L’amore come dolore

L’amore come dolore dal Percorso sull’amore nei classici

di Giovanni Ghiselli

Schema concettuale:

L’amore quale guerra, ferita, piaga, fiamma, tradimento, malattia, morte, squilibrio, follia, inettitudine. La storia di Didone e di tante altre.

La fobia dell’amore e del sesso

L’unica strofe del terzo Stasimo dell’Antigone (vv. 781-790).

Eros si associa a Eris. Sofocle e Anacreonte. Ennio e la ferita di Medea. Terenzio. Le accuse di Lucrezio nei confronti della passione amorosa lacerante ( vulnus e ulcus) e l’elogio che Agatone fa di Eros nel Simposio platonico.

Virgilio e Turno: l’amore gli fa perdere la guerra. L’addio alle armi erotiche di Orazio. La metafora. Properzio. La guerra amorosa spesso non è cavalleresca. La piaga del tradimento. La malafede delle donne. Alcune Odi di Orazio: a Glìcera ( I, 19); la consolazione a Tibullo (I, 33) e la II 8 a Barìne, la bella spergiura impunita.

Militat omnis amans di Ovidio. L’amante non è debole e ignavo ma equivale al soldato. L’anfiteatro è un luogo di battaglie e ferite raccomandato dal poeta di Sulmona per gli incontri erotici . Gli spettacoli teatrali condannati da Platone, Seneca, Tertulliano e dal   curato di Madame Bovary poiché  ingenerano libertinaggio.

 Il malvagio spirito di dissidio che si insinua tra Anna Karenina e l’amante.  Le nozze di figaro e l’aria di Marcellina. D’Annunzio e la nemica. Un poeta ungherese: Ady Endre. Pavese, Seneca, Kundera.

 La storia di Didone. Il fuoco d’amore che arriva alle ossa. La pestis amorosa. La catena di autori che calunniano l’amore. L’odio per il sesso è odio per la bellezza e per la vita. D. H. Lawrence e W. Reich: il terrorismo sessuale è funzionale alla sottomissione dell’uomo. Aristofane, Manzoni e Tolstoj.  L’imbellimento è la perfezione della propria identità. L’amore non è solo ferita e dolore ma anche colpa e infamia. Pudor e aijdwv”. La sorella Anna e la nutrice di Fedra. La follia erotica e quella religiosa. La “lussuria” di Enea e Didone. La diffamazione della dea foeda . L’ira di Iarba e la collera di Giove.

“L’ eroe”, terrorizzato, cede subito. L’ingratitudine come vizio capitale. L’eroe virgilano secondo Leopardi. La vigliaccheria di Enea che fa morire la sua amante non sponte, invitus, e la rivendicazione del peccato da parte di Prometeo e di Edipo. Ancora sulla pertrattata fides . La pietas di Enea in Virgilio nei Carmi di Orazio. Non il suo eroe è improbus secondo Virgilio ma l’amore stesso. Enea non concede a Didone nemmeno un saluto. Il notturno dell’Eneide , quello di Alcmane e quello di Apollonio Rodio. Didone stessa non si assolve. Il sogno di Enea. La follia metodica dei sogni.

  Alcibiade, il dandy dell’antichità: l’altra faccia del pio Enea. Gli uomini straordinari con valutazioni diverse.

Le maledizioni di Didone. La testa come acropoli della persona. La donna abbandonata invoca un vendicatore mentre vuole spezzare la luce.

La Fortuna . Didone morente prefigura la fine di Cartagine. La fiamma dell’amore diviene il fuoco del rogo. Altri ardori deleteri in letteratura (Nerone e Anna Karenina). L’incontro di Enea e Didone tra i morti. Il silenzio della donna suicida per amore è il più espressivo dei rimproveri.

Domenico Cavalca e San Benedetto.

 L’amore nelle Bucoliche e nelle Georgiche. Teocrito e il sentimento della natura.

 La II ecloga virgiliana. Il motivo della lucertola in Virgilio e Teocrito. La III ecloga e il toro emaciato. L’incantatrice dell’VIII ecloga e Cornelio Gallo della X. Ancora Virgilio e Teocrito. La III Georgica. Dalla  femmina, umana e bestiale, dipende la felicità dei maschi. Amor omnibus idem. L’aspetto battagliero di Amore. Ero e Leandro. Le ferite e le ustioni d’amore in vari autori.

 Orfeo e Aristeo nell’interpretazione di Gian Biagio Conte. Un poco di inglese.  Il durus arator che incide la terra il poeta elegiaco che piange molles amores , ferisce se stesso e muore. La violenza dell’uomo sulla natura in Sofocle, Virgilio, Orazio, Platone e Goethe. Ancora il Terzo Stasimo dell’Antigone .

 L’amore come punizione, malattia e sofferenza. La cecità e la pazzia di Eros. La donna quale inganno scosceso. L’innamorato è come un naufrago. L’iniuria in amore e in altri campi. Esiodo. Eros che strugge le membra, dolce-amara implacabile fiera. Pandora. Al mito della prima donna segue quello della fine dell’età dell’oro. Esiodo e Lucrezio.  Espressioni contrarie alla navigazione.

Un’altra interpretazione dell’età dell’oro. Il veternus in Virgilio e in Orazio. Il De providentia di Seneca. Giobbe. L’età dell’oro in Virgilio, il potere nell’età dell’oro in Seneca, e le isole felici di Orazio. L’amore come trappola preparata dalla natura e dalle giovani donne. L’amore di Swann come malattia non più operabile: antiquus amor cancer est  (Satyricon)  La gelosia come mostro edace. L’amore come spada in Archiloco, come smarrimento in Saffo. La traduzione di Catullo. L’amore negato infligge maggiore sofferenza alla donna che all’uomo, e l’amore fruito maggiore gioia alla femmina umana che al maschio secondo il parere del sapiente Tiresia di Ovidio. La follia amorosa quale tempesta e uragano. Saffo e Ibico. L’amore come assillo nel Prometeo incatenato. Amore e morte. Saffo, Teocrito, Leopardi. D’Annunzio. Alcune testimonianze sull’Amore come squilibrio e contraddizione insanabile. La compresenza degli opposti misei’n- filei’n. La logica aperta al contrasto. Anacreonte, Teognide, Erodoto, Tucidide, Eschil), Catullo, Ovidio, Petrarca. Di nuovo l’amante nemica. Il Trionfo della morte e Il fuoco di D’Annunzio. Psicoanalisi e antichità: Freud utilizza Empedocle .

Eraclito. La pazzia amorosa ostacola il lavoro agricolo. Teocrito Virgilio e Tibullo.

Il latino, lingua del potere, può insegnare a difendersi dal potere.

La fobia dell’amore e del sesso. Apollonio Rodio e Virgilio.

 Le Argonautiche, che descrivono la fase iniziale dell’amore di Medea per Giasone, sono piene di anatemi di Eros: il dio, quando arriva, mandato dalla madre Afrodite, per costringere Medea ad amare e aiutare Giasone, è invisibile, sconvolgente (tetrhcwv~, Argonautiche, 3, 276), come l’assillo (oistro~) che si scaglia sulle giovani vacche[1].

Rapidamente questo dio del dolor prese una freccia dolorosa: “poluvstonon ejxevlet j ijovn” (v. 279). La freccia ardeva profonda nel cuore della ragazza, come una fiamma (flogi; ei[kelon, v. 287), ed ella consumava l’anima in una dolce afflizione: “glukerh’/ de; kateivbeto qumo;n ajnivh/” (v. 290).

Quindi ardeva in segreto Eros funesto: “ai[qeto lavqrh/ oulo~   [Erw~ ” (vv. 296-297).

Come Giasone appare splendidissimo al desiderio di Medea, il giovane prestante  viene paragonato a Sirio che si leva alto sopra l’Oceano, bello e splendente però reca sciagure infinite alle greggi: così il figlio di Esone portava il travaglio di un amore angoscioso (Argonautiche, 3, vv. 957-961).

L’infelicità è connessa all’amore prima ancora che questo si realizzi: quando la ragazza si avvia incontro a Giasone, che è stato salvato da lei e le ha promesso le nozze, la Luna la osserva e, con parole ambigue tra la simpatia e il dispetto, le dice: il dio del dolore (“daivmwn  ajlginovei””, 4, v. 64) ti ha dato il penoso Giasone per la tua sofferenza. Va’ allora e preparati in ogni modo a sopportare, per  quanto sapiente tu sia, il dolore luttuoso.

Questo presunto amore di Medea e Giasone non dona gioia ai due amanti, anzi produce orrori: dopo che i due scellerati hanno concordato l’assassinio del fratello di lei, lo stesso autore del poema rivolge un’apostrofe ad Eros quale latore di infiniti dolori: ” Eros atroce, grande sciagura, grande abominio per gli uomini (“Scevtli j   [Erw”, mevga ph’ma, mevga stuvgo” ajnqrwvpoisin”) da te provengono maledette contese e gemiti e travagli, e dolori infiniti si agitano per giunta. Ármati contro i figli dei miei nemici, demone, quale gettasti l’accecamento odioso nell’animo di Medea (oi|o” Mhdeivh/ stugerh;n fresi;n e{mbale” a[thn)”, Argonautiche, 4, vv. 445- 449).

L’amore sembra legato alla pena da un vincolo di necessità. Si ricorderà che anche Virgilio apostrofa l’amore come un dio malvagio  : “Improbe Amor, quid non mortalia pectora cogis!” (Eneide, IV, 412).

Partiamo dall’incipit della Strofe del Terzo Stasimo dell’Antigone  di Sofocle (v.  781).

E’ questo un inno a Eros, invincibile in guerra, capace di abbattersi sulle ricchezze e di riposare sulle morbide guance delle ragazze. Egli è in movimento sul mare e nelle dimore agresti; è inevitabile da parte dei mortali e degli immortali che vengono resi folli da lui. Amore può traviare le menti dei giusti e renderle ingiuste, può spingere i consanguinei alla contesa, quando il desiderio degli occhi di una fanciulla detta legge, poiché in quella luce c’è qualche cosa di divino.

“  [E[rw” ajnivkate mavcan”, Eros invincibile in battaglia-ajnivkate: è forma dorica per ajnivkhte.

 “In realtà contro Eros non esiste rimedio (“  [Erwto” ga;r oujde;n favrmakon”) né pozione né pasticca né incantesimo se non il bacio, l’abbraccio e stendersi insieme con i corpi nudi”, suggerisce ai due ragazzi il vecchio Fileta nel romanzo di Longo sofista [2]. Luogo simile già in Teocrito che nell’incipit dell’XI idillio  consiglia però un altro rimedio : non c’è altro favrmakon contro l’amore o Nicia, né unguento, mi sembra, né polvere, che le Pieridi, rimedio lieve e dolce per i mortali, ma trovarlo non è facile (vv. 1-4). Significa che la strada delle Muse e della poesia è impervia. –mavcan=mavchn, accusativo di relazione.

Eros  si coniuga con Eris.

Alcuni verbi greci sono significativi di tale associazione.

Meignumi , “unirsi sessualmente”, significa anche mescolarsi, incontrarsi in battaglia. Quando Diomede “si mescola ai Troiani”, vuol dire che viene alle mani, a distanza ravvicinata, con loro…Stessa cosa per damazo, damnemi : soggiogare, domare. Uno doma una donna che fa sua, come doma il nemico cui dà la morte”[3].

Amore è un combattente invincibile:”calepa; d’ e[ri” ajnqrwv-poi” oJmilei’n kressovnwn”[4], è dura contesa per i mortali contendere con i piùforti.

Lo stesso Sofocle  nelle Trachinie  fa dire a Deianira che chiunque si alzi come un pugile per venire alle mani con Eros, non ha la testa a posto ( “ouj kalw'” fronei'”, v. 442).

Infatti Anacreonte aveva bisogno di alterarsi la mente con il vino per lanciare una sfida di pugilato a Eros:”fevr& uJvdwr, fevr& oi’jnon, w’j pai’,…-pro;”  [Erwta puktalivzw” (fr. 27 D.), porta l’acqua, porta il vino, ragazzo, voglio fare a pugni con Eros.  La guerra a volte viene fatta da Eros contro gli amanti concordi, a volte dagli amanti tra loro per sopraffarsi a vicenda. L’ Oreste dell’ Elettra  sofoclea ricorda alla sorella che c’é un Ares anche nelle donne:”kajn gunaixi;n… [Arh”-  e[nestin”(vv. 1243-1244). Il riferimento è alla loro madre assassina ovviamente, ma il suo non è certo l’unico caso di connubio conflittuale e criminale.

Alla dea Afrodite che, fin dal primo verso[5] dell’Ippolito  di Euripide, si presenta come divinità possente e non senza fama, la  nutrice di Fedra attribuisce una forza d’urto ineluttabile  :” Kuvpri” ga;r ouj forhto;n hj;n pollh; rJuh’/” (v. 443), Cipride infatti non è sostenibile quando si avventa con tutta la forza. Ella si accosta con mitezza a chi cede, ma fa strazio di trovi altero e arrogante.

Nella letteratura latina la ferita d’amore appare già nella Medea exul  di Ennio che traduce questo verso della Medea  di Euripide:” e[rwti qumo;n ejkplagei’s&  jIavsono”” (v. 8), colpita nel cuore dall’amore di Giasone, accentuandone il pathos con l’allitterazione:”Medea animo aegro amore saevo saucia “, (v. 9), Medea dall’animo sofferente, ferita da un amore crudele. Un aggettivo che diverrà topico per indicare le ferite inflitte da Afrodite o da suo figlio.

L’amore come guerra, fuoco che arde e squilibrio è affermato pure  da Terenzio (190ca-159ca a. C.) nell’Eunuco :”In amore haec omnia insunt vitia : iniuriae,/suspiciones, inimicitiae, indutiae, bellum, pax rursum: incerta haec si tu postules/ratione certa facere, nihilo plus agas/quam si des operam ut cum ratione insanias ” (vv. 59-63), nell’amore ci sono tutti questi difetti: offese, sospetti, litigi, una tregua, la guerra, di nuovo la pace: se tu cerchi di mettere in ordine sicuro queste cose incerte, non fai di meglio che se ti adoperassi per fare il pazzo ragionevolmente, dice lo schiavo Parmenione al giovane Fedria innamorato, il quale risponde:”et taedet et amore ardeo, et prudens sciens,/vivos[6] vidensque pereo, nec quid agam scio ” (vv. 72-73), non ne posso più e brucio d’amore, lo so e capisco e sono vivo e vedo e muoio, e non so che fare.

Secondo Lucrezio perfino Marte “armipotens ” viene vinto aeterno vulnere amoris , dall’eterna ferita dell’amore.

“Marte armipotens è debellato e ‘ferito’ dalla dea dell’amore e della pace anche se l’immagine della “ferita d’amore” era già abbastanza convenzionale , qui il contesto la rivitalizza , sottolineando l’aspetto paradossale della situazione”[7].

In effetti questo Marte vinto dalle ferite è rovesciato rispetto a quello usuale che le infligge  e su questo rovesciamento insistono i termini scelti dall’autore. Vediamo  alcuni versi dell’inno a Venere:” Nam tu sola potes tranquilla pace iuvare/mortalis, quoniam belli fera moenera Mavors/armipotens regit,  in gremium qui saepe tuum se/reicit aeterno devictus vulnere amoris ,/ atque ita suspiciens tereti cervice reposta/pascit amore avidos inhians in te, dea, visus,/eque tuo pendet resupini spiriyus ore“  (vv. 31-37), Infatti tu sola puoi con una pace tranquilla aiutare/i mortali, poiché le feroci opere della guerra governa/Marte, signore delle armi, che spesso si rovescia  nel tuo/grembo, vinto dall’eterna ferita dell’amore,/e così guardando da sotto, con la liscia cervice rovesciata,/pasce d’amore gli avidi occhi agognandoti, o dea /e il respiro di lui resupino dipende dalla tua bocca.-mortalis=mortales .-tereti cervice reposta (forma sincopata per reposita): si può notare come Mavors (arcaico per Mars ) si esponga alle ferite lasciando scoperta e rivolta all’amante la parte più tenera del corpo, quella attraverso cui nell’Iliade risonante di battaglie i guerrieri marziali vengono uccisi più frequentemente.

 Insomma make love, not war come si diceva nel ’68. Ma il proemio, si vedrà è in un certo senso fuoritesto rispetto al poema.

 La personificazione del tormento amoroso dei mortali è costituita da Tizio:”Sed Tityos nobis hic est, in amore iacentem/quem volucres lacerant atque exest anxius angor ” (III, 992-993), ma  Tizio è qui in noi, quello che, prostrato nell’amore, gli uccelli dilaniano e un angoscioso affanno divora. “La pena di Tizio-il gigante ucciso da Apollo per aver insidiato Latona, e disteso nel Tartaro col fegato continuamente roso dagli avvoltoi- è per Lucrezio, come sarà pure per Orazio (carm. 3, 4, 77-79; cfr. Servio, ad Aen. 6, 596), allegoria dell’angosciosa passione amorosa, la cupido[8].

 Ma i versi più dolorosi sull’amore sono quelli del libro seguente dove il termine vulnus , ferita, non basta più e il segno lasciato dall’ansia erotica diviene una piaga che potrebbe diventare mortale se non curata :”Ulcus enim vivescit et inveterascit alendo/inque dies gliscit furor atque aerumna gravescit,/si non prima novis conturbes vulnera plagis/vulgivagaque vagus Venere ante recentia cures/aut al’io possis animi traducere motus ” (IV, 1068-1072), la piaga infatti si ravviva e vigoreggia a nutrirla,  la smania cresce di giorno in giorno, e l’angoscia si aggrava, se non confondi le antiche ferite con nuovi colpi, e le recenti non  curi prima vagando con una Venere vagabonda o ad altro oggetto tu non drizzi i moti dell’animo.

Nei primi due versi “le due coppie allitteranti di incoativi, qui più che mai progressivi, si succedono in crescendo,…simbolo fonico dell’inarrestabile crescere della passione” (Traina 1979, 279-25). Il linguaggio erotico lucreziano oscilla tra il tovpo” dell’amore-ferita (il peggiorativo e prosastico ulcus  sostituisce il nobile ed epico vulnus ; cfr. vv. 1048-1055) e il tovpo” dell’amore-follia”[9]. L’allitterazione in “v” del penultimo verso suggerisce il suono di un soffio che passa sulle ferite asciugandole.

 E’ da notare che tanto il termine ulcus  quanto il nesso anxius angor  tornano alla fine del poema lucreziano nella descrizione della peste di Atene del 430 (VI, 1148 e 1158).

Ammesso che Amore infligga delle ferite, bisogna dire che queste, se comprese, possono diventare un bene:”una ferita è un’apertura. Una ferita è anche una bocca. Una qualche parte di noi sta cercando di dire qualcosa. Se potessimo ascoltarla! Supponiamo che queste “intensità sconvolgenti” siano una sorta di messaggio: sono “cicatrici”, ferite, che segnano la nostra vita. Tutti le sentiamo. E se non le sentiamo, siamo solo bambini, solo innocenza. Si tratta piuttosto di rendersi conto che la vita è una serie di iniziazioni, e questa è un’iniziazione in più. Un’altra apertura a qualcosa che mette alla prova la nostra vitalità. Che sonda la nostra capacità di comprensione. Che espande la nostra intelligenza”[10]. Insomma è il tw/’ pavqei mavqo” di Eschilo[11], attraverso la sofferenza, la comprensione, che H. Hesse esprime così:”Profondamente sentì in cuore l’amore per il figlio fuggito, come una ferita, e sentì insieme che la ferita non gli era stata data per rovistarci dentro e dilaniarla, ma perché fiorisse in tanta luce”[12].

Voglio mostrare una riabilitazione di Amore da tante calunnie attraverso alcune parole di Agatone nel Simposio  platonico: Eros è il più felice, il più bello e il più nobile fra tutti gli dèi. Ed è anche  il più giovane, sicché non derivano da Eros le mutilazioni dei tempi primordiali di cui parlano Esiodo e Parmenide, anzi , se ci fosse stato lui, non sarebbero avvenute quelle ejktomaiv, castrazioni vere e proprie, né incatenamenti reciproci, desmoi; ajllhvlwn, e molte altri prevaricazioni anche violente kai; a[lla polla; kai; bivaia (195c), ma solo amicizia e pace come ai tempi nostri, da quando Amore regna tra i numi.  Inoltre è delicato: aJpalov” , tant’è vero che  cammina e dimora sulle entità più tenere: infatti ha fondato la sua dimora nei caratteri e nelle anime degli dèi e degli uomini. Anzi ripudia i caratteri duri e rozzi. Inoltre possiede tutte le virtù, compreso il coraggio: infatti neppure Ares tiene testa a Eros (196d) che anzi tiene in pugno il dio della guerra: ebbene questo fatto  toglie, non infligge ferite agli uomini, che è poi quanto sostiene anche l’inno a Venere di Lucrezio, “che in un certo senso è fuoritesto”[13], ed è comunque in contraddizione con il IV libro sul quale torneremo.

Tento un’altra apologia di Eros utilizzando Seneca. Il filosofo nel De vita beata (del 58 d. C.) afferma, pur senza riferirsi specificamente all’amore, che chi ha deciso di seguire dio ut bonus miles feret vulnera, numerabit cicatrices, et transverberatus telis moriens amabit eum pro quo cadet imperatorem” (15, 5), come il buon soldato sopporterà le ferite, conterà le cicatrici e trapassato dai dardi morendo amerà il comandante per il quale cadrà. Se uno decide di seguire la milizia di Amore, ne inferisco, non deve soffrire per le ferite ricevute nelle guerre erotiche. Una volta presa questa decisione, le donne  sono più determinate degli uomini. Sentiamo ancora il dottor Urbino di Màrquez nel ricordo della moglie Fermina che dopo la morte di lui sta per accogliere positivamente, dopo cinquantaré anni, ultrasettantenne, le proposte amorose dell’eterno spasimante Florentino  :”Noi uomini siamo dei poveri schiavi dei pregiudizi” le aveva detto una volta, “Invece, quando una donna decide di andare a letto con un uomo, non esiste ostacolo che non salti, né fortezza che non abbatta, né considerazione morale che non sia disposta a superare per il fondamento: non c’è Cristo che tenga”[14].

In Virgilio  l’amore non solo è associato alla guerra, una guerra tra popoli, ma la fa pure perdere a chi ne è troppo implicato: Turno, prima di affrontare lo scontro decisivo , viene confuso e abbagliato dall’amore:”Illum turbat amor figitque in virgine voltus ” (Eneide , XII, 70), lo turba amore e fissa lo sguardo sulla ragazza[15].

Orazio nell’Ode 26 del terzo libro[16], nello stesso tempo scherzosa e malinconica, impiega la metafora della milizia d’amore dichiarando il suo addio alle armi che,  come la lira usata per sedurre, saranno appese alla parete del tempio di Venere:”Vixi puellis nuper idoneus/et militavi non sine gloria;/nunc arma defunctumque bello/barbiton hic paries habebit ” (26, 1-4) sono vissuto fino a poco fa idoneo alle ragazze, e ho fatto il servizio militare non senza gloria: ora questa parete avrà le armi e  la lira che ha compiuto la guerra.

 Diciamo ora due parole sulla metafora che secondo la definizione di Aristotele è  il trasferimento di un nome estraneo (metafora; dev ejstin ojnovmato” ajllotrivou ejpiforav, Poetica, 1457b) ossia consiste nell’attribuire alle parole significati diversi da quelli che hanno di solito. Il filosofo di Stagira ne coglie il valore conoscitivo quando afferma che è un pregio grandissimo di un testo essere metaforico, poiché rivela l’originalità dell’ingegno dell’autore :”to; ga;r eu”j  metafevrein to; o{moion qewrei’n ejstin” (1459a), infatti saper trovare buone metafore significa vedere la somiglianza .

Questa forma di intelligenza poi è l’ingenium di G. Vico: “Nel De ratione, Vico definisce l’ingegno o ingenium come ‘la facoltà mentale che permette di legare in modo rapido, appropriato e felice cose separate’. Facoltà innanzitutto sintetica, e opposta all’analisi sterile, permette l’invenzione e la creazione”[17].

 Nella Retorica Aristotele ribadisce l’importanza della metafora per la sua piacevolezza e per essere fuori dal comune (1405a).

La metafora dunque attesta l’originalità dell’autore e significa le parentele tra le cose :” La realtà è un luogo comune dal quale sfuggiamo con la metafora. La metafora letteraria stabilisce una comunicazione analogica tra realtà assai lontane e differenti, dando intensità affettiva all’intelligibilità che produce. Generando onde analogiche, la metafora supera la discontinità e l’isolamento delle cose”[18].

Faccio l’esempio di una metafora che amo per la mia antica frequentazione della spiaggia di Pesaro: nel Prometeo incatenato il Titano invoca il cielo splendente, i venti dalle rapide ali, le sorgenti dei fiumi, la terra madre di ogni cosa, l’occhio onniveggente del sole “pontivwn te kumavtwn-ajnhvriqmon gevlasma” (vv. 89-90), l’innumerevole sorriso delle onde marine. Un sorriso che riverbera la luce del sole o quella della luna, un sorriso che, secondo Lucrezio, può essere un segno di gratitudine per la presenza di Venere:”tibi rident aequora ponti” (De rerum natura, I, 8), a te ridono le distese del mare.

Più tardi, nella prima Ode del quarto libro[19] il poeta arrivato intorno alla cinquantina (circa lustra decem , v. 6) chiede a Venere di risparmiargli la guerra:”Intermissa, Venus, diu/rursus bella moves?  Parce, precor, precor ” (vv. 1-2),  dopo lunga tregua, Venere, mi fai di nuovo  guerra? Risparmiami, ti prego, ti prego. Il secondo verso “si configura come una ajpopomphv, cioè come una preghiera destinata ad allontanare da chi prega il pericolo proveniente da una divinità“[20]. Il pericolo è costituito dai dardi dell’amore.

Orazio è contemporaneo dei poeti elegiaci, ossia scrive nei decenni nei quali va definendosi il nostro modo di considerare il rapporto dell’uomo con la donna. Nel poeta di Venosa, a differenza che in Catullo (il quale precorre gli elegiaci), Properzio e Tibullo, non c’è una donna che accentra l’attenzione: egli, come scrisse Pasquali, vola di fiamma in fiamma senza bruciarsi le ali.

Anche in Orazio tuttavia c’è il mal d’amore: vediamo l’ Ode I, 19 per Glicera. La prima strofe (asclepiadea IV) mette il rilievo fin dal primo verso la dura crudeltà di Venere:” Mater saeva Cupidinum/Thebanaeque iubet me Semelae puer/et lasciva Licentia/finitis animum reddere amoribus”( vv. 1-4), la madre crudele degli Amori e il figlio della Tebana Semele e la Licenza sfrenata mi impongono di ridare il mio animo ad amori finiti. Il puer è Bacco poiché il vino è viatico per l’amore come vedremo in Apuleio ( L’asino d’oro , II, 11). Nella contrasto tra iubet me  e lasciva Licentia  vediamo una delle  contraddizioni dell’amore: quando siamo innamorati vogliamo libertà e servitù assoluta nello stesso tempo.

 Nella seconda strofe  c’è una fiamma che divora:”urit me Glycerae nitor/splendentis Pario marmore purius,/urit grata protervitas/et voltus nimium lubricus adspici ” (vv. 5-8), mi infiamma il fulgore di Glìcera il quale brilla più splendidamente del marmo Pario, mi infiamma la sfrontatezza gradita e il volto troppo pericoloso a guardarsi. L’anafora di urit  mette in rilievo la forza del fuoco e anche se il nome della donna contiene la dolcezza[21], il suo volto lubrico è un rischio per il poeta che può scivolarci sopra[22]. Nella terza strofe successiva l’innamoramento è visto come un assalto subìto:”in me tota ruens Venus/Cyprum deseruit nec patitur Scythas/et versis animosum equis/Parthum dicere nec quae nihil attinent ” (vv. 9-12), Venere lanciandosi tutta contro di me ha lasciato Cipro, e non permette che io canti gli Sciti e il Parto audace sui cavalli girati né ciò che non la riguarda.  Venere tota ruens  è come Cipride nell’Ippolito citato sopra (v. 443) e come Eros dell’Antigone  che si abbatte su quello che trova (v. 782). Sicché Orazio innamorato è del tutto pervaso da questa divinità crudele, è già in guerra, e non può dedicarsi a cantare altre guerre, quelle esterne. Nell’ultima strofe il poeta si dispone a riti propiziatori per mitigare la divinità crudele che esige sacrifici:”hic vivum mihi caespitem, hic/verbenas, pueri, ponite turaque/bini cum patera meri:/mactata veniet lenior hostia” (vv. 13-16), ponetemi qui una zolla viva, ragazzi, qui ramoscelli ponete e incenso con una tazza di vino dell’altro anno: verrà più mite una volta ammazzata la vittima.

   Il tovpo” del rapporto rischioso con un Eros crudele e ostile si trova pure, con accentuazione del dolore, in Properzio il quale dipinge Amore come un nemico armato dal quale nessuno può allontanarsi senza ricevere ferite:” Et merito hamatis manus est armata sagittis, et pharetra ex umero Gnosia utroque iacet,/Ante ferit quoniam, tuti quam cernimus hostem, /nec quisquam ex illo vulnere sanus abit ” (II, 12, 11- 12), giustamente la mano è armata di frecce uncinate, e dai due omeri pende una faretra cretese, poiché ferisce prima che noi al riparo vediamo il nemico né alcuno scampa immune da quella ferita.   Il poeta ne è già stato colpito al punto che il dio fa una guerra continua dentro il suo sangue:” Assiduusque meo sanguine bella gerit” (v. 16). Amore dovrebbe vergognarsi di tanto accanimento e  scagliare i suoi dardi contro qualcun altro:” Si pudor est, al’io traice tela tua ” (v. 18). Oramai è l’ombra sottile di Properzio, non più la persona che busca bastonate:”non ego, sed tenuis vapulat umbra mea” (20). Se il canto deve continuare dunque bisogna che almeno l’umbra non vada perduta e Amore smetta di menare colpi.

  La differenza tra Orazio e gli elegiaci è che questi non cercano di attenuare la violenza di Eros ma accettano tutti gli aspetti dolorosi della passione.

Nell’Ode I 33 di consolazione a Tibullo, Orazio allega all’amore una parola chiave della poesia amorosa che è dolere , patire il dolor, la sofferenza amorosa consigliando all’amico di evitarla. Vediamo la prima stofe ( asclepiadea terza):” Albi, ne doleas plus nimio memor/immitis Glycerae, neu miserabilis/decantes elegos, cur tibi iunior/laesa praeniteat fide ” (vv. 1-4), Albio non dolerti più  troppo memore della crudele Glìcera e non andare cantando lamentosi distici perché, violata la fedeltà, uno più giovane prevale su te con il suo splendore.

Immitis Glycerae  presenta un rapporto ossimorico tra l’aggettivo e  la dolcezza contenuta nel nome della donna.. Questo ossimoro anticipa il successivo saevo cum ioco  (v. 12). Il motivo della donna immitis  è ricorrente nella poesia elegiaca: nel corpus Tibullianum  uno dei componimenti di Ligdamo indica un rapporto di necessità tra la padrona crudele e l’amore:”Nescis quid sit amor, iuvenis, si ferre recusas/immitem dominam coniugiumque ferum ” (III, 4, 73-74), non sai cosa sia l’amore , giovane, se rifiuti di soffrire una padrona crudele e un accoppiamento feroce.

Tornando all’Ode oraziana (I, 33)   il verbo decantare del v. 3 allude al ripetuto, continuo piagnisteo della poesia elegiaca e così pure miserabilis= miserabiles (v. 2). Nella seconda strofe c’è un poliptoto che significa la singolare catena d’amore nella quale chi ama non è riamato:”Insignem tenui fronte Lycorida/Cyri torret amor, Cyrus in asperam/declinat Pholoen: sed prius Apulis/iungentur caprae lupis,//quam turpi Pholoe peccet adultero. Sic visum Veneri, cui placet imparis/Formas atque animos sub iuga aenea/Saevo mittere cum ioco ” (vv. 5-12), l’amore per Ciro brucia Licorida notevole per la fronte piccola, Ciro è incline all’aspra Foloe: ma le capre si accoppieranno con i lupi apuli prima che Foloe pecchi con un amante brutto. Così è parso giusto a Venere cui sembra opportuno sottoporre a gioghi di bronzo aspetti e anime differenti con scherzo crudele.  E’ il tovpo” dell’amore che insegue chi fugge e viceversa. Lo tratteremo più avanti. In torret (v. 6) ritroviamo la comunissima metafora del fuoco. L’accoppiamento di capre e lupi è un esempio di adynaton (cosa impossibile). Orazio in ogni caso non soffre troppo poiché ha capito e si è rassegnato alla tragica legge del crudele gioco erotico per la quale amiamo chi non ci ama e non amiamo chi ci ama. Sembra che capire questo, e magari riderci sopra, sia l’antidoto al dolore:”Ipsum me melior cum peteret Venus,/Grata detinuit compede Myrtale/Libertina, fretis acrior Hadriae/Curvantis Calabros sinus ” (vv. 13-16), me pure, quando mi cercava un amore più degno, tenne avvinto con ceppi graditi  Mìrtale liberta, più violenta dei flutti dell’Adriatico che incurva i golfi salentini. Il giogo amoroso è accettato volentieri dal poeta.

Del resto i caratteri forse non erano troppo impares poiché Orazio nell’Ode III 9 viene definito dall’amante Lidia “improbo/iracundior Hadria ” (vv. 21-22), più collerico dell’Adriatico in tempesta.

In ogni modo il rapporto amoroso è difficile quanto la traversata dell’Adriatico in tempesta. Ma vale la pena affrontarlo poiché ci aiuta a scoprire l’identità: come scrivere un libro, impresa che  “non cessa mai di essere una cosa folle, eccitante, la traversata di un oceano su un minuscolo canotto, un volo solitario attraverso il Tutto[23]“.

  Il tradimento della fede da parte della donna ricordato nell’Ode I 33 è topico nelle situazioni amorose dei poeti elegiaci i quali ricevono ferite da questa attitudine dell’amante.

Invano le korivnqiai gunai’ke” del Coro della Medea  avevano protestato contro questo tipo di giudizio malevolo comune dei poeti maschi: i canti dei poeti antichi smetteranno di ripetere la storia della mia malafede (“ta;n ejma;n uJmneu’sai ajpistosuvnan “, v. 422). In effetti già Omero nell’XI dell’Odissea  aveva fatto dire  ad Agamennone finito nell’Ade dopo essere stato trucidato dalla moglie:”oujkevti pista; gunaixivn” (v. 456),  poiché non c’è più credibilità per le donne. Poi Esiodo nelle Opere  aveva scritto: chi si fida di una donna, si fida dei ladri (v. 375). Perciò il fratello dell’autore, Perse, doveva stare attento a non lasciarsi ingannare da una donna pugostovlo”, dal deretano vezzoso, che mentre fa moine seducenti mira al granaio (vv. 373-374).

Una femmina oraziana che incarna il tradimento è l’etera Barine.

 Nell’Ode II 8 Orazio afferma che gli dèi non puniscono gli spergiuri in amore, come se il campo erotico fosse estraneo alla religione e alla morale. Sembra la trasposizione scherzosa di quello che Tucidide fa dire agli Ateniesi nel dialogo con i Meli: riteniamo infatti che la divinità, secondo la nostra opinione,  e  l’umanità in modo evidente, in ogni occasione, per necessità di natura (“dia; panto;” uJpo; fuvsew” ajnagkaiva””) dove sia più forte, comandi,  V, 105, 2.

 In amore, come in guerra e in molti altri campi, i rapporti tra gli umani sono puri rapporti di forza. Barine non viene punita per i suoi spergiuri, non diventa più brutta, anzi.

Vediamo le prime due strofe saffiche.

Ulla si iuris tibi peierati/poena, Barine, nocuisset umquam,/dente si nigro fieres vel uno/turpior ungui,/ /crederem:sed tu simul obligasti/perfidum votis caput, enitescis/pulchrior multo iuvenumque prodis/publica cura ” ( Ode, II, 8, vv. 5-8), Barìne, se la pena del giuramento violato ti avesse mai nociuto, se diventassi una dal dente nero o più brutta per una sola unghia, ti crederei: ma tu appena    hai impegnato la tua vita perfida con i voti, brilli molto più bella e vieni avanti, pubblico tormento per i giovani.-peierati poena:”in nessun’altra cosa come in amore si usa e si abusa a cuor leggero del giuramento. Ma gli antichi, che erano attaccati con tutta l’anima a una credenza che aveva tanta parte nella loro religione, nel diritto e nella vita comune, corsero ai ripari per ingannar se stessi: in amore sì, poiché lo si vede ogni giorno avvenire senza conseguenze, è lecito giurare falso senza pericolo, nel resto no”[24].

 Perfidum  è il consueto[25] aggettivo che indica la rottura del  foedus    e obligare  è coerentemente un verbo del linguaggio giuridico. Enitescis  costituisce l’ ajprosdovkhton che contrasta con la punizione mancata dell’annerimento dei denti in conseguenza dello spergiuro (dente si nigro fieres vel uno/turpior ungui “, vv. 2-3, se diventassi più brutta per la dentatura annerita o almeno per una sola unghia).

 ” Orazio, negando che Barine abbia anche soltanto un tal neo, la glorifica perfetta: menzognera sì ma perfetta. Noi non possiamo immaginare che le parole del poeta carezzino, più che non feriscano, l’orecchio dell’ascoltatrice: donne di tal fatta non possono soffrire che si rinfaccino loro difetti fisici, o, peggio, l’età, ma sanno bene che mestiere fanno e non si dolgono se lo si ricorda loro con i debiti riguardi”[26].

Il publica cura  del v. 8 sovrappone la terminologia politica a una situazione erotica. “Orazio rincara la dose: essa non solo non ha sofferto della fede mancata, anzi a ogni giuramento falso divien più bella, ed esce per le vie accompagnata da un corteo sempre maggiore di giovani: nel publica cura si sente l’ironia, che però si rivolge molto più contro gli adoratori che non contro la bella donna, la quale fa, e ha ragione, i suoi interessi”[27].

Il tovpo” del giuramento amoroso tradìto.

 Pasquali cita varie testimonianze della sua affermazione per la quale solo in amore è lecito spergiurare. Alcune le abbiamo già viste nei capitoli precedenti; qui aggiungo il Simposio di Platone dove Pausania fa notare che i più pensano che gli stessi dèi siano indulgenti verso gli spergiuri amorosi:”ajfrodivsion ga;r o{rkon ou[ fasin einai” (183b), infatti dicono che non c’è giuramento d’amore. Seguo qualche altra indicazione dell’autore di Orazio lirico :” Tibullo non ne fa uso se non in quella sua Ars amandi (I 4, 21) posta in bocca a Priapo” (p. 480). Vediamone due distici:”Nec iurare time: Veneris periuria venti/irrita per terras et freta summa ferunt.// Gratia magna Iovi; vetuit pater ipse valere,/iurasset cupide quidquid ineptus amor “  (vv. 21-24), non aver paura di giurare: gli spergiuri di Venere i venti li trascinano annullati per le terre e in cima ai flutti. Dobbiamo essere molto grati a Giove; il padre ha personalmente vietato che avesse valore qualunque giuramento avesse bramosamente fatto uno spropositato amore. Del cattivo esempio del padre onnipotente in fatto di adultèri e tradimenti abbiamo già detto. Pasquali fa ancora notare che “Ovidio imita questo passo di Tibullo nell’ a. a. I 633 sgg”[28].

Vediamo qualche distici anche del magister Naso:”Iuppiter ex alto periuria ridet amantum/et iubet Aeolios inrita ferre Notos.// Per Styga Iunoni falsum iurare solebat/Iuppiter: exemplo nunc favet ipse suo ” (Ars Amatoria ,I, 631-634), Giove dall’alto sorride agli spergiuri degli amanti e ordina che i venti di Eolo li portino via senza effetto. Sullo Stige Giove era solito giurare il falso a Giunone: ora favorisce personalmente chi segue il suo esempio. Ovidio, fa notare Pasquali nella nota citata sopra, “aveva già adoperato il tovpo” in forma un po’ diversa in due passi degli Amores, assai somiglianti tra loro: I 8, 85 nec, siquem falles, tu periurare timeto: commodat in lusus numina surda Venus[29] , e se ingannerai qualcuno tu non esitare a spergiurare: per i giochi amorosi Venere rende sordi gli dèi. L’altro passo chiede indulgenza per gli spergiuri onesti:” Tu, dea, tu iubeas animi periuria puri/Carpathium tepidos per mare ferre Notos ” (Amores , II, 8, 19-20), tu, dea, tu ordina che gli spergiuri di un animo puro li portino via i tiepidi venti del sud attraverso il mare Carpatico. La dea naturalmente è Venere, il mare Carpatico è l’Egeo chiamato così dall’isola di Carpato situata tra Creta e Rodi. Mare, isole e venti meridionali, tiepidi evocano vacanze e sensualità.

Anche in Anna Karenina c’è un “codice di norme”, quello di Vrònskij, che ammette lo spergiuro amoroso:” Le norme stabilivano senz’ombra di dubbio che bisognava pagare un baro, ma non obbligavano a pagare un sarto; che agli uomini non bisognava mentire, ma si poteva con le donne; che non bisognava ingannare nessuno ma un marito si poteva ingannare; che non si potevano perdonare le offese, ma che si poteva offendere, e così via”[30].

Vediamo altre due strofe dell’Ode II 8 di Orazio:” Expedit matris cineres opertos/fallere et toto taciturna noctis/signa cum caelo gelidaque divos/morte carentis.//Ridet hoc, inquam, Venus ipsa, rident/simplices Nymphae, ferus et Cupido/ semper ardentis acuens sagittas/cote cruenta (vv. 9-16), ti giova ingannare le ceneri sepolte di tua madre e le silenti costellazioni della notte con l’intero cielo e gli dèi immuni dal gelo della morte. Ride di questo, lo affermo, la stessa Venere, ridono le Ninfe ingenue e il feroce Cupido che aguzza sempre i dardi ardenti sulla cote cruenta.- matris cineres opertos (coperti dalla tomba) fallere: il giuramento sulle ossa e le ceneri dei genitori è particolarmente grave: lo usa Properzio per rendere indubitabile la sua dedizione (gravitas) a Cinzia  fino alla morte e oltre:”ossa tibi iuro per matris et ossa parentis/ si fallo, cinis heu sit mihi uterque gravis ” (II, 20, 15-16), te lo giuro sulle ossa di mia madre, sulle ossa di mio padre, se ti inganno siano opprimenti per me le ceneri di entrambi. Se venisse meno la gravitas di Properzio interverrebbe negativamente quella della cenere. Ma forse il poeta sa o teme di essere lui stesso gravis per Cinzia.-carentis=carentes.-

“La scena della terza strofa, il giuramento per la tomba della madre sotto il cielo stellato è romantica e atta a ispirare terrori misteriosi. Orazio riprende qui uno spunto che aveva trattato nella sua romantica giovinezza[31] (epod. XV 1):”nox erat et caelo fulgebat l’una sereno inter minora sidera, cum tu magnorum numen laesura deorum, in verba iurabas mea“, era notte e la luna brillava nel cielo sereno tra gli astri minori, quando tu, pronta a violare la potenza degli dèi grandi, giuravi sulle mie parole (vv. 1-4) Si tratta di Neera che giura, falsamente a Orazio “fore hunc amore mutuum ” (v. 10). Ma Flacco saprà reagire eroicamente: “nec semel offensae cedet constantia formae/si certus intrarit dolor ” (vv. 15-16, un esametro e un dimetro giambico), e la costanza non cederà alla bellezza una volta rivelatasi odiosa.

 Il non cedere è caratteristico dell’eroe: lo stesso Orazio definisce Achille incapace di cedere[32] . E il rivale felicior , più fortunato cui il poeta si rivolge con un quicumque es (v. 17), chiunque tu sia,  come il coro o un personaggio della tragedia greca a Zeus (Eschilo, Agamennone 160; Euripide, Troiane , 885)  e come Enea a Mercurio (Eneide IV, 577), presto piangerà anche lui l’amore passato da un’altra parte e il poeta a sua volta riderà:” Heu heu! translatos al’io maerebis amores/Ast ego vicissim risero ” (vv. 23-24). L’ultimo distico applica all’amore l’idea dell’orbis che ogni cosa porta in giro, in tutti i sensi.

Ridetrident : il poliptoto a cornice e inquam rafforzano questo distacco sorridente dalla vicenda amorosa, ben diverso dagli scoppi di gelosia e dalle maledizioni con le quali reagiscono ai tradimenti e agli spergiuri Catullo e gli elegiaci. Faccio l’esempio di Properzio: nel primo libro (pubblicato attorno al 28 a. C.) l’amante geloso ricorda a Cinzia, la quale lo fa soffrire con la sua leggerezza (levitas) e la sua perfidia, che lo spergiuro può provocare la vendetta divina:”desine iam revocare tuis periura verbis,/Cyntia, et oblitos parce movere deos ” (15, 25-26), smettila di tirare fuori di nuovo gli spergiuri con le tue parole, Cinzia, evita di irritare l’oblio dei numi. Nel secondo libro, redatto tra il 28 e il 26, sembra di trovare una replica a questa ode di Orazio:”non semper placidus periuros ridet amantes/Iuppiter et surda neglegit aura preces./vidistis toto sonitus percurrere caelo,/fulminaque aetheria desiluisse domo?/non haec Pleiades faciunt neque aquosus Orion,/nec sic de nihilo fulminis ira cadit;/periuras tunc ille solet punire puellas,/deceptus quoniam flevit et ipse deus ” (II, 16, 47-54), non sempre Giove ride calmo degli amanti spergiuri e con orecchie sorde trascura le preghiere. Hai visto i tuoni trascorrere per tutto il cielo e i fulmini saltati giù dalla dimora eteria? Questi non sono effetti delle Pleiadi né del piovoso Orione, né così cade dal niente l’ira del fulmine; allora quello suole punire le ragazze spergiure, poiché anche lui stesso, un dio, pianse ingannato.

E’ questo il ribaltamento del gioco sofistico che abbiamo spiegato nel capitolo precedente. Anzi, secondo Pasquali “l’ultimo verso par quasi una risposta alla elegia citata dal primo libro di Tibullo (I 4, 21) pubblicato appunto in quello stesso torno di tempo: come lì Giove perdonava, conscio di aver dato lui il cattivo esempio, così qui punisce per dispetto degli inganni in cui egli è caduto”[33]. Properzio in un’altra elegia del medesimo libro fa dipendere la malattia di Cinzia non tanto dal caldo canicolare quanto dal fatto che la fanciulla non ha rispettato gli dèi:” venit enim tempus, quo torridus aestuat aer,/ incipit et sicco fervere terra Cane./sed non tam ardoris culpa est neque crimina caeli,/quam totiens sanctos non habuisse deos ” (II, 28, 5-6), è venuto il tempo nel quale l’aria ribolle torrida, e la terra comincia a bruciare per la Canicola assetata. Ma la colpa non è tanto del caldo né delitto del cielo, quanto non avere considerati santi gli dèi. Il tovpo” degli spergiuri si trova anche in un’altra elegia di Tibullo, quella contro il fanciullo Maratho (I, 9). Il poeta all’inizio utilizza il motivo della sera numinis vindicta , la punizione divina che tarda ma arriva contro gli spergiuri:”  Ah miser, et siquis primo periuria celat,/sera tamen tacitis Poena venit pedibus!” (vv. 3-4), ah sciagurato, se qualcuno in un primo momento nasconde gli spergiuri, la punizione arriva comunque anche se tardi con piedi silenziosi. “Pure Tibullo ha inteso dire, e spera sia vero, che spergiurare è lecito ai belli, ma per una sola volta: parcite, caelestes; aequum est impune licere/numina formosis laedere vestra semel[34] (vv. 5-6), risparmiatelo, Celesti, è giusto che ai belli sia lecito, una sola volta tradire impunemente il vostro nume. Tra l’altro il tradimento del ragazzo è inquinato e aggravato dall’oro, la “comune bagascia del genere umano”; l’universale mezzana che “profuma e imbalsama come un dì di Aprile quello che un ospedale di ulcerosi respingerebbe con nausea”[35]. Ma leggiamo il latino:”Admonui quotiens:”Auro ne pollue formam;/saepe solent auro multa subesse mala./Divitiis captus siquis violavit amorem,/asperaque est illi difficilisque Venus ” (vv. 17-20), l’ho avvisato tante volte: non inquinare la bellezza con l’oro; spesso sotto l’oro sogliono essere posti molti mali. Se qualcuno ha profanato l’amore sedotto dalle ricchezze, per lui Venere è dura e ostile. “Questa è un’altra delle variazioni dell’antico motivo, adoprato con tutta libertà dai poeti, secondo ne viene loro il destro: lo spergiuro contro l’amore, se uno vi si induce per denaro, è il meno perdonabile di tutti”[36].

Ma in questa ode di Orazio nota Pasquali, è tutto” scherzo: Venere, le Ninfe del suo corteggio, Cupido il quale pur si compiace di aguzzare dardi ardenti sur una cote, che, a forza di sfregarsi ad essi, si macchia di sangue, non solo perdonano ma si divertono dello spergiuro”[37].-simplices :”Le Ninfe sono dette simplices, perché esse che per lo più si vendicano atrocemente di chi le offende impossessandosi di lui, rendendolo kavtoco”, soggetto, numfovlhpto” [38], posseduto dalle ninfe appunto, impazzandolo, questa volta perdonano: faciles Nymphae risere [39] , scrive Virgilio (ecl. III, 9)”[40].

 –ferus et =et ferus. “La posposizione dell’et è un’eleganza neoterica, di origine alessandrina”[41]. Ferus deriva dalla radice indoeuropea *dher- che ha dato esito, in greco qhr- da cui qhvr, qhrov”, animale selvatico e qhvra, caccia; in latino fer- da cui, oltre ferus, fera, ferinus, ferox. Perfino la ferocia di Cupido armato di frecce insanguinate, della fiamma di Efesto, e incline ad un’ ira simile a quella dei flutti[42] si dissolve in una risata.-ardentis=ardentes.-cote: in allitterazione con cruenta, è la pietra per affilare.

 Leggiamo la penultima strofa:” Adde quod pubes tibi crescit omnis,/servitus crescit nova, nec priores/impiae tectum dominae relinquunt,/saepe minati ” (vv. 17-20), aggiungi che i giovani crescono tutti per te, per te crescono nuovi schiavi, né quelli di prima lasciano la casa dell’empia padrona benché lo abbiano minacciato spesso.- servitus: variante del servitium, sempre alla donna padrona.-dominae: abbiamo visto quanto sia presente questa parola nel linguaggio amoroso dei latini, mentre non ce n’è una corrispondente in quello dei Greci. La donna imperiosa e poco pia invece è molto presente nella letteratura (e nella vita) italiana: trova infatti un mercato ricco di poveri maschi che non hanno elaborato la matriarca, spesso una vera e propria strega:”Nel vedermi aggirar per casa come una mosca senza capo, quella bufera di femmina mi lanciava certe occhiatacce, lampi forieri di tempesta. Uscivo per levar la corrente e impedire la scarica. Ma poi temevo per la mamma, e rincasavo”[43]. Questo è Mattia Pascal compresso tra la suocera la moglie e la madre prima di “morire”.

Leggiamo l’ultima strofa:” Te suis matres metuunt iuvencis,/te senes parci miseraeque, nuper/virgines, nuptae, tua ne retardet/aura maritos” (vv. 21-24),

  le madri temono te per i loro vitelloni, te i vecchi parsimoniosi e le povere ragazze appena sposate, che il tuo profumo ritardi i mariti.-matres metuunt : c’è l’adattamento alla pericolosa  milizia dell’amore del tovpo” epico e tragico delle madri che temono per i figli andati in guerra. Non solo le guerre dunque sono detestate dalle madri (Cfr. Ode I, 1, 24-25:” bellaque matribus/ detestata).

 Il tovpo” delle madri e delle compagne sbigottite dalla bellezza suprema della donna fatale si trova pure nell’ ode All’amica risanata di Foscolo:” tornano/ i grandi occhi al sorriso/insidïando; e vegliano/per te in novelli pianti/trepide madri e sospettose amanti” (vv. 16-18). A volte del resto queste fatalone sono un bluff: l’innamorato a vita di Màrquez “diffidava del tipo sensuale, quelle che sembravano di mangiarsi crudo un caimano e che di solito a letto erano le più passive”[44].-aura: Pasquali, dal quale mi permetto di dissentire, la interpreta non come l’odore ma “il venticello che, spirando dalla donna bella, ritarda i mariti avviati verso casa”[45]. Pasquali sostiene  che anche questa ode con il timore delle madri del v. 21 attesta le maggiori possibilità di un matrimonio d’amore nella società romana del tempo di Augusto rispetto a quella ellenistica rispecchiata dalla commedia latina ( plautina in particolare: vengono menzionate l’Aulul’aria, la Cistell’aria e il Trinumnus ) e che l’ultima strofa suppone “una società” nel senso moderno”. In altre parole le signore romane erano più libere delle donne ellenistiche le quali “non partecipavano né a banchetti né a conversazioni se non erano regine o etere”[46]. Una affermazione che non sembra congruente con il personaggio di Barine. Forse il filologo vuol dire che le matrone potevano subire uno sfavorevole giudizio comparativo da parte dei loro uomini quando partecipavano ai banchetti magari in compagnia di tali affascinanti etere, cosa che per le spose greche non era possibile come fa notare Cornelio Nepote (100-27 a. C.) nella Praefatio alle Vitae :”quem enim Romanorum pudet uxorem ducere in convivium? aut cuius non mater familias primum locum tenet aedium atque in celebritate versatur? quod multo fit aliter in Graecia. nam neque in convivium adhibetur nisi propinquorum, neque sedet nisi in interiore parte aedium, quae gynaeconitis appellatur, quo nemo accedit nisi propinqua cognatione coniunctus “, chi infatti tra i Romani si perita di portare la moglie al banchetto?o quale matrona non occupa il primo posto della casa e non si aggira nella parte più frequentata? Ciò avviene molto diversamente in Grecia. Infatti non è ammessa se non ai banchetti dei parenti né può trattenersi se non nella parte più interna della casa , che si chiama gineceo, dove nessuno entra se non è legato da stretta parentela.

Questa distinzione entra nel tovpo” di origine erodotea del relativismo culturale: nella stessa Praefatio al Liber de excellentibus ducibus exterarum gentium  Cornelio Nepote afferma che dalla sua opera si può imparare:”non eadem omnibus esse honesta atque turpia “, che non sono uguali per tutti gli atti onorevoli e turpi, tant’è vero che a Sparta le vedove, anche nobili, partecipano ai banchetti “mercede “, per denaro. Come si vede un costume indicativo, decisivo per la vita di tutti, come la condizione della donna, può variare nel giro di non molti chilometri.

Quanto alla congruenza con questo capitolo possiamo dire che la partecipazione di mogli, mariti, e amanti degli uni e delle altre ai banchetti apre spazi alla gelosia di tutti contro tutti e alle ferite delle schermaglie amorose come vedremo in Lucrezio e come sappiamo bene.

  Chi si intende non poco di schermaglie e battaglie amorose è Ovidio.

Negli Amores  scrive:”Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido;/Attice, crede mihi, militat omnis amans “(I, 9, 1-2), è un soldato ogni amante; anche Cupido ha il suo campo di guerra; Attico, credimi, ogni amante è un soldato. “La ripetizione del primo emistichio dell’esametro nel secondo emistichio del pentametro, che ha qui lo scopo di dare enfasi alla sententia  sottolineando il concetto, è un tratto tipico dello stile ovidiano…la sua frequenza in Ovidio è forse da attribuire all’influenza della figura retorica della conduplicatio  e all’effetto musicale che tutte le figure di ripetizione donano al testo”[47]. Nel teatro di Plauto “le metafore militaresche ricorrono anche con grande frequenza in connessione con la sfera erotica (militat omnis amans! ), gli “assalti” divengono assalti amorosi, le “spade” falli priapescamente sguainati, le “prigionie” e le sconfitte prigionie e sconfitte d’amore”[48].

Ovidio, fa pure notare il Conte, opera un “rovesciamento della tradizione elegiaca precedente” nella quale “l’amore con la sua forza irresistibile sottrae il poeta ai negotia  della vita civica chiudendolo in uno spazio sostitutivo dei valori della comunità“. Gli elegiaci infatti “dichiarano il loro essere prigionieri (e prigionieri consapevoli) della nequitia , dunque il loro non essere buoni cittadini, e propongono un sistema di valori alternativo a quello socialment