Primo Levi – una vita segnata

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Nato a Torino nel 1919 da famiglia ebrea, chimico, partigiano, internato ad Auschwitz per un anno, muore suicida nel 1988

da I sommersi e i salvati
Siamo stati capaci, noi reduci, di comprendere e di far comprendere la nostra esperienza?

da La ricerca delle radici
A un certo punto del percorso viene naturale fare i conti, tutti: quanto si è ricevuto e quanto dato; quanto è entrato, quanto è uscito e quanto resta. un bisogno; e soddisfarlo può essere piacevole, ma provarlo è un segnale. Vuol dire che potranno avvenire ancora alcune cose, cadere rami e spuntarne di nuovi, ma le radici si sono consolidate.
Quanto delle nostre radici viene dai libri che abbiamo letti? Tutto molto poco o niente a seconda dell’ambiente in cui siamo nati della temperatura del nostro sangue del labirinto che la sorte ci ha assegnato. Non c’è regola.
[…] ho letto molto, soprattutto negli anni di apprendistato, che nel ricordo mi appaiono stranamente lunghi; come se il tempo, allora, fosse stirato come un elastico, fino a raddoppiarsi, a triplicarsi.
da La ricerca delle radici
Ho letto molto perché appartenevo a una famiglia in cui leggere era un vizio innocente e tradizionale, un’abitudine gratificante, una ginnastica mentale, un modo obbligatorio e compulsivo di riempire i vuoti di tempo, e una sorta di fata morgana nella direzione della sapienza.
Devo constatare che proprio i miei amori più profondi e durevoli sono i meno giustificati: Belli, Porta, Conrad. In altri casi la decifrazione è più facile. Entrano in gioco la vicinanza professionale (Bragg, Gattermann, Clarke, Lucrezio, il sinistro sconosciuto autore della Specification ASTM sugli scarafaggi)
il comune amore per il viaggio e l’avventura (Omero, Rosny, Marco Polo ed altri), una lontana parentela ebraica (Giobbe, Mann, Babel’, Schalòm Alechém), una più vicina parentela in Celan e in Eliot, l’amicizia personale che ho con Rigoni Stern, D’Arrigo e Langbein, la quale fa si che io senta (presuntuosamente) i loro scritti quasi un po’ miei, e mi faccia piacere farli leggere a chi non li ha ancora letti.
Il romanzo di Roger Vercel è un caso particolare: credo che abbia un suo valore intrinseco, ma è importante per me per mie ragioni private, simboliche e pregnanti, perché l’ho letto in un giorno (il 18 gennaio 1945) in cui aspettavo di morire.
A Giobbe ho riservato d’istinto la primogenitura, cercando poi di trovare buone ragioni per questa scelta. 

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