Per fare notizia c’è ancora chi in Italia scherza sull’Olocausto

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fonte: IL PICCOLO – Giornale di Trieste

9 aprile 2013

Lerner: «Per fare notizia c’è ancora chi in Italia scherza sull’Olocausto»

di Alessandro Mezzena Lona

Forse i conti con il passato dobbiamo ancora farli. Se il fascismo oggi appare a tanti come una dittatura dal volto umano. Un intervallo nella storia d’Italia da rivalutare. Se un’insegnante, per richiamare all’ordine la sua distratta allieva, le ricorda i metodi rieducativi di Auschwitz. Come a dire che lì, dove sono morti milioni di innocenti, si insegnava la disciplina. I conti con il passato si fanno anche ascoltando la voce di chi, dentro l’inferno dei lager, ci è passato per davvero. Come Liliana Segre, testimone degli orrori di Auschwitz. Come lo scrittore Boris Pahor, triestino di lingua slovena, che è passato per i campi di Natzweiler-Struthof, Dora, Bergen Belsen. E che ha raccontato nel libro capolavoro “Necropoli” il suo calvario. Proprio loro saranno protagonisti dell’incontro intitolato “Come si elabora una gioventù drammatica e dolorosa per vivere una vecchiaia consapevole e saggia” che l’Associazione Goffredo De Banfield organizza per domani, alle 17 all’Auditorium del Museo Revoltella, nell’ambito delle manifestazioni per i 25 anni di attività nel campo del volontariato. Segre e Pahor saranno intervistati dalla psicologa e psicoterapeuta Helen Brunner e dal giornalista e scrittore Gad Lerner. Volto notissimo della tivù, che tre anni fa è stato finalista al Premio Campiello con il libro “Scintille”, pubblicato da Feltrinelli. «Sto scrivendo un libro nuovo – dice Gad Lerner -. Ma i miei percorsi sono sempre lunghi e accidentati. Ho quaderni pieni di appunti che potrei ricondurre in sintesi alla khaballah, alla mistica ebraica. Il problema è che l’attività di scrittore non si concilia molto bene con il mio lavoro quotidiano di giornalista». Ma certi giornalisti sfornano libri in continuazione… «Diffido di chi scrive troppo. Dietro al mio “Scintille”, ad esempio, ci sono dieci anni di lavoro. Spero di riuscire a scriverne ancora uno. Io non amo parlare di me, cerco di evitare quell’autocompiacimento narcisistico. Preferisco, piuttosto, far tesoro delle esperienze vissute per trarne considerazioni utili a tutti». Parliamo tanto di memoria, ma il passato non passa mai? «Credo dipenda anche dalla drammatica difficoltà di decifrare il tempo che ci ha preceduti. I grandi traumi del ‘900, certe ferite sono ancora aperte perché non sono bastati i romanzi, i film, i saggi, l’abbondante pubblicistica e anche un certo sforzo di confrontarsi con il passato, per dare delle spiegazioni chiare. E più proviamo ad approfondire, più fatica facciamo». Per fortuna ci sono ancora i testimoni. «E due testimoni saranno presenti proprio nell’incontro di Trieste. Ma l’aspetto interessante è che loro stessi, prima di raccontare le loro drammatiche esperienze, le hanno dovute elaborare. Vivendo, riprendendo contatto con la realtà. Liliana Segre, da questo punto di vista, è emblematica». In che senso? «Giustamente, lei ha ritenuto di dover tenere al riparo la propria famiglia, i figli, da ricordi che ancora adesso fanno paura». Lo stesso Boris Pahor ha scritto “Necropoli” molto tardi. «E poi in versione italiana è arrivato ancora più tardi: nel 2008 pubblicato da Fazi. Io non conosco di persona Pahor, ma domani sarò felicissimo di stringergli la mano e di incontrarlo. Non conosco bene i suoi conti personali con la Storia, ma vero è che sono pochi quelli che hanno intrapreso un percorso di denuncia, di testimonianza, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale». Difficile gestire ricordi così tenebrosi? «Molti hanno seguito la strada dell’oblio. Dimenticando, cancellando. Per la Pasqua ebraica ho voluto andare con tutti i miei figli ad Auschwitz. Nel nostro gruppo c’era un’amica di origine ungherese, la cui madre era stata deportata proprio in quel lager. Era riuscita a sopravvivere, decidendo di tenere del tutto nascosta la terribile esperienza alla figlia». Non le aveva raccontato niente? «Aveva taciuto non solo la deportazione nel lager, ma anche la sua origine ebraica. Insomma, si era decisa ad attuare una brutale opera di cancell’azione della propria identità, dei ricordi. Convinta che tutto ciò potesse fare del male alla figlia. Che, poi, è venuta a sapere la storia in maniera casuale. Subendo un trauma ancora peggiore, che ha complicato di molto il rapporto con la madre». Ne conosce molte di queste storie? «Un mio amico, ebreo polacco nato nel dopoguerra, non è stato circonciso. I suoi genitori, dopo l’orrore della Shoah, hanno pensato che fosse più giusto non segnarlo in maniera inequivocabile. In molti casi è stata la prudenza a cancellare i ricordi. La paura che una follia come quella dell’Olocausto si potesse ripresentare». In Italia, sempre più spesso, si registrano sconcertanti episodi di nostalgia per il fascismo, il nazismo. Perché? «Abbiamo trasformato i lager, l’Olocausto, in metafore un po’ troppo schematiche. Basterà ricordare l’infelice uscita di Silvio Berlusconi che nel 2003 diede del kapò al tedesco Martin Schulz, presidente del gruppo socialista al Parlamento europeo. Per lui, kapò equivaleva a una persona dal cipiglio severo. Così come per l’insegnante di un liceo di Roma, Auschwitz simboleggia il concetto di ordine. Altrimenti non avrebbe ripreso la studentessa dicendole che lì sarebbe stata più attenta alle lezioni». Luoghi d’ordine dove si moriva senza aver commesso nessun crimine… «Ma anche negli stadi, troppo spesso, si invoca il ritorno alle camere a gas. Come se la memoria non fosse più consapevole delle conseguenze di quegli orrori, diventati volgari metafore di un presunto ordine costituito». In Germania hanno avuto più coraggio di fare i conti con il dolore? «Senza dubbio. Non hanno fatto i conti solo con il dolore, ma anche con le colpe. Al contrario dell’Italia. Ricordo, ad esempio, che il grande storico e giornalista Guido Knopp ha portato nel “prime time” della rete pubblica una serie di testimonianze sul passato nazista. Per rispondere alle domande che molti giovani si facevano negli anni Ottanta. Divulgazione dolorosa, ma indispensabile». Gli italiani preferiscono scandalizzare, provocare… «Ancora oggi, per far parlare di sé basta dettare qualche scemenza nel Giorno della memoria. O durante le cerimonie di ricordo dei deportati nei lager».

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