Orlando furiosodi Ludovico Ariosto

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CANTO TRENTADUESIMO

1
Soviemmi che cantar io vi dovea
(già lo promisi, e poi m’uscì di mente)
d’una sospizion che fatto avea
la bella donna di Ruggier dolente,
de l’altra più spiacevole e più rea,
e di più acuto e venenoso dente,
che per quel ch’ella udì da Ricciardetto,
a devorare il cor l’entrò nel petto.

2
Dovea cantarne, ed altro incominciai,
perché Rinaldo in mezzo sopravenne;
e poi Guidon mi diè che fare assai,
che tra camino a bada un pezzo il tenne.
D’una cosa in un’altra in modo entrai,
che mal di Bradamante mi sovenne:
sovienmene ora, e vo’ narrarne inanti
che di Rinaldo e di Gradasso io canti.

3
Ma bisogna anco, prima ch’io ne parli,
che d’Agramante io vi ragioni un poco,
ch’avea ridutte le reliquie in Arli,
che gli restar del gran notturno fuoco,
quando a raccor lo sparso campo e a darli
soccorso e vettovaglie era atto il loco:
l’Africa incontra, e la Spagna ha vicina,
ed è in sul fiume assiso alla marina.

4
Per tutto ‘l regno fa scriver Marsilio
gente a piedi e a cavallo, e trista e buona.
Per forza e per amore ogni navilio
atto a battaglia s’arma in Barcelona.
Agramante ogni dì chiama a concilio;
né a spesa né a fatica si perdona.
Intanto gravi esazioni e spesse
tutte hanno le città d’Africa oppresse.

5
Egli ha fatto offerire a Rodomonte,
perché ritorni (ed impetrar nol puote),
una cugina sua, figlia d’Almonte,
e ‘l bel regno d’Oran dargli per dote.
Non si volse l’altier muover dal ponte,
ove tant’arme e tante selle vote
di quei che son già capitati al passo
ha ragunate, che ne cuopre il sasso.

6
Già non volse Marfisa imitar l’atto
di Rodomonte: anzi com’ella intese
ch’Agramante da Carlo era disfatto,
sue genti morte, saccheggiate e prese,
e che con pochi in Arli era ritratto,
senza aspettare invito, il camin prese:
venne in aiuto de la sua corona,
e l’aver gli proferse e la persona.

7
E gli menò Brunello, e gli ne fece
libero dono, il qual non avea offeso:
l’avea tenuto dieci giorni e diece
notti sempre in timor d’essere appeso;
e poi che né con forza né con prece
da nessun vide il patrocinio preso,
in sì sprezzato sangue non si volse
bruttar l’altiere mani, e lo disciolse.

8
Tutte l’antique ingiurie gli remesse,
e seco in Arli ad Agramante il trasse.
Ben dovete pensar che gaudio avesse
il re di lei ch’ad aiutarlo andasse:
e del gran conto ch’egli ne facesse,
volse che Brunel prova le mostrasse;
che quel di ch’ella gli avea fatto cenno,
di volerlo impiccar, fe’ da buon senno.

9
Il manigoldo, in loco inculto ed ermo,
pasto di corvi e d’avoltoi lasciollo.
Ruggier ch’un’altra volta gli fu schermo,
e che ‘l laccio gli avria tolto dal collo,
la giustizia di Dio fa ch’ora infermo
s’è ritrovato, ed aiutar non puollo:
e quando il seppe, era già il fatto occorso;
sì che restò Brunel senza soccorso.

10
Intanto Bradamante iva accusando
che così lunghi sian quei venti giorni,
li quai finiti, il termine era quando
a lei Ruggiero ed alla fede torni.
A chi aspetta di carcere o di bando
uscir, non par che ‘l tempo più soggiorni
a dargli libertade, o de l’amata
patria vista gioconda e disiata.

11
In quel duro aspettare ella talvolta
pensa ch’Eto e Piròo sia fatto zoppo;
o sia la ruota guasta, ch’a dar volta
le par che tardi, oltr’all’usato, troppo.
Più lungo di quel giorno a cui, per molta
fede, nel cielo il giusto Ebreo fe’ intoppo,
più de la notte ch’Ercole produsse,
parea lei ch’ogni notte, ogni dì fusse.

12
Oh quante volte da invidiar le diero
e gli orsi e i ghiri e i sonnacchiosi tassi!
che quel tempo voluto avrebbe intero
tutto dormir, che mai non si destassi;
né potere altro udir, fin che Ruggiero
dal pigro sonno lei non richiamassi.
Ma non pur questo non può far, ma ancora
non può dormir di tutta notte un’ora.

13
Di qua di là va le noiose piume
tutte premendo, e mai non si riposa.
Spesso aprir la finestra ha per costume,
per veder s’anco di Titon la sposa
sparge dinanzi al matutino lume
il bianco giglio e la vermiglia rosa:
non meno ancor, poi che nasciuto è ‘l giorno,
brama vedere il ciel di stelle adorno.

14
Poi che fu quattro o cinque giorni appresso
il termine a finir, piena di spene
stava aspettando d’ora in ora il messo
che le apportasse: – Ecco Ruggier che viene. –
Montava sopra un’alta torre spesso,
ch’i folti boschi e le campagne amene
scopria d’intorno, e parte de la via
onde di Francia a Montalban si gìa.

15
Se di lontano o splendor d’arme vede,
o cosa tal ch’a cavallier simiglia,
che sia il suo disiato Ruggier crede,
e rasserena i begli occhi e le ciglia;
se disarmato o viandante a piede,
che sia messo di lui speranza piglia:
e se ben poi fallace la ritrova,
pigliar non cessa una ed un’altra nuova.

16
Credendolo incontrar, talora armossi,
scese dal monte e giù calò nel piano;
né lo trovando, si sperò che fossi
per altra strada giunto a Montalbano:
e col disir con ch’avea i piedi mossi
fuor del castel, ritornò dentro invano.
Né qua né là trovollo; e passò intanto
il termine aspettato da lei tanto.

17
Il termine passò d’uno, di dui,
di tre giorni, di sei, d’otto e di venti;
né vedendo il suo sposo, né di lui
sentendo nuova, incominciò lamenti
ch’avrian mosso a pietà nei regni bui
quelle Furie crinite di serpenti;
e fece oltraggio a’ begli occhi divini,
al bianco petto, all’aurei crespi crini.

18
– Dunque fia ver (dicea) che mi convegna
cercare un che mi fugge e mi s’asconde?
Dunque debbo prezzare un che mi sdegna?
Debbo pregar chi mai non mi risponde?
Patirò che chi m’odia, il cor mi tegna?
un che sì stima sue virtù profonde,
che bisogno sarà che dal ciel scenda
immortal dea che ‘l cor d’amor gli accenda.

19
Sa questo altier ch’io l’amo e ch’io l’adoro,
né mi vuol per amante né per serva.
Il crudel sa che per lui spasmo e moro,
e dopo morte a darmi aiuto serva.
E perché io non gli narri il mio martoro
atto a piegar la sua voglia proterva,
da me s’asconde, come aspide suole,
che, per star empio, il canto udir non vuole.

20
Deh, ferma, Amor, costui che così sciolto
dinanzi al lento mio correr s’affretta;
o tornami nel grado onde m’hai tolto
quando né a te né ad altri era suggetta!
Deh, come è il mio sperar fallace e stolto,
ch’in te con prieghi mai pietà si metta;
che ti diletti, anzi ti pasci e vivi
di trar dagli occhi lacrimosi rivi!

21
Ma di che debbo lamentarmi, ahi lassa
fuor che del mio desire irrazionale?
ch’alto mi leva, e sì ne l’aria passa,
ch’arriva in parte ove s’abbrucia l’ale;
poi non potendo sostener, mi lassa
dal ciel cader: né qui finisce il male;
che le rimette, e di nuovo arde: ond’io
non ho mai fine al precipizio mio.

22
Anzi via più che del disir, mi deggio
di me doler, che sì gli apersi il seno;
onde cacciata ha la ragion di seggio,
ed ogni mio poter può di lui meno.
Quel mi trasporta ognor di male in peggio,
né lo posso frenar, che non ha freno:
e mi fa certa che mi mena a morte,
perch’aspettando il mal noccia più forte.

23
Deh perché voglio anco di me dolermi?
Ch’error, se non d’amarti, unqua commessi?
Che maraviglia, se fragili e infermi
feminil sensi fur subito oppressi?
Perché dovev’io usar ripari e schermi
che la somma beltà non mi piacessi,
gli alti sembianti e le sagge parole?
Misero è ben chi veder schiva il sole!

24
Ed oltre al mio destino, io ci fui spinta
da le parole altrui degne di fede:
somma felicità mi fu dipinta,
ch’esser dovea di questo amor mercede.
Se la persuasione, ohimè! fu finta,
se fu inganno il consiglio che mi diede
Merlin, posso di lui ben lamentarmi,
ma non d’amar Ruggier posso ritrarmi.

25
Di Merlin posso e di Melissa insieme
dolermi, e mi dorrò d’essi in eterno,
che dimostrare i frutti del mio seme
mi fero dagli spirti de lo ‘nferno,
per pormi sol con questa falsa speme
in servitù; né la cagion discerno,
se non ch’erano forse invidiosi
dei miei dolci, sicuri, almi riposi. –

26
Sì l’occupa il dolor, che non avanza
loco ove in lei conforto abbia ricetto;
ma, mal grado di quel, vien la speranza
e vi vuole alloggiare in mezzo il petto,
rifrescandole pur la rimembranza
di quel ch’al suo partir l’ha Ruggier detto:
e vuol, contra il parer degli altri affetti,
che d’ora in ora il suo ritorno aspetti.

27
Questa speranza dunque la sostenne,
finito i venti giorni, un mese appresso;
sì che il dolor sì forte non le tenne,
come tenuto avria, l’animo oppresso.
Un dì che per la strada se ne venne,
che per trovar Ruggier solea far spesso,
novella udì la misera, ch’insieme
fe’ dietro all’altro ben fuggir la speme.

28
Venne a incontrare un cavallier guascone
che dal campo african venìa diritto,
ove era stato da quel dì prigione,
che fu inanzi a Parigi il gran conflitto.
Da lei fu molto posto per ragione,
fin che si venne al termine prescritto.
Domandò di Ruggiero, e in lui fermosse;
né fuor di questo segno più si mosse.

29
Il cavallier buon conto ne rendette,
che ben conoscea tutta quella corte:
e narrò di Ruggier, che contrastette
da solo a solo a Mandricardo forte;
e come egli l’uccise, e poi ne stette
ferito più d’un mese presso a morte:
e s’era la sua istoria qui conclusa,
fatto avria di Ruggier la vera escusa.

30
Ma come poi soggiunse, una donzella
esser nel campo, nomata Marfisa,
che men non era che gagliarda, bella,
né meno esperta d’arme in ogni guisa;
che lei Ruggiero amava e Ruggiero ella,
ch’egli da lei, ch’ella da lui divisa
si vedea raro, e ch’ivi ognuno crede
che s’abbiano tra lor data la fede;

31
e che come Ruggier si faccia sano,
il matrimonio publicar si deve;
e ch’ogni re, ogni principe pagano
gran piacere e letizia ne riceve,
che de l’uno e de l’altro sopraumano
conoscendo il valor, sperano in breve
far una razza d’uomini da guerra
la più gagliarda che mai fosse in terra;

32
credea il Guascon quel che dicea, non senza
cagion; che ne l’esercito de’ Mori
openione e universal credenza,
e publico parlar n’era di fuori.
I molti segni di benivolenza
stati tra lor facean questi romori;
che tosto o buona o ria che la fama esce
fuor d’una bocca, in infinito cresce.

33
L’esser venuta a’ Mori ella in aita
con lui, né senza lui comparir mai,
avea questa credenza stabilita;
ma poi l’avea accresciuta pur assai,
ch’essendosi del campo già partita
portandone Brunel (come io contai),
senza esservi d’alcuno richiamata,
sol per veder Ruggier v’era tornata.

34
Sol per lui visitar, che gravemente
languia ferito, in campo venuta era,
non una sola volta, ma sovente;
vi stava il giorno e si partia la sera:
e molto più da dir dava alla gente,
ch’essendo conosciuta così altiera,
che tutto ‘l mondo a sé le parea vile,
solo a Ruggier fosse benigna e umile;

35
come il Guascon questo affermò per vero,
fu Bradamante da cotanta pena,
da cordoglio assalita così fiero,
che di quivi cader si tenne a pena.
Voltò, senza far motto, il suo destriero,
di gelosia, d’ira e di rabbia piena;
e da sé discacciata ogni speranza,
ritornò furibonda alla sua stanza.

36
E senza disarmarsi, sopra il letto,
col viso volta in giù, tutta si stese,
ove per non gridar, sì che sospetto
di sé facesse, i panni in bocca prese;
e ripetendo quel che l’avea detto
il cavalliero, in tal dolor discese,
che più non lo potendo sofferire,
fu forza a disfogarlo, e così a dire:

37
– Misera! a chi mai più creder debb’io?
Vo’ dir ch’ognuno è perfido e crudele,
se perfido e crudel sei, Ruggier mio,
che sì pietoso tenni e sì fedele.
Qual crudeltà, qual tradimento rio
unqua s’udì per tragiche querele,
che non trovi minor, se pensar mai
al mio merto e al tuo debito vorai?

38
Perché, Ruggier, come di te non vive
cavallier di più ardir, di più bellezza,
né che a gran pezzo al tuo valore arrive,
né a’ tuoi costumi, né a tua gentilezza;
perché non fai che fra tue illustri e dive
virtù, si dica ancor ch’abbi fermezza?
si dica ch’abbi inviolabil fede?
a chi ogn’altra virtù s’inchina e cede.

39
Non sai che non compar, se non v’è quella,
alcun valore, alcun nobil costume?
come né cosa (e sia quanto vuol bella)
si può vedere ove non splenda lume.
Facil ti fu ingannare una donzella
di cui tu signore eri, idolo e nume,
a cui potevi far con tue parole
creder che fosse oscuro e freddo il sole.

40
Crudel, di che peccato a doler t’hai,
se d’uccider chi t’ama non ti penti?
Se ‘l mancar di tua fé sì leggier fai,
di ch’altro peso il cor gravar ti senti?
Come tratti il nimico, se tu dai
a me, che t’amo sì, questi tormenti?
Ben dirò che giustizia in ciel non sia,
s’a veder tardo la vendetta mia.

41
Se d’ogn’altro peccato assai più quello
de l’empia ingratitudine l’uomo grava,
e per questo dal ciel l’angel più bello
fu relegato in parte oscura e cava;
e se gran fallo aspetta gran flagello
quando debita emenda il cor non lava;
guarda ch’aspro flagello in te non scenda,
che mi se’ ingrato e non vuoi farne emenda.

42
Di furto ancora, oltre ogni vizio rio,
di te, crudele, ho da dolermi molto.
Che tu mi tenga il cor, non ti dico io;
di questo io vo’ che tu ne vada assolto:
dico di te, che t’eri fatto mio
e poi contra ragion mi ti sei tolto.
Renditi, iniquo, a me; che tu sai bene
che non si può salvar chi l’altrui tiene.

43
Tu m’hai, Ruggier, lasciata: io te non voglio,
né lasciarti volendo anco potrei;
ma per uscir d’affanno e di cordoglio,
posso e voglio, finire i giorni miei.
Di non morirti in grazia sol mi doglio;
che se concesso m’avessero i dei
ch’io fossi morta quando t’era grata,
morte non fu giamai tanto beata. –

44
Così dicendo, di morir disposta,
salta dal letto, e di rabbia infiammata
si pon la spada alla sinistra costa;
ma si ravvede poi che tutta è armata.
Il miglior spirto in questo le s’accosta,
e nel cor le ragiona: – O donna nata
di tant’alto lignaggio, adunque vuoi
finir con sì gran biasmo i giorni tuoi?

45
Non è meglio ch’al campo tu ne vada,
ove morir si può con laude ognora?
Quivi, s’avvien ch’inanzi a Ruggier cada,
del morir tuo si dorrà forse ancora:
ma s’a morir t’avvien per la sua spada,
chi sarà mai che più contenta muora?
Ragione è ben che di vita ti privi,
poi ch’è cagion ch’in tanta pena vivi.

46
Verrà forse anco che prima che muori
farai vendetta di quella Marfisa
che t’ha con fraudi e disonesti amori,
da te Ruggiero alienando, uccisa. –
Questi pensieri parveno migliori
alla donzella; e tosto una divisa
si fe’ su l’arme, che volea inferire
disperazione e voglia di morire.

47
Era la sopraveste del colore
in che riman la foglia che s’imbianca
quando del ramo è tolta, o che l’umore
che facea vivo l’arbore le manca.
Ricamata a tronconi era, di fuore,
di cipresso che mai non si rinfranca,
poi ch’ha sentita la dura bipenne;
l’abito al suo dolor molto convenne.

48
Tolse il destrier ch’Astolfo aver solea,
e quella lancia d’or, che, sol toccando,
cader di sella i cavallier facea.
Perché la le diè Astolfo, e dove e quando,
e da chi prima avuta egli l’avea,
non credo che bisogni ir replicando.
Ella la tolse, non però sapendo
che fosse del valor ch’era, stupendo.

49
Senza scudiero e senza compagnia
scese dal monte, e si pose in camino
verso Parigi alla più dritta via,
ove era dianzi il campo saracino;
che la novella ancora non s’udia,
che l’avesse Rinaldo paladino,
aiutandolo Carlo e Malagigi,
fatto tor da l’assedio di Parigi.

50
Lasciati avea i Cadurci e la cittade
di Caorse alle spalle, e tutto ‘l monte
ove nasce Dordona, e le contrade
scopria di Monferrante e di Clarmonte,
quando venir per le medesme strade
vide una donna di benigna fronte,
ch’uno scudo all’arcione avea attaccato;
e le venian tre cavallieri a lato.

51
Altre donne e scudier venivano anco,
qual dietro e qual dinanzi, in lunga schiera.
Domandò ad un che le passò da fianco,
la figlia d’Amon, chi la donna era;
e quel le disse: – Al re del popul franco
questa donna, mandata messaggera
fin di là dal polo artico, è venuta
per lungo mar da l’Isola Perduta.

52
Altri Perduta, altri ha nomata Islanda
l’isola, donde la regina d’essa,
di beltà sopra ogni beltà miranda,
dal ciel non mai, se non a lei, concessa,
lo scudo che vedete, a Carlo manda;
ma ben con patto e condizione espressa,
ch’al miglior cavallier lo dia, secondo
il suo parer, ch’oggi si trovi al mondo.

53
Ella, come si stima, e come in vero
è la più bella donna che mai fosse,
così vorria trovare un cavalliero
che sopra ogn’altro avesse ardire e posse:
perché fondato e fisso è il suo pensiero,
da non cader per centomila scosse,
che sol chi terrà in arme il primo onore,
abbia d’esser suo amante e suo signore.

54
Spera ch’in Francia, alla famosa corte
di Carlo Magno, il cavallier si trove,
che d’esser più d’ogn’altro ardito e forte
abbia fatto veder con mille prove.
I tre che son con lei come sue scorte,
re sono tutti, e dirovvi anco dove:
uno in Svezia, uno in Gotia, in Norvegia uno,
che pochi pari in arme hanno o nessuno.

55
Questi tre, la cui terra non vicina,
ma men lontana è all’Isola Perduta
(detta così, perché quella marina
da pochi naviganti è conosciuta),
erano amanti, e son, de la regina,
e a gara per moglier l’hanno voluta;
e per aggradir lei, cose fatt’hanno,
che, fin che giri il ciel, dette saranno.

56
Ma né questi ella, né alcun altro vuole,
ch’al mondo in arme esser non creda il primo.
– Ch’abbiate fatto prove (lor dir suole)
in questi luoghi appresso, poco istimo;
e s’un di voi, qual fra le stelle il sole,
fra gli altri duo sarà, ben lo sublimo:
ma non però che tenga il vanto parme
del miglior cavallier ch’oggi port’arme.

57
A Carlo Magno, il quale io stimo e onoro
pel più savio signor ch’al mondo sia,
son per mandare un ricco scudo d’oro,
con patto e condizion ch’esso lo dia
al cavalliero il quale abbia fra loro
il vanto e il primo onor di gagliardia.
Sia il cavalliero o suo vasallo o d’altri,
il parer di quel re vo’ che mi scaltri.

58
Se, poi che Carlo avrà lo scudo avuto,
e l’avrà dato a quel sì ardito e forte,
che d’ogn’altro migliore abbia creduto,
che ‘n sua si trovi o in alcun’altra corte,
uno di voi sarà, che con l’aiuto
di sua virtù lo scudo mi riporte;
porrò in quello ogni amore, ogni disio,
e quel sarà il marito e ‘l signor mio. –

59
Queste parole han qui fatto venire
questi tre re dal mar tanto discosto,
che riportarne lo scudo, o morire
per man di chi l’avrà, s’hanno proposto. –
Ste’ molto attenta Bradamante a udire
quanto le fu da lo scudier risposto;
il qual poi l’entrò inanzi, e così punse
il suo cavallo, che i compagni giunse.

60
Dietro non gli galoppa né gli corre
ella; ch’adagio il suo camin dispensa,
e molte cose tuttavia discorre,
che son per accadere: e in somma pensa
che questo scudo di Francia sia per porre
discordia e rissa e nimicizia immensa
fra paladini ed altri, se vuol Carlo
chiarir chi sia il miglior, e a colui darlo.

61
Le preme il cor questo pensier; ma molto
più le lo preme e strugge in peggior guisa
quel ch’ebbe prima, di Ruggier, che tolto
il suo amor le abbia e datolo a Marfisa.
Ogni suo senso in questo è sì sepolto,
che non mira la strada, né divisa
ove arrivar, né se troverà inanzi
commodo albergo ove la notte stanzi.

62
Come nave, che vento da la riva,
o qualch’altro accidente abbia disciolta,
va di nochiero e di governo priva
ove la porti o meni il fiume in volta;
così l’amante giovane veniva,
tutta a pensare al suo Ruggier rivolta,
ove vuol Rabican; che molte miglia
lontano è il cor che de’ girar la briglia.

63
Leva al fin gli occhi, e vede il sol che ‘l tergo
avea mostrato alle città di Bocco,
e poi s’era attuffato, come il mergo,
in grembo alla nutrice oltr’a Marocco:
e se disegna che la frasca albergo
le dia ne’ campi, fa pensier di sciocco;
che soffia un vento freddo, e l’aria grieve
pioggia la notte le minaccia o nieve.

64
Con maggior fretta fa movere il piede
al suo cavallo; e non fece via molta,
che lasciar le campagne a un pastor vede,
che s’avea la sua gregge inanzi tolta.
La donna lui con molta istanza chiede
che le ‘nsegni ove possa esser raccolta
o ben o mal; che mal sì non s’alloggia,
che non sia peggio star fuori alla pioggia.

65
Disse il pastore: – Io non so loco alcuno
ch’io vi sappia insegnar, se non lontano
più di quattro o di sei leghe, for ch’uno
che si chiama la rocca di Tristano.
Ma d’alloggiarvi non succede a ognuno;
perché bisogna, con la lancia in mano
che se l’acquisti e che se la difenda
il cavallier che d’alloggiarvi intenda.

66
Se, quando arriva un cavallier, si trova
vota la stanza, il castellan l’accetta;
ma vuol se sopravien poi gente nuova,
ch’uscir fuori alla giostra gli prometta.
Se non vien, non accade che si mova:
se vien, forza è che l’arme si rimetta
e con lui giostri, e chi di lor val meno.
ceda l’albergo ed esca al ciel sereno.

67
Se duo, tre, quattro o più guerrieri a un tratto
vi giungon prima, in pace albergo v’hanno;
e chi di poi vien solo, ha peggior patto,
perché seco giostrar quei più lo fanno.
Così, se prima un sol si sarà fatto
quivi alloggiar, con lui giostrar voranno
in duo, tre, quattro o più che verran dopo;
sì che, s’avrà valor, gli fia a grande uopo.

68
Non men, se donna capita o donzella,
accompagnata o sola a questa rocca,
e poi v’arrivi un’altra, alla più bella
l’albergo, ed alla men star di fuor tocca. –
Domanda Bradamante ove sia quella;
e il buon pastor non pur dice con bocca,
ma le dimostra il loco anco con mano,
da cinque o dai sei miglia indi lontano.

69
La donna, ancor che Rabican ben trotte,
solecitar però non lo sa tanto
per quelle vie tutte fangose e rotte
da la stagion ch’era piovosa alquanto,
che prima arrivi, che la cieca notte
fatt’abbia oscuro il mondo in ogni canto.
Trovò chiusa la porta; e a chi n’avea
la guardia disse ch’alloggiar volea.

70
Rispose quel, ch’era occupato il loco
da donne e da guerrier che venner dianzi,
e stavano aspettando intorno al fuoco
che posta fosse lor la cena inanzi.
– Per lor non credo l’avrà fatta il cuoco,
s’ella v’è ancor, né l’han mangiata inanzi
(disse la donna): or va, che qui gli attendo;
che so l’usanza, e di servarla intendo.-

71
Parte la guardia, e porta l’imbasciata
là dove i cavallier stanno a grand’agio,
la qual non poté lor troppo esser grata,
ch’all’aer li fa uscir freddo e malvagio;
ed era una gran pioggia incomminciata.
Si levan pure, e piglian l’arme adagio:
restano gli altri; e quei non troppo in fretta
escono insieme ove la donna aspetta.

72
Eran tre cavallier che valean tanto,
che pochi al mondo valean più di loro;
ed eran quei che ‘l dì medesmo a canto
veduti a quella messaggiera foro;
quei ch’in Islanda s’avean dato vanto
di Francia riportar lo scudo d’oro:
e perché avean meglio i cavalli punti,
prima di Bradamante eran giunti.

73
Di loro in arme pochi erano migliori,
ma di quei pochi ella sarà ben l’una;
ch’a nessun patto rimaner di fuori
quella notte intendea molle e digiuna.
Quei dentro alle finestre e ai corridori
miran la giostra al lume de la luna,
che mal grado de’ nugoli lo spande
e fa veder, ben che la pioggia è grande.

74
Come s’allegra un bene acceso amante
ch’ai dolci furti per entrar si trova,
quando al fin senta dopo indugie tante,
che ‘l taciturno chiavistel si muova;
così volontarosa Bradamante
di far di sé coi cavallieri prova,
s’allegrò quando udì le porte aprire,
calare il ponte, e fuor li vide uscire.

75
Tosto che fuor del ponte i guerrier vede
uscire insieme o con poco intervallo,
si volge a pigliar campo, e di poi riede
cacciando a tutta briglia il buon cavallo,
e la lancia arrestando, che le diede
il suo cugin, che non si corre in fallo,
che fuor di sella è forza che trabocchi,
se fosse Marte, ogni guerrier che tocchi.

76
Il re di Svezia, che primier si mosse,
fu primier anco a riversciarsi al piano:
con tanta forza l’elmo gli percosse
l’asta che mai non fu abbassata invano.
Poi corse il re di Gotia, e ritrovosse
coi piedi in aria al suo destrier lontano.
Rimase il terzo sottosopra volto,
ne l’acqua e nel pantan mezzo sepolto.

77
Tosto ch’ella ai tre colpi tutti gli ebbe
fatto andar coi piedi alti e i capi bassi,
alla rocca ne va, dove aver debbe
la notte albergo; ma prima che passi,
v’è chi la fa giurar che n’uscirebbe,
sempre ch’a giostrar fuori altri chiamassi.
Il signor de là dentro, che ‘l valore
ben n’ha veduto, le fa grande onore.

78
Così le fa la donna che venuta
era con quegli tre quivi la sera,
come io dicea, da l’Isola Perduta,
mandata al re di Francia messaggiera.
Cortesemente a lei che la saluta,
sì come graziosa e affabil era,
si leva incontra, e con faccia serena
piglia per mano, e seco al fuoco mena.

79
La donna, cominciando a disarmarsi,
s’avea lo scudo e dipoi l’elmo tratto;
quando una cuffia d’oro, in che celarsi
soleano i capei lunghi e star di piatto,
uscì con l’elmo; onde caderon sparsi
giù per le spalle, e la scopriro a un tratto
e la feron conoscer per donzella,
non men che fiera in arme, in viso bella.

80
Quale al cader de le cortine suole
parer fra mille lampade la scena,
d’archi e di più d’una superba mole,
d’oro e di statue e di pitture piena;
o come suol fuor de la nube il sole
scoprir la faccia limpida e serena:
così, l’elmo levandosi dal viso,
mostrò la donna aprisse il paradiso.

81
Già son cresciute e fatte lunghe in modo
le belle chiome che tagliolle il frate,
che dietro al capo ne può fare un nodo,
ben che non sian come son prima state.
Che Bradamante sia, tien fermo e sodo
(che ben l’avea veduta altre fiate)
il signor de la rocca; e più che prima
or l’accarezza e mostra farne stima.

82
Siedono al fuoco, e con giocondo e onesto
ragionamento dan cibo all’orecchia,
mentre, per ricreare ancora il resto
del corpo, altra vivanda s’apparecchia.
La donna all’oste domandò se questo
modo d’albergo è nuova usanza o vecchia,
e quando ebbe principio, e chi la pose;
e ‘l cavalliero a lei così rispose:

83
– Nel tempo che regnava Fieramonte,
Clodione, il figliuolo, ebbe una amica
leggiadra e bella e di maniere conte
quant’altra fosse a quella etade antica;
la quale amava tanto, che la fronte
non rivolgea da lei, più che si dica
che facesse da Ione il suo pastore,
perch’avea ugual la gelosia all’amore.

84
Qui la tenea; che ‘l luogo avuto in dono
avea dal padre, e raro egli n’uscia;
e con lui dieci cavallier ci sono,
e dei miglior di Francia tuttavia.
Qui stando, venne a capitarci il buono
Tristano, ed una donna in compagnia,
liberata da lui poch’ore inante,
che traea presa a forza un fier gigante.

85
Tristano ci arrivò che ‘l sol già volto
avea le spalle ai liti di Siviglia;
e domandò qui dentro esser raccolto,
perché non c’è altra stanza a dieci miglia.
Ma Clodion, che molto amava e molto
era geloso, in somma si consiglia
che forestier, sia chi si voglia, mentre
ci stia la bella donna, qui non entre.

86
Poi che con lunghe ed iterate preci
non poté aver qui albergo il cavalliero:
– Or quel che far con prieghi io non ti feci,
che ‘l facci (disse) tuo mal grado, spero, –
E sfidò Clodion con tutti i dieci
che tenea appresso, e con un grido altiero
se gli offerse con lancia e spada in mano
provar che discortese era e villano;

87
con patto, che se fa che con lo stuolo
suo cada in terra, ed ei stia in sella forte,
ne la rocca alloggiar vuole egli solo,
e vuol gli altri serrar fuor de le porte.
Per non patir quest’onta, va il figliuolo
del re di Francia a rischio de la morte;
ch’aspramente percosso cade in terra,
e cadon gli altri, e Tristan fuor li serra.

88
Entrato ne la rocca, trova quella
la qual v’ho detta a Clodion sì cara,
e ch’avea, a par d’ogn’altra, fatto bella
Natura, a dar bellezze così avara.
Con lei ragiona: intanto arde e martella
di fuor l’amante aspra passione amara;
il qual non differisce a mandar prieghi
al cavallier, che dar non gli la nieghi.

89
Tristano, ancor che lei molto non prezze,
né prezzar, fuor ch’Isotta, altra potrebbe
(ch’altra né ch’ami vuol né ch’accarezze
la pozion che già incantata bebbe),
pur, perché vendicarsi de l’asprezze
che Clodion gli ha usate si vorebbe:
– Di far gran torto mi parria (gli disse)
che tal bellezza del suo albergo uscisse.

90
E quando a Clodion dormire incresca
solo alla frasca, e compagnia domandi,
una giovane ho meco bella e fresca,
non però di bellezze così grandi.
Questa sarò contento che fuor esca,
e ch’ubbidisca a tutti i suoi comandi;
ma la più bella mi par dritto e giusto
che stia con quel di noi ch’è più robusto. –

91
Escluso Clodione e malcontento,
andò sbuffando tutta notte in volta,
come s’a quei che ne l’alloggiamento
dormiano ad agio, fêsse egli l’ascolta;
e molto più che del freddo e del vento,
si dolea de la donna che gli è tolta.
La mattina Tristano a cui ne ‘ncrebbe,
gli la rendé, donde il dolor fin ebbe:

92
perché gli disse, e lo fe’ chiaro e certo,
che qual trovolla, tal gli la rendea;
e ben che degno era d’ogni onta in merto
de la discortesia ch’usata avea,
pur contentar d’averlo allo scoperto
fatto star tutta notte si volea:
né l’escusa accettò, che fosse Amore
stato cagion di così grave errore;

93
ch’Amor de’ far gentile un cor villano,
e non far d’un gentil contrario effetto.
Partito che si fu di qui Tristano,
Clodion non ste’ molto a mutar tetto;
ma prima consegnò la rocca in mano
a un cavallier, che molto gli era accetto,
con patto ch’egli e chi da lui venisse,
quest’uso in albergar sempre seguisse:

94
che ‘l cavallier ch’abbia maggior possanza,
e la donna beltà, sempre ci alloggi;
e chi vinto riman, voti la stanza,
dorma sul prato, o altrove scenda e poggi.
E finalmente ci fe’ por l’usanza
che vedete durar fin al dì d’oggi. –
Or, mentre il cavallier questo dicea,
lo scalco por la mensa fatto avea.

95
Fatto l’avea ne la gran sala porre,
di che non era al mondo la più bella;
indi con torchi accesi venne a torre
le belle donne, e le condusse in quella.
Bradamante, all’entrar, con gli occhi scorre,
e similmente fa l’altra donzella;
e tutte piene le superbe mura
veggon di nobilissima pittura.

96
Di sì belle figure è adorno il loco,
che per mirarle oblian la cena quasi,
ancor che ai corpi non bisogni poco,
pel travaglio del dì lassi rimasi,
e lo scalco si doglia e doglia il coco,
che i cibi lascin raffreddar nei vasi.
Pur fu chi disse: – Meglio fia che voi
pasciate prima il ventre, e gli occhi poi. –

97
S’erano assisi, e porre alle vivande
voleano man, quando il signor s’avide
che l’alloggiar due donne è un error grande:
l’una ha da star, l’altra convien che snide.
Stia la più bella, e la men fuor si mande,
dove la pioggia bagna e ‘l vento stride.
Perché non vi son giunte amendue a un’ora,
l’una ha a partire, e l’altra a far dimora.

98
Chiama duo vecchi, e chiama alcune sue
donne di casa, a tal giudizio buone;
e le donzelle mira, e di lor due
chi la più bella sia, fa paragone.
Finalmente parer di tutti fue
ch’era più bella la figlia d’Amone;
e non men di beltà l’altra vincea,
che di valore i guerrier vinti avea.

99
Alla donna d’Islanda, che non sanza
molta sospizion stava di questo,
il signor disse: – Che serviàn l’usanza,
non v’ha, donna, a parer se non onesto.
A voi convien procacciar d’altra stanza,
quando a noi tutti è chiaro e manifesto
che costei di bellezze e di sembianti,
ancor ch’inculta sia, vi passa inanti. –

100
Come si vede in un momento oscura
nube salir d’umida valle al cielo,
che la faccia che prima era sì pura
cuopre del sol con tenebroso velo;
così la donna alla sentenza dura
che fuor la caccia ove è la pioggia e ‘l gielo,
cangiar si vide, e non parer più quella
che fu pur dianzi sì gioconda e bella.

101
S’impallidisce e tutta cangia in viso,
che tal sentenza udir poco le aggrada.
Ma Bradamante con un saggio aviso,
che per pietà non vuol che se ne vada,
rispose: – A me non par che ben deciso,
né che ben giusto alcun giudicio cada,
ove prima non s’oda quanto nieghi
la parte o affermi, e sue ragioni alleghi.

102
Io ch’a difender questa causa toglio,
dico: o più bella o men ch’io sia di lei,
non venni come donna qui, né voglio
che sian di donna ora i progressi miei.
Ma chi dirà, se tutta non mi spoglio,
s’io sono o s’io non son quel ch’è costei?
E quel che non si sa non si de’ dire,
e tanto men, quando altri n’ha a patire.

103
Ben son degli altri ancor, c’hanno le chiome
lunghe, com’io, né donne son per questo.
Se come cavallier la stanza, o come
donna acquistata m’abbia, è manifesto:
perché dunque volete darmi nome
di donna, se di maschio è ogni mio gesto?
La legge vostra vuol che ne sian spinte
donne da donne, e non da guerrier vinte.

104
Poniamo ancor, che, come a voi pur pare,
io donna sia (che non però il concedo),
ma che la mia beltà non fosse pare
a quella di costei; non però credo
che mi vorreste la mercé levare
di mia virtù, se ben di viso io cedo.
Perder per men beltà giusto non parmi
quel c’ho acquistato per virtù con l’armi.

105
E quando ancor fosse l’usanza tale,
che chi perde in beltà ne dovesse ire,
io ci vorrei restare, o bene o male
che la mia ostinazion dovesse uscire.
Per questo, che contesa diseguale
è tra me e questa donna, vo’ inferire
che, contendendo di beltà, può assai
perdere, e meco guadagnar non mai.

106
E se guadagni e perdite non sono
in tutto pari, ingiusto è ogni partito:
sì ch’a lei per ragion, sì ancor per dono
spezial, non sia l’albergo proibito.
E s’alcuno di dir che non sia buono
e dritto il mio giudizio sarà ardito,
sarò per sostenergli a suo piacere,
che ‘l mio sia vero, e falso il suo parere. –

107
La figliuola d’Amon, mossa a pietade
che questa gentil donna debba a torto
esser cacciata ove la pioggia cade,
ove né tetto, ove né pure è un sporto,
al signor de l’albergo persuade
con ragion molte e con parlare accorto,
ma molto più con quel ch’al fin concluse,
che resti cheto e accetti le sue scuse.

108
Qual sotto il più cocente ardore estivo,
quando di ber più desiosa è l’erba,
il fior ch’era vicino a restar privo
di tutto quell’umor ch’in vita il serba,
sente l’amata pioggia e si fa vivo;
così, poi che difesa sì superba
si vide apparecchiar la messaggera,
lieta e bella tornò come prim’era.

109
La cena, stata lor buon pezzo avante,
né ancor pur tocca, al fin godersi in festa,
senza che più di cavalliero errante
nuova venuta fosse lor molesta.
La goder gli altri, ma non Bradamante,
pure all’usanza addolorata e mesta;
che quel timor, che quel sospetto ingiusto
che sempre avea nel cor, le tollea il gusto.

110
Finita ch’ella fu (che saria forse
stata più lunga, se ‘l desir non era
di cibar gli occhi), Bradamante sorse,
e sorse appresso a lei la messaggera.
Accennò quel signore ad un che corse
e prestamente allumò molta cera,
che splender fe’ la sala in ogni canto.
Quel che seguì dirò ne l’altro canto.


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