L’alchimia della poesia in Rimbaud

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dalla tesina “La finzione artistica: veicolo di verità?” di Samuele Gaudio

Esame di Stato 2010

Esemplificativa di questa concezione è la figura dell’alchimista associato da Rimbaud al poeta. L’alchimia è una dottrina magico-religiosa diffusasi prima in Egitto e successivamente in Grecia e nel mondo medievale e rinascimentale. Alla base vi era la convinzione che l’uomo potesse raggiungere e ripetere il principio divino della creazione. La sapienza alchemica era tesa alla ricerca della pietra filosofale ovvero del principio in grado di spiegare i segreti della vita e di trasformare in oro gli altri metalli.

Per Rimbaud è la poesia questo principio, e il poeta è colui in grado di svelare i segreti della natura, imperscrutabili agli altri, avendo il potere di trasformare, grazie alla propria abilità, la realtà, di per sé noiosa, in qualcosa di prezioso, attraverso la poesia. Eppure egli stesso alla fine riconosce il fallimento di questo tentativo di immersione in una dimensione falsa, che viene annullata dal ritorno alla realtà, e resta a lui la consapevolezza di essersi nutrito di menzogna, come è chiaro nelle parole di “Addio”, (parte finale “Una stagione all’inferno”).

L’inevitabile esito della pretesa della creazione artistica

Secondo questa concezione, quindi, l’arte sarebbe l’unica possibilità per l’uomo di vivere, anche se attraverso una illusione che ha come scopo quello di investire i sensi, creando qualcosa di corrispondente, piacevole, in base all’idea che l’artista stesso si fa della felicità. Ma può davvero l’uomo crearsi da sé la condizione attraverso cui essere felice? Questo tentativo estremo è destinato a fallire perché, sebbene l’arte sia usata al massimo delle sue possibilità espressive, questa non può che essere limitata, in quanto prodotto dell’uomo, e quindi come ogni altra esperienza, se considerata come assoluta e sfruttata per ricavare piacere, è destinata a diventare sterile.

Modificare la realtà è un fine che si pone l’uomo stesso, ma modificare il dato reale è impossibile, in quanto noi non ne abbiamo neanche una conoscenza vera e completa. Infatti, questa intenzione si esprime nel trasformare la propria percezione del dato reale, in modo che esso sia corrispondente al bisogno che in quel momento l’uomo si prefigge. Di conseguenza, l’oggetto dell’azione poetica non è più la realtà, ma se stessi, al fine di modificare la propria percezione. L’azione, quindi, partendo dal poeta, si ritorce su di esso, per provocare una auto-metamorfosi, come succede nel caso di D’Annunzio.

Non è più la poesia che si deve adeguare a un fatto esterno, alla sua fisionomia, per poterlo evidenziare, ma la poesia modifica la percezione che si ha di un fatto. Se un fatto ha valore solo nel modo in cui viene percepito dall’uomo, se la realtà serve per l’affermazione di sé, e la ricerca umana sta nel provare ogni esperienza possibile per riuscire a saziare la propria affermazione di sé, si è destinati al fallimento, perché niente, di ciò che ci creiamo per la nostra felicità, ci può soddisfare pienamente.

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