Organizzare l’apprendimento

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Spunti dal libro “L’organizzazione efficace dell’apprendimento”

di Rosario Mazzeo – ediz. Erickson (2006)

Lo studio

Nel corso della lettura del libro “L’organizzazione efficace dell’apprendimento” mi ha colpito il fatto che Rosario Mazzeo, ormai rettore e non più preside, gira e rigira, torna sempre a parlarci della cosa che sta alla base del nostro lavoro a scuola, quella cosa che ci fa venire in mente il momento in cui anche noi eravamo da quella parte dell’aula scolastica, sempre ammesso che sia una prerogativa solo di chi sta di là, e non anche di chi sta di qua: lo studio. Studio per San Tommaso è “Applicatio vehemens mentis” – Summa Theologica II, IIquad. (pag.19), intrapresa personale, ma solidale e collaborativa, si noti insieme intrapresa personale, ma solidale e collaborativa, perché lo studio implica sempre un rapporto con gli altri (pag.21), che non può accadere se c’è un pregiudizio, un sonnambulismo sociale, un ricorrere al bell’e fatto, la pretesa del tutto pronto (pag. 24).

E così, citando proprio le parole finali del libro, potremmo già partire da quelle che saranno le conclusioni del nostro lavoro: “L’insegnamento-apprendimento del metodo di studio è un particolare forse piccolo, ma non trascurabile, in cui la scuola dichiara, volente o nolente, su quali fondamenta pensa e costruisce se stessa come organizzazione efficace e qualificata dell’apprendimento maturo.” (pag. 221)

Lezione-laboratorio

Ma perché si verifichi lo studio come passione, occorre che la lezione sia un incontro, una condivisione di umanità, non una ripetizione-assegnazione, tomba per la ragione e l’affettività dell’uomo-studente (pag. 26), che il laboratorio sia una pratica di insegnamento-apprendimento fondata sull’operatività e la cooperazione, laboratorio in senso lato, anche le mostre, gli open-day, le rappresentazioni, gli ipertesti, cioè le opere che diventano forme di comunicazione pubblica di esperienza del bello, del nuovo, dell’inaspettato, o i viaggi di istruzione, vere e proprie lezioni di sguardo. Anche così si combatte la trascuratezza e il pressapochismo di alcuni alunni. (pag.30)

L’attenzione è

a)      selezione, ovvero preferenza, che scatta come riconoscimento e accettazione del punto che colpisce ed emoziona, mette in moto, il soggetto (pag.31),

b)      concentrazione, ossia fare una cosa per volta, dedicarle il tempo necessario senza fretta né impazienza (pag. 32) ,

c)      un’attività fisiologica, che necessita delle dovute pause per recuperare l’energia, necessita di fermarsi cinque minuti prima della campanella per sintetizzare, riprendere i passaggi, indicare percorsi di sviluppo, chiedersi cosa si è imparato (pag. 38).

La curiosità

La curiosità è tensione a conoscere e sapere, non il solletico della mente che viene dal trovarsi di fronte a qualcosa di diverso (mi sono tolto una curiosità, oppure ho letto o ho visto una cosa che non avrei mai pensato), ma la passione dell’intelligenza che interroga e si lascia interrogare di fronte alla realtà, aspetto dinamico della ragione in atto (pag. 41)

La domanda

“La domanda è il tratto specifico dell’umano” (Rigotti). L’uomo si fa domande, naturalmente si chiede il perché (dal latino “cur”, stessa radice di curiosità) di tutto. Un testo, un tema, un’opera d’arte sono un tessuto di domande: quindi occorre non “ficcare le nozioni in testa nel più breve tempo possibile, perché domani ho la verifica (studente) o perché sono indietro con il programma (docente), ma dare spazio alla domande, spazio all’ospite imprevisto, spazio all’avvenimento che rende possibile davvero la conoscenza e l’esperienza (pagg. 42-43) “Nella scienza non sono importanti le risposte, quanto le domande” (Bersanelli e Gargantini “Solo lo stupore conosce” ediz. BUR-Rizzoli), non perché non ci siano risposte, anzi ogni domanda contiene l’ipotesi che la risposta sia possibile (pag. 45).

L’interrogazione

L’inter-rogazione è, come dice l’etimologia, una domanda reciproca, una domanda ad altri, una richiesta all’altro, e il docente organizza le verifiche, in particolare le inter-rogazioni orali, con la consapevolezza che esse possano e debbano diventare momenti che educano alla domanda, alla disciplina, al sapere, a se stessi, alla realtà.

Il tempo

Chi l’ha detto che la velocità un valore e la lentezza un disvalore? Occorre invece dedicare alle attività tutto il tempo di cui necessitano. Ad esempio, è importantissimo ascoltare. Solo chi sa ascoltare non perde tempo, come Momo, nel senso che non si lascia trascinare da chi urla di fare sempre più in fretta. Solo chi vive l’istante non getta via il tempo nell’affannosa rincorsa al futuro.

Il passato e il futuro

La scuola ha tuttavia una responsabilità, in ordine alla educazione alla memoria  e alla tradizione (es. storia di una disciplina, riscoperta del passato), non nostalgica, ma re-inventata e ri-costruita, e in ordine alla visione del domani, e dei progetti da realizzare (insegnare a pianificare il tempo, ovvero addomesticarlo.

I compiti

Il carico deve essere proporzionato allo studente, alle sue possibilità ed esigenze di riposo (es. assurdo riempire di compiti durante le “vacanze”). Occorre trovare un giusto compromesso che eviti gli eccessi di chi, scimmiottando la Francia, dice che i compiti si fanno solo a scuola, e di chi, perpetuando una vecchia tradizione “italiana” vuole che i compiti non siano mai fatti a scuola. Occorre quindi, da una parte, che un buon professore faccia acquisire ed esercitare le abilità in classe, ma senza negare il valore del compito a casa come strumento e occasione di crescita dello studente. Finire il compito per sentirsi a posto è la negazione di questa crescita.

Pianificazione del tempo

Per pianificare occorre fare una “agenda del pomeriggio”, sviluppare autocontrollo e motivazione. Il piano di lavoro non è uguale per tutti gli studenti, a tutte le età, ma è una operazione di intelligenza e di libertà, per cui va continuamente controllato, riadattato, e aggiornato (pag. 65).

L’atteggiamento positivo dello studente

Se non c’è la persona che si mette in gioco, che è presente, se c’è una assenza dello studente, che è lì con il corpo, ma non con tutto se stesso, allora niente può accadere. Il compito a nulla serve, se non c’è, da parte dello studente, positività, apertura all’esperienza, capacità di scegliere, valutazione critica e autonomia (pag. 79)

L’ autostima

Condizioni dell’apprendimento, perché accada questa apertura, è che lo studente si osservi in azione, che si accetti, che stimi se stesso, valutando le sue capacità per quelle che sono (pag. 84)

Ma perché un alunno si conosca e si accetti, occorre che sia accolto dagli adulti, in una relazione educativa incoraggiante e autorevole. (pag. 84) Anzitutto, lo studente stima il docente, come testimonianza che la disciplina attiva, coinvolge e incanala l’energia intellettuale e affettiva in una esperienza di apertura e di desiderio di fronte alla realtà, come un positivo per tutti, anche per me. L’autostima si alimenta dall’accorgersi di essere eredi di un bene, di una bellezza che provoca passione, contro il dubbio che il reale sia privo di senso. Oggetto di stima diventa allora anche lo studio, come esercizio dello stare con amici del passato e del presente (pag. 85). “Perché studiare?” è una domanda in stretta connessione con altre domande “Perché vivo? Che senso hanno le cose?”.

Il docente

I docenti sono una presenza vivificante se  motivati ad insegnare “quella” disciplina, in “quella” classe, con “quegli” alunni (pag. 92), se provano “empatia”, cioè si mettono nei panni dell’alunno (pag. 93), senza rifiutare il conflitto, peraltro inevitabile per la natura asimmetrica della relazione (pag. 93), se leggono in classe, senza paura di metterci tanto tempo, se incoraggiano, se mettono a loro agio, nel segno di un bene o di un guadagno possibile. “Tu vali, tu sei degno di quello che comunico e di come ti tratto. Tu ci riuscirai” (pag. 97). Il docente, inoltre, è un professionista solo se si concepisce non da solo, ma in una équipe di professionisti,

La classe

La classe è un gruppo di apprendimento, una comunità che apprende. Perché sia così, però, è necessario che ci sia un docente autorevole. Senza autorità, la classe e il laboratorio diventano facilmente luoghi e strumenti di confusione, di bullismo tacito o dichiarato, di traino al ribasso (pag.110). Se invece il docente coinvolge il gruppo con l’ordine del giorno, l’agenda del giorno, e facilita al termine la ripresa, è una guida, è una risorsa per tutti (pag. 110).

Richiama l’attenzione, non chiede di stare fermi o zitti, ma di parlare e di fare, tiene alto il morale, sa essere debole e forte (Pellerey), promuove una organizzazione della classe cooperativa, non competitiva individualistica.

La cooperazione

In questa classe c’è competizione, ma è equilibrata (pag. 111),  è competizione con se stessi, non contro gli altri. C’e’ gara, ma come in una staffetta (corriamo insieme, nella stessa squadra). L’amicizia ha un valore pedagogico, oiltre che gnoseologico (Nihil cognoscitur sine amicitia) e psicologico (nel rapporto di amicizia si impara ad accettare e ad essere accettati) (pag. 112)

Il metodo

Etimologicamente, dal greco “metà” + “òdos” metodo vuol dire “con la strada”. Infatti, non è una “tecnica” oggettiva e impersonale, ma è una strada, un cammino, una ricerca, e, soprattutto, è personale, soggettivo, si confeziona su misura, non è buono per tutti. Inoltre, il metodo di studio è rispettoso dell’oggetto dell’apprendimento, anzi ne dipende, quindi anche se è il “mio” metodo, cambia a seconda di quello che sto studiando.

Ecologia del metodo di studio

Il metodo di studio non può essere ridotto a strategia, ma implica tutti i fattori in gioco nella situazione didattica: alunno, materia, docente e classe. Quindi, non solo il soggetto, ma anche l’oggetto dell’apprendimento insegnato. Pertanto, nella situazione didattica non è necessario censurare o ridurre né l’alunno, né il docente, né la materia, perché lo studio è una delle vie attraverso cui si esprime la tensione umana al significato delle cose (pag. 129)

Ugo da San Vittore

Probabilmente, Ugo da San Vittore è il primo autore di un libro sul metodo di studio. Infatti, prima di lui, la lettura era qualcosa di corale, di comunitario. Con Ugo da San Vittore, nasce il libro con le parole separate (prima erano scritte di seguito) gli a capo, i colori diversi, il glossario, la suddivisione in capitoli e la costruzione degli indici: in una parola, con Ugo di San Vittore nasce la lettura individuale e personale. (pag. 133)

Umiltà

Prima condizione essenziale per un metodo di studio efficace è l’umiltà, cioè l’assenza del pregiudizio (“Queste cose le abbiamo già viste o lette”). Al contrario è principio di ogni umano apprendimento la disponibilità ad imparare sempre, da chiunque, in qualsiasi campo del sapere. (pag. 134-135)

Passione

Seconda chiave del sapere è la passione per la ricerca (studium quaerendi). Questo implica un “lavoro”, un allontanarsi da coloro che hanno altri interessi, e un dedicarsi al mestiere dell’apprendere (ciò implica un certo stile di vita, una tranquillità d’animo e un uso del tempo).

Sintesi

Una volta letto un testo, ricavare da ogni oggetto di studio un pensiero breve e chiaro, riporlo nello scrigno della memoria (pag. 136). La memoria semantica (non la memoria meccanica riproduttiva) si caratterizza proprio per questa capacità di sintesi. La memoria, sintetizzando, custodisce. Sintetizzare è cercare e prendere in considerazione il pensiero dominante di ogni testo. (vedi: riassunti, mappe, schemi concettuali, grafici, ecc …)

Università

Nel 1100-1200 sorgono le università, a Bologna, Sorbona (1257), come comitivae, cioè come compagnia di studenti e docenti che condividono i vari momenti della giornata, dalle lezioni al tempo libero. Questo è il clima in cui si elabora il “De modo studendi”” in cui lo studio è presentato come amore, affetto, applicazione per guadagnarsi il tesoro della scienza (pagg. 138-140).

Stima

Dice Bernardino da Siena che “ogni volta che l’anima fa stima di una cosa, è adatta ad acquistarla; ma di una cosa di cui non fa stima, non l’acquisterà mai. Per questo i Romani ponevano i propri figli a studiare quello al quale ciascuno s’inchinava di più” (pagg. 141-142). Senza stima non c’è cura, e senza cura, non c’è sapere. Quanto più ami, più ami il conosciuto, perché si ama più il conosciuto che il conoscere (pag. 142). Per studiare occorre rischiare personalmente, assecondando le proprie esigenze, i propri interessi e le proprie inclinazioni (pag. 142).

Valore

Lo studio ha un valore a livello personale, sociale e morale. Combatte l’ignoranza, e quindi contribuisce alla crescita del singolo e della città procurando gloria, onore e ricchezza “Il più utile denaro che voi spendiate è quello dello studio: E così potranno ritornare i danari alla vostra città”

Quiete e ordine

Non può esserci studio (quindi  non si può trattenere niente) se non c’è separazione dalle preoccupazioni, dall’ansia, ad esempio l’ansia di non riuscire, la voglia di guadagnare subito, la fretta, ecc…C’è bisogno di riposo e di quiete per applicarsi allo studio. Infine,  è necessario organizzare bene il tempo.

Creatività

Il metodo non è rigido. Rosmini scrive infatti che l’arte di imparare è strettamente connessa con l’arte del creare. Il metodo di studio non è rigido o artificioso, non è l’applicazione alla didattica del metodo sperimentale scientifico (come pensavano Comenius, Pestalozzi, Herbart e Dewey), ma è naturalezza, inventiva, capacità di sintonizzarsi sull’imprevisto (pag. 148). essenza del metodo è la creatività. “Il metodo mira alla verità più che alla coerenza, non si preoccupa della forma, mira ad arrivare allo scopo” (pag. 148). Il metodo è un arte, non però, come la pittura e la scultura, in cui uno è libero di trarre qualunque cosa dal materiale grezzo, ma come l’architettura. (pag. 148).

Metodo sentiero personale

Il metodo di studio non esiste in astratto, nell’iperuranio degli esperti, ma vive e si palesa nell’azione dello studente consapevolmente svolta. Ogni ricerca – anche quella di uno scolaro impregnato nello studio dei pronomi – è un sentiero, più o meno lungo, caratterizzato dalla presenza di dubbi, errori, incertezze e imprevisti. Il metodo si studio non esiste prima del soggetto, ma nell’atto in cui questi si rapporta all’oggetto, non è uno schema normativo a priori, che si possa applicare in maniera impersonale e passiva, indipendente dalla struttura cognitiva e affettiva del soggetto, dei fini della sua azione, della sua storia, degli strumenti a sua disposizione, del contesto in cui si muove. (pag. 149). 

Ruolo del docente

Il fatto che il metodo sia personale, non deve essere un alibi per non insegnare a studiare, perché “tanto ognuno ha il suo metodo”. Insegnare a studiare, invece, è possibile: basta condurre lo studente a costruire e attraversare, giorno dopo giorno, una sua strada che lo conduca all’incontro con la realtà (pag. 153).

La gioia dello studiare

Lo studio non è obiezione alla felicità, ma è gusto, è piacere, è felicità. Questa è l’unica condizione che ci fa affrontare la fatica e le frustrazioni. Studiare bene significa anzitutto guadagnarsi una possibilità di gioia. Ecco perché tener conto sempre della dignità e della salute dell’uomo-studente. (pag. 155)

Apprendimento significativo

Perché l’apprendimento diventi efficace e significativo, occorre che le informazioni, le procedure, le regole, le tecniche che la scuola fornisce si saldino (rinforzandole o scalzandole) con le conoscenze, le abilità, i valori, gli atteggiamenti che lo studente già possiede, poiché, nel momento in cui entra a scuola, lui ha già un’esperienza della realtà (pag. 156) Se lo studente non prova a collegare il suo apprendimento con l’esperienza quotidiana, non impara.

Apprendere con internet

La tecnica non compie magie e non garantisce contro incidenti o ritardi nell’apprendimento. L’enciclopedismo tecnologico non può farci gettare alle ortiche i contenuti disciplinari. D’altra parte il pregiudizio, la paura del cambiamento e l’ignoranza delle nuove tecnologie di alcuni insegnanti, che oppongono la tradizione culturale e scientifica a quanto i ragazzi ricevono dai media, non porta da nessuna parte. La strada da percorrere è, invece, orientare, motivare, guidare e cogliere ciò che è essenziale, selezionare ciò che è esistenzialmente utile e significativo, elaborare ciò che si ritiene valido alla luce dell’esperienza.

Valutazione

La valutazione è una continua richiesta e proposta di metodo, per il tipo di rapporto alunno-docente, per il cosa si intende valutare, per il tipo di test. La valutazione in altre parole è una forma di insegnamento indiretto di metodo di studio, in quanto motiva, orienta, guida i passi, e le ragioni dello studio. (pag. 166)

Attribuendo valore a queste cose, si dà, di fatto, valore alle ragioni, alle modalità, ai comportamenti, alle regole, alla consapevolezza delle operazioni di studio (pag. 167), quindi si contribuisce alla acquisizione o al consolidamento del metodo di studio. Lo studente riceve e scopre indicazioni sul cammino da percorrere, sulle cose a cui porre attenzione, sugli strumenti da usare, sulla gerarchia delle conoscenze, sulle strategie dell’apprendimento,  sull’autostima e l’autoefficacia. Per questo la valutazione funge da fattore motivante dell’apprendimento, segnale dei passi e delle ragioni dello studio.

Autovalutazione

L’autovalutazione dello studente non sostituisce la valutazione del docente, ed ha valore in vista di una competenza, non di una competizione, per una gestione positiva dell’errore, delle difficoltà e dell’insuccesso.

dell’apprendimento, segnale dei passi e delle ragioni dello studio.

Testimonianza

Condividere vuol dire passare da un “fai come vuoi tu”, oppure “fai come ti dico io” a un “facciamo insieme”. In quel “facciamo insieme” del docente, c’è l’appello tenace, personale e comunitario alla intelligenza affettiva dell’io studente.

“Senza la testimonianza diretta di una persona più esperta e la possibilità di osservare i processi e le strategie implicate dai processi di pensiero più impegnativi, come la soluzione dei problemi, è assai difficile imparare anche solo i rudimenti della vita intellettuale” (Pellerey) pag. 170

Metacognizione

La metacognizione è l’attitudine al controllo consapevole e intenzionale delle proprie azioni cognitive (Cornoldi), quindi è riflessione sull’esperienza del “perché”, del “come” del “cosa” apprendere. (pag. 171)

Ora di metodo di studio?

Insegnare a studiare in maniera esplicita non è un di più, né un diverso rispetto al compito dell’insegnamento della propria disciplina, e alla funziona tutoriale richiesta dalla professione docente. Non consiste nel ritagliare a lato delle ore istituzionali di lezione degli spazi per una teoria o addestramento del metodo di studio, gestiti da un certo docente, o da un certo esperto, interno o esterno alla scuola.  È, invece, restare sulla strada della autenticità del proprio insegnamento, facendo attenzione a tutte le questioni di metodo emergenti e cercando di affrontarle con le risorse proprie della disciplina che si insegna, in sinergia con quelle delle altre materie.

Aiuto allo studio

Ciò non toglie che possano esserci esperienze di studio assistito (il docente TUTOR assiste l’allievo, che svolge i compiti) o di studio guidato (il docente DELLA MATERIA mostra tutti i passaggi del lavoro), o di studio pomeridiano insieme con altri studenti, poiché, soprattutto per certi studenti, occorre un contesto di relazioni umane significative e di opportunità che motivino l’apprendimento insegnato. L’importante è che il laboratorio di studio sia vissuto come un premio, e non u castigo, e che ci sia un ordine del giorno (o del pomeriggio) che scandisca e regoli il lavoro.

Mentore

Il mentore è un assistente (docente o solo adulto) che incoraggia e sostiene più con la testimonianza che con la trasmissione di saperi, che pone domande più che offrire indicazioni: ad esempio “Cosa stai imparando? Come pensi di procedere? Che risultato pensi di ottenere seguendo questo modo di operare?” (pag. 178) La relazione con il mentore è di tipo simmetrica (es. docente-amico, che non svolge un ruolo didattico, valutativo e disciplinare)

Tutor

Senza essere un psicologo, entra in relazione accogliente, significativa e costruttiva con il ragazzo, ne valorizza le risorse. Egli, a differenza del mentore, pone una relazione asimmetrica, di coaching, in quanto conosce le soluzioni didattiche alternative.

Imprevisto

Malgrado tutto il nostro sforzo, è possibile che il risultato sia garantito. Riconoscere la centralità del soggetto-studente vuol dire anche rendere tutto più precario, perché quella è una persona, non una macchina che, utilizzate certe tecniche, tassonomie e formule, restituisca sempre un risultato atteso positivo.

Comprendere

Studiare non vuol dire ripetere, nel senso del pappagallo, ma comprendere, cioè accogliere, riassumere, tenere con sé. Comprendere vuol dire che quella cosa capita rimane con sé. Lo studente-spettatore capisce, lo studente che prende appunti comprende. La comprensione non è passiva, anzi, non c’è comprensione se non c’è l’iniziativa del soggetto. Comprendere implica come condizione la domanda. Se non si domanda, non si comprende. (pag. 182-3) Si comprende in un paragone fra quello che già si conosce e quello che appare nuovo. Anzi, la comprensione è la sorpresa di una corrispondenza, è il coinvolgimento con le ipotesi di significato del testo. Ciò, tuttavia, non accade in modo immediato. Di solito occorre tempo: il tempo dello starci sopra, quindi del ripetere (re-peto), nel senso letterale del termine di “domandare ancora” o “insistere a ritornare verso” (ri-petere) ciò che abbiamo presentito come vero. Solo in questo senso il binomio leggere-ripetere è accettabile (pag. 186)

Riassumere

Comprendere vuol dire prendere atto dei capitoli, o paragrafi del testo, sintetizzarlo (sommario, schema o riepilogo), dare dei titoli Idee centrali del testo che acquistano fisionomia nella nostra mente). L’uomo apprende tramite abbreviazioni, schematizzazioni, sottolineature, evidenziazioni e appunti sul testo. Una forma particolare di schema sono le mappe concettuali.

Ripetere

La ripetizione creativa è alla base della vita (pensate al ritmo del cuore, alle conferme psicologiche). Ripetere ha senso se non è una operazione meccanica, noiosa. Ripetere in realtà è in funzione del conoscere, e. quindi, dell’incontrare la realtà. (pag. 197) Si comprende un testo di Dante o un brano di Beethoven se lo si ripete più volte (pag. 198). “La mente è refrattaria alla ripetizione meccanica, è affascinata dalla ripetizione creativa, che aggiunge nuove informazioni, anche se lievi, che collega nuovi concetti, che stabilisce nuove connessioni” (Polito) Ripassare è ritornare a percorrere con la mente il cammino dell’apprendimento rinnovandone l’esperienza- Significa riprendere più volte, a distanza di tempo, con il massimo impegno, da soli o con gli altri, gli argomenti appresi e compresi (pag. 201). Ripassare vuol dire dedicare tempo, l’esatto contrario del “mordi e fuggi”, ma ripassando trattieni, con il “mordi e fuggi” dimentichi subito. Ripetere non è una operazione da macchina, al contrario implica affettività e intelligenza.

Intraprendere (dalla conoscenza alla competenza)

Lo studio può e deve diventare esperienza (pag. 205) cioè vissuto in cui lo studente apprende, e, apprendendo, si accorge di vivere. Come dice Cartesio, occorre “abbandonare carte e libri e non cercare più altra scienza fuori di quella che si potesse trovare in se stessi ovvero nel gran libro del mondo” (pag. 205) Il compito principale della scuola e dell’uomo è usare la testa, quindi il rapporto con la realtà. Il metodo di studio è un’ intrapresa, un intraprendere, prendere iniziativa, mettersi in un’impresa.

Rielaborazione

Lo studente che usa la testa non ripete a pappardella, ma rielaborare. UQesto implica una intrapresa dello studente, e implica capire quali sono i sottintesi, le sfumature di quello che si sta studiando, ad esempio riflettendo sui termini, sulle parole, sull’etimologia e sulle connotazioni delle parole incontrate.

Confronti

Occorre sollecitare l’attenzione ai possibili legami tra le cose, i concetti, ecc. Ad esempio, legami di analogia, contrasto, vicinanza (o contiguità) e interdisciplinarietà.

Senso critico

Non c’è vero studio se lo studente non sintetizza in modo personale e critico le conoscenze, cioè se il suo studio non si struttura in domande al testo e al senso del testo che sta studiando.

Errore

L’errore è una risorsa, “le grandi svolte della scienza obbediscono alla logica dello sfruttamento dell’insuccesso” Bersanelli e Gargantini (pag. 217), cioè non si cresce se non si sbaglia (es. Cristoforo Colombo) e non si affronta lo sbaglio come occasione per una svolta.

Conclusione

L’insegnamento-apprendimento del metodo di studio è un particolare forse piccolo, ma non trascurabile, in cui la scuola dichiara, volente o nolente, su quali fondamenta pensa e costruisce se stessa come organizzazione efficace e qualificata dell’apprendimento maturo. (pag. 221)

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