
3 Ulisse Divina … la musica di Dante
28 Dicembre 2019
1 Smarrimento Divina … la musica di Dante
28 Dicembre 2019Analisi del testo, confronto con il pensiero dantesco e spiegazione musicale della composizione “Ugolino” (Inferno XXXIII) del prof. Luigi Gaudio su testo di Dante
1. Analisi del testo e confronto con il pensiero dantesco
L’episodio del Conte Ugolino nel canto XXXIII dell’Inferno è uno dei più strazianti della Divina Commedia. Dante racconta la tragica fine del conte Ugolino della Gherardesca, condannato a morire di fame con i suoi figli e nipoti nella Torre della Fame a Pisa. Il canto è caratterizzato da una narrazione intensa, dolorosa e carica di pathos.
a) Il risveglio e la disperazione dei figli
Il racconto di Ugolino inizia con il risveglio drammatico nel carcere, quando sente i suoi figli piangere e chiedere il pane.
“Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco, e dimandar del pane.” (vv. 37-39)
→ Confronto con il pensiero dantesco:
Dante utilizza la fame non solo come una condanna fisica, ma anche morale e psicologica. Ugolino, che aveva tradito Pisa in passato, è ora vittima della sua stessa città, prigioniero senza colpa i cui figli pagano per lui. La fame diventa simbolo di una giustizia spietata.
b) Il momento della chiusura della torre
“e io senti’ chiavar l’uscio di sotto a l’orribile torre;” (v. 46)
Il suono della porta sbarrata segna la condanna definitiva. I prigionieri capiscono che nessun cibo arriverà più.
→ Confronto con il pensiero dantesco:
Dante dipinge Ugolino non solo come un dannato, ma anche come una vittima. La sua colpa politica è superata dall’orrore della punizione, ingiustamente inflitta anche ai suoi figli.
c) Il dolore e la disperazione silenziosa
Ugolino inizialmente non piange, impietrito dal dolore:
“Io non piangëa, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: ‘Tu guardi sì, padre! che hai?'” (vv. 49-51)
→ Confronto con il pensiero dantesco:
La reazione di Ugolino è emblematica: è ormai oltre la disperazione, un padre che assiste impotente alla morte dei figli. Dante sottolinea l’ingiustizia del suo destino attraverso la disumanizzazione progressiva del protagonista.
d) Il culmine della tragedia: la supplica dei figli e la loro morte
Uno dei momenti più sconvolgenti è quando i figli, vedendo il padre mordersi le mani per il dolore, lo supplicano di nutrirsi dei loro corpi:
“Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia”. (vv. 61-63)
Il vero dramma non è solo la morte per fame, ma la devastazione psicologica di Ugolino, che li vede morire uno a uno, fino a rimanere solo, cieco e impazzito dal dolore.
“Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno”. (v. 75)
→ Confronto con il pensiero dantesco:
Questa frase ambigua può significare due cose:
- Ugolino è morto di fame dopo i figli.
- Ugolino, spinto dall’istinto di sopravvivenza, si è cibato dei cadaveri dei figli.
Dante lascia volutamente il dubbio, aumentando l’orrore della scena.
2. La spiegazione musicale della composizione di Luigi Gaudio
La musica di Luigi Gaudio accentua la tragicità del testo dantesco con melodie e armonie cupe, tese e dolorose.
a) Struttura musicale e resa emotiva
Il brano segue l’intensità crescente del testo, con scelte musicali che esaltano la tragedia di Ugolino.
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Introduzione solenne e cupa (LAm – SOL – FA – MI – LAm)
- L’uso del modo minore crea un’atmosfera di disperazione e presagio.
- Gli accordi iniziali sono lenti e pesanti, evocando il senso di oppressione della prigionia.
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La disperazione del risveglio e della fame
- Il canto di Ugolino parte con una melodia triste e dolorosa, sottolineando l’angoscia dei figli.
- L’alternanza tra note acute e basse esprime il lamento e il tormento interiore.
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Il momento della chiusura della torre
- Quando Ugolino sente chiudere la porta (“e io senti’ chiavar l’uscio di sotto”, v. 46), la musica assume un tono ancora più grave, come un colpo di sentenza.
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L’agonia finale e la morte dei figli
- L’armonia diventa dissonante e instabile, quasi a simulare il caos emotivo del protagonista.
- La ripetizione melodica su “ahi dura terra, perché non t’apristi?” enfatizza il desiderio di morte come unica liberazione.
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Il verso finale e il dubbio del cannibalismo
- Il climax arriva su “più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno”, dove la musica si interrompe bruscamente o rallenta, lasciando un silenzio carico di tensione.
- Questo silenzio simboleggia la domanda irrisolta: Ugolino ha davvero ceduto alla fame?
3. Conclusione: il significato dell’episodio di Ugolino attraverso la musica
L’episodio di Ugolino è un esempio perfetto di tragedia dantesca: un uomo che, da carnefice politico, diventa vittima di un destino crudele. Luigi Gaudio traduce questo dramma in musica attraverso:
- L’uso di tonalità minori e armonie cupe, che esprimono la disperazione e il dolore.
- Ritmi lenti e sospesi, che aumentano la tensione emotiva.
- Un climax finale drammatico, che lascia aperta la questione morale di Ugolino.
Il brano di Gaudio non si limita a raccontare i versi di Dante, ma li amplifica attraverso la musica, rendendo ancora più tangibile l’orrore e la sofferenza del protagonista. 😊
Testo e accordi Ugolino Inferno XXXIII
| Intro: LAm SOL FA MI LAm
LAm SOL Quando fui desto innanzi la dimane, pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli ch’eran con meco, e dimandar del pane. REm LAm Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava e se non piangi, di che pianger suoli? 42 LAm SOL Già eran desti, e l’ora s’appressava che ’l cibo ne solëa essere addotto, e per suo sogno ciascun dubitava; 45 REm LAm e io senti’ chiavar l’uscio di sotto a l’orribile torre; ond’io guardai nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto. Intro LAm SOL Io non piangëa, sì dentro impetrai: piangevan elli; e Anselmuccio mio disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”. 51 REm LAm Perciò non lagrimai né rispuos’io tutto quel giorno né la notte appresso, infin che l’altro sol nel mondo uscìo. 54 LAm SOL Come un poco di raggio si fu messo nel doloroso carcere, e io scorsi |
SIb LAm
per quattro visi il mio aspetto stesso, 57 REm LAm ambo le man per lo dolor mi morsi; ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia di manicar, di sùbito levorsi 60 ↑ SIm LA e disser: “Padre, assai ci fia men doglia se tu mangi di noi: tu ne vestisti queste misere carni, e tu le spoglia”. 63 MIm SIm Queta’ mi allor per non farli più tristi; lo dì e l’altro stemmo tutti muti; ahi dura terra, perché non t’apristi? 66 strum. SIm LA SOL RE DO SIm MIm SIm Poscia che fummo al quarto dì venuti, Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi, dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”. SIm LA Quivi morì; e come tu mi vedi, vid’io cascar li tre ad uno ad uno MIm SIm già cieco, a brancolar sovra ciascuno, e due dì li chiamai, poi che fur morti. Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno”. |




