L’impegno degli intellettuali nel ‘900

Tesina Esame di Stato

Pellegata Maria Beatrice

Esame di Maturità 2002

Il secondo dopoguerra tra rinnovamento e restaurazione

La guerra e il crollo del fascismo

La seconda guerra mondiale (1939-45) si è rivelata, tra i tanti conflitti combattuti nella storia, il più sanguinoso e distruttivo, per le ingenti perdite di vite umane, per l’impiego dei campi di sterminio e di terrificanti mezzi di distruzione, per le profonde divisioni, infine, determinatesi al termine del conflitto, ma andiamo per ordine. La decisione di Mussolini di far entrare l’Italia in guerra a fianco della Germania segna l’inizio della fine del fascismo. Nel 1940 l’andamento delle operazioni si dimostra immediatamente sfavorevole per l’Italia, impreparata dal punto di vista militare. Alla sconfitta sui vari fronti, nel 1943 si aggiunge l’invasione degli alleati che sbarcano in Sicilia e cominciano a risalire la penisola. L’irreversibilità della situazione che si viene a creare provoca una crisi all’interno dello stesso fascismo, che sfocia nell’ordine del giorno votato dal Gran Consiglio del fascismo la notte del 25 luglio 1943 con il quale, sia pure in forma equivoca, viene tolta la fiducia a Mussolini e vengono restituite alla monarchia le sue prerogative statutarie. Il re Vittorio Emanuele III dimette Mussolini e lo fa arrestare, affidando il nuovo governo al maresciallo Badoglio. Pur dichiarando nel suo proclama che “la guerra continua”, Badoglio intavola subito le trattative con gli alleati per un armistizio reso noto l’8 settembre 1943. Le truppe tedesche presenti in Italia si trasformano in truppe di occupazione. Il governo e la corte fuggono precipitosamente da Roma per installarsi nei territori in mano degli alleati. L’esercito si dissolve su tutti i fronti: alcuni vengono catturati e internati dai tedeschi, altri si collegano ai CLN e iniziano la guerriglia partigiana contro i tedeschi. L’Italia è divisa in due: il centro-nord occupato dai tedeschi (che, liberato Mussolini, vi creano lo stato fantoccio della repubblica di Salò), e il sud occupato dagli alleati e sede del governo badogliano.

La Resistenza

Tra il settembre 1943 e l’aprile 1945 si sviluppa la Resistenza: riforniti dagli alleati e protetti dalla popolazione, i partigiani lottano contro tedeschi e fascisti per affrettare la liberazione dei paese. Ma la Resistenza non è solo un fatto militare, è soprattutto un fatto politico e morale: è una presa di coscienza che investe le masse popolari. Gli uomini dei diversi partiti, o senza partito, che vi prendono parte non combattono solo contro gli invasori e i resti del regime, ma contro quello che dietro il fascismo si cela e lo ha reso possibile. Perciò la resistenza pone concretamente le basi per un rinnovamento profondo delle strutture dello stato e della società.

Ritorno allo stato prefascista o rinnovamento?

Il campo antifascista non è però omogeneo nei propositi per il domani. La monarchia non condivide un programma che comporti un rinnovamento radicale, perché sarebbe la prima a fame le spese. In campo alleato essa trova sostegno nelle forze più moderate dello schieramento antifascista e in particolare nel partito liberale, che fa parte del CLN. I “santoni’ dell’Italia prefascista, Croce, Orlando … appoggiano con il loro prestigio questo posizioni. I partiti più sostenitori del rinnovamento sono, invece, quello comunista, quello socialista e il partito d’azione. Ad accantonare la pregiudiziale repubblicana è, però, proprio il segretario del partito comunista, Palmiro Togliatti, accorso in Italia dopo vent’anni di esilio in Unione Sovietica. Egli sostiene la necessità di unire intanto tutte le forze antifasciste per concludere la guerra di liberazione, rinviando all’indomani della fine della guerra la soluzione del problema istituzionale. La soluzione del segretario viene accolta e al governo Badoglio viene sostituito un governo presieduto da Bonomi, espressione dei CLN e del quale fanno parte esponenti di tutti i partiti. Mentre la sollevazione popolare porta alla liberazione di Firenze nell’agosto del 1944, la marcia delle truppe alleate verso il nord si arresta sull’Appennino emiliano, la cosiddetta “Linea Gotica”, per l’inverno e parte della primavera del 1944- 45. Soltanto nell’aprile del 1945 gli anglo-americani sfondano il fronte difeso dai tedeschi e raggiungono il nord. Milano ed altre città, tra cui Genova, insorgono il 25 Aprile, data poi scelta per commemorare la liberazione.

La ricostruzione del Paese

Ricostruire è il titolo che compare a caratteri cubitali sulle prime pagine dei giornali italiani all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale. L’Italia, infatti, dopo la definitiva liberazione, deve affrontare enormi sacrifici per la ricostruzione morale e materiale del paese. I primi governi dell’Italia liberata varano programmi atti ad una ricostruzione che riguarda tutti gli ambiti, e che permetteranno all’Italia di rimettere in moto la macchina produttiva.

·               Nel giugno dei 1945 nasce il primo governo del dopoguerra, presieduto da Ferruccio Parri, il prestigioso capo partigiano “Maurizio” che subentra a Bonomi. Ne facevano parte la Democrazia cristiana, il partito comunista, il partito socialista, il partito liberale, il partito d’azione, i democratico del lavoro. Il governo Parri cade dopo soli cinque mesi, paralizzato dai contrasti interni.

Le spinte moderate Nel Paese, intanto, sorge un nuovo movimento politico, che si diffonde prevalentemente nelle regioni meridionali, che non hanno vissuto i giorni della Resistenza. A fondarlo è Guglielmo Giannini; “l’Uomo qualunque”, così si chiama il movimento, ha buon gioco nel raccogliere ed amplificare la stanchezza per la politica e per gli intrighi dei partiti ed esprime perfettamente l’inquietudine dei ceti medi che anelano all’ordine come valore supremo e ad uno stato che si limiti a custodirlo, garantendo l’iniziativa economica privata. È inevitabile che in questo atteggiamento vi sia una punta di nostalgia verso il fascismo: ” si stava meglio quando si stava peggio” è la frase tipica di questa mentalità. Ma, più che da questo movimento pittoresco, le spinte moderate di maggior peso politico vengono dall’interno dello stesso CLN, soprattutto da parte dei liberali, espressione di quelle forze conservatrici che, se erano state pronte a liquidare il fascismo, più di quest’ultimo temevano l’ascesa al potere dei partiti di sinistra. Perciò alla fine del 1945 mettono in crisi il governo Parri e chiedono che si ponga fine al regime straordinario dei CLN e si normalizzino rapidamente gli organi dello stato. La crisi del governo Parri mette in primo piano la forza-chiave della situazione, la democrazia cristiana, il partito cattolico in cui rivive il vecchio partito popolare: è a questo che passa la presidenza del consiglio, alla quale viene chiamato Alcide De Gasperì. Quest’ultimo è l’uomo che dà l’impronta alla democrazia cristiana fra il 1945-48. Grazie a lui la DC conquista una posizione centrale accreditando come l’unica forza politica capace di garantire un trapasso pacifico dal fascismo alla democrazia. I comunisti, interessati ad un accordo con i cattolici, lo appoggiano; ma gli esponenti del partito d’azione escono dal governo: l’equilibrio interno del governo si era spostato definitivamente a destra, nonostante la permanenza dei due maggiori partiti di sinistra. A spingere in questa direzione sono tutte le forze variamente interessate a invertire la tendenza in atto: la monarchia, i ceti imprenditoriali, la Chiesa, gli inglesi e gli americani.

Repubblica e costituzione

De Gasperi avvia la “normalizzazione” richiesta dai liberali, che coincide con l’esautoramento degli organismi nati dalla lotta partigiana e portatori delle esigenze più profonde di rinnovamento della società. De Gasperi ha il delicato compito di portare il Paese “dalle armi al voto”. Per il 2 giugno 1946 viene fissata una doppia consultazione popolare: il referendum istituzionale e l’elezione dell’Assemblea costituente. Il primo dà un risultato favorevole alla repubblica: il centro-nord vota in maggioranza per la repubblica, il sud è monarchico, rivelando in questo modo l’esistenza di due Italie. Le elezioni per la costituente vedono una chiara affermazione dei tre partiti di massa. Ad ottenere il successo maggiore è la DC, seguita dai socialisti di Nenni (PSIUP), e dai comunisti. La vittoria della repubblica sembra, ed è, una vittoria della sinistra; ma le forze della restaurazione non hanno più bisogno di appoggiarsi ad un trono screditato come quello dei Savoia: agiscono all’interno degli stessi partiti antifascisti. Comunisti e socialisti sono legati da un patto di unità d’azione; si parla anche di una fusione tra i due partiti. Il leader sovietico Stalin è preso a modello ma si infittiscono le notizie sulle gravi degenerazioni della sua dittatura in Unione Sovietica. Mentre il PCI le fronteggia con notevole compattezza, il PSI subisce una nuova scissione nell’ala socialdemocratica guidata da Saragat, che esce dal partito al congresso di Roma dei gennaio 1947. L’assemblea costituente, intanto, prosegue l’elaborazione della Carta Costituzionale. che è il frutto di un compromesso tra le diverse matrici ideologiche delle forze antifasciste: essa disegna le strutture di uno stato diverso da quello prefascista, con larghe autonomie regionali e notevoli contenuti sociali, fermo restando lo schema della libertà di iniziativa privata nell’economia.

L’estromissione della sinistra dal governo e le elezioni del 1948

La situazione, tuttavia, per le forze in gioco non può portare che ad un’estromissione dei partiti di sinistra dal governo: nel maggio del 1947 alla coalizione subentra un governo monocolore democristiano, integrato da indipendenti, tra cui Einaudi, che avvia il risanamento monetario. Si giunge così alle prime elezioni politiche dalla proclamazione della repubblica, che hanno luogo il 18 aprile 1948, in condizioni di rottura frontale tra la DC da un lato, e il blocco socialcomunista, che presenta liste unitarie (Fronte popolare). Vi sono anche partiti minori (socialdemocratici, repubblicani, liberali e monarchia), ma lo scontro diretto è tra la DC e il Fronte popolare. Le elezioni si svolgono in un clima da crociata, sul quale pesa sinistramente la situazione internazionale; i moderati impostano la consultazione come una scelta per la civiltà occidentale, per gli aiuti americani, per il cristianesimo, o contro tutto questo. La chiesa interviene nella campagna elettorale con appelli drammatici. Il risultato è che la DC sfiora la maggioranza in voti ma la supera in seggi, per il meccanismo della legge elettorale. La destra è quasi scomparsa, assorbita dalla DC. Pur potendo governare da solo, De Gasperi invita liberali, repubblicani e socialdemocratici ad entrare nel governo (CENTRISMO: DC-PLI-PRI-PSDI).