Titiro e Melibeo

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Virgilio, Bucoliche, 1

di Carlo Zacco

 

Tityre,

tu

recubans

sub tegmine

patulae fagi

meditaris

Musam

silvestrem

Titiro,

tu

disteso

allombra

di un ampio fag.

componi

un canto

rustico

 

tenui

avena;

nos linquimus

fines

patriae

et dulcia arva;

nos fugimus

col sottile

stelo [del flauto];

io abbandono

i confini

della patria

e i dolci campi;  

io fuggo

 

patriam;

tu,

Tityre,

lentus

in umbra

doces

silvas

resonare

formosam Amaryllida.

la patria;

tu,

Titiro,

tranquillo

allombra

insegni

ai boschi

a ripetere

il nome della bella Amar.

Tityrus.

O Meliboee,

deus

fecit

nobis

haec otia.

Namque

ille

erit mihi

semper

 

O Melibeo,

un dio

ha fatto

per me

questa pace.

E infatti

egli

sarà per me

sempre

deus,

saepe

tener agnus

ab nostris ovilibus

imbuet

illius aram.

Ille

permisit

dio,

spesso

un tenero agn.

dal mio ovile

bagnerà

il suo altare.

Egli

ha permesso

meas boves

errare,

ut cernis,

et ipsum

ludere

quae vellem

calamo agresti.

 

che i miei buoi

vagassero,

come vedi,

e che io st.

suonassi

ciò che volevo

con la canna agreste.

 

M.

Non equidem invideo [tibi],

magis

miror;

undique

usque adeo

 

Certo non provo invidia [per te],

piuttosto

mi meraviglio;

dappertutto

fino a tal punto

turbatur

totis agris.

En ipse

aeger

ago

protenus

capellas;

c’è trambusto

in tutti I campi.

Ecco, io stesso

affannato

conduco

innanzi a me

le caprette;

etiam hanc

vix,

Tityre,

duco.

Namque

hic

inter densas corylos

modo

anche questa

a fatica,

Titiro,

conduco.

E infatti

qui

tra i folti nocciòli

poco fa

reliquit,

conixa

in nuda silice,

a!

gemellos,

spem gregis,

ha lasciato,

dopo averli partoriti

sulla nuda selce,

Ah!

i gemelli,

speranza del gregge,

memini

quercus

tactas

de caelo

saepe

nobis praedicere

malum hoc,

mi ricordo

che le querce

colpite

dai fulmini

spesso

mi hanno predetto

questo malanno,

si mens

non fuisset

laeva;

sed tamen,

Tityre,

da nobis

qui sit

iste deus.

se la mente

non fosse stata

sorda; 

ma tuttavia,

Titiro,

dimmi

chi sia

questo dio.

T.

Meliboee,

ego stultus

putavi

Urbem

quam dicunt Romam,

similem

huic nostrae,

 

Melibeo,

io, scuocco,

credetti

che  la città

che chiamano Roma,

fosse simile

alla nostra,

quo

saepe

pastores

solemus

depellere

teneros

fetus

ovium.

Sic

noram

dove

spesso

noi pastori

siamo soliti

spingere giù

i teneri

neonati

dalle madri.

così

sapevo

catulos

similes

canibus,

sic haedos

matribus,

sic solebam

componere

che i cagnolini

erano simili

ai cani,

così i capretti

alle madri,

così ero solito

paragonare

magna

parvis.

Verum,

haec

tantum

caput extulit

alias inter urbes

 

 

le cose grandi

alle piccole.

In vero,

questa

tanto

innalzò la testa

tra le altre città

 

 

quantum

cupressi

solent

inter

lenta viburna.

 

quanto

i cipressi

sogliono fare

tra

i teneri viburni.

 

M.

Et quae causa fuit tibi

tanta

videndi

Romam?

 

E che motivo avevi

così importante

di vedere

Roma?

T.

Libertas,

quae,

sera,

tamen

respexit

inertem,

 

La liberta,

che

anche se tardi

tuttavia

si voltò a guardare

che  non ho fatto nulla per averla,

postquam

barba

candidior

cadebat

tondenti;

respexit tamen

et post

dopo che

la barba

più bianca

cadeva

a me che la tagliavo; 

ma mi ha guardato

e dopo

longo tempore

venit,

postquam

Amaryllis

nos habet,

Galatea reliquit.

Namque –

tanto tempo

venne,

dopo che

Amarilli

mi tiene con sé,

e Galatea mi ha lasciato.

Infatti –

fatebor enim –

dum

Galatea

me tenebat,

nec erat

spes libertatis

nec cura peculi.

ti dirò –

finché

Galatea

mi teneva,

non avevo

speranza di libertà

né cura nello spendere.

quamvis

meis saeptis

exiret

multa victima,

et pinguis caseus

premeretur

 

 

Benché

dai miei recinti

uscissero

molte vittime,

e grasso formaggio

fosse premuto [da me]

 

 

urbi ingratae,

non umquam dextra

mihi redibat

domum

gravis aere.

 

per la città ingrata,

mai la mia mano

mi ritornava

a casa

piena di denaro.

 

M.

Mirabar

quid

maesta,

Amarylli,

vocares

deos,

cui

patereris

poma

 

Mi stupivo

che

mesta,

Amarilli,

chiamassi

gli dei,

e per chi

lasciassi che

i frutti

pendere

in sua arbore.

Tityrus aberat

hinc.

Ipsae pinus

te, Tityre,

ipsi

pendessero

dal proprio albero.

Titiro era assente

da qui.

Persino i pini

te, Titiro,

persino

fontes

ipsa haec arbusta

te vocabant.

 

 

i fonti

e questi arbusti

ti invocavano.

 

 

T.

Quid facerem?

Neque licebat

me exire

servitio,

nec cognoscere

 

Che avrei dovuto fare?

Non era consentito

che io uscissi

dalla schiavitù,

né che io conoscessi

alibi

divos

tam praesentis.

Hic,

Meliboee,

vidi illum iuvenem,

cui

nostra altaria

altrove

dei

tanto propizi.

Qui,

Melibeo,

vidi quel giovane,

per cui

i nostri altari

fumant

bis senos dies

quot annis.

Hic

ille

primus

mihi petenti

dedit responsum:

fumano

per dodici giorni

all’anno.

Qui

egli

per primo

a me che chiedevo:

ha risposto:

‘pascite

ut ante

boves,

pueri,

submittite tauros.

 

«fate pascolare

come prima

i buoi,

figlioli, 

soggiogate i tori».

 

M.

Fortunate senex,

rura

ergo

tua manebunt,

et tibi

magna satis,

 

Vecchio fortunato,

i campi

dunque

resteranno tuoi,

e [saranno] per te

abbastanza grandi,

quamvis

omnia

lapis nudus

limosoque

iunco

palus

obducat

pascua.

 

benché

ogni cosa

la nuda roccia

e con il fangoso

giunco

la palude

ricopra

i pascoli.

 

Pabula

insueta

non temptabunt

fetas gravis,

nec mala contagia

pecoris

Pasture

sconosciute

non insidieranno

le femmine gravide,

né il cattivo contagio

del gregge

vicini

laedent.

Fortunate senex,

hic

inter flumina nota

et fontis sacros

captabis

vicino

le colpirà.

Fortunato vecchio,

qui

tra fiumi conosciuti

e fonti sacre

prenderai

frigus

opacum;

hinc

saepes,

quae semper,

ab limite vicino,

florem salicti

 

il fresco

dellombra;

da qui

la siepe,

quella di sempre,

dal limite vicino,

con il fiore del salceto

 

depasta

Hyblaeis apibus,

saepe tibi suadebit

levi susurro

inire somnum.

hinc

assaggiato

dalle api Iblée,

spesso ti alletterà

con lieve sussurro

ad addormentarti.

da qui

alta sub rupe

frondator

canet ad auras,

nec tamen

interea

raucae palumbes,

 

sotto lalta rupe

il portatore

canterà al vento,

né tuttavia

frattanto

le rauche colombe,

 

tua cura,

nec turtur

cessabit

gemere

ab ulmo aeria.

 

tua passione,

né la tortora

cesserà

di gemere

dall’alto olmo.

 

T.

Ergo

ante

leves cervi

pascentur

in aethere,

et freta

destituent

nudos pisces

 

Dunque

prima

cervi leggeri

pascoleranno

in aria,

e le onde

abbandoneranno

i nudi pesci

in litore;

bibet

aut Parthus

Ararim

aut Germania

Tigrim,

exsul,

pererratis finibus

 

sulla spiaggia;

berrà

o il Parto

lArari

o la Germania

il Tigri,

esule,

usciti dai confini

 

amborum,

ante quam

vultus illius

labatur

nostro pectore.

 

di entrambi,

prima che

l’immagine di quello

sia cancellata

dal mio cuore.

 

 

IV – Canto di palingenesi

 

–          Introduzione

Musae

Sicelides,

canamus

paulo maiora!

Non

omnis

iuvant

arbusta

Muse

sicule,

cantiamo

cose un po più alte!

Non

a tutti

piacciono

gli arbusti

humilesque

myricae:

si

canimus

silvas,

silvae

sint

dignae

consule.

e le basse

tamerici:

se

cantiamo

le selve,

le selve

siano

degne

di un console.

–          L’ultima età

Iam

venit

ultima

aetas

carminis

cumaei;

nascitur

ab integro

magnus

E già

venuta

lultima

età

della profezia

cumana;

nasce

di nuovo

una grande

ordo

saeclorum,

Iam

redit

et

Virgo,

redeunt

regna

Saturnia;

successione

di generazioni,

Già

ritorna

anche

la Vergine,

ritornano

i regni

di Saturno;

Iam

nova

progenies

demittitur

caelo

alto.

Già

la nuova

progenie

discende

dal cielo

profondo.

–          A Licinia

Tu

casta

Lucina,

fave

puero

modo nascenti,

quo

primum

Tu

casta

Lucina,

sii propizia

al bambino

che sta per nascere

sotto il quale

finalmente

desinet

gens

ferrea

ac

toto

mundo

surget

[stirpe] aurea:

cesserà

la stirpe

del ferro

e

in tutto

il mondo

si leverà

[quella ]dell’oro

iam

regnat

tuus Apollo.

ormai

regna

il tuo Apollo.

–          Dedica a Poll’io

Eue

adeo

te

hoc

decus aevi

inibit

te consule,

Poll’io,

E

proprio

sotto di  te

questa

età gloriosa

avrà inizio

sotto il tuo consolato,

Poll’ione,

et

incipient

magni

menses;

te duce,

si

manent

qua

e

incominceranno a svolgersi

grandi

mesi;

sotto la tua guida,

se

rimarrà

qualche

vestigia

nostri

sceleris,

inrita,

solvent

terras

perpetua

formidine.

traccia

di una nostra

colpa,

saranno vanificate,

libereranno

la terra

dalla costante

paura.

–          La vita del Puer

15

Ille

accipiet

vitam deum

que

videbit

heroas

permixtos

divis

et

ipse

 

Egli

accoglietà

la vita divina

e

vedrà

gli eroi

misti

agli dei

ed

egli  stesso

videbitur

illis

que

reget

orbem

pacatum

virtutibus

patriis.

sarà visto

da loro

e

reggerà

il mondo

pacificato

dal valore

paterno.

a) infanzia

At

puer,

tibi

tellus

nullo cultu

fundet

prima munuscula

Allora

o fanciullo,

per te

la terra

senza alcuna coltivazione

farà sbocciare

come primi piccoli doni

 

hederas

errantis

passim

cum baccare

que colocasia

mixta

ridenti acantho.

le edere

che serpeggiano

qua e là

con le bàccare

e la colocasia

mescolata

al ridente acanto.

Ipsae

capellae

referent

domum

ubera

distenta

lacte

armenta nec

metuent

Da sole

le caprette

porteranno

allovile

le mammelle

piene

di latte

e gli armenti non

temeranno

magnos

leones;

ipsa

cunabula

fundent

tibi

flores

blandos.

Occidet

et serpens

grandi

leoni;

da sola

la culla

farà sbocciare

per te

fiori

carezzevoli.

Cadrà

il serpente

et occidet

fallax

herba

veneni;

nascetur

vulgo

amomum

assyrium

e cadrà

lingannevole

erba

velenosa;

nascerà

ovunque

amomo

assiro.

–          b) adolescenza – letture

At

simul

poteris iam legere

laudes heroum

et facta

parentis

et cognoscere

quae sit

Poi

quando

saprai già leggere

le lodi degli eroi

e le gesta

di tuo padre

e conoscere

in cosa consista

virtus,

campus

paulatim

flavescet

molli arista

que uva

rubens

il valore militare,

ecco che la pianura

poco a poco

biondeggerà

di tenere spighe

e luva

rosseggiante

pendebit

sentibus

incultis

et durae quercus

sudabunt

roscida mella.

Suberunt

tamen

 

penderà

da cespugli

incolti

e le dure querce

stilleranno

rugiadosi mieli.

Sopravviveranno

tuttavia

 

pauca

vestigia

priscae

fraudis,

quae iubeant

temptare

Thetim

ratibus,

 

poche

tracce

dellantica

colpa,

tali da imporre

di mettere alla prova

Teti

con le navi

 

quae [iubeant]

cingere

oppida

muris,

quae [iubeant]

infindere

sulcos

telluri.

tali da [imporre]

di cingere

la città

con mura,

tali da [imporre]

di tagliare

con solchi

la terra.

Erit

tum

alter

Tiphys

et altera

Argo

quae vehat

heroas

delectos:

 

Vi sarà

allora

una seconda

Tifi

e una seconda

Argo

a trasportare

eroi

scelti:

 

erunt

etiam

altera

bella

atque iterum

magnus Achilles

mittetur

ad Troiam.

vi saranno

anche

altre

guerre

e di nuovo

il grande Achille

sarà inviato

a Troia.

c) età adulta: piena età dell’oro

Hinc,

ubi

aetas

iam firmata

te fecerit

virum,

et ipse vector

cedet

mari

 

Poi,

quando

l’età

già salda

ti avrà fatto

uomo,

e colui che trasporta

si allontanetà

dal mare

 

pinus

nautica

nec mutabit

merces:

omnis

tellus

feret

omnia.

Humus

 

 

il pino

diventato nave

non scambietà

merce:

ogni

terra

porterà

ogni cosa.

La terra

 

 

non patietur

rastros,

vinea

non [patietur]

falcem;

iam

robustus

arator

non dovrà sopportare

il rastrello,

la vigna

 non dovrà sopportare

la falce;

e già

il robusto

aratore

solvet

quoque

iuga

tauris;

nec lana

discet

mentiri

colores

varios,

sed aries

in pratis

scioglierà

anche

i gioghi

ai tori;

né la lana

saprà

simulare

colori

diversi,

ma lariete

nei prati

ipse

iam

mutabit

vellera

murice

suave

rubenti,

iam

croceo luto,

da solo

già

trasformerà

il suo vello

in porpora

soavemente

rosseggiante,

e già

in giallo luto,

sponte sua

sandyx

vestiet

agnos

pascentis.

spontaneamente

lo sandix

rivestirà

gli agnelli

che pascolano.

Esortazione

Talia saecla currite”

dixerunt

Parcae

suis fusis

concordes

stabili

Fate svolgere tali generazioni”

dissero

le parche

ai loro fusi

concordi

nellimmutabile

numine

fatorum.

Adgredere

magnos

honores,

iam

tempus aderit,

o cara

potere

dei fati.

Accostati

ai grandi

onori,

ormai

il tempo si avvicina

o cara

suboles deum,

magnum

incrementum

Iovis!

Aspice

mundum

nutantem

pondere

prole di dei,

grande

accrescimento

di Giove!

Guarda

il mondo

che oscilla

nel suo peso

convexo,

que aspice

terras

tractusque

maris

caelumque

profundum,

[aspice] ut omnia

convesso,

e guarda

le distese

e il tratto

di mare

e il cielo

profondo,

[guarda] come tutto

laetantur

venturo saeclo!

O mihi maneat tum

ultima

pars

longae vitae

si rallegra

del secolo che s ta arrivando!

Potesse restarmi allora

lultima

parte

di una lunga vita

et spiritus

quantum

erit sat

dicere

tua facta:

non me vincat

carminibus

e tanto spirito

quanto

sarà sufficiente

a narrare

le tue gesta:

non mi vincerà

nella poesia

nec Thracius Orpheus

nec Linus,

quamvis

huic

adsit

mater

atque huic pater,

né il Trace Orfeo

né Lino,

per quanto

accanto a questo

stia

la madre

e a quello il padre,

Call’iopea

Orphei,

formosus Apollo

Lino.

Pan etiam,

Arcadia iudice,

si certet mecum

Call’iope

a Ofero,

il bellApollo

a Lino.

Anche Pan,

benchè giudice di Arcadia

se gareggiasse con me

Pan etiam

iudice Arcadia

se dicat

victum.

Incipe,

parve puer,

cognoscere

matrem

persino Pan

giudice in Arcadia

si direbbe

vinto.

Incomincia,

o piccolo,

a riconoscere

la madre

risu:

matri

decem menses

tulerunt

longa fastidia.

Incipe,

parve puer:

 

col riso:

alla madre

dieci mesi

hanno portato

lunghi fastidi.

Incomincia,

piccolo:

 

qui

non risere

parenti

hunc

nec deus

mensa,

nec dea

est dignata

cubili.

chi

non ha sorriso

alla madre

costui

né un dio

di una mensa,

né una dea

degnò

di un letto.

 

Eneide

 

Libro I

 

Proemio

Cano

arma

virumque,

qui primus

ab oris Troiae

venit

profugus

Italiam

 

Canto

le armi

e l’uomo,

che per primo

dalle terre di Troia

raggiunse

esule

l’Italia

 

 

fato,

Laviniaque litora,

ille

multum

vi superum

iactatus

et terris

per volere del fato

e le sponde lavinie,   

egli

molto

per forza di dei

travagliato

e in terra

et alto,

ob memorem iram

saevae Iunonis,

passus quoque

multa

et bello,

e in mare,

per la memore ira

della crudele Gionone,

e avendo sofferto

molto

anche in guerra,

dum conderet

urbem,

inferretque

Latio

deos,

unde

genus

Latinum,

 

pur di fondare

la città,

e introdurre

nel Lazio

I Penati,

dai quali [proviene]

la stirpe

latina,

 

patres Albanique,

atque moenia

altae Romae.

 

 

e i padri albani,

e le mura

dellalta Roma.

 

 

Musa,

mihi causas memora,

quo numine laeso,

quidve dolens

regina deum

Musa,

dimmi le cause,

per quale offesa al suo nume, 

di che cosa dolendosi

la regina degli dei

impulerit

virum

insignem

pietate

volvere

tot casus,

adire

costrinse

un uomo

insigne

per pietà

a trascorrere

tante sventure,

ad imbattersi

tot labores?

Tantaene irae

animis caelestibus?

in tanti travagli?

Tante loe ide

negli animi dei celesti?

Libro II

La richiesta di racconto (1-13)

Conticuere

omnes

intentique tenebant

ora.

Inde

ab alto toro

pater Aeneas

 

Tacquero

tutti

e tenevano attento

lo sguardo.

Allora

dall’alto giaciglio

il padre Enea

 

 

sic orsus:

« iubes,

regina,

renovare

dolorem Infandum,

ut Danai

eruerint

cominciò:

« mi chiedi,

regina,

di ronnovare

 un dolore indicibile,

come i Danai

abbiano distrutto

Troianas opes

et lamentabile regnum,

quaeque miserrima

ipse

vidi

et quorum

la potenza troiana

e il regno sventurato,

e quelle cose tristissime che

io stesso

vidi

e delle quali

fui

pars magna.

Quis talia fando,

Myrmidonum

Dolopumve

aut miles

duri Ulixi

fui

gran parte

Chi, dicendo tali cose,

tra i mirmidoni

o i dolopi

o soldato

del duro Ulisse

temperet a lacrimis?

Et iam

nox umida

praecipitat caelo,

que sidera

cadentia

tratterrebbe le lacrime?

Già

la notte umida

discende dal cielo,

e le stelle

al tramonto

suadent somnos.

Sed si

[est tibi]

tantus amor

cognoscere

casus nostros

 

 

conciliano il sonno.

Ma se

[hai]

così grande desiderio

di conoscere

le nostre vicende

 

 

et audire

breviter

supremum laborem

Troiae,

quamquam

animus

horret

meminisse

e sentire

brevemente

lestremo travaglio

di Troia,

anche se

l’animo

inorridisce

al ricordo

refugit luctuque,

incipiam.

 

 

e rifugge il dolore,

comincerò.

 

 

Laocoonte I (41-56)

 

Primus

decurrit

ab arce summa

ibi ante omnis

Laocoon ardens

comitante magna

Per primo

scende giù

dallalta rocca

lì davanti a tutti

Laocoonte adirato

accompagnato da grande

caterva

et procul:

‘o miseri cives,

quae tanta insania?

creditis

hostis

folla

e da lontano:

« sciagurati cittadini,

perché questa follia così grande?

credete

che i nemici

avectos [esse]?

aut putatis

ulla dona

Danaum

carere

dolis?

sic notus

siano partiti?

o pensate

che qualche dono

dei greci

sia privo

di inganni?

così conoscete

Ulixes?

aut

Achivi

occultantur

inclusi

hoc ligno,

aut haec machina

fabricata est

Ulisse?

o

gli Achei

sono nascosti

rinchiusi

in questo legno,

o questa macchina

è costruita

in nostros muros,

inspectura domos

venturaque desuper urbi,

aut latet

 

a danno delle nostre mura,

per spiare le case,

e sorprendere dall’alto la città,

o vi si nasconde

 

aliquis error:

Teucri,

ne credite equo.

Quidquid id est,

timeo Danaos

 

qualche insidia:

Troiani,

non credete al cavallo.

Qual’unque cosa sia,

temo i greci

 

et ferentis

dona».

Sic fatus,

contorsit

ualidis viribus

ingentem hastam

 

anche quando portano

doni».

Così disse,

scagliò

con gran forza

una grossa lancia

 

in latus

inque alvum curvam

compagibus

feri.

Illa

stetit tremens,

 

nel fianco

e nel ventre ricurvo

delle connessioni

del cavallo.

Quella

saffisse vibrando,

 

uteroque

recusso

insonuere

cavae,

gemitumque dedere

cavernae.

e dallalveo

percosso

risuonarono

le cavità,

e diedero un gemito

le caverne.

Et,

si fata deum,

si mens

non fuisset

laeva,

(impulerat

foedare

ferro

E,

se i fati degli dei,

se la mente

non fosse stata

funesta,

(ci aveva spinti

ad aprire

col ferro

latebras

Argolicas)

Troiaque nunc staret,

Priamique arx alta maneres.

 

i nascondigli

dei Greci)

Troia oggi starebbe in piedi,

e tu, alta rocca di Priamo, dureresti ancora.

 

Laocoonte II (201-227)

Hic

aliud

maius

multoque magis tremendum

obicitur

miseris

Ora

un altro

più grande [fatto]

e di gran lunga più spaventoso

si offre

[a noi] sventurati

atque turbat

improvida pectora.

Laocoon,

sacerdos

ductus sorte

Neptuno,

mactabat

e turba

i cuori impreparati.

Laocoonte,

sacerdote

tratto a sorte

a Nettuno

immolava

ad aras sollemnis

taurum ingentem.

Ecce autem

a Tenedo

per alta tranquilla

presso le solenni are

in grande toro.

Ma ecco

da Tenedo

per le profonde acque tranquille

(horresco referens)

gemini angues

immensis orbibus

incumbunt pelago

pariterque

(inorridisco a raccontarlo)

due serpenti

con immense volute

incombono sul mare

e parimenti

tendunt

ad litora;

quorum pectora

arrecta

inter fluctus

Iubaeque sanguineae

superant

volgono

verso le coste;

i loro petti

erti

tra i flutti

e le creste sanguigne

superavano

undas,

pars cetera

legit

pontum

pone

sinuatque

volumine

immensa terga.

le onde,

la restante parte

sfiora

il mare

col tergo

e incurva

i volute

gli immensi dorsi.

Spumante salo

fit sonitus;

iamque

tenebant arva

que suffecti

ardentis oculos

Dal gorgo spumeggiante

esce un rumore;

e già

approdavano

e tinti

gli occhi ardenti

sanguine et igni

lambebant

linguis vibrantibus

ora sibila.

Diffugimus

 

di sangue e di fuoco

lambivano

con lingue vibranti

bocche sibilanti.

Fuggiamo qua e là

 

exsangues

visu.

Illi

agmine certo

petunt

Laocoonta;

et primum

esangui

a quella vista.

Quelli

con marcia sicura

puntano

su Laocoonte;

e in primo luogo

serpens uterque

amplexus

parva corpora

duorum natorum

implicat

et depascitur

l’uno e l’altro serpente

stretti

i piccoli corpi

dei due figli

li avvolge

e divora

morsu

miseros artus;

post

corripiunt

ipsum

subeuntem

ac ferentem

auxil’io

a morsi

le misere membra;

poi

afferrano

lui stesso

che accorre

e porta

in aiuto

tela

que ligant

spiris ingentibus;

et iam

amplexi

bis medium,

circum dati

le frecce

e lo legano

con grandi spire;

e già

avvinghiato

due volte alla vita,

circondato

bis

collo

squamea terga

superant capite

et cervicibus altis.

Ille

tendit

 

due volte

il collo

coi dorsi squamosi

sovrastano il capo

e le alte cercivi.

Quello

si sforza

 

simul

divellere

nodos

manibus

perfusus vittas

sanie

atroque veneno,

contemp.

di svellere

i nodi

con le mani

con le bende sparse

di bava

e atro veleno,

simul

tollit ad sidera

cl’amores horrendos:

qualis mugitus

taurus

cum, saucius

e insieme

solleva

urla tremente:

come i muggiti

[che manda] il toro

quando, ferito,

fugit aram

et excussit

cervice

incertam securim.

At

gemini dracones

fugge gli altari

e scuote via

dal capo

la scure incerta.

E infine

i due mostri

effugiunt

lapsu

ad summa delubra,

que petunt

arcem

Saevae Tritonidis,

fuggono

strisciando

verso i templi più alti,

e vanno verso

la rocca

della crudele tritonide,

teguntur

sub pedibusque

deae

clipeique sub orbe.

 

 

e si rifugiano

sotto i piedi

della dea

e sotto il cerchio dello scudo.

 

 

La morte di Priamo (506-558)

Forsitan

requiras

et

quae fuerint

fata

Priami.

Uti

vidit

casum

Forse

chiederai

anche

quale sia stato

il destino

di Priamo.

Come

vide

il disastro

urbis captae,

que limina

convulse

tectorum,

et hostem

medium

in penetralibus,

della città conquistata,

e le soglie

dilaniate

dei teucti,

e il nemico

in mezzo

alle stanze,

senior

circumdat

nequiquam

umeris trementibus aevo

arma

diu

sebbene ormai vecchio

circonda

invano

le spalle tremanti per l’età

con le armi

a lungo

desueta

et cingitur

ferrum

inutile,

ac fertur

in hostis densos

moriturus.

disusate

e cinge

la spade

ormai inutile,

e si porta

nel folto dei nemici

deciso a morire.

In mediis aedibus

que sub nudo axe

aetheris

fuit

ingens ara

iuxtaque veterrima

Al centro del palazzo

e sotto la nuda volta

del cielo

vi era

un enorme altare

e accanto un vetusto

laurus

incumbens

arae

atque umbra complexa

penatis.

Hic

Hecuba

alloro

che incombeva

sullaltare

e abbracciava con la sua ombra

i penati.

Qui

Ecuba

et natae

nequiquam

altaria circum,

praecipites

ceu columbae

atra tempestate,

e le figlie

invano

intorno agli altari,

precipitose

come colombe

nella fosca bufera,

sedebant

condensae

et amplexae

simulacra

divum.

Ut vidit

autem

 

 

sedevano

strette tra loro

e abbracciate

alle statue

delgi dei.

Come vide

poi

 

 

Priamum ipsum

sumptis iuvenalibus armis,

inquit:

‘quae mens tam dira,

 

Priamo in persona

indossate le armi della sua giovinezza,

disse:

« quale funesto pensiero,

 

miserrime coniunx,

impulit

cingi

his telis?

aut quo ruis?

Tempus

infelicissimo sposo,

ti spinse

a cingerti

di queste armi?

e dove ti precipiti?

Questo momento

non eget

tali auxil’io

nec defensoribus istis;

non

si nunc

adforet

ipse meus

non richiede

un tale aiuto

né queste difese;

neppure

se ora

fosse presente

il mio stesso

Hector.

Concede

huc

tandem;

haec ara

tuebitur omnis,

aut moriere simul.

 

 

Ettore.

Rifugiati

qui

alfine;

questara

ci proteggerà tutti,

o moriremo insieme».

 

 

Sic ore effata

recepit ad sese

longaeuum

et locavit

sacra in sede.

 

Avendo parlato così

trasse a sé

il vegliardo

e lo pose

nel luogo sacro.

 

Ecce autem,

elapsus de caede Pyrrhi,

Polites,

unus natorum Priami,

per tela,

per hostis,

Quandecco,

scampato alla strage di Pirro,

Polite,

uno dei figli di Priamo,

tra i dardi,

tra i nemici,

fugit

porticibus longis

et lustrat

vacua atria,

saucius.

Pyrrhus

ardens

fugge

per lunghi portici

e percorre

gli atrii deserti,

ferito.

Pirro

impetuoso

illum insequitur,

vulnere

infesto,

iam iamque tenet manu

et premit hasta.

 

lo insegue,

con arma

minacciosa,

e già lo tiene con la mano

e lo preme con lasta.

 

Ut tandem

evasit

ante oculos

et ora parentum,

concidit

ac fudit vitam

Come infine

giunse

davanti allo sguardo

e al volto dei genitori,

cadde,

ed effuse la vita

cum multo sanguine.

Hic Priamus,

quamquam

iam

tenetur

in media morte,

 

con molto sangue.

Allora Priamo,

anche se

già

preso

nella stretta della morte,

 

tamen

non abstinuit

nec pepercit

voci iraeque; 

Exclamat:

‘at pro scelere,

tuttavia

non si trattiene

né risparmia

la voce e lira; 

Esclama:

« per questo delitto,

pro talibus [facinoribus] ausis,

di,

si qua est caelo pietas

quae talia curet,

 

per queste [imprese] da te osate,

gli dei,

se nel cielo vi è qualche pietà

che si curi di ciò,

 

persolvant grates dignas

et reddant praemia debita,

tibi qui

me fecisti

cernere

coram

diano la giusta ricompensa

e rendano il premio dovuto,

a te che

mi hai fatto

vedere

da vicino

letum nati

et foedasti

funere

vultus

patrios.

At

ille Achilles

 

la morte del figlio

e hai profanato

con la morte

la vista

del padre.

Eppure

quello stesso Achille

 

quo

te mentiris

satum

non fuit

talis

in hoste Priamo;

sed erubuit

di cui

ti spacci

discendente

non fu

tale

contro il nemico Priamo;

ma ebbe riguardo

iura

fidemque

supplicis,

que reddidit

corpus exsangue

Hectoreum

sepulcro ,

ai diritti

e alla fede

del supplice,

e restituì

il corpo esangue

di Ettore

al sepolcro,

que remisit

me

in mea regna.’

Sic fatus

senior,

que coniecit

sine ictu

telum

e inviò di nuovo

me

nel mio regno».

Così parlo

il vecchio,

e scagliò

senza slancio

la freccia

imbelle,

quod protinus

repulsum

rauco aere,

et pependit

nequiquam

summo

innocua,

che subito

rimbalzò

dal fioco bronzo,

e pendette

inutilmente

dal sommo

umbone

clipei.

Cui Pyrrhus:

‘referes ergo haec,

et ibis nuntius

 

 

della borchia

dello scudo.

A lui Pirro:

« Dunque riferirai questo,

e andrai messaggero

 

 

Pelidae genitori.

Memento

narrare

illi mea tristia facta

degeneremque

al genitore Pelide.

Ricordati

di raccontare

le mie  sciagurate imprese

e il degenerato.

Neoptolemum.

nunc morere.’

Hoc dicens

traxit

trementem

ad ipsa altaria

 

Neottolemo.

E ora muori».

E dicendo questo

lo trascina

tremante

agli stessi altari

 

et lapsantem

in multo sanguine

nati,

que laeva implicuit comam,

dextraque

e facendolo scivolare

nel copioso sangue

del figlio,

con la sinistra gli afferra la chioma,

e con la dx

extulit

ensem coruscum

ac abdidit

lateri

tenus

capulo.

Haec finis

fatorum

alzò

la spada corusca

e gliela conficca

nel fianco

fino

allelsa.

Questa la fine

del destino

Priami,

hic exitus

sorte

illum tulit

videntem

Troiam incensam

di Priamo,

questo esito

secondo la sorte

lo travolse

mentre vedeva

Troia in fiamme

et prolapsa Pergama,

quondam superbum

regnatorem

tot populis

terrisque Asiae.

e Pergamo crollata,

egli un tempo superbo

sovrano

di tanti popoli

e terre dellAsia.

Iacet

litore

ingens truncus,

caput avulsumque umeris

et corpus sine nomine.

giace

sul lido

limmenso tronco,

il capo spiccato dal collo,

e un corpo senza nome.

Libro IV

Didone e Anna (1-30)

At

iamdudum

regina

saucia

gravi cura

alit

vulnus

venis

et carpitur

Ma

ormai

la regina

ferita

da un grave affanno

alimenta

la ferita

nelle vene

ed è presa

igni

caeco.

Recursat

animo

multa

virtus

viri

multusque honos

 

da un fuoco

nascosto.

Le ritornano

in mente

la grande

virtù

dell’eroe

e i molti onori

 

gentis;

haerent infixi

pectore

vultus

verbaque,

nec cura dat

placidam

della sua stirpe;

le restano fissi

nel cuore

il volto

e le parole,

e laffanno non dà

la placida

quietem

membris.

Aurora

postera

lustrabat

terras

lampade

Phoebea

quiete

alle membra.

Laurora

del giorno dopo

illuminava

le terre

con la sua luce

Febea

umentemque umbram

dimoverat

polo,

cum,

male sana,

sic

adloquitur

e lumida ombra

aveva allontanato

dal polo,

quando,

già perturbata,

così

si rivolge

unanimam sororem:

‘Anna soror,

quae insomnia

terrent

me suspensam!

 

alla sorella concorde:

« Anna, sorella,

che incubi

terrorizzano

me sospesa!

 

quis hospes

novus

successit

hic

nostris sedibus,

quem

sese ferens

ore,

quale ospite

straordinario

è entrato

qui

nel nostro palazzo, 

come

si mostrava

nell’aspetto,

quam

pectore forti

et armis!

Credo equidem,

nec vana fides,

come [si mostrava]

nel petto forte

e nelle spalle!

Credo davvero,

e non credo di sbagliarmi,

esse

genus

deorum.

Timor

arguit

animos

degeneres.

Heu,

quibus fatis

che sia

di stirpe

divina.

Il timore

agita

gli animi

vigliacchi.

Ahi,

da quali fati

ille iactatus!

quae

bella

exhausta

canebat!

Si non mihi

sederet

animo

è stato agitato!

che

guerra

sofferte

raccontava!

Se non mi

stesse fermo

nell’animo

fixum immotumque

ne me vellem

sociare

cui

vinclo iugali,

 

una decisione salda e incrollabile

di non volermi

unire

ad alcuno

nel vincolo nuziale,

 

postquam

primus amor

fefellit

morte

deceptam;

si non fuisset [me]

pertaesum

dopo che

il primo amore

tradì

con la morte

me ingannata;

se non fosse [per me]

odioso

thalami taedaeque,

huic uni culpae

forsan

potui succumbere.

il letto e le fiaccole nuziali,

a questa sola colpa

forse

potrei soccombere.

Anna,

(fatebor enim)

post fata

miseri coniugis Sychaei,

et penatis

sparsos

Anna,

(lo confesso)

dopo la morte

del mio povero marito Sicheo,

e la casa

imbrattata

caede

fraterna,

solus hic

inflexit sensus

que impulit

animum

dalla strage

fraterna,

solo costui

ha piegato i miei sentimenti

e ha colpito

il mio animo

labantem.

Agnosco

vestigia

veteris flammae.

Sed optem

vel prius

dehiscat mihi

vacillante.

Conosco

i segni

dellantica fiamma.

Ma voglio che

o prima

mi si apra

tellus ima,

vel pater omnipotens

adigat me

fulmine

ad umbras

pallentis umbras

la terra sotto i piedi,

o il padre onnipotente

mi cacci

col fulmine

tra i morti,

e le pallide ombre

Erebo

noctemque profundam,

ante quam,

pudor,

te violo

aut tua iura resolvo.

dellErebo

e la notte profonda,

prima che,

o pudore,

io ti vìoli

o sciolga i tuoi giuramenti.

Ille qui

primus

me sibi iunxit,

abstulit

meos amores;

ille

habeat secum

 

Quello che

per primo

mi unì a sé,

mi sottrasse

il mio amore;

egli

lo abbia con sé

 

servetque sepulcro.’

Sic effata

implevit

sinum

lacrimis obortis.

 

e il sepolcro lo conservi».

Detto questo

riempì

la veste

di lacrime dirotte.

 

Il temporale fatale (160-197)

 

Interea

caelum

incipit

misceri

magno murmure,

insequitur

nimbus

Intanto

il cielo

comincia

a turbarsi

con grande fragore,

segue immediatamente

un acquazzone

 

commixta grandine,

et comites Tyrii

passim

et Troiana iuventus

Dardaniusque nepos Veneris

petiere

misto a grandine,

e i compagni Tiri

qua e là

e i giovaniTroiani

e il Dardanio nipote di Venere

cercano

 

metu

tecta

diversa

per agros;

ruunt

de montibus

amnes.

Dido

et dux Troianus

con timore

ripari

diversi

per i campi;

precipitano

dai monti

i torrenti.

Didone

 e il capo Troiano

deveniunt

spel’uncam eandem.

Prima

et Tellus

et pronuba

Iuno

dant signum;

giungono

in una stessa caverna.

Per prime

e la Terra

e la pronuba

Giunone

danno il segnale;

fulsere ignes

et aether

conscius conubiis,

summoque vertice

ulularunt

Nymphae.

rifulsero le folgori

e letere

consapevole del connubio,

e dalle più alte vette

ululano

le Ninfe.

Ille

fuit primus

dies

leti

primusque

causa

malorum;

neque enim

Dido

movetur

Quel

fu il primo

giorno

di morte

e il primo

causa

di sventure;

né poi

Didone

di preoccupa

specie

famave,

nec meditatur

iam

amorem

furtivum:

coniugium vocat,

di apparenze

o di fama,

né pensa

ormai

a un amore

nascosto:

lo chiama connubio,

hoc nomine

praetexit culpam.

con questo nome

nasconde la colpa.

La fama

Extemplo

Libyae

Fama

it

per magnas urbes.

Fama,

qua

non aliud malum ullum

 

Subito

in Libia

la Fama

va

per grandi città,

la Fama,

risp. alla ql

nessun altro malanno

 

velocius:

viget

mobilitate

virisque adquirit

eundo,

primo

parva metu,

è più veloce:

possiede vigore

di movimento

e acquista forza

con landare,

dapprima

per il timore,

mox

sese attollit

in auras

ingrediturque solo

et condit caput

inter nubila.

Terra parens,

presto

si solleva

per aria

e avanza nel suolo

e cela il capo

tra le nubi.

La madre terra,

inritata ira deorum,

illam progenuit

extremam,

ut perhibent,

sororem

Coeo

 

incitata dallira contro gli dei,

la generò

per ultima,

come dicono,

come sorella

di Ceo

 

Enceladoque,

pedibus celerem

et pernicibus alis,

monstrum horrendum,

ingens,

cui

 

e di Encelado,

veloce nei passi

e di ali infaticabili,

mostro orrendo,

enorme,

alla quale

 

quot sunt

plumae corpore,

tot

(mirabile dictu)

oculi

vigiles

subter,

tot linguae,

 

quante sono

le piume in corpo,

tanti

(mirabile a dirsi)

occhi

vigili

ha sotto,

e tante lingue,

 

totidem ora sonant,

tot subrigit auris.

Nocte

volat

stridens

medio caeli

terraeque

e altrettante bocche parlano,

e orecchi protende.

Di notte

vola

stridendo

tra il cielo

e la terra

per umbram,

nec

declinat

lumina

dulci somno.

Luce

sedet

custos

aut summi culmine

nellombra,

e non

chiude

gli occhi

al dolce sonno.

Di giorno

siede

spiando

o sul culmine

tecti,

aut altis turribus,

et territat

magnas urbes,

tenax

nuntia

tam

ficti

dun tetto,

o sulle alte torri,

e va terrorizzando

grandi città,

tenace

messaggera

tanto

del falso

pravique

quam

veri.

Tum

haec

gaudens

replebat

populos

multiplici sermone,

 

e del malvagio

quanto

del vero.

Allora

costei

esultante

riempiva

la gente

di varie dicerie,

 

et pariter

canebat

facta atque infecta:

venisse

Aenean,

cretum

Troiano sanguine,

cui viro

e parimenti

cantava

cose vere e false:

che era giunto

Enea,

nato

da sangue Troiano,

e che a lui

pulchra Dido

dignetur

se iungere;

nunc fovere

quam longa hiemem

inter se luxu,

la bella Didone

si era degnata

di unirsi;

che ora passavano

tutto linverno

in reciproche mollezze

immemores

regnorum

captos

turpique

cupidine.

 

 

 

immemori

dei loro regni,

presi

da turpe

passione.

 

 

 

Haec

dea foeda

diffundit

passim

in ora

virum.

Protinus

detorquet cursus

 

Questo

la malvagia dea

spargeva

qua e là

sulle bocche

degli uomini

Subito

volge il passo

 

ad regem

Iarban

incenditque

dictis

animum

atque aggerat

iras.

verso re

Iarba

e infiamma

con parole

il suo animo

e ne fomenta

lira.

Laddio di Enea (296-392)

At

regina

praesensit

(quis

possit

fallere

amantem?)

dolos

que excepit

Ma

la regina

presentì

(e chi

potrebbe

ingannare

un inamorata?)

le trame

e colse

prima

motus futuros,

omnia timens

tuta

Eadem impia Fama

detulit

per prima

le mosse future,

temendo tutto

[lei che era stata troppo] sicura.

La stessa empia Fama

riferì

furenti

classem

armari,

que parari

cursum.

Saevit

inops animi

totamque

a lei furente

che la flotta

veniva armata,

e che si preparava

la partenza.

Infuria

fuori di sé

e tutta

incensa

bacchatur

per urbem,

qualis

Thyias

excita

commotis sacris,

infiammata

si aggira come una baccante

per la città,

come

una Tiade

eccitata

al destarsi dei riti,

ubi,

audito Baccho,

stimulant

orgia

trieterica

nocturnusque Cithaeron

vocat

cl’amore.

quando,

udito Bacco,

la stimolano

le orge

triennali

e il notturno Citeone

la richiama

con grida.

Tandem

compellat

ultro

Aenean

his vocibus:

‘sperasti etiam,

perfide,

posse

E finalmente

colpisce

per prima

Enea

con queste parole:

«hai sperato,

spergiuro,

di poter

dissimulare

tantum nefas

tacitusque

decedere

mea terra?

nec tenet te

noster amor

nec te

dissimulare

una tale infamia

e in silenzio

lasciare

la mia terra?

non ti trattiene

il nostro amore

dextera

quondam

data,

nec Dido

moritura

funere

crudeli?

quin etiam

la mano

che un giorno

mi hai data,

né Didone

destinata a morire

di morte

prematura?

e anzi

properas

moliri

classem

hiberno sidere

et ire per altum

mediis Aquilonibus,

 

 

ti affretti

a mettere in moto

la flotta

sotto le stelle invernali

e prendere il largo

in mezzo ai venti,

 

 

crudelis?

quid,

si

non peteres

arva aliena

domosque ignotas,

et Troia antiqua

maneret,

spietato?

che,

se

non cercassi

terre straniere

e ignote dimore,

e Troia antica

f. ancora in piedi,

Troia peteretur

classibus

per undosum aequor?

mene fugis?

ego te oro,

per has lacrimas

andresti a Troia

con le navi

nel mare tempestoso?

fuggi da me?

io ti prego

per queste lacrime

dextramque tuam

(quando

nihil aliud

ipsa iam reliqui

mihi miserae)

per conubia nostra,

e per la tua mano

(poiché

null’altro

ho lasciato

a me sventurata)

per il nostro connubio,

per inceptos hymenaeos,

si bene quid de te merui,

aut fuit tibi dulce

quicquam meum,

miserere

per liniziato matrimonio,

se bene di te meritai,

o ti fu dolce

qualcosa di me,

abbi pietà

domus

labentis

et exue

istam mentem,

si adhuc

quis locus

precibus.

della casa

che crolla

e abbandona

questo pensiero,

se ancora

c’è posto

per le preghiere.

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