L’analogia della parola

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Riflessioni su un testo di Carlo Sini

Presupposti:

  1. Sini avverte subito che si tratta, in questo scritto, di indagare il rapporto fra il pensiero della pratica, che è il suo, e la metafisica.

  2. Non si tratta di definire vero il primo e falso il secondo: bensì di mostrare il limite del secondo attraverso il primo. La Metafisica, infatti, ha un problema: quello di non porsi mai il problema della pratica di pensiero ch’essa mette in atto (ch’essa pratica/frequenta/per dirla ancor più sinianamente: cui è soggetta). Questa, dovremmo ormai saperlo, coincide con la strategia dell’anima socratico-platonica; per cui la Metafisica non può fare a meno di vedere differenze fra anima e corpo, significante e significato di un termine, potenza e atto, essenza e essere etc, tutti ASSUNTI come cose. Più in generale, potremmo dire, essa non fa che pensare a un Essere/Verità che costituirebbe il mondo (si chiami questo Dio o in altro modo) che la filosofia, attraverso la parola, deve dire. Quando poi essa si accorge che la parola non può dire l’Essere (vedi Wittgestein- di quello di cui non si può parlare si deve tacere-, Heidegger etc.), dichiara il proprio fallimento e così facendo:

    1. mette capo al nichilismo (non c’è Essere) e al relativismo (tutto è interpretazione).

    2. oppure: mette capo all’impotenza nominante della parola (il linguaggio filosofico, già lo diceva Heidegger, non può dire l’essere, la verità; solo quello poetico lo può e solo un dio ci può salvare).

    3. Oppure: risolve l’Essere in pura Storia, facendolo coincidere con il divenire umano (è più o meno quello che fa Hegel, che però Sini ama moltissimo)…in questo modo l’Essere/Verità che sarebbe a fondamento del mondo comunque viene meno.

  3. Cosa dunque vuole fare Sini con il suo pensiero della pratica?

    1. Opporsi al nichilismo e al relativismo.

    2. Opporsi all’impotenza nominante della parola.

  4. Dobbiamo ora capire COME lo fa. In primis, Sini è ben cosciente che anche il suo pensiero della pratica intrattiene profondi rapporti con la Metafisica, non foss’altro perché dice “pratica” quasi fosse un qualcosa di oggettivo, mentre invece essa è solo evento di una relazione segnica, anche se si sforza di pensare costantemente come essa si forma. Dimenticavo: Sini afferma che tanto la filosofia (nel suo sforzo di essere anti-metafisica), quanto la scienza moderne e contemporanee sono sempre metafisica. Anche la scienza, infatti, pensa a enti fuori di sé, dalla propria pratica (ma Sini aggiunge una postilla: la scienza avrebbe la possibilità di essere davvero non-metafisica, perché si serve del linguaggio metamatico, che è diverso da quello alfabetico. Mentre l’avvento dell’alfabeto costituisce la Metafisica – perché ci fa vedere le parole, e quindi contribuisce alla costruzione della differenza corpo-anima, concreto-astratto, significante-significato, materia-spirito-, l’avvento del linguaggio matematico dovrebbe essere potenzialmente assai differente e comportare conseguenze differenti. Ma Sini non dice in cosa e perché, dice solo che la scienza non lo sa e non sfrutta questo linguaggio in modo adeguato, restando quindi, e nonostante tutto, ancorata al linguaggio alfabetico). Rispetto alla metafisica SINI si preoccuperà di ricostruire la sua genealogia, ovvero la storia della sua pratica, al fine di mostrarne il limite costitutivo, ossia cosa essa non vede di sé (=non vede che è una pratica). Non si tratta perciò di demolire le verità relative, interne a ogni pratica, che di volta in volta si ottengono (Dio, verità della pratica religiosa, Essere, verità della pratica metafisica etc.), bensì di circoscriverne la verità a quella pratica particolare. In sé queste verità non ci sono. Vero è solo l’accadere dell’Evento; ovvero l’Evento.

L’analogia

È importante capire che per opporsi a nichilismo e impotenza del linguaggio Sini guarda a Parmenide, Hegel (oltre a Husserl e Peirce).

Cosa significa ciò?

Già di Parmenide si è detto: l’Essere è, il Non essere non è, ed esso non si può né pensare né dire.

Hegel: nel suo sillogismo disgiuntivo (figura estrema di una lunga ricostruzione genealogica dei sillogismi possibili), nota Sini nella “Pratica del Foglio Mondo” (il corso che feci io), risulta chiaro che il nulla non si può dire. Esso è sempre l’antitesi di una tesi, preannunciante una sintesi. Ciò è importantissimo…perché è da questo movimento che prende origine quello descritto per l’Evento.

Se il nulla non si può dire ciò deve significare per forza che la parola, meglio l’evento della parola, e più in generale l’Evento stesso di qualunque relazione segnica (l’afferrabilità del bastone, il s ole che sorge e si relazione a noi, alla pianta etc.), CONTIENE quel nulla dentro di sé. Di fatto, il nulla è quello stacco, quella fessura, quel vuoto che è l’accadere dell’evento, ossia l’Evento stesso, che sia di dominazione, come nel caso della parola, o di incontro con altra esperienza (con il sole, con il bastone in quanto afferrabile dalla mano incavata a ciò disposta etc.).

Veniamo alla parola: se questa, come vuole la Metafisica, fosse davvero una cosa provvista di corpo sensibile-significante- e senso spirituale-significato- (ciò è vero, sì: ma solo nella pratica alfabetica), allora è ovvio ch’essa si trovi nell’impossibilità di nominare quella che la metafisica chiama “la cosa in sé” (l’Essere, l’essenza, Dio…a seconda delle interpretazioni). A un certo punto, infatti, l’impotenza emerge perché Essere, essenza, Dio etc. vengono posti a una distanza tale da costituirsi come innominabili. E si comprende: se Essere, essenza, Dio sono il significato spirituale di parole provviste di soli signficanti (CORPI sensibili), come è possibile che il vuoto fra sinificante e significato spirituale così alto venga colmato? È la l’impotenza cui mette capo la Metafisica. (In realtà io ho un’altra idea in proposito, ma credo proprio che Sini pensi in questo modo…non confondiamoci con altre idee J ).

Ebbene…il problema si risolve se si assume, come Sini fa, che ciò che la parola non può nominare sia in realtà il proprio stesso evento, il proprio stesso emergere. Essa scaturisce infatti dal nulla, è segno di nulla (ovvero proveniente dal e destinato al nulla=transizione continua, incessante metafora/trasferimento di significato). Ciò significa che, in generale, nessun evento è visibile mai mentre avviene. Io afferro il bastone, ma so di farlo solo mentre lo faccio, non prima. Prima c’è il vuoto costitutivo della relazione che fa di me segno del bastone (in quanto afferrabile) e del bastone segno di me (in quanto afferrante). Vedi dove si posiziona il nulla: fra questi due atti (come in Hegel, laddove esso è solo antitesi di una tesi, in attesa di capovolgersi in sintesi); li pone in relazione, è la relazione stessa, ma non si vede, così come dunque la parola non dice, perché non lo può e non lo deve, l’evento stesso del suo accadere. E dispiacersene (come la Metafisica fa) è assurdo. Ma vediamo dove questo conduce: alla tautologia. La parola è e non potrebbe essere altro che tautologica, cioè ripetitiva. Essa è ripetizione del mondo. Ed ecco il significato di analogia: per Sini significa non similitudine, ma ripetizione.

Andiamo più a fondo

La parola dunque, non potendo nominare il suo stesso accadere è:

  1. in una costitutiva differenza rispetto alla pratica che nomina. È cioè sempre successiva ad essa, ne dice un significato già mutato rispetto al momento del suo evento, e insieme lo trasmette, lo affida a una modifica ulteriore, nel futuro. È postuma rispetto alla pratica nominata, un corpo già in qualche modo defunto, eppure così deve essere se vuole ancora significare/nominare in futuro. Questo essere postumo della parola è un modo di spiegare ch’essa non può nominare l’Evento che la origine (dunque che non può dire l’Origine, perché qull’origine è il nulla…-torniamo a Parmenide e a Hegel-; ma è anche un modo di spiegare che il nulla non può dirsi, perché è il nulla a costituire l’orlo del mondo, il mondo).

  2. analogica, cioè ripetitiva del mondo, che in essa permane tale e quale è, senza residui. Cosa significa senza residui? Che, in linea di massima, se io dico “mare” o “Al pi” dico tutto quello che c’è da dire: nome e cosa così si pareggiano. Ma non in modo così semplice. Possono pareggiarsi e corrispondersi in maniera perfetta perché (non spaventarti): nella parola l’innominabile è il nominabile del nominato. Ovvero: perché l’Evento della nominazione (della parola), che è il suo innominabile è esattamente corrispondente a ciò che ancora deve essere nominato (il nominabile) , che si dà a vedere nella parola pronunciata (nel nominato). L’innominabile, dice Sini, non è perciò un qualcosa: se io dico “Dio è innominabile” dico un’assurdità: perché in questo modo nomino Dio (che ho asserito essere innominabile). L’innominabile è invece la soglia, l’evento, l’accadere della parola. E’ il classico modo di mostrare che la metafisica manca il proprio oggetto perché non lo vede. Ora, l’innominabile, ovvero l’evento, permette invece che qualcosa sia da nominare e che venga espresso nel nominato. Anche se lo fa in modo tale per cui la parola sia sempre postuma rispetto a ciò che nomina. Ma guarda bene: se l’Evento innominabile corrisponde, aprendolo, al nominabile (espresso in mdo temporaneo e sempre suscettibile di modifiche, nel passato e nel futuro, per cui noi usiamo antiche parole con nuovi significati e trasferiamo questi in significati diversi), il nominato è, pur nella sua transitorietà, proprio TUTTO IL MONDO CHE C’È. La differenza fra parola e mondo in effetti non pare sussistere. Che è poi l’effetto che Sini vuole raggiungere (annullando la differenza, tipicamente metafisica, fa sì che la parola possa sempre dire: il punto è che fa retrocedere la differenza a nulla costitutivo della relazione segnica). La parola (ovvero il suo evento) differisce sempre da sé e in questo modo reduplica analogicamente il mondo.

  3. Lo stesso acacde per ogni evento: dov’è il mondo? Non ha luogo, è il luogo. Esso è evento, ma evento che non si vede e non si dice mentre accade. Solo poi. Il mondo quindi è sempre e solo replica e figura, replica in figura, in immagine, ANALOGIA di sé. Questa è l’unica verità. Le altre verità sono solo interne alle varie pratiche.

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