L’arte etrusca

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La pittura in Etruria fu destinata generalmente al mondo dei morti ed ebbe sempre un legame con la vita quotidiana, una finalità pratica più che estetica, tanto che riferito ad essa si è spesso parlato di artigianato artistico.

Dall’arte greca gli Etruschi trassero la maggior parte dei temi rielaborandoli però in forme espressive più immediate e decorative.

Gli artisti etruschi con le loro opere, cercavano di ricreare un’atmosfera familiare e di fissare con forme dinamiche e colori brillanti la vitalità della vita terrena.

Si trattò quindi di un’arte spontanea, che mirava all’intensità dell’espressione anche a costo di deformare la realtà naturale.

La tecnica pittorica era inizialmente molto elementare;

nel corso del VII secolo, infatti, gli artisti stendevano direttamente sulla roccia, precedentemente lisciata, il colore.

Con il passare del tempo essi affinarono le modalità di lavoro e presero a coprire la parete da affrescare con un sottile strato di calce, sul quale incidevano con uno stilo il disegno preparatorio che veniva, subito dopo, colorato.

Successivamente giunsero a fissare fino a tre diversi strati d’intonaco e a realizzare affreschi veri e propri.

Inizialmente gli affreschi erano molto semplici e spontanei, mentre a partire dalla metà del IV secolo divennero più ricchi, con effetti di chiaroscuro determinati da un sapiente uso delle linee oppure dei colori. Anche i temi trattati subirono nel corso del tempo delle variazioni.

Nel VI e nel V secolo, infatti, il motivo dominante è quello del banchetto, cui si affiancano i giochi, le danze, la caccia, le attività di lavoro e così via.

A partire dal IV secolo invece i temi cambiano: demoni infernali, eroi mitici, viaggi nell’aldilà mostrano un mondo più cupo, quasi ossessionato dalla morte.

Indipendentemente dai soggetti, legati al motivo conviviale oppure al mondo mitologico o ancora a quello religioso, gli affreschi giunti fino a noi sono comunque quasi sempre lo specchio di una civiltà raffinata, attaccata alla vita e ai suoi riti quotidiani.


L’artigianato

 

Sulle strade ed i vicoli delle città si affacciavano le botteghe degli artigiani, fervide di attività produttive e di commerci.

Nelle botteghe si fabbricavano recipienti e vasi di terracotta di ogni foggia ispirati al gusto greco, suppellettili ed arnesi in bronzo, raffinati gioielli in oro e in altri metalli preziosi.

Prodotti che venivano acquistati in loco o che prendevano la via di popoli lontani.

Le ceramiche più tipiche della vasta produzione etrusca furono i buccheri.

Si tratta di vasi caratterizzati dal colore nero lucido delle superfici, determinato dalla tecnica di fabbricazione e cottura.

La produzione di Monili ed oggetti in oro, nella quale gli etruschi dimostrano un elevato grado di elaborazione tecnica capace di sfruttare le possibilità espressive del metallo, fu ricchissima e meritatamente famosa.

Il periodo di massima fioritura fu tra la metà del VII e la fine del VI secolo a. C., a Vetulonia e Vulci.

Anche nell’oreficeria trionfò il gusto per il sovraccarico e gli effetti enfatici con lavorazioni spesso combinate insieme.

Tali tecniche comprendevano l’incisione, lo sbalzo, la fusione, la filigrana e, soprattutto, la granulazione, consistente nell’applicare sulla superficie del metallo piccoli granelli d’oro saldati tra loro, moltiplicando così l’effetto dell’incidenza della luce.


 

Arte o Artigianato?

 

Le sculture, i bronzi, gli avori, i gioielli, gli specchi e molti degli oggetti che facevano parte dei corredi funebri sono stati il più delle volte considerati da una parte degli studiosi opere di artigianato, di qualità certo, ma lontane dalla perfezione dell’arte greca, che gli etruschi avevano imparato a imitare.

Altri studiosi hanno invece attribuito a queste opere un valore diverso, restituendo loro la dignità “superiore” che si riconosce generalmente all’opera d’arte.

Vale la pena quindi di prendere in esame alcuni ambiti espressivi della civiltà etrusca, quelli relativi alla lavorazione del bronzo e di metalli preziosi e quello relativo alla pittura, lasciando ad altre pagine il compito di argomentare intorno alla scultura o ai prodotti in ceramica oppure ancora alla costruzione di edifici.

Dell’antica storia dell’Etruria, nel periodo di sviluppo della città di villanova, sono giunti fino a noi quasi soltanto oggetti in metallo, il più delle volte spade, foderi, punte di lancia, fibule, manufatti che rivelano un’abilità assai notevole nell’arte dei metalli.

Il reperto più significativo di quel periodo (IX secolo) è un quadrupede alato ritrovato a Tarquinia, le cui linee sinuose e il cui equilibrio compositivo sono la dimostrazione sia di abilità tecnica sia di capacità espressiva non semplicemente artigianale.

Successivo (VII secolo), ma altrettanto importante, è il carrello bruciaprofumi ritrovato nella necropoli dell’Olmo Bello di Bisenzio.

La lavorazione del metallo si sviluppa nella produzione di oggetti preziosi non solo per le forme, ma anche per i metalli utilizzati, come l’argento e l’oro.

La produzione di manufatti in bronzo continua a lungo ed è difficile davvero stabilire se tali prodotti sono il risultato del lavoro di abili artigiani o l’espressione della creatività di artisti inimitabili.

Nei secoli successivi all’VII, soprattutto nelle necropoli, le sculture bronzee lasciano il posto a quelle in marmo.

Contemporaneamente si sviluppa notevolmente la produzione di specchi in bronzo, destinati a un pubblico femminile.

A un manico veniva unito un disco, con il diametro variabile tra i dieci e i venticinque centimetri, con una faccia liscia e in grado di riflettere l’immagine, e con quella opposta decorata il più delle volte con delle incisioni; numerosi specchi inoltre venivano circondati da una cornice, liscia oppure decorata anch’essa con motivi diversi, legati.

 

Sul disco posteriore dello specchio la bellezza, l’amore, la fecondità venivano rappresentati attraverso i volti delle divinità come Menerva e Turan, oppure con scene mitologiche quali il giudizio di Paride e l’amore della bella Elena e ancora l’allattamento di Ercole.


 

Letteratura

 

La totale assenza di testi scritti profani etruschi e la frammentarietà dei testi religiosi che ci sono giunti non ci consente di penetrare al di là di un livello superficiale nella cultura etrusca.

La perdita della letteratura di tutto un popolo è un evento di grande tragicità. Già nei primi secoli dell’era Cristiana la lingua etrusca era conosciuta solo da pochi eruditi, con la fine della civiltà classica se ne perse anche la memoria, e così la possibilità di tramandarla fino a noi.

Se dalle citazioni di qualche autore classico possiamo supporre con certezza l’esistenza di una letteratura storica etrusca, non possiamo altrettanto dire per una narrativa epica, che era probabilmente estranea alla mentalità di quel popolo.

I testi sacri erano suddivisi in libri che contenevano le regole della divinazione, il calendario religioso, le norme di comportamento nella vita quotidiana e negli eventi pubblici.

 

Linguaggio

 

L’indecifrabilità della lingua ha contribuito a creare un alone di fascino e mistero intorno alla civiltà etrusca.

Infatti, nonostante l’alfabeto sia chiaramente derivato da quello greco, la lingua etrusca appare allo studioso isolata nel contesto storico. L’insoddisfacente livello di conoscenza, che non ci consente di inserirla in un preciso ceppo linguistico, contribuisce a creare incertezza per quanto riguarda l’origine del popolo etrusco.

Oggi possiamo dire che l’enigma della lingua etrusca è stato almeno parzialmente svelato, in quanto ne conosciamo la fonetica, il significato di molte parole, e possiamo ricostruire parte delle regole grammaticali.

 

Il mistero della lingua

 

Gli Etruschi iniziarono a utilizzare la scrittura probabilmente dal momento in cui giunsero in Italia i Greci. A CAERE, TARQUINIA e VULCI sono stati infatti rinvenuti numerosi oggetti, risalenti al VII secolo, che presentano delle iscrizioni realizzate con caratteri molto simili a quelle dell’alfabeto greco in uso a CUMA.

Gli Etruschi si appropriarono dei grafemi orientali ( le somiglianze tra le lettere dei due alfabeti sono infatti numerose) ma mantennero lessico, morfologia e fonetica propri, e continuarono a costruire le proprie frasi con una sintassi simile a quella in uso presso le popolazioni italiche del VII secolo, qualche volta procedendo da destra verso sinistra, qualche volta da sinistra a destra e ancora alternando i due sensi.

Inizialmente scrivevano senza separare in alcun modo le singole parole, ma con il passare dei secoli introdussero dei segni di interpunzione per separare non soltanto le parole, ma in taluni casi anche le sillabe. Tuttavia tra i primi documenti della lingua etrusca e gli ultimi, non esistono sostanziali differenze: a dimostrazione del fatto che lungo gli otto secoli di produzione di testi scritti gli Etruschi non modificarono significativamente la loro “grammatica”, che presentava delle differenze di carattere prevalentemente regionale, assorbendo termini di provenienza diversa, soprattutto greca. Sembra tuttavia, se si considerano le rappresentazioni tombali di uomini e divinità che tengono in mano rotoli e dittici, che una vera e propria civiltà della scrittura si sviluppò soprattutto tra il IV e il II secolo a.C.

Inizialmente infatti l’uso della scrittura era riservato al princeps  che siglava gli oggetti personali oppure i dono destinati agli ospiti o agli stranieri; con il passare del tempo il suo uso uscì dall’ambito cerimoniale e divenne pubblico, come testimoniano le iscrizioni nei santuari, quelle sui cippi e così via. Si giunse infine ad un uso letterario, cui attinsero probabilmente molti autori romani, solo qualche secolo dopo.

Gli Etruschi incidevano le loro iscrizioni sulle pietre tombali, sui sarcofagi, sui cippi sui vasi, sugli specchi, sulle suppellettili in bronzo, in rame, in argento e in oro e la quasi totalità dei reperti scritti giunti sino a noi è proprio di questo tipo. Scrivevano inoltre con pennelli sottili o cannucce inchiostrate su strisce di pelle o tele di lino che venivano poi arrotolate per essere trasportate o conservate. Nella quotidianità usavano invece tavolette di legno spalmate di cera che veniva incisa con uno stiletto d’osso o d’avorio.

Per lungo tempo la lingua etrusca è rimasta un vero e proprio mistero e, anche se gli studi più recenti hanno svelato il significato dell’alfabeto etrusco, l’interpretazione della lingua intesa come comunicazione complessa di informazioni incontra ancora notevoli difficoltà, nonostante gli studiosi possano contare su quasi diecimila tesi, la maggioranza dei quali tuttavia sono delle brevi epigrafi. Il problema è dunque quello di giungere alla corretta interpretazione di una lingua avendo a disposizione quasi unicamente delle iscrizioni funebri. Esempio tipico di una scrittura epigrafica sono infatti le numerose iscrizioni funerarie che contengono generalmente solo il nome del defunto, la classe sociale di appartenenza, la carica civile o religiosa rivestita nel corso della vita, la durata della vita o l’età del defunto al momento della morte.

Secondo quanto è giunto fino a noi dagli autori latini, come Cicerone per esempio, negli ultimi secoli della storia etrusca, quando ormai i Romani stavano per prendere il sopravvento, vennero sicuramente elaborati dei veri e propri libri di ampio respiro: i Libri Fulgurales, dedicati all’interpretazione dei fulmini, i Libri Hauruspicini, dedicati all’interpretazione delle viscere degli animali, e i Libri Rituales, che trattavano argomenti diversi come l’organizzazione delle città e della campagna, destino degli eserciti, della città e degli uomini, interpretazione dei fatti prodigiosi, le concezioni relative al mondo dei defunti e così via.


 

Il piacere della tavola

 

Numerose sono le raffigurazioni etrusche nelle quali è possibile ammirare sontuosi banchetti, allietati da spettacoli vari; da queste raffigurazioni si nota sia l’importanza attribuita ai piaceri della tavola, sia il valore simbolico attribuito a questi riti collettivi, momenti d’incontro per le classi più abbienti e occasioni di duro lavoro per chi si doveva occupare della loro organizzazione.

Cucine animate da inservienti, probabilmente sottoposti agli ordini del cuoco, raccontano, meglio di qualsiasi altra testimonianza scritta, che gli Etruschi erano dei buongustai e che tenevano nella massima considerazione chi si occupava delle vivande.

Plinio il Vecchio e Marziale non mancarono di esaltare i prodotti della Tuscia, in modo particolare i formaggi.

Apicio, nel suo De coquinaria, esaltò la cucina etrusca e ne riportò una ricetta dal suo punto di vista particolarmente appetitosa: “Come cucinare la lepre”.

Un simile piatto era certo accompagnato con vino d’ottima qualità, che era servito il più delle volte dopo essere stato miscelato con acqua e passato attraverso un apposito colino.

Nel corso del VII e del VI secolo era diffusa l’abitudine di consumare i pasti seduti di fronte ad una tavola, che poteva essere sorretta da tre gambe, oppure rettangolare e sorretta da quattro gambe; con il passare del tempo, presso le classi abbienti, si sviluppò invece l’uso orientale di consumare i pranzi semi sdraiati su una sorta di letto conviviale.

Gli sposi mangiavano spesso adagiati l’uno accanto all’altro, con il gomito sinistro appoggiato ad uno o più cuscini, coperti da teli ricamati o decorati con motivi floreali e di carattere geometrico.

Ai loro piedi numerosi animali domestici rimanevano in attesa, pronti a divorare gli avanzi del pasto gettati a terra.

Fino al III secolo la tavola era elegantemente apparecchiata con suppellettili in ceramica decorata, come i crateri corinzi o le brocche di bucchero fine; nei secoli successivi la sobria eleganza della ceramica fu sostituita dal lusso dell’argenteria: piatti, coppe, vassoi, tazze, tutti finemente cesellati.

Quando la stagione lo consentiva la tavola conviviale era allestita all’aperto.


 

Il piacere del gioco

 

Racconta Cicerone che Tarquinio Prisco festeggiò la sua elezione di Roma con grandi manifestazioni sportive, veri e propri giochi i cui i protagonisti erano i cavalli da corsa e pugili provenienti dall’Etruria.

Anche durante le assemblee delle dodecapoli, presso il Santuario di Voltumna, erano organizzati giochi e spettacoli diversi, quali gare di lancio del disco e del giavellotto, di pugilato, di lotta, corse a piedi, di cavalli e con i carri…

Accanto a queste manifestazioni, che prevedevano la presenza di veri e propri professionisti e lo svolgimento di tornei, non mancavano mai le esibizioni dei giocolieri e degli acrobati o dei prestigiatori, mentre la plebe si cimentava nel tiro alla fune o nell’arrampicata dei pali.

Numerosi sono gli affreschi nelle necropoli o le decorazioni delle suppellettili che rappresentano gli Etruschi nel momento ludico, che è sempre accompagnato dalla presenza della musica.

Anche le gare di pugilato, per esempio, prevedevano l’accompagnamento di strumenti a fiato.

I giochi erano spesso parte integrante di spettacoli più complessi nei quali la danza aveva un ruolo importante, maggiore di quello della rappresentazione teatrale di cui sono rimaste poche testimonianze.

Oltre ai giochi pubblici, vere e proprie competizioni di carattere sportivo, gli Etruschi si dedicavano con piacere ai giochi da tavolo passatempo di carattere conviviale che prevedeva un confronto di bravura tra gli invitati.

Il rito del banchetto, infatti, non era semplicemente dedicato ai piaceri del palato.

Terminato il pranzo, allietato sempre dalla musica, ci si dedicava ai giochi e agli spettacoli.

Utilizzando ciò che ancora rimaneva sulla tavola, i convitati si divertivano con giochi di società.

In un recipiente pieno d’acqua erano adagiati dei gusci d’uovo in modo che galleggiassero; i partecipanti al gioco gareggiavano spruzzandoli don del vino così da riempirli e farli affondare.

I convitati, sempre sdraiati, a turno lanciavano il vino contenuto in una coppa, tenuta tra l’indice e il pollice, contro un piattello metallico tenuto in equilibrio su un’asta metallica alta circa due metri in modo da ottenere dei suoni che erano poi interpretati.

Il gioco, noto come il kottaboi, richiedeva una particolare destrezza, al vincitore era assegnato un premio che poteva anche essere la compagnia di un fanciullo o di una fanciulla presente al banchetto.

Frequente era anche un gioco che prevedeva l’uso di una tavoletta, la tabula lusoria, d’alcune pedine e di dadi contrassegnati con dei punti o dei piccoli centri concentrici, destinato, come gli scacchi o la dama a due soli giocatori.

Non è ancora stato possibile risalire alle regole di tale gioco, anche se sembra che fosse previsto sempre un premio per il vincitore.

In alcuni dipinti, infatti, accanto ai giocatori è presente spesso una coppa per il vino.

 

Musica e danza

 

Gli strumenti erano a percussione, a corda e a fiato, in particolare quello più utilizzato era il flauto, in tutte le sue svariate fogge, anche se quello doppio era considerato lo strumento nazionale etrusco.

Gli Etruschi apprezzavano molto la musica e solevano accompagnare con essa tutte le attività della giornata: il lavoro, il mangiare, le cerimonie civili e religiose. Anche sul campo di battaglia i movimenti delle truppe erano coordinati facendo ricorso al suono delle trombe.

La musica spesso accompagnava i movimenti ritmati di danzatori e danzatrici, il cui ballo non era solo uno spettacolo, ma poteva essere una cerimonia legata a riti propiziatori o a celebrazioni funebri.

La musica accompagnava anche gli spettacoli scenici di più antica origine, che avevano carattere di mimo e rappresentati da attori-danzatori mascherati. Dal IV secolo a.C. si diffuse il teatro drammatico dialogato di ispirazione greca.

 

Il banchetto

 

Il banchetto, spesso riprodotto negli affreschi tombali, aveva per gli Etruschi un duplice significato.

Era cerimonia religiosa in quanto i parenti del defunto, tra le cerimonie funebri, partecipavano ad un banchetto, al quale si pensava fosse presente anche lo spirito del deceduto.

Inoltre, nella vita quotidiana, era un simbolo di ricchezza ed appartenenza ad una elite sociale. Infatti solo la classe aristocratica poteva permettersi di dare sfarzosi ricevimenti, in cui gli invitati, uomini e donne di alto rango, si sdraiavano a coppie sui letti conviviali accuditi da numerosi servi, mentre musicisti e danzatori accompagnavano con suoni e danze lo svolgersi del convivio.

I tavoli erano coperti da tovaglie ricamate, e apparecchiati con ricchi vasellami; i cibi erano costituiti da abbondanti portate di carni, in particolare selvaggina, ortaggi, frutta.

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