività

divulgativa ed educativa che coniugò, e non casualmente, la

formazione dei giovanissimi con l’impegno verso la terza età.

Ondina libera e saggia, dinamica ed appassionata.

Presenza costante e continua della militanza sociale,

politica, civile e dell’antifascismo della nostra regione.

      Domani sarà la giornata della memoria ed è anche grazie

a persone come Lei, grazie alla Sua caparbia volontà di

ricordare e di far sapere, se questo giorno è  un intreccio

presente e forte che non può e non deve venire meno.

                  Willer Bordon

_________________________

Intervista a Liliana Segre.

L’obiettivodei nazisti era cancellare dal mondo gli ebrei, uomini o donne chefossero, e tutti, nell’indicibile orrore dello sterminio, seguirono lostesso percorso di fame, sfruttamento e morte. Tuttavia rifletteresulla peculiarità delle sofferenze e delle sopraffazioni patite dauomini e donne può aiutarci a superare il neutro della testimonianza ea comprendere le differenti traiettorie esistenziali di individuisegnati da una diversa educazione, da diversi ruoli sociali, da diversimodi di percepire e affrontare la separazione, l’umiliazione, laperdita. “Nel Lager ho sentito con molta forza il pudore violato, ildisprezzo dei nazisti maschi verso donne umiliate. Non credoassolutamente che gli uomini provassero la stessa cosa” dice LilianaSegre, deportata nel Lager femminile di Auschwitz-Birkenau all’età ditredici anni. “Qualunque delinquente comune aveva diritto di vita e dimorte su noi donne ebree, generatrici di un popolo odioso. E tuttavianoi di questo, allora, non eravamo consapevoli. Sapevamo lasopraffazione, la vergogna, la brutale umiliazione che ci spogliavadella nostra umanità, e con essa anche della nostra femminilità.”

Mi ha sempre colpito l’immagine usata da Primo Levi quando paragona le donne di Auschwitz a rane d’inverno.

Sì,il secondo passo del celebre comando con cui Primo Levi si rivolge ailettori di Se questo è un uomo: “Considerate se questa è una donna/senza capelli e senza nome/ Senza più forza di ricordare/ Vuoti gliocchi e freddo il grembo/ Come una rana d’inverno.” Una rana d’invernofa pensare a una bestiolina che rabbrividisce nuda.

Metterenudo un uomo davanti a un altro uomo è senz’altro una cosa umiliante eterribile. L’uno è vestito, magari in divisa, con le armi; l’altro ènudo, inerme, in stato di completa debolezza. Eppure mi pare che ladonna nuda davanti all’uomo armato sia sottoposta a un oltraggio ancoramaggiore. Ti insegnano a stare sempre composta, a vestire accollata, aprovare pudore del corpo. Poi, di colpo, nello stesso giorno in cui tistrappano ai tuoi familiari, nello stesso giorno in cui scendi da untreno della deportazione e arrivi in un posto che non conosci, che nonsai nemmeno collocare geograficamente su una cartina, ti ritrovi nudainsieme ad altre disgraziate che, come te, non capiscono niente diquello che sta succedendo. Non c’è nulla, lì attorno, che non facciapaura. Sei terrorizzata, e intanto i soldati passano sghignazzando,oppure si mettono in un angolo discosto a osservare la scena di questedonne che vengono rasate, tatuate, già umiliate, torturate per il solofatto di essere lì, nude.

vedevamo prigioniere scheletrite che dovevano tenere alto un masso per  ore

La spoliazione della femminilità, la rasatura, la perdita delle mestruazioni, sono state un percorso comune a tutte le donne.

Sì,ne abbiamo risentito tutte moltissimo. Io soffrivo parecchio per lemestruazioni e ricordo che uno dei primi pensieri arrivando lì dentroera stato: e quando arriveranno le mestruazioni come farò? Non c’èstato questo problema perché, vuoi per lo spavento, vuoi per l’assolutamancanza di cibo, vuoi perché nell’orribile zuppa mettevano, come sidiceva, del bismuto, a quasi nessuna vennero più le mestruazioni, manmano che il corpo perdeva le sue forme originali e si trasformava inuno scheletro di vecchia. D’un tratto, là dove c’era il seno non c’èpiù niente o, in certe donne, solo un po’ di pelle cascante. Le ossadelle anche ti bucano la pelle, premendo come spunzoni sul tavolacciodove sei costretta a dormire senza poterti voltare, incuneata nei corpidelle altre. Ti guardi le gambe e ti sembra impossibile che ti possanosorreggere. Hai la testa rasata, non hai uno specchio, non hai nulla.Sei una persona che non ha più nulla. Non possiedi altro che quei pochistracci che ti metti addosso. Ricordo che avevo una giacca con lafodera mezzo strappata, e quella fodera l’ho usata tutta per andare ingabinetto. Anche queste cose, giorno dopo giorno, vanno tutte a scapitodella tua femminilità, del tuo essere una donna che lotta per nonabbrutirsi completamente. Quando non hai un fazzoletto, come fai asoffiarti il naso? Erano tutti passaggi che portavano via un pezzo dite.

Come si poteva, in quelle condizioni, tentare di mantenere una sorta di integrità?

Tiracconto di quando mi hanno rasato i capelli. E’ una storia cheracconto molto raramente. Come si vede nell’unica fotografia che èrimasta di me a tredici anni, qualche mese prima dell’arresto, avevouna massa enorme di capelli neri, ricci, ribelli, proprio come miafiglia oggi. Quando sono stata deportata ad Auschwitz erano già duemesi che non potevo lavarmi la testa, però avevo un pettine e unaspazzola e cercavo di tenerli ravviati. Il giorno del nostro arrivo aBirkenau vedo le altre che venivano rasate, ed ero già pronta con latesta giù, rassegnata al fatto che anche i miei capelli sarebberocaduti lì, su quel pavimento. Passa una sorvegliante SS e dice allaprigioniera addetta alla rasatura di non tagliarmi i capelli, perchéerano così belli che sarebbe stato un peccato. Mi danno un fazzolettoda legarmi in testa. Di tutto il gruppetto sceso dal treno, in quelgelo di Birkenau, eravamo rimaste trenta ragazze non mandate a morte;tutte le altre rasate, e io con i miei capelli.

se il masso cadeva, allora raddoppiava il tempo.

Nonpiù un pettine, non più una spazzola, non più una doccia per tutto iltempo della quarantena. Avere i capelli era un segno distintivo. Tuttele kapò, tutte le prigioniere più anziane che evidentemente avevano deimeriti, tutte le politiche avevano i capelli; eravamo noi a non averli.Dopo quindici giorni mi scelgono per lavorare nella fabbrica Union, eintanto la testa mi prudeva sempre di più. Erano due o tre giorni cheandavo in fabbrica, e mi grattavo mentre ero al tavolo – mi avevanoappena insegnato che cosa dovevo fare con certi pezzi di munizioni -quando mi sento camminare qualcosa sulla faccia, proprio sulla guancia.Tocco, prendo in mano, è un pidocchio, quell’immondo insetto che è ilpidocchio e che io non avevo mai visto nella mia vita. La prigionieravicino a me – non era italiana, non so chi fosse – rapata, come havisto il pidocchio ha chiamato la kapò e questa mi ha fatto subitouscire, prendendomi il numero. Non sapevo che cosa mi sarebbe successo.La mattina dopo mi hanno mandato in una baracca che si chiamava laSauna, dove mi hanno rapato a zero. La mia testa completamente glabraera tremenda solo da toccare. Sono stata lì tutto il giorno. Non so seposso dire che sia stato il giorno più brutto della mia vita, perché cene sono stati tanti, ma certamente uno dei peggiori. Sono rimasta dasola per ore, nuda, aggrappata a una piccola stufa in quella stanzagelida, enorme, con una finestra rotta. Fuori c’era una tormenta dineve. Era febbraio. Non c’era da sedersi, non c’era da mangiare,nessuno che mi dicesse una parola. Ero veramente a un punto di nonritorno psichico quando è entrata un’altra ragazza, anche lei nella miastessa situazione, appena rapata, in attesa che le disinfestassero ivestiti. Poteva essere cecoslovacca, o polacca. Certamente non cicapivamo, perché nessuna delle due aveva ancora imparato il tedesco.Poteva avere sedici anni. E volevamo così tanto comunicare, che cifacevamo dei segni, ci salutavamo, ma non sapevamo come rivolgercil’una all’altra. Alla fine abbiamo trovato il latino. Mea familiapulchra est. Mea patria pulchra est. E poi non so cos’altro cidicessimo: il mio cuore è triste… bello che tu sia qui… Pochissimefrasi imbastite a fatica in quella specie di esperanto dei colti, cheabbiamo continuato a ripetere infinite volte, perché dire la mia casa èlontana, la famiglia è bella, il mio cuore è triste, in quel contesto,nella nostra nudità – lì sì, proprio rane, mentre continuavano apassare i soldati che si sganasciavano dalle risate, che ci prendevanoin giro – ci dava una grande gioia.

dovevamo ricoprire questi giacigli a suon di bastonate, con un’unica coperta…

Ti sei mai data una spiegazione riguardo a questo episodio? Lasciarti i capelli è stato un semplice arbitrio?

Laspiegazione al momento non l’ho capita, ma poi dopo, ripensandoci, erasemplice: in quello che avveniva non c’era assolutamente mai unalogica, anche se all’apparenza tutto era preordinato. Nei giacigli dovedormivamo in cinque o sei, si agitavano gli insetti più schifosi. Eranosui nostri corpi, nelle cuciture dei vestiti. E nel campo passavano deitopi spaventosi, enormi, che si nutrivano di rifiuti, di morti, ditutto. C’era una sporcizia profonda, incredibile, ma noi dovevamoricoprire questi giacigli a suon di bastonate, con un’unica coperta inottimo stato, che doveva avere la piega fatta in un certo modo,perfettamente geometrico. Quando ho capito tutto questo, e cioè chesotto la coperta ci poteva essere qualunque schifezza, ma che sopratutto doveva avere un aspetto perfetto, ho trovato la risposta a unsacco di cose. Entrando nella baracca, subito all’ingresso, c’era lastanzina della capo baracca, con le tendine con i volant. Dentro siintravedeva il divanoletto coperto di cinz. Poi andavi più avanti ec’era una carriola che di notte si riempiva degli escrementi, e piùoltre i giacigli a tre piani, luridi, pieni di gente piagata, malata,urlante. Noi, nelle condizioni psicofisiche in cui eravamo, per andareal lavoro dovevamo marciare cantando, e passare davanti all’orchestrinadelle donne violiniste sulla porta del Lager, sia che si andasse amorte, sia che si andasse a lavorare. Vedi che è un po’ tutto la stessacosa?

Quali strategie di sopravvivenza hai adottato?

Adessoche sono nonna e che mi rivedo lì come ero allora, mi dico: quantescelte ho fatto da sola, come sono stata triste, come sono statamatura, come sono stata ingenua, come ho sfidato determinati pericolisenza neanche capirli. Nessuna mi ha suggerito come comportarmi, hocapito da sola di dover fare tutto quello che stava in me per non farminotare, soprattutto quando non ho più avuto i capelli e sono diventatamolto più uguale alle altre. Anche se avere i capelli era uno statussymbol, non averli mi rendeva ancora più invisibile. D’altra parte nonavrei avuto alcuna capacità di mantenere uno status symbol, perché noncapivo cosa mi dicevano, ed ero così assolutamente giovane… e poi iosono una mite, non avrei mai potuto prevaricare nessuno. Una nullitàsono stata sempre, e una nullità sono rimasta, però ho sempre fatto inmodo di non essere nessuno. Non piangere, non ridere, non star male. Hoavuto degli ascessi, la febbre, ma non sono mai andata a dire a nessunoche stavo male, e a tredici anni non è stato facile. Qualche anno fa hoincontrato un politico che era stato anche lui ad Auschwitz e mi hadetto, ti ricordi la Vistola? La Vistola? Io non l’ho mai vista, laVistola. A parte il fatto che noi facevamo un percorso in cui non siandava vicino al fiume, ma se anche ci fossi stata, io la Vistola nonl’avrei neanche guardata, perché mi guardavo sempre i piedi. Avevoun’idea perfetta di come erano fatti i miei zoccoli, ma quello che micircondava era talmente orribile che io non guardavo. Avevo semprepaura di non ritrovare la mia baracca quando uscivo dalla doccia, cheera in un’altra baracca un po’ discosta. Andavo dietro a qualcun’altra,perché anche dopo mesi, soprattutto d’inverno, quando c’era la neve,non riconoscevo i posti.

pensavo di essere quella stellina, di non essere lì, di essere libera

Eratutto uguale, baracche uguali, nessuno ti dava una risposta, non sipoteva stare in giro. Andavo a testa bassa dietro a un’altra. Eratroppo per me, capisci? Volevo mantenere il mio cervello funzionante,pensavo sempre ad altre cose, lungo la strada magari ripercorrevo tuttala trama di un film che avevo visto. Mi toglievo da lì, non so comedirti.

Una volta hai raccontato che immaginavi di essere una stella, e che questo ti ha salvato la vita.

Sì,la stellina è stata importante. Infatti io ho sempre delle stelline,come questo ciondolo che porto al collo, perché me le regalano. Quandoc’era sereno la ritrovavo nel cielo, e pensavo di essere quellastellina, di non essere lì, di essere libera. Non avevo certo deimanuali di sopravvivenza, né mai avrei pensato che ne avrei avutobisogno, però i metodi per sopravvivere mentalmente li ho sperimentatitutti. Quando, molti anni dopo, ho letto Bettelheim, in certe cose nonmi sono assolutamente riconosciuta, soprattutto nella violenza chesostiene si sviluppi in chi è passato attraverso queste esperienze. Iosono assolutamente il contrario di una persona violenta. Sono unapersona di pace, non ho mai cercato vendette, non sarei mai statacapace di fare nulla di violento neanche contro il mio carnefice. Nonho sviluppato questi meccanismi di autodifesa psicologica, però tantialtri sì. Proibirmi i ricordi, soprattutto. Dopo sì, dopo i ricordi mihanno aggredito per tutta la vita, ma appena arrivata lì dentro avevogià capito che non potevo permettermeli. La nostalgia era un’armaterribile nei nostri confronti, perché come si fa a ricordare e asopravvivere senza impazzire?

Vi scambiavate delle ricette.

Spessoi ragazzi delle scuole mi domandano di che cosa parlassimo nel Lager.Credono che tra noi prigioniere facessimo discorsi molto elevati, cheanalizzassimo la nostra situazione, che cercassimo di capire imeccanismi dell’odio contro gli ebrei, e io mi sono sempre resa contodi deluderli nella mia risposta, ma le prigioniere non facevanodiscorsi aulici. Ci sarà certamente stata qualcuna che li avrà fatti,ma non quelle disgraziate con cui stavo io. Quello che racconto sempreè che, man mano che i corpi diventavano scheletri, man mano che icrampi si facevano più forti, immaginavamo di mangiare, e facevamo unaspecie di gara in cui ognuna inventava il pranzo più buono, ed eratutto un immaginarsi, a seconda del luogo di provenienza, montagne dispaghetti, di crauti, di palacinche. Soprattutto i dolci. Nella nostrafantasia creavamo torte ricchissime, piramidi di bignè con la crema, lapanna, il cioccolato, ci aggiungevamo qualunque cosa. Oppure dicevamo:se riusciremo a tornare, io ti invito. Questa era una cosa ricorrente:io ti invito a casa mia e ti faccio questo e poi quello e poiquell’altro… Adesso che siamo vecchie, io e Luciana Sacerdote, che staa Genova e che era con me ad Auschwitz, qualche volta ci incontriamo eandiamo a mangiare al ristorante insieme, e ogni volta ci diciamo: ioti invito, e mangiamo questo e quell’altro. E poi una ha mal distomaco, l’altra sta attenta a non ingrassare. Siamo vecchie e la famenon è quella di allora, però ce lo ricordiamo sempre.

Quindi, pur nella solitudine di cui parlavi prima, ci sono state delle relazioni significative.

Guarda,lei era con sua sorella, erano un duo autosufficiente. La sorella avevadieci anni più di me, poverina, è morta subito dopo la liberazione.Certamente, essendo tre ragazze abbastanza giovani che provenivano dafamiglie agnostiche, borghesi, tutte e tre con lo stesso tipo dieducazione, ci siamo trovate più che con altre, e poi abbiamo lavoratonella stessa fabbrica. Altre italiane che sono arrivate insieme a noisono state mandate altrove. C’era anche Graziella Cohen, una ragazza diRoma, analfabeta, che veniva da una famiglia di ambulanti. E’ rimastoun discreto legame ma, devo dire la verità, io ero molto più giovane diloro eppure ero estremamente più matura. Loro erano più vaghe, in uncerto senso anche più incoscienti, e poi io non mi volevo attaccare.Volevo bene anche a Laura, poverina, che si è ammalata molto presto dicuore, era uno scheletro gonfio, le caviglie gonfie, il collo gonfio…Ma quello era uno dei miei meccanismi di sopravvivenza: i distacchi nonli potevo sopportare, e allora temevo i legami stretti. Sicuramente seavessi incontrato una Goti Bauer sarebbe stato diverso… Goti era unaspalla su cui piangere. Goti è una persona assolutamente eccezionale inqualunque contesto. Che la si incontri in cima al Monte Bianco oall’inferno – com’era quello – lei è un dono. Le persone assolutamenteeccezionali, anche in quella situazione, ti potevano dare, ma glialtri, noi comuni mortali, noi che non abbiamo la ricchezza spiritualeche ha una Goti, o che hanno avuto altre, come si capisce da diari comequelli di Etty Hillesum o di Anna Frank… Là dove sei un esserequalunque con altri esseri qualunque a cui capita una cosa di questogenere, pretendere di trovare la grande umanità, la generosità, ladisponibilità per l’altro sarebbe chiedere molto. Io non l’ho chiesta,ma neanche l’ho data. Eravamo delle isole, capisci? Proprio delleisole… Sai, quelle isole che ci sono in mezzo agli oceani, attorno allequali, per paura che le onde spazzino via il faro, si costruisconodelle muraglie, dei contrafforti. Così eravamo noi. Io me l’immaginocosì la mia mente, la mia anima, com’era allora. Per non farmela portarvia, forse.

Parliamo invece delle donne dall’altra parte.

Nonso perché, avevo sempre visto l’uomo come carnefice. Mio padre erastato arrestato da uomini. Quando ero stata in prigione, i secondinierano uomini. Solo nel carcere di Varese e di Como era stata una donnacarceriera a buttarmi nella cella, ma per il resto nella mia testaerano sempre gli uomini quelli che esercitavano violenza. Invece nelLager femminile di Birkenau, dove erano rinchiuse sessantamila donne,c’erano tutte le gerarchie femminili. Per me è stato terribile vedereche le efferatezze più straordinarie venivano compiute da donne sualtre donne. Erano forse peggio degli uomini, per quello che ho visto.Non per nulla alcune SS donne sono state condannate a morte dopo laguerra.

Le kapò erano prese tra le assassine delle carceri…

Lorome la ricordavo perché l’avevo vista ad Auschwitz. Eravamo le pariahdel campo, noi triangoli gialli. Le altre categorie di prigioniere -delinquenti comuni, prostitute, non parliamo delle politiche – avevanoqualunque diritto su di noi, potevano farci qualsiasi cosa. Le kapòerano prese tra le assassine delle carceri, tra quelle che avevanofatto le cose più atroci, in modo che potessero tranquillamentebastonare a morte una prigioniera che non obbedisse ciecamente agliordini. Al di sopra delle kapò c’erano le SS donne, che avevanostivaloni con un puntale di ferro, ufficialmente per non consumare lasuola, ma in realtà per sferrare calci più violenti.

Quandotornavamo dal lavoro, vedevamo ai lati della strada principale delcampo donne prigioniere scheletrite che dovevano tenere alto un masso,per ore. Questa era tra le punizioni più consuete. E se il massocadeva, allora raddoppiava il tempo. Venivamo trattate con una violenzainfinita. Ho preso tanti schiaffi e pugni senza sapere neanche perché.Passavi e ti tiravano un ceffone da voltarti la faccia. E poi, d’untratto, queste sorveglianti tedesche si trasformavano davanti ai maschiSS in femmine che sbattevano gli occhi, sorridenti. A quei tempil’approccio col maschio era assolutamente più sottile, mainequivocabile, e questa doppia faccia era impressionante. Erano deglistudi che non avevo la maturità, la cultura, e neanche il tempo difare. Non sto parlando del tempo scandito dalle ore, ovviamente. Nonavevo il tempo perché dovevo sopravvivere. Eppure erano dei personaggida studiare a fondo. Nella donna devo dire che questo comportamento mifaceva molto effetto, così come mi ha fatto molto effetto sapere che cisono state – io non le ho conosciute personalmente, ma Goti sì – anchedelle kapò ebree. E Goti, che ha questa nobiltà d’animo eccezionale dicui parlavo prima, diceva, sai, anche condannare una persona è moltodifficile, perché quando una invece di stare lì dentro sei mesi, unanno, come siamo state noi, ce ne sta cinque, come si deve trasformareper sopravvivere giorno dopo giorno? Per me è difficile giudicare,perché allora, in un certo senso, anche la prigioniera che rubava ivestiti all’altra, o le scarpe, avendo necessità di scambiarli con unafetta di pane, non era colpevole. E invece era estremamente colpevole.Una che in quella situazione ti ruba una cosa senza la quale non puoisopravvivere è estremamente colpevole. Andare senza scarpe nella nevepoteva significare morire di polmonite. Non lo so, non lo posso neancheimmaginare, perché a me non hanno mai rubato nulla.

Ci sono persone che ti tornano in mente?

Quandoero a San Vittore entravano continuamente nuove persone prese con leretate, parlo sempre del quinto raggio in cui c’erano gli ebrei.Ungiorno arriva un certo Peppino Levi di Milano, un amico di mio papà.Era un bellissimo uomo, trentottenne. Io non l’avevo mai visto, operlomeno non me lo ricordavo. Forse lo avevano preso in montagna,perché era abbronzato, il ritratto della salute, muscoloso, sportivo,aitante. Avevo tredici anni, l’età in cui si cominciano a guardare iragazzi con un occhio diverso. Questo era un uomo, ma sentivo che mipiaceva, anche se in un modo assolutamente infantile. Entra e dicesubito a mio papà, Alberto, mica ci faremo portare via da qui comepecore, dobbiamo assolutamente fuggire. Ogni giorno prendeva appuntisugli orari delle sentinelle, calcolava l’altezza del muro, rimuginavasu come rompere il vetro e saltare giù dal muro, e ogni giorno venivacon un foglio a spiegare i suoi piani a mio padre, e mio padrerispondeva sempre, ancora ancora fossi solo, lo farei, ma con labambina… Credo che ci avrebbero sparato sul muro, intendiamoci, maPeppino Levi rimase tanto male. Arriva il giorno della deportazione eci portano via. Ci caricano su vagoni diversi. Non l’ho più visto,neanche all’arrivo. Passa un anno. Viene gennaio, l’evacuazione dalLager, la Marcia della Morte che abbiamo fatto in 56mila. Pochissimisono arrivati a destinazione e io, non so come, sono stata tra questi.In uno spostamento tra un Lager e un’altro, forse eravamo partite daRavensbrück, ci fanno entrare in una struttura di passaggio. Eravamo inuno stato di sporcizia inenarrabile e, sempre per quelle cose di cuiera incomprensibile il motivo, decidono che tutte dovevamo passare alladisinfestazione prima di entrare nell’altro Lager. Ci fanno entrare inuna costruzione molto grande in cui c’erano degli uomini prigionieri,vestiti a righe, con quella pompa del fleet, quella per dare ildisinfettante sulle viti. Dovevano disinfettarci la testa, le ascelle eil pube, dove nel frattempo erano cresciuti un po’ di peli. Chi mi hafatto questo lavoro? Io nuda, scheletro, e lui ridotto da non dire,tanto che poi è morto? Peppino Levi. Peppino Levi era il prigionieroadibito alla fila dove mi trovavo io. Era il febbraio del ’45, erapassato più di un anno. Ci siamo riconosciuti. Mi vengono ancora ibrividi a pensarci. Mi aveva visto con i miei ricci, vestita ancoranormale, e adesso ero uno scheletro con un fagotto penzolante dalbraccio. E lui, da quell’uomo muscoloso che era, uno scheletro, anchelui. Obbligato a farmi quel lavoro. Quei tre spruzzi di disinfettante.Ci siamo guardati, solo un attimo. Liliana. Peppino. Sarebbe statomeglio se avessimo saltato quel muro. Tutto qui. Sono passata oltre.Non l’ho più visto. Qualcuno mi ha detto che è morto a Mauthausen.

Figli dell’Olocausto: essere segnati da una ferita non rimarginabile

Ricordoche una volta, dopo pochi giorni, sono uscita con un mio zio, unfratello di mia mamma che si era salvato in Svizzera e che miaccompagnava forse al cinema… Mi ha guardato e mi ha detto come seiconciata? Sei brutta. Stai malissimo. Io volevo essere accettata, bellao brutta che fossi. Il desiderio di essere decente è venuto dopo. Almomento ero viva, ed era già una cosa così straordinaria. Che cosa miimportava di essere mal vestita? Avrei voluto essere morta, veramente.Avevo tanto lottato per essere viva, per tornare, per non essereuccisa, per sperare, sperare, sperare. Tutte le mie difese eranocadute, e niente e nessuno era come me lo immaginavo. Non avevo più lamia casa, non avevo più i miei oggetti, non avevo più quelle persone dicui non posso neanche parlare da quanto la sofferenza è acuta, anchedopo tanti anni. Tutto un mondo che mi doveva accettare. Non avevoneanche il conforto di appartenere a una famiglia che mi avessetrasmesso dei valori religiosi. Ero un essere disgraziato che volevamorire, che riteneva una gran disgrazia non essere morta là. Sono statidegli anni molto duri in cui non so che cosa avrei potuto diventare,forse una disadattata mentale. Poi invece, piano piano, prima di tuttolo studio, e poi la fortuna immensa di incontrare mio marito, che hadieci anni più di me e che era uno di quei seicentomila soldati chehanno detto no. Un cattolico che era stato preso dopo l’8 settembre inGrecia, portato in Germania dove ha fatto sette campi – che non sonostati di sterminio, sono stati di concentramento – ma sapeva bene checosa voleva dire, e che è uno di quelli che sono rimastivolontariamente nel campo per non aver aderito alla Repubblica. Cisiamo innamorati, e quando ho avuto vent’anni ci siamo sposati. Hoavuto la fortuna di diventare mamma, non una ma tre volte. Sonodiventata all’apparenza una donna normale, e in fondo anche abbastanzanella sostanza, perché io mi sento normale. Sì, ci sono delle cose cheanche adesso mi fanno molta impressione, proprio a livello visivo, ilfuoco, certi odori, la ciminiera, il treno merci. Ci sono tante cose diquesto tipo, però nel complesso faccio una vita normale e la continuo afare. Adesso poi, da dieci, undici anni sono diventata una donnapubblica, tra virgolette, perché mi sono messa a fare la testimone, maprima ero una donna normale che lavora, che ha una sua casa, una suafamiglia. Una donna di pace.

Com’è il rapporto con tua figlia?

E’splendido, perché mia figlia è splendida. Tutti e tre i miei figlihanno molto risentito di avere una madre con questo bagaglio dipassato, ma lei che è l’ultima e che, essendo femmina, sta molto piùcon me, a un certo punto ha molto sofferto della consapevolezza di ciòche ho passato. E’ stata sette anni in analisi, ha dovuto fare un durolavoro per arginare la sua enorme sensibilità. D’altra parte moltipsicanalisti sanno che cosa significhi aiutare i sopravvissuti, i lorofigli e anche quelli di terza generazione; sanno benissimo che cosasignifichi essere figli dell’Olocausto. Significa essere segnati da unaferita non rimarginabile, anche senza aver vissuto in prima persona losterminio. Ci sono tanti modi di rispondere a queste storie familiari:c’è il rifiuto, c’è l’identificazione, c’è il volere a tutti i costicompensare il tuo amato di quello che non ha avuto. Mia figlia mivorrebbe proteggere anche da un moscerino, è sempre pronta: ci sono io,ci sono io, ci sono io, mi dice sempre.

Hai raccontato ai tuoi figli ciò che ti è accaduto, oppure c’è una trasmissione che passa per altre vie che non sono la parola?

Credevodi non aver mai parlato di questo argomento con loro, però quello cheho vissuto è venuto fuori mille volte, in mille modi, dal mio numerosul braccio al fatto che a tavola non si doveva mai dire questo non mipiace. Ho paura di tante cose, del buio, di stare da sola.Evidentemente le ferite non si trasmettono solo con le parole. Miafiglia è tra i fondatori dell’associazione Figli della Shoah, che haproprio questo scopo, trasmettere la memoria della Shoah, ma anche daresostegno alle persone segnate da uno stesso dolore: essere figli di noisopravvissuti. Tutti e tre i miei figli si sono documentati, hannoapprofondito, e sono dei grandi difensori, dei grandi paladini dellaloro madre, ma con lei c’è questa straordinaria unione. Non che io amimeno i miei figli maschi, ma è che con mia figlia condivido molte piùcose. Sì, devo dire che in linea femminile c’è una grandeidentificazione, una solidarietà, una vicinanza …

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