LA CONCEZIONE DEI SOGNI NELLATRADIZIONE GRECO – LATINA

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dalla tesina “Vedere la realtà e oltre la realtà”

Molla Veronica

Anno scolastico 2001/2002

Percorso tematico d’esame

LETTERATURA LATINA

Mentre noi siamo soliti considerare il sogno come un fatto privato e personale, nella tradizione greco – latina il sogno aveva spesso una dimensione collettiva.

Gli antichi ritenevano che i sogni fossero una sorta di messaggio criptico, da interpretare; talvolta si poteva trattare anche di rivelazioni da parte delle divinità che cercavano di dare consigli, ammonimenti o utili indicazioni all’uomo.

Epicuro fu uno dei primi a tentare di spiegare il fenomeno del sogno per via “scientifica”: egli, infatti, riteneva che i sogni non fossero altro che aggregazioni di atomi che restano attivi anche durante il sonno.

La tradizione scettico-accademica di Carneade (cui Cicerone risulta avvicinarsi maggiormente) azzarda una bipartizione tra sogni veritieri e fasulli.

Sarà Artemidoro nel II secolo d.C. ad approfondire questa interessante divisione nell’opera “Libro dei sogni”. Egli, oltre alla precedente bipartizione, introduce un’ulteriore separazione: tra i sogni veri e propri si possono trovare quelli diretti, che non necessitano un’interpretazione ma risultano chiari e comprensibili, ed altri simbolici/allegorici, per i quali è indispensabile una chiarificazione, costituendo essi possibili ammonimenti per il futuro. I sogni falsi, invece, erano considerati tali in quanto costituivano delle semplici visioni, riferite ad una condizione presente dell’anima o del corpo.

Questa classificazione fu ripresa da Microbio per il suo Commento al Somnium ciceroniano.Secondo Microbio ci sono cinque tipi di sogni possibili. Tre di essi riguardano i sogni veritieri e sono utili a prevedere gli avvenimenti futuri: il somnium, sogno enigmatico che rivela il suo valore predittivo solo se viene interpretato; l’oraculum, che prevede l’apparizione di un personaggio autorevole che formula una profezia; e la visio, nella quale è visto direttamente ciò che è destinato ad accadere. Sogni falsi sono invece l’insomnium, che corrisponde alle “visioni” della classificazione di Artemidoro, e il visum, che si riferisce allo stato di dormiveglia, intermedio fra la veglia ed il sonno vero e proprio.

SOMNIUM SCIPIONIS

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, Somnium Scipionis non è il titolo di un’opera di Cicerone, bensì è una parte, precisamente la sesta e ultima, del “De re pubblica”, un trattato filosofico-politico, scritto tra il 55 e il 51 a.C. e pubblicato prima che l’autore partisse come proconsole per la Cilicia. Nonostante l’opera ci sia giunta mutila di molte parti (in particolare: un gran numero di frammenti dei primi due libri, pochi del terzo, ancora meno del quarto e del quinto, solamente il Somnium del sesto libro) possiamo dedurre gli argomenti trattati: ci troviamo di fronte al dialogo tra Publio Cornelio Scipione Emiliano (detto anche Africano minore) con alcuni amici a proposito di tematiche piuttosto importanti come l’opportunità o meno per il saggio di occuparsi di politica e la definizione della forma di governo più auspicabile per Roma.

Dopo aver concordato che il saggio deve partecipare al mondo politico poiché deve avere come scopo centrale la virtus, il cui impegno più nobile si rivela soprattutto nella cura dello stato, viene attribuito lo scettro di miglior forma di governo alla repubblica oligarchica.

Lo spunto per il racconto di Scipione Emiliano è offerto da una questione posta dall’amico e confidente Gaio Lelio, già protagonista del De amicizia ciceroniano; egli si era chiesto come mai non fosse stata eretta una statua in onore di Publio Cornelio Scipione Nasica, che aveva ucciso Tiberio Gracco. Scipione risponde all’interrogativo raccontando a tutti i presenti un sogno che gli era capitato di fare anni prima e che non aveva mai raccontato a nessuno. Nel 149 a.C., all’inizio della terza guerra punica, Scipione Emiliano era stato inviato come tribuno militare in Africa e, una volta sbarcato ad Utica, si era recato a far visita a Massinissa, re della Numidia, grande amico del nonno dell’Emiliano, Scipione Africano Maggiore. Essi rimasero fino a notte inoltrata a discutere circa le imprese gloriose del valoroso e ormai scomparso Africano Maggiore e, probabilmente, fu per questo motivo che la stessa notte l’Africano Minore vide in sogno il nonno che gli parlava dall’alto della Via Lattea, sede degli eroi.

Da questo punto di osservazione celeste il nonno, dopo aver profetizzato le tappe fondamentali della carriera politico-militare di Emiliano, dischiuse ai suoi occhi la visione di un universo di tipo platonico, indicandogli le sfere celesti, facendogli ascoltare il suono armonioso provocato dal loro movimento. Infine gli rivelerà il destino che attende le anime dei defunti.

Il messaggio di Cicerone che possiamo cogliere per bocca dell’Africano è che, finché siamo sulla terra, è nostro dovere servire la patria; ma la gloria umana, vista dal cielo, ovvero sub specie aeternitatis, appare veramente piccola cosa. Gli uomini, pertanto, dovrebbero anelare alle cose celesti, perché tra l’armonia di quelle sfere le anime, che sono immortali, troveranno la vera ricompensa.

Il Somnium, grazie anche al sapore fortemente platonico che racchiude, fu letto e citato da numerosi autori medievali che lo hanno tramandato fino a noi.

IL SOGNO IN LUCREZIO

Anche in Lucrezio possiamo ritrovare il tema del sogno, contenuto nel quarto libro del suo capolavoro “De rerum natura”. L’autore si preoccupa di spiegare al lettore che quando il nostro corpo riposa nel sonno, i sensi restano intorpiditi e lasciano che i simulacri delle cose della nostra vita quotidiana penetrino in noi. La mente, che è sempre vigile, li registra e provoca delle visioni che sono chiamate comunemente sogni. La posizione di Lucrezio risulta assai distante dalle moderne acquisizioni, freudiane e non, della psicologia del profondo, anche perché appare polemica con tutte le concezioni che, del fenomeno onirico, lasciavano ampio margine all’ignoto, al misterioso. Il poeta invece riconduce i sogni ad una semplice riproduzione e continuazione, per gli uomini come per gli animali, delle sensazioni che più ci hanno colpito durante la veglia. Particolarmente efficaci appaiono, a questo proposito, alcune immagini del mondo animale, come quella dei cavalli che nel sogno paiono ancora lottare per la vittoria nel circo, dei cani che, pur se addormentati, ancora partecipano dell’eccitazione della caccia, e degli uccelli che si levano in fuga per aver sognato un predatore.

Viene ora riportata la traduzione dei versi 962-1023, riguardanti questo argomento.

E l’attività alla quale ognuno di solito è attaccato e attende,

o gli oggetti sui quali molto ci siamo prima intrattenuti

e nell’occuparsi dei quali è stata più intenta la mente,

in questi stessi per lo più nei sogni ci pare d’essere impegnati:

gli avvocati credono di perorare cause e confrontare leggi,

i generali di combattere e di impegnarsi nella battaglia,

i naviganti di sostenere la lotta ingaggiata coi venti,

e noi di compiere quest’opera e d’investigare sempre la natura

e scoprirla ed esporla in pagine scritte nella lingua dei padri.

Così tutte le altre attività e arti per lo più paiono nei sogni

tenere prigionieri di fallaci immagini gli animi degli uomini.

E chiunque per molti giorni continuamente fu presente

e attento agli spettacoli, per lo più vediamo

che, quando ha ormai cessato di percepirli coi sensi,

conserva tuttavia aperte nella sua mente altre vie,

per le quali possono entrare i medesimi simulacri.

E così per molti giorni quelle stesse immagini si presentano

davanti ai suoi occhi, sì che anche da sveglio crede

di veder persone che danzano e muovono le flessibili membra,

e di percepire con le orecchie il limpido canto della cetra

e la voce delle corde, e di vedere gli stessi spettatori

e, insieme, lo splendere dei vari ornamenti della scena.

Tanto grande è l’importanza della passione e del piacere

e delle occupazioni consuete,

non solo per gli uomini, ma anche per tutti gli animali.

Vedrai infatti forti cavalli, le cui membra giaceranno distese,

tuttavia irrorarsi di sudore nel sonno e ansar senza posa

e tender le forze all’estremo, quasi fossero in gara per la vittoria,

o le sbarre fossero state aperte † …… †

E spesso i cani dei cacciatori, pur mollemente addormentati,

tuttavia dimenano d’improvviso le zampe e emettono d’un tratto

latrati e aspirano frequentemente con le nari l’aria,

come se avessero scoperto tracce di fiere e le seguissero;

e spesso, essendosi svegliati, inseguono vane

immagini di cervi, quasiché li vedessero lanciati nella fuga,

finché, dissipati gli errori, ritornano in sé.

Ma la carezzevole prole dei cuccioli, avvezza a vita domestica,

in fretta scuote via e solleva da terra il corpo,

quasiché vedesse figure e facce ignote.

E quanto più una razza è feroce,

tanto più nel sonno essa deve infuriare.

Ma i variopinti uccelli fuggon via e, sbattendo le ali,

d’un tratto turbano durante la notte i boschi sacri,

se nel dolce sonno sembrò loro di vedere sparvieri

dare battaglia e far zuffa perseguitandoli a volo.

Inoltre le menti degli uomini, che con grandi movimenti producono

grandi cose, spesso nei sogni le fanno e le svolgono parimenti:

i re espugnano, son fatti prigionieri, si gettano nella mischia,

emettono grida come se fossero scannati in quel punto stesso.

Molti lottano all’ultimo sangue e mandano gemiti di dolore

e, come se fossero dilaniati dai morsi d’una pantera

o d’un feroce leone, riempiono tutto di grandi grida.

Molti nel sonno parlano di cose gravi,

e così parecchi denunziarono proprie colpe.

Molti affrontano la morte. Molti, come se da alti monti

precipitassero a terra con tutto il peso del corpo,

sono sconvolti dalla paura e, destandosi, come mentecatti

a stento tornano in sé, perturbati dal rimescolio del corpo.

Il mondo dell’uomo è variegato e Lucrezio non si lascia sfuggire l’occasione di polemizzare con le mille passioni che turbano la mente umana, e che proprio nel sogno sono solite trovare un’importante valvola di sfogo.

Dapprima (vv.966-970), per mostrare come il sogno sia la prosecuzione e riproduzione degli stimoli che caratterizzano l’attività umana durante la veglia, il poeta introduce in successione quattro “tipi” umani: il causidicus, l’induperator (arcaismo per imperator), il nauta e infine il poeta, occupati a sognare ciò che usano fare da svegli. Quindi (vv.1012-1023), Lucrezio descrive le reazioni fisiche al sogno, procedendo ancora per “tipi” umani: i re si agitano come se stessero combattendo o urlano; altri parlano nel sonno, rivelando inconfessabili segreti; altri infine sognano di incontrare la morte nei modi più strani.

Il sonno dell’uomo è dunque agitato in prevalenza da sogni tutt’altro che lieti: un’allusione trasparente all’angoscia che ne affligge la vita, l’angoscia a cui proprio il sapere epicureo vuole offrire un rimedio definitivo.

Una caratteristica di Lucrezio è di essere chiamato “il poeta visionario”, per la ricchezza delle immagini presenti nella sua opera. Il fatto non stupisce se si tiene in considerazione che per gli epicurei la realtà era conoscibile attraverso l’esperienza sensibile; quando i cinque sensi non riescono più a percepire le entità invisibili come gli atomi, s’impone il ricorso all’analogia, al paragone con eventi della realtà quotidiana. Di qui le frequenti immagini analogiche.

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