L’infinito nelle filosofie idealiste e post-idealiste (Fichte, Schelling, Hegel, Marx e Kierkegaard)

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L’infinito

Tesina Esame di Stato

Stefano Gambaro

Esame di Maturità 2002

Filosofia

La grande tradizione della cultura occidentale è caratterizzata fino al Seicento da una visione finitistica: l’universo è finito, ha un diametro molto grande, però è finito.

Una prima rivalutazione dell’infinito si ha con il Romanticismo. Il Romanticismo intese il concetto di ragione come una forza infinita (cioè onnipotente), che abita il mondo e lo domina, e perciò costituisce la sostanza stessa dei mondo. Fichte per la prima volta identificò la ragione con l’Io infinito o Autocoscienza assoluta e ne fece la forza dalla quale l’intero mondo è prodotto. L’infinità in questo senso era una infinità di coscienza o di potenza, non un’infinità di estensione o di durata. Hegel, invece, contrapponeva al falso infinito o cattivo infinito, che è diverso dal finito cioè dalla realtà e si contrappone ad esso e cerca di trasformarlo o di superarlo, il vero infinito, che si identifica con il finito stesso cioè con il mondo e si realizza in esso e per esso. Questo infinito è un principio spirituale creativo: quello che Fichte chiamò Io”, Schelling Assoluto”, e Hegel Idea”. Comunque lo si chiami, tuttavia, il principio infinito è unanimemente considerato dai romantici come coscienza, attività, spontaneità, libertà, capacità di creazione incessante. D’altro lato tuttavia può essere inteso in due modi.

In primo luogo, può essere inteso come Ragione assoluta che si muove con necessità rigorosa da una determinazione all’altra, sicché ogni determinazione può essere dedotta dall’altra necessariamente. In secondo luogo, l’infinito fu inteso come attività libera amorfa, tale che si pone continuamente al di là di ogni sua determinazione. In questo senso l’infinito viene inteso come sentimento. Schlegel infatti interpretava l’infinito come al di fuori e al di sopra della razionalità, come infinità di sentimento. Ma se l’infinito è sentimento, esso si rivela meglio nell’arte che nella filosofia: giacché la filosofia è razionalità e l’arte appare invece ai romantici come espressione del sentimento. Schelling ritenne appunto che la migliore manifestazione dell’Assoluto, si avesse nell’arte e che perciò l’esperienza artistica fosse per l’uomo a solo mezzo efficace per avvicinarsi all’Assoluto.

Per i romantici, dunque, l’oggetto della conoscenza filosofica è il principio che essi chiamano Assoluto, ossia ciò che esiste incondizionatamente, fondamento del divenire cosmico; tutta la filosofia romantica si preoccupa di fornire le modalità attraverso cui giungere alla conoscenza di questo principio. L’uomo arriva alla comprensione dell’Assoluto attraverso la comunione empatica, una modalità conoscitiva secondo cui è possibile conoscere una determinata cosa perché siamo fatti della stessa sostanza. Tanto noi, quanto la Natura siamo fatti di Assoluto: lo possiamo cercare in noi, come un qualche cosa che ci appartiene, oppure lo si può ritrovare nella Natura: il filosofo romantico scorge in essa i segni, li interpreta con l’aiuto della sua emotività, facendosi guidare dal sentimento dello Streben, un perenne tendere, una tensione che lo spinge a trascendere se stesso, i suoi limiti derivanti dall’essere fisico, ma che non approda ad alcuno sbocco, perché le esperienze umane sono tutte finite. Da qui la Sehnsucht, lo struggimento, il “desiderio dei desiderio”: “un desiderio che non può mai raggiungere la propria meta, perché non la conosce e non vuole o non può conoscerla […], un desiderio irrealizzabile perché  indefinibile, un desiderare tutto e nulla ad un tempo” (L. Mittner). Ogni romantico dunque ha sete di infinito; e quello struggimento, che è desiderio irrealizzabile lo è proprio perché ciò che in realtà brama è l’Infinito. Ora, la filosofia deve cogliere e mostrare il nesso dell’infinito coi finito, l’arte lo deve realizzare: l’opera d’arte è l’Infinito che si manifesta nel finito.

Tutte le filosofie romantiche pongono l’Assoluto come un movimento dinamico, un flusso: è il movimento che dà origine alle cose, che ci fa esistere. Tutto dunque nasce da un movimento illimitato a limitato, nasce perché l’infinito si limita: è da questa infinita limitazione che nasce il movimento dell’Assoluto. L’Assoluto quindi attiva continuamente i suoi meccanismi per dirigersi verso il limite e superarlo.

I filosofi che aderirono all’idealismo tedesco, cioè alla tendenza che identifica la realtà con l’io, mentre il mondo esterno è qualificato come non-io, svilupparono notevolmente questo concetto. Fichte ha accentuato l’elemento della soggettività (io): l’atto fondamentale dell’io è la sua scissione in io e non-io, superando la quale l’io giunge di nuovo a sé. Scrive Fichte: “In quanto è Assoluto l’Io è infinito e illimitato. Esso pone tutto ciò che è; e ciò che esso non pone non è” In questo senso Fichte esalta l’assoluta libertà dell’uomo (dell’io) e la sua capacità di dare forma e legge al mondo. L’agire morale dell’uomo è il suo incessante sforzo di superare il finito.

Schelling supera la concezione fichtiana della natura come limite che l’io pone a se stesso, nel processo del proprio autosuperamento: per lui la natura è invece un primo stadio della vita dell’Assoluto o Spirito. La natura si evolve a partire da uno stadio privo di consapevolezza, verso forme più complesse, fino a raggiungere la piena consapevolezza di sé. Essa è la preistoria dell’io, qualcosa che è in intima comunione con lo Spirito. Organo dell’Assoluto è l’arte: nell’arte, infatti, si rivela l’intima unione di ciò che appare erroneamente separato: natura e storia, azione e pensiero. Nell’opera l’artista rappresenta “un’infinità, che nessun intelletto finito è capace di sviluppare interamente”.

Con Hegel il nodo centrale della filosofia diventa il problema di temporalizzare l’Assoluto, di farlo entrare nei processi storici. La storia è allora la progressiva ascesa dello Spirito verso la coscienza di sé, verso lo Spirito Assoluto. L’uomo può conoscere l’Assoluto, può innalzarsi fino ad esso: deve prima però superare le finitezze della coscienza, ed elevare in tal modo l’io empirico a lo trascendentale, a Ragione e Spirito. La Fenomenologia dello Spirito è stata concepita esattamente allo scopo di purificare la coscienza fenomenica e di innalzarla fino al Sapere assoluto. Essa è la via filosofica che conduce la coscienza finita all’Assoluto infinito, e coincide con la via che l’Assoluto stesso ha percorso per giungere fino a sé. Si può dire che nella Fenomenologia, intesa come la via che porta all’Assoluto, l’uomo risulta coinvolto non meno  dell’Assoluto medesimo. Infatti non esiste nell’orizzonte hegeliano il finito staccato dall’infinito, il particolare separato dall’universale, e quindi l’uomo non è staccato e separato dall’Assoluto, ma ne è parte strutturale e determinante, perché l’infinito hegeliano è l’infinito che si fa mediante il finito. L’Assoluto infatti si attua e si realizza come superamento del finito stesso. L’itinerario fenomenologico procede secondo una dialettica di progressiva negazione della fase precedente; tre sono le tappe di questo viaggio, che corrispondono ai tre momenti della tesi, antitesi e sintesi. Inizialmente la coscienza ha consapevolezza della sua sola esistenza; resasi conto dell’inadeguatezza di questa sua determinazione, la coscienza nega il suo essere tale e diventa autocoscienza: ora è in grado di percepire le altre coscienze. L’ultima fase è invece quella in cui l’autocoscienza arriva alla consapevolezza di essere Spirito; quest’ultimo passaggio è mediato dall’arte, dalla religione e finalmente dalla filosofia, che in quanto specchio dello Spirito, permette di giungere all’Assoluto.

Lo Spirito infinito di Hegel è come un circolo in cui il principio e la fine coincidono in maniera dinamica: il punto iniziale è la tesi, il movimento circolare è l’antitesi e i due momenti vengono unificati nella sintesi. L’inizio coincide con la fine perché riattraversa la tesi che è stata arricchita da una negazione, perciò il particolare è risolto nell’universale, l’essere nel dover-essere e il reale nel razionale. L’infinito di Fichte, che può essere visto come una retta in cui l’ostacolo viene spostato e non superato, è per Hegel un cattivo infinito o falso infinito, poiché resta un processo irrisolto, in quanto non raggiunge un fine, uno scopo e l’essere e il dover-essere rimangono scissi. Per questo Hegel affermò che Fichte fosse arrivato solo a una scissione tra lo e non-lo, tra Soggetto e Oggetto, tra finito e infinito; per Hegel invece il vero infinito è un infinito della ragione, non dell’intelletto, il quale non è una retta, ma un circolo, o meglio un processo circolare-. il processo dialettico. Tutta la dialettica di Hegel è continuamente il gioco di sfondare tutto ciò che è finito, di risolverlo in un orizzonte di infinitezza.

Marx muoverà inizialmente la sua filosofia sulla critica al concetto di Assoluto hegeliano: considerato una costruzione astratta che non tiene conto dei fatti in cui agisce l’uomo, Marx distrugge ogni fondamento metafisica. Per lui la storia è solo prassi, principio materiale che corrisponde all’azione degli uomini: venuta a cadere la giustificazione metafisica dell’Assoluto, gli eventi storici risultano frutto di meccanismi terreni, fisici.

Kierkegaard, invece, recupera il concetto di infinito, legandolo però a un ambito decisamente religioso. L’uomo, ente finito, è consapevole di questa sua finitezza e cerca di trascenderla, di superarla. La singola esistenza ha profonda coscienza di essere un’entità finita, destinata perciò a concludersi e a morire. Per sfuggire a questa condizione, il singolo segue l’esempio religioso. La religione, infatti, è la sola che può aprire uno spazio verso l’infinito, altrimenti lontanissimo e irraggiungibile dall’uomo. Mondo reale e mondo infinito non sono in comunicazione costante come in Hegel; sono invece separati, in quanto il primo è proprio dell’uomo, il secondo, invece, della Divinità. Proprio lo spazio dei religioso assume un senso tragico: l’uomo ricorre alla religione per sfuggire alla sua finitezza, per raggiungere l’infinito. Ma il rapporto con la divinità è un rapporto costantemente impari, perché mette l’uomo di fronte al suo essere finito. Ne nasce un sentimento di disperazione cui l’uomo cerca di porre rimedio. Prova dapprima ad accettare se stesso, e quindi la sua finitudine. Ma questo determina una contrapposizione con l’infinito, cioè con Dio, comporta l’eliminazione dei Divino-. l’uomo va allora verso il nulla, verso la morte, e la disperazione non cessa. L’alternativa è cercare di rinunciare a se stesso per coniugarsi con il divino; ma l’uomo non è in grado di sconfiggere la sua finitudine e di divenire infinito. La disperazione quindi non cessa.

Solo la fede può superare questo stato tragico, perché permette di accettare i propri limiti e di riconoscere l’infinito, la dipendenza dal divino.

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Audio Lezioni sulla Letteratura italiana dell’ottocento del prof. Gaudio

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