Nel cantiere “scuola” l’insegnante deve essere un “capomastro”

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Flashback 2

In questi giorni di tempesta per questa istituzione ho sentito tutti parlare ed argomentare in modo raffinato e sofisticato di scuola, di didattica, di alunni ed ho avuto l’impressione che tutti sono in grado di insegnare agli altri, tranne gli insegnanti.

Pare che l’insegnamento sia un abito che tutti possono indossare e, così vestiti, argomentare di scuola di didattica, di pedagogia, di formazione dei giovani, ecc. ecc..

A seguito di questa considerazione vorrei proporre qualche flashback personale attorno a questo tema perché in questo momento di turbolenza per la scuola, io penso sia un bene attivare, da parte di tutti (perché la scuola è di tutti e tutti l’attraversiamo per un periodo più o meno lungo della nostra vita), quei percorsi della memoria per capire quanta strada e quale strada sia stata percorsa per arrivare fin qui.

 

Questi ricordi possono aiutare a capire e definire con il “senno di poi”, spesso, il discrimine tra scelte giuste e scelte meno giuste o sbagliate.

 

Una seria riflessione sul passato ci aiuterà a gettare la campata del ponte sul futuro.

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L’insegnante deve essere un “capomastro” nel cantiere “scuola”.

 

Classe seconda media.

Primi anni ’60 del secolo scorso.

Mio padre si era appena trasferito dall’interno della regione sulla costa dove cominciavano a fibrillare le prime pulsazioni dell’imminente boom economico.

La demografia era in crescita e le strutture non sempre stavano al passo con questa crescita.

Perciò la scuola era ubicata in una casa di civile abitazione dove le stanze erano dimensionate a questa funzione e non per contenere classi numerose per cui si stava accalcati entro vani inadeguati.

L’insegnante di matematica, con la funzione di vicepreside, era una donna bene impostata, alta, slanciata, con i capelli corti su un viso quasi sempre serio, spesso accigliato.

Non ricordo averla mai vista ridere.

La classe era turbolenta e costituita da molti studenti che, come me, si erano da poco trasferiti in questa nuova realtà da diversi altri paesi dell’interno. C’era, sostanzialmente, una disomogeneità culturale di base che si coglieva nell’aria e rendeva la classe irrequieta.

Ci sentivano come tanti piccoli alberi sradicati dal bosco naturale e trapiantati, a forza, in una radura  arida e ostile con difficile attecchimento dell’apparato radicale.

L’ambiente tale era, tale è rimasto.

 

Devo precisare che una mia negatività che mi ha fatto e mi fa ancora soffrire, anche se ormai mi sono abituato a conviverci, è costituita da una memoria molto debole e labile.

Per questa mia condizione passavo interi pomeriggi ad imparare a memoria poesie (delle quali ricordo solo alcuni versi sparsi) e definizioni matematiche; ma non sempre ci riuscivo.

Un giorno, conclusa l’interrogazione di matematica durante la quale non ero riuscito a ripetere alcune definizioni come erano scritte sul libro, l’insegniate vicepreside mi prese il diario e convocò mia madre per comunicazioni.

Devo chiarire che avevo, comunque, espresso i concetti di base ed avevo eseguito gli esercizi senza molti errori. L’unica cosa che non ero riuscito a fare era stato il ripetere le definizioni in modo pedissequo come riportate sul libro di testo.

Mia madre, dopo il colloquio mi riferì che l’insegnante era stata molto perentoria, chiara e categorica: “Tuo figlio non studia, tra lui e la matematica c’è un abisso incolmabile”

 

A tal riguardo mi piace, ora, precisare:

1) Non sono mai stato rimandato a settembre né da lei né da altri insegnanti, né sono stato mai bocciato (utilizziamo i termini corretti) a causa della matematica.

2) All’università in diversi esami scientifici ho avuto 30 ed anche la lode.

3) Ho dato alle stampe due testi di geometria descrittiva nei quali cerco di unire l’immagine grafica alla logica matematica ed altri ne sono in preparazione.

 

Per questa insegnante, che ho incontrato fino a qualche anno fa,  ho sempre nutrito dentro di me, mio malgrado, un sentimento di antipatia, quasi di rancore.

Ho imparato, però, ciò che non bisogna mai fare nel nostro mestiere che tratta cervelli, sentimenti, persone, passioni ed aspirazioni e non porte di frigoriferi, schede di elettronica, mattoni da costruzione o bulloni d’officina.

 

L’insegnante deve essere, fondamentalmente, un rigoroso costruttore di ponti, di legami, di relazioni, di valori tra le persone.

 

Nel cantiere “scuola” l’insegnante deve essere, semplicemente, un “capomastro”

Elio Fragassi

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