L’Ottocento, il trionfo dell’opera lirica

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di Maria Paola Viale

L’opera lirica, nell’Ottocento, raggiunse il suo massimo splendore nel 1800 con compositori tutti italiani: Gioacchino Rossini, Vincenzo Bellini,Gaetano Donizetti e Giuseppe Verdi.

Gioacchino Rossini – Nacque a Pesaro e fu denominato anche come “Il cigno di Pesaro”. Dotato di un talento straordinario e precoce, iniziò molto giovane a comporre opere musicale e, all’età di soli 37 anni aveva già scritto 39 opere. Purtroppo, da quel momento decise di non comporre più. Non si conosce il motivo di questa decisione : forse il nuovo stile imperante non era di suo gusto , o forse voleva semplicemente godersi la vita coltivando altri interessi. Rossini, oltre alla musica, si dedicava alla buona cucina, in veste di cuoco e di degustatore. Tra le sue molte opere; il Barbiere di Siviglia, che è considerata l’opera buffa più conosciuta con la nota cavatina “Figaro qua, Figaro là”. Altre opere divertenti sono. “Il Turco in Italia” e la fiaba di “Cenerentola”. Il suo stile piacque ai Francesi tanto che scrisse la sua ultima opera “Guglielmo Tell” in lingua francese per l’Opera di Parigi. Proprio quest’opera diede vita a un nuovo genere in Francia, detto “Grand-opéra”, dominando  per tutto il secolo. Infatti, la caratteristica del nuovo genere era la grandiosità: l’orchestra era composta da un maggior numero di musicisti per produrre un impatto sonoro più spettacolare; c’erano molte scene di massa a cui partecipavano il coro, numerose comparse e ballerini; le scenografie erano imponenti e curate, e tutto, per finire, era talmente sfarzoso da suscitare stupore e meraviglia nel pubblico. Il suo silenzio compositivo venne rotto soltanto da lavori sporadici di ampio respiro. Tra questi si ricordano:

• lo Stabat Mater (1841)

• la Petite messe solennelle (1863-1867)

• una serie di composizioni (per formazioni da camera, per pianoforte e per voce e pianoforte) raccolte in 14 volumi sotto il titolo complessivo di Péchés de vieillesse (Peccati di vecchiaia).

Gioacchino Rossini morì nel 1868 a Passy, nei pressi di Parigi.

 

Il Barbiere di Siviglia

Il Barbiere di Siviglia

Il libretto

L’opera originale in prosa su cui si basa Il barbiere di Siviglia appartiene a Pierre Caron de Beaumarchais (1732 – 1799). Essa integra una trilogia che comprende:

• Le barbier de Seville

• Les noces de Figaro (reso celebre dalla stupenda opera lirica di Mozart)

• La mère coupable

Delle tre opere del ciclo, Il barbiere di Siviglia del 1775, e senza dubbio la più conosciuta ed è stata rappresentata migliaia di volte in francese e in altre lingue. Ai tempi di Rossini il Barbiere di Siviglia era già stato oggetto di varie versioni operistiche (tra le quali quella di Giovanni Paisiello, nel 1782). Nel dicembre del 1815 il duca Francesco Sforza-Cesarini, impresario del Teatro Torre Argentina di Roma, commissionò a Rossini un’opera inedita da rappresentare entro la metà del mese di gennaio. Dopo aver preso un considerazione un libro, che non gli piacque, Rossini decise di affidare a Cesare Sterbini un nuovo adattamento dell’opera di Beaumarchais

La prima rappresentazione

Il Barbiere di Siviglia, l’opera più famosa di Rossini, è considerato uno dei capolavori del melodramma italiano. Le seicento pagine di musica che formano l’opera furono scritte in soli venti giorni… un vero record! La prima rappresentazione fu data a Roma, al Teatro Argentina, il 20 febbraio 1816 e fu un tale fiasco che i romani si convinsero che l’opera fosse stata seppellita per sempre. A spiegare in parte ciò che accadde concorrono alcune circostanze: sembra ad esempio che quella sera all’Argentina ci fosse parecchia gente pagata per fischiare l’opera di Rossini. Erano interessati al fiasco il compositore Giovanni Paisiello, che poco prima aveva musicato un’altra riduzione dell’opera di Beaumarchais e temeva la nuova opera, e l’impresario del Teatro Valle che temeva a sua volta la concorrenza dell’Argentina. Al di là di questi retroscena, tuttavia, sembra esserci stato dell’altro:

• Il tenore che cantava la parte del conte d’Almaviva fece ridere tutti quando, mentre cantava sotto la finestra dell’amata accompagnandosi con la chitarra, ruppe una corda dello strumento.

• Poco dopo don Basilio scivolò sul palcoscenico e quando si rialzò versava abbondante sangue dal naso.

• Verso la fine dell’opera, infine, un gatto nero attraversò con aria spaesata il palcoscenico e questo contribuì per buona parte a far naufragare tutto nel ridicolo.

Secondo la consuetudine del tempo, quella sera Rossini suonava il cembalo e, quando più alti si levarono i clamori del pubblico, egli si alzò in piedi in mezzo ai colleghi dell’orchestra e applaudì ostentatamente gli interpreti, ringraziandoli per la buona volontà che avevano dimostrato.

A partire dalla seconda recita il pubblico cominciò ad apprezzare l’opera, trasformando così l’iniziale fiasco in un successo ritrovato.

LA TRAMA

La trama

ATTO I: Scena I

Su ordine del conte d’Almaviva, Fiorello ha radunato una piccola  orchestrina sotto la finestra di Bartolo, dietro la quale è tenuta nascosta la  bella Rosina (introduzione “Piano, pianissimo”). Il conte raggiunge il suo servitore ed intona una romantica serenata, con cui spera di guadagnarsi l’attenzione e l’amore della ragazza (cavatina “Ecco, ridente in cielo”). Invano: è costretto a licenziare la sua banda, che si allontana  rumorosamente dopo aver ricevuto il compenso, quando si materializza  per strada un curioso personaggio. È Figaro, il barbiere di Siviglia, che canta la sua gioia di vivere e le proprie insostituibili qualità professionali  (cavatina “Largo al factotum”).

Il conte, che già da tempo conosce Figaro, lo mette a parte del suo  116 impossibile amore per la ragazza che ha incontrato al Prado. Ma oggi è  un giorno fortunato: Figaro può essergli utilissimo, perché già svolge un  certo numero di mansioni per conto di Bartolo, il tutore di Rosina.  Mentre stanno parlando, quest’ultima getta dal balcone un biglietto per l’innamorato sottostante. Malgrado il pronto intervento di Bartolo, il messaggio riesce ad arrivare al conte, che le risponde con una canzone appassionata, accompagnandosi alla chitarra: si dichiara innamorato di lei ma perché non sia il titolo nobiliare ma solo l’affetto sincero a muovere la ragazza, si cela sotto il finto  nome dello studente Lindoro, che “Non può darvi, mia cara, un tesoro” (canzone “Se il mio nome saper voi bramate”). Poiché la ragazza non  può rispondere dal balcone, il conte decide di andare a conoscerla personalmente proprio a casa sua, nella tana del lupo: a Figaro il compito di escogitare un piano di successo. Il barbiere, stimolato dal generoso compenso promesso, elabora una strategia originale per far incontrare i due amanti, eludendo la sorveglianza occhiuta del tutore: il conte dovrà travestirsi da soldato di un reggimento di passaggio a Siviglia, con il pretesto di un ordine di alloggio presso Bartolo; e, perché le sue mosse sembrino meno calcolate, dovrà fingere di essere ubriaco. Orgoglioso l’uno del proprio ingegno (nonché entusiasta per la promessa di “oro a bizzeffe” da parte del conte), animato dalla speranza più viva l’altro, i due si lasciano dandosi appuntamento alla bottega di Figaro (duetto “All’idea di quel metallo”).

Scena II

A casa di Bartolo, Rosina ripensa lusingata all’irruzione del giovane Lindoro nella sua vita: è decisa a tutto pur di coronare il reciproco desiderio, e la paventata, probabilissima opposizione del tutore

non potrà nulla per contrastarla (cavatina “Una voce poco fa”). Arriva Figaro per parlare, ma deve nascondersi per il sopraggiungere di Bartolo, allarmato dall’iniziativa del barbiere. Intuìto che si sta tramando qualcosa di poco chiaro, il tutore decide di affrettare i tempi per le nozze che ha progettato con la sua pupilla. Avvisa perciò Don Basilio della decisione, e riceve da questi ulteriori

motivi di preoccupazione: è stato visto a Siviglia il conte d’Almaviva, di cui è noto l’interesse per Rosina; l’unico modo per debellare la sua insidiosa concorrenza è rovinarne la reputazione calunniandolo (aria “La calunnia è un venticello”). Rimasto solo, Figaro avverte Rosina del destino che l’aspetta: la ragazza non si dà per vinta, anzi gli chiede informazioni su quel bel giovane che ha visto dal balcone; Figaro lo spaccia per suo cugino, innamoratissimo di lei. Quando il barbiere gli chiede di vincere la timidezza ed inviare un biglietto a Lindoro, la finta innocente lo prende dalla tasca già pronto: “Ah, che in cattedra costei/di malizia può dettar” (duetto “Dunque io son….. tu non m’inganni?”). La stesura del biglietto non era sfuggita però al sospettoso Bartolo, che ha notato l’inchiostro sul dito della ragazza, un foglio mancante e la penna temperata: le chiede invano una confessione e, infuriato perché Rosina lo considera tanto credulone, minaccia di chiuderla in camera a chiave la prossima volta che dovrà assentarsi (aria “A un dottor della mia sorte”). Poco dopo, quando la cameriera Berta va ad aprire alla porta, si trova di fronte una scena bizzarra: un soldato ubriaco che avanza con la spada sguainata (finale primo: “Ehi, di casa! Buona gente!”). Tra un’infinità di mosse febbrili d’inaudita confidenza (insulti, abbracci), il conte consegna a Bartolo l’ordine di alloggiarlo a casa sua. Arriva intanto Rosina, che il tutore vorrebbe allontanare: il finto soldato le si rivela come Lindoro e cerca di consegnarle un biglietto. Intanto Bartolo ha trovato l’esenzione d’alloggio di militari: inutilmente, perché il conte minaccia battaglia, e ne descrive il piano con grandi movimenti, che occultano il passaggio del biglietto a Rosina.

Bartolo però ha visto tutto, ma Rosina è ancora più abile, e riesce a sostituire il biglietto di Lindoro con la nota del bucato. Pianti della ragazza, insulti reciproci, una sciabola sguainata, l’arrivo di Don Basilio ed infine quello di Figaro (“Alto là!”): il barbiere avvisa che la confusione è stata notata all’esterno, e molta gente è ormai radunata sulla strada; cerca così di ridurre alla ragione i contendenti, e soprattutto di richiamare alla moderazione il conte. È troppo tardi, però: le forze dell’ordine si presentano alla porta per chieder conto del baccano (“Fermi tutti. Niun si muova”). Ognuno cerca di spiegare le proprie ragioni all’ufficiale in comando, che alla fine decide di arrestare il conte. Questi però “con un gesto autorevole trattiene i soldati” e consegna all’ufficiale un foglio che rivela la sua identità, impedendo così il proprio arresto e gettando tutti – tranne Figaro – nell’incredulità più totale (“Freddo ed immobile come una statua”, “Mi par d’esser con la testa”)

 

ATTO II

Bartolo, scoperto che nessuno al reggimento conosce il soldato importuno, sospetta si sia trattato di una spia del conte d’Almaviva; ha appena iniziato a ragionare sull’accaduto quando riceve un’altra visita, da parte del sedicente Don Alonso, maestro di musica sostituto di Don Basilio (duetto “Pace e gioia il ciel vi dia”). Il petulante personaggio non convince però, et pour cause, il dottore: è infatti ancora il conte, con un altro travestimento suggeritogli da Figaro. Per guadagnarsi la fiducia del tutore – e convincerlo della propria importanza per i suoi piani nuziali – il conte è costretto a mostrargli il biglietto che Rosina ha scritto a Lindoro.

All’arrivo della ragazza inizia a darle lezioni di canto; questa, che l’ha riconosciuto all’istante, si esibisce nel rondò “dell’Inutil precauzione”, inframmezzandolo di dolci parole d’amore per il suo Lindoro (“Contro un cor che accende amore”). A questa incomprensibile musica moderna Bartolo contrappone un’aria dalla sua gioventù (arietta “Quando mi sei vicina”), interrotta dall’arrivo di Figaro. Il barbiere cerca dapprima di distrarre Bartolo, imponendogli di rasarlo, quindi gli ruba la chiave della finestra che dà sulla strada. Sul più bello arriva però Don Basilio, cui la notizia della propria malattia giunge come un fulmine a ciel sereno. Con un gioco frenetico di messaggi passati di soppiatto, il conte convince Bartolo a non parlare a Don Basilio del biglietto mostratogli, mentre una borsa di denaro è sufficiente a persuadere l’intrigante maestro di musica a darsi veramente malato e lasciare la scena. Ripresa la rasatura di Bartolo, i due amanti prendono a discorrere finalmente senza impedimenti: ma il sospettoso tutore riesce ugualmente, nonostante la copertura di Figaro, a cogliere i due mentre progettano l’evasione di Rosina, rovinando così anche questo nuovo piano del barbiere (quintetto “Don Basilio!”). Rimasta sola, Berta, la vecchia cameriera, riflette sulla confusione destata dall’amore, questo “male universale” che non lascia insensibile neppure lei (aria “Il vecchietto cerca moglie”). Bartolo intanto, scoperto che Don Basilio non sa nulla dell’impostore Don Alonso, mostra a Rosina il biglietto che la ragazza ha mandato a Lindoro, insinuando che il suo amato non sia che intermediario del conte d’Almaviva, inviato a sondare il cuore della ragazza. Rosina, furibonda per l’inganno, decide per vendetta di sposare il tutore. Dal temporale che segue emergono, fradici per la pioggia ed avvolti nei loro mantelli, Figaro ed il conte, entrati dalla finestra per rapire Rosina. Di fronte alla furia della ragazza, il conte rivela la propria identità: esplode finalmente la gioia dei due amanti, e Figaro gode del successo dei propri piani. Mentre la fuga viene ritardata da continue dichiarazioni d’amore, il barbiere nota allarmato due figure che stanno entrando in casa ed invita gli amanti a fuggire quanto prima (terzetto “Ah! Qual colpo inaspettato!”).

La scala per la fuga è stata però rimossa, e i tre vengono sorpresi da Don Basilio e da un notaio, chiamati da Bartolo per celebrare il suo matrimonio. Poco male: con il regalo di un anello e sotto la minaccia di una pistola, Don Basilio viene convinto a testimoniare per una diversa coppia di

sposi, Rosina ed il conte. Quando Bartolo giunge, accompagnato da un magistrato e dai soldati, per far arrestare gli intrusi, non può che arrendersi al fatto compiuto;

duramente apostrofato dal conte (scena ed aria “Il conte! Che mai sento!”, “Cessa di più resistere”, spesso omessa), deve ammettere la stoltezza ultima di aver tolto la scala per impedire la fuga dei complici, ottenendo così l’effetto contrario di spingerli alle nozze: proprio “un’inutil precauzione”! Tutti si uniscono a celebrare il trionfo di questo amore contrastato. 

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Paola Viale

Paola Viale

Insegnante di scuola primaria in Liguria

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