
L’introduzione dell’anonimo al romanzo di Manzoni
28 Dicembre 2019
Il Primo capitolo dei Promessi Sposi
28 Dicembre 2019
I PROMESSI SPOSI.
CAPITOLO PRIMO.
Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e unâampia costiera dallâaltra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor piĂš sensibile allâocchio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e lâAdda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian lâacqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, lâuno detto di san Martino, lâaltro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talchè non è chi, al primo vederlo, purchè sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome piĂš oscuro e di forma piĂš comune. Per un buon pezzo, la costa sale con un pendĂŹo lento e continuo; poi si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo lâossatura deâ due monti, e il lavoro dellâacque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci deâ torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna. Lecco, la principale di quelle terre, e che dĂ nome al territorio, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa: un gran borgo al giorno dâoggi, e che sâincammina a diventar cittĂ . Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, giĂ considerabile, era anche un castello, e aveva perciò lâonore dâalloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dellâestate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar lâuve, e alleggerire aâ contadini le fatiche della vendemmia. Dallâuna allâaltra di quelle terre, dallâalture alla riva, da un poggio allâaltro, correvano, e corrono tuttavia, strade e stradette, piĂš o men ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su terrapieni aperti: e da qui la vista spazia per prospetti piĂš o meno estesi, ma ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian piĂš o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio dellâacqua; di qua lago, chiuso allâestremitĂ o piuttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni di montagne, e di mano in mano piĂš allargato tra altri monti che si spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che lâacqua riflette capovolti, coâ paesetti posti sulle rive; di lĂ braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur traâ monti che lâaccompagnano, degradando via via, e perdendosi quasi anchâessi nellâorizzonte. Il luogo stesso da dove contemplate queâ vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte: il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra, dâintorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che vâera sembrato prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si rappresentava sulla costa: e lâameno, il domestico di quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie piĂš il magnifico dellâaltre vedute.

Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dellâanno 1628, don Abbondio, curato dâuna delle terre accennate di sopra: il nome di questa, nè il casato del personaggio, non si trovan nel manoscritto, nè a questo luogo nè altrove. Diceva tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e lâaltro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, lâindice della mano destra, e, messa poi questa nellâaltra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo nel sentiero: poi alzava il viso, e, girati oziosamente gli occhi allâintorno, li fissava alla parte dâun monte, dove la luce del sole giĂ scomparso, scappando per i fessi del monte opposto, si dipingeva qua e lĂ sui massi sporgenti, come a larghe e inuguali pezze di porpora. Aperto poi di nuovo il breviario, e recitato un altro squarcio, giunse a una voltata della stradetta, dovâera solito dâalzar sempre gli occhi dal libro, e di guardarsi dinanzi: e cosĂŹ fece anche quel giorno. Dopo la voltata, la strada correva diritta, forse un sessanta passi, e poi si divideva in due viottole, a foggia dâun ipsilon: quella a destra saliva verso il monte, e menava alla cura: lâaltra scendeva nella valle fino a un torrente; e da questa parte il muro non arrivava che allâanche del passeggiero. I muri interni delle due viottole, in vece di riunirsi ad angolo, terminavano in un tabernacolo, sul quale eran dipinte certe figure lunghe, serpeggianti, che finivano in punta, e che, nellâintenzion dellâartista, e agli occhi degli abitanti del vicinato, volevan dir fiamme; e, alternate con le fiamme, certâaltre figure da non potersi descrivere, che volevan dire anime del purgatorio: anime e fiamme a color di mattone, sur un fondo bigiognolo, con qualche scalcinatura qua e lĂ . Il curato, voltata la stradetta, e dirizzando, comâera solito, lo sguardo al tabernacolo, vide una cosa che non sâaspettava, e che non avrebbe voluto vedere. Due uomini stavano, lâuno dirimpetto allâaltro, al confluente, per dir cosĂŹ, delle due viottole: un di costoro, a cavalcioni sul muricciolo basso, con una gamba spenzolata al di fuori, e lâaltro piede posato sul terreno della strada; il compagno, in piedi, appoggiato al muro, con le braccia incrociate sul petto. Lâabito, il portamento, e quello che, dal luogo ovâera giunto il curato, si poteva distinguer dellâaspetto, non lasciavan dubbio intorno alla lor condizione. Avevano entrambi intorno al capo una reticella verde, che cadeva sullâomero sinistro, terminata in una gran nappa, e dalla quale usciva sulla fronte un enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol corno ripieno di polvere, cascante sul petto, come una collana: un manico di coltellaccio che spuntava fuori dâun taschino degli ampi e gonfi calzoni, uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine dâottone, congegnate come in cifra, forbite e lucenti: a prima vista si davano a conoscere per individui della specie deâ bravi.
Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in Lombardia, e giĂ molto antica. Chi non ne avesse idea, ecco alcuni squarci autentici, che potranno darne una bastante deâ suoi caratteri principali, degli sforzi fatti per ispegnerla, e della sua dura e rigogliosa vitalitĂ .
Fino dallâotto aprile dellâanno 1583, lâIllustrissimo ed Eccellentissimo signor don Carlo dâAragon, Principe di Castelvetrano, Duca di Terranuova, Marchese dâAvola, Conte di Burgeto, grande Ammiraglio, e gran Contestabile di Sicilia, Governatore di Milano e Capitan Generale di Sua MaestĂ Cattolica in Italia, pienamente informato della intollerabile miseria in che è vivuta e vive questa CittĂ di Milano, per cagione dei bravi e vagabondi, pubblica un bando contro di essi.
Dichiara e diffinisce tutti coloro essere compresi in questo bando, e doversi ritenere bravi e vagabondi… i quali, essendo forestieri o del paese, non hanno esercizio alcuno, od avendolo, non lo fanno… ma, senza salario, o pur con esso, sâappoggiano a qualche cavaliere o gentiluomo, officiale o mercante… per fargli spalle e favore, o veramente, come si può presumere, per tendere insidie ad altri… A tutti costoro ordina che, nel termine di giorni sei, abbiano a sgomberare il paese, intima la galera aâ renitenti, e dĂ a tutti gli ufiziali della giustizia le piĂš stranamente ampie e indefinite facoltĂ , per lâesecuzione dellâordine. Ma, nellâanno seguente, il 12 aprile, scorgendo il detto signore, che questa Città è tuttavia piena di detti bravi… tornati a vivere come prima vivevano, non punto mutato il costume loro, nĂŠ scemato il numero, dĂ fuori unâaltra grida, ancor piĂš vigorosa e notabile, nella quale, tra lâaltre ordinazioni, prescrive:
Che qualsivoglia persona, cosĂŹ di questa CittĂ , come forestiera, che per due testimonj consterĂ esser tenuto, e comunemente riputato per bravo, et aver tal nome, ancorchĂŠ non si verifichi aver fatto delitto alcuno… per questa sola riputazione di bravo, senza altri indizj, possa dai detti giudici e da ognuno di loro esser posto alla corda et al tormento, per processo informativo… et ancorchĂŠ non confessi delitto alcuno, tuttavia sia mandato alla galea, per detto triennio, per la sola opinione e nome di bravo, come di sopra. Tutto ciò, e il di piĂš che si tralascia, perchĂŠÂ Sua Eccellenza è risoluta di voler essere obbedita da ognuno.
Allâudir parole dâun tanto signore, cosĂŹ gagliarde e sicure, e accompagnate da tali ordini, viene una gran voglia di credere che, al solo rimbombo di esse, tutti i bravi siano scomparsi per sempre. Ma la testimonianza dâun signore non meno autorevole, nĂŠ meno dotato di nomi, ci obbliga a credere tutto il contrario. Ă questi lâIllustrissimo ed Eccellentissimo Signor Juan Fernandez de Velasco, Contestabile di Castiglia, Cameriero maggiore di Sua MaestĂ , Duca della CittĂ di Frias, Conte di Haro e Castelnovo, Signore della Casa di Velasco, e di quella delli sette Infanti di Lara, Governatore dello Stato di Milano, etc. Il 5 giugno dellâanno 1593, pienamente informato anche lui di quanto danno e rovine sieno… i bravi e vagabondi, e del pessimo effetto che tal sorta di gente, fa contra il ben pubblico, et in delusione della giustizia, intima loro di nuovo che, nel termine di giorni sei, abbiano a sbrattare il paese, ripetendo a un dipresso le prescrizioni e le minacce medesime del suo predecessore. Il 23 maggio poi dellâanno 1598, informato, con non poco dispiacere dellâanimo suo, che… ogni dĂŹ piĂš in questa CittĂ e Stato va crescendo il numero di questi tali (bravi e vagabondi), nĂŠ di loro, giorno e notte, altro si sente che ferite appostatamente date, omicidii e ruberie et ogni altra qualitĂ di delitti, ai quali si rendono piĂš facili, confidati essi bravi dâessere aiutati dai capi e fautori loro,…. prescrive di nuovo gli stessi rimedi, accrescendo la dose, come sâusa nelle malattie ostinate. Ognuno dunque, conchiude poi, onninamente si guardi di contravvenire in parte alcuna alla grida presente, perchè, in luogo di provare la clemenza di Sua Eccellenza, proverĂ il rigore, e lâira sua… essendo risoluta e determinata che questa sia lâultima e perentoria monizione.
Non fu però di questo parere lâIllustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Pietro Enriquez de Acevedo, Conte di Fuentes, Capitano, e Governatore dello Stato di Milano; non fu di questo parere, e per buone ragioni. Pienamente informato della miseria in che vive questa CittĂ e Stato per cagione del gran numero di bravi che in esso abbonda… e risoluto di totalmente estirpare seme tanto pernizioso, dĂ fuori, il 5 decembre 1600, una nuova grida piena anchâessa di severissime comminazioni, con fermo proponimento che, con ogni rigore, e senza speranza di remissione, siano onninamente eseguite.
Convien credere però che non ci si mettesse con tutta quella buona voglia che sapeva impiegare nellâordir cabale, e nel suscitar nemici al suo gran nemico Enrico IV; giacchè, per questa parte, la storia attesta come riuscisse ad armare contro quel re il duca di Savoia, a cui fece perder piĂš dâuna cittĂ ; come riuscisse a far congiurare il duca di Biron, a cui fece perder la testa; ma, per ciò che riguarda quel seme tanto pernizioso deâ bravi, certo è che esso continuava a germogliare, il 22 settembre dellâanno 1612. In quel giorno lâIllustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Giovanni de Mendozza, Marchese de la Hynojosa, Gentiluomo etc., Governatore etc., pensò seriamente ad estirparlo. A questâeffetto, spedĂŹ a Pandolfo e Marco Tullio Malatesti, stampatori regii camerali, la solita grida, corretta ed accresciuta, perchè la stampassero ad esterminio deâ bravi. Ma questi vissero ancora per ricevere, il 24 decembre dellâanno 1618, gli stessi e piĂš forti colpi dallâIllustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Gomez Suarez de Figueroa, Duca di Feria, etc., Governatore etc. Però, non essendo essi morti neppur di quelli, lâIllustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Gonzalo Fernandez di Cordova, sotto il cui governo accadde la passeggiata di don Abbondio, sâera trovato costretto a ricorreggere e ripubblicare la solita grida contro i bravi, il giorno 5 ottobre del 1627, cioè un anno, un mese e due giorni prima di quel memorabile avvenimento.
Nè fu questa lâultima pubblicazione; ma noi delle posteriori non crediamo dover far menzione, come di cosa che esce dal periodo della nostra storia. Ne accenneremo soltanto una del 13 febbraio dellâanno 1632, nella quale lâIllustrissimo ed Eccellentissimo Signore, el Duque de Feria, per la seconda volta governatore, ci avvisa che le maggiori sceleraggini procedono da quelli che chiamano bravi. Questo basta ad assicurarci che, nel tempo di cui noi trattiamo, câera deâ bravi tuttavia.
Che i due descritti di sopra stessero ivi ad aspettar qualcheduno, era cosa troppo evidente; ma quel che piĂš dispiacque a don Abbondio fu il dover accorgersi, per certi atti, che lâaspettato era lui.
Perchè, al suo apparire, coloro sâeran guardati in viso, alzando la testa, con un movimento dal quale si scorgeva che tuttâe due a un tratto avevan detto: è lui; quello che stava a cavalcioni sâera alzato, tirando la sua gamba sulla strada; lâaltro sâera staccato dal muro; e tuttâeÂ
due gli sâavviavano incontro. Egli, tenendosi sempre il breviario aperto dinanzi, come se leggesse, spingeva lo sguardo in su, per ispiar le mosse di coloro; e, vedendoseli venir proprio incontro, fu assalito a un tratto da mille pensieri. Domandò subito in fretta a sè stesso, se, tra i bravi e lui, ci fosse qualche uscita di strada, a destra o a sinistra; e gli sovvenne subito di no. Fece un rapido esame, se avesse peccato contro qualche potente, contro qualche vendicativo; ma, anche in quel turbamento, il testimonio consolante della coscienza lo rassicurava alquanto: i bravi però sâavvicinavano, guardandolo fisso. Mise lâindice e il medio della mano sinistra nel collare, come per raccomodarlo; e, girando le due dita intorno al collo, volgeva intanto la faccia allâindietro, torcendo insieme la bocca, e guardando con la coda dellâocchio, fin dove poteva, se qualcheduno arrivasse; ma non vide nessuno.Â
Diede unâocchiata, al di sopra del muricciolo, neâ campi: nessuno; unâaltra piĂš modesta sulla strada dinanzi; nessuno, fuorchè i bravi. Che fare? tornare indietro, non era a tempo: darla a gambe, era lo stesso che dire, inseguitemi, o peggio. Non potendo schivare il pericolo, vi corse incontro, perchè i momenti di quellâincertezza erano allora cosĂŹ penosi per lui, che non desiderava altro che dâabbreviarli. Affrettò il passo, recitò un versetto a voce piĂš alta, compose la faccia a tutta quella quiete e ilaritĂ che potè, fece ogni sforzo per preparare un sorriso; quando si trovò a fronte dei due galantuomini, disse mentalmente: ci siamo; e si fermò su due piedi. âSignor curato,â disse un di queâ due, piantandogli gli occhi in faccia.
âCosa comanda?â rispose subito don Abbondio, alzando i suoi dal libro, che gli restò spalancato nelle mani, come sur un leggĂŹo.
âLei ha intenzione,â proseguĂŹ lâaltro, con lâatto minaccioso e iracondo di chi coglie un suo inferiore sullâintraprendere una ribalderia, âlei ha intenzione di maritar domani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella!â
âCioè….â rispose, con voce tremolante, don Abbondio: âcioè. Lor signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non câentra: fanno i loro pasticci tra loro, e poi…. e poi, vengon da noi, come sâanderebbe a un banco a riscotere; e noi…. noi siamo i servitori del comune.â
âOr bene,â gli disse il bravo, allâorecchio, ma in tono solenne di comando, âquesto matrimonio non sâha da fare, nè domani, nè mai.â
âMa, signori miei,â replicò don Abbondio, con la voce mansueta e gentile di chi vuol persuadere un impaziente, âma, signori miei, si degnino di mettersi neâ miei panni. Se la cosa dipendesse da me,… vedon bene che a me non me ne vien nulla in tasca…â

âOrsĂš,â interruppe il bravo, âse la cosa avesse a decidersi a ciarle, lei ci metterebbe in sacco. Noi non ne sappiamo, nĂŠ vogliam saperne di piĂš. Uomo avvertito… lei câintende.â
âMa lor signori son troppo giusti, troppo ragionevoli…â
âMa,â interruppe questa volta lâaltro compagnone, che non aveva parlato fin allora, âma il matrimonio non si farĂ , o…â e qui una buona bestemmia, âo chi lo farĂ non se ne pentirĂ , perchĂŠ non ne avrĂ tempo, e…â unâaltra bestemmia.
âZitto, zitto,â riprese il primo oratore: âil signor curato è un uomo che sa il viver del mondo; e noi siam galantuomini, che non vogliam fargli del male, purchĂŠ abbia giudizio. Signor curato, lâillustrissimo signor don Rodrigo nostro padrone la riverisce caramente.â

Questo nome fu, nella mente di don Abbondio, come, nel forte dâun temporale notturno, un lampo che illumina momentaneamente e in confuso gli oggetti, e accresce il terrore. Fece, come per istinto, un grandâinchino, e disse: âse mi sapessero suggerire…â
âOh! suggerire a lei che sa di latino!â interruppe ancora il bravo, con un riso tra lo sguaiato e il feroce. âA lei tocca. E sopra tutto, non si lasci uscir parola su questo avviso che le abbiam dato per suo bene; altrimenti… ehm… sarebbe lo stesso che fare quel tal matrimonio. Via, che vuol che si dica in suo nome allâillustrissimo signor don Rodrigo?â
âIl mio rispetto…â
âSi spieghi meglio!â
â… Disposto… disposto sempre allâubbidienza.â E, proferendo queste parole, non sapeva nemmen lui se faceva una promessa, o un complimento. I bravi le presero, o mostraron di prenderle nel significato piĂš serio.
âBenissimo, e buona notte, messere,â disse lâun dâessi, in atto di partir col compagno. Don Abbondio, che, pochi momenti prima, avrebbe dato un occhio per iscansarli, allora avrebbe voluto prolungar la conversazione e le trattative. âSignori…â cominciò, chiudendo il libro con le due mani; ma quelli, senza piĂš dargli udienza, presero la strada dondâera lui venuto, e sâallontanarono, cantando una canzonaccia che non voglio trascrivere. Il povero don Abbondio rimase un momento a bocca aperta, come incantato; poi prese quella delle due stradette che conduceva a casa sua, mettendo innanzi a stento una gamba dopo lâaltra, che parevano aggranchiate. Come stesse di dentro, sâintenderĂ meglio, quando avrem detto qualche cosa del suo naturale, e deâ tempi in cui gli era toccato di vivere.
Don Abbondio (il lettore se nâè giĂ avveduto) non era nato con un cuor di leone. Ma, fin daâ primi suoi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior condizione, a queâ tempi, era quella dâun animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione dâesser divorato. La forza legale non proteggeva in alcun conto lâuomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi di far paura altrui. Non giĂ che mancassero leggi e pene contro le violenze private. Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati, e particolareggiati, con minuta prolissitĂ ; le pene, pazzamente esorbitanti e, se non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad arbitrio del legislatore stesso e di cento esecutori; le procedure, studiate soltanto a liberare il giudice da ogni cosa che potesse essergli dâimpedimento a proferire una condanna: gli squarci che abbiam riportati delle gride contro i bravi, ne sono un piccolo, ma fedel saggio. Con tutto ciò, anzi in gran parte a cagion di ciò, quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente lâimpotenza deâ loro autori; o, se producevan qualche effetto immediato, era principalmente dâaggiunger molte vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli giĂ soffrivano daâ perturbatori, e dâaccrescer le violenze e lâastuzia di questi. LâimpunitĂ era organizzata, e aveva radici che le gride non toccavano, o non potevano smovere. Tali eran gli asili, tali i privilegi dâalcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con attivitĂ dâinteresse, e con gelosia di puntiglio. Ora, questâimpunitĂ minacciata e insultata, ma non distrutta dalle gride, doveva naturalmente, a ogni minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi sforzi e nuove invenzioni, per conservarsi. CosĂŹ accadeva in effetto; e, allâapparire delle gride dirette a comprimere i violenti, questi cercavano nella loro forza reale i nuovi mezzi piĂš opportuni, per continuare a far ciò che le gride venivano a proibire. Potevan ben esse inceppare a ogni passo, e molestare lâuomo bonario, che fosse senza forza propria e senza protezione; perchĂŠ, col fine dâaver sotto la mano ogni uomo, per prevenire o per punire ogni delitto, assoggettavano ogni mossa del privato al volere arbitrario dâesecutori dâogni genere. Ma chi, prima di commettere il delitto, aveva prese le sue misure per ricoverarsi a tempo in un convento, in un palazzo, dove i birri non avrebber mai osato metter piede; chi, senzâaltre precauzioni, portava una livrea che impegnasse a difenderlo la vanitĂ e lâinteresse dâuna famiglia potente, di tutto un ceto, era libero nelle sue operazioni, e poteva ridersi di tutto quel fracasso delle gride. Di quegli stessi châeran deputati a farle eseguire, alcuni appartenevano per nascita alla parte privilegiata, alcuni ne dipendevano per clientela; gli uni e gli altri, per educazione, per interesse, per consuetudine, per imitazione, ne avevano abbracciate le massime, e si sarebbero ben guardati dallâoffenderle, per amor dâun pezzo di carta attaccato sulle cantonate. Gli uomini poi incaricati dellâesecuzione immediata, quando fossero stati intraprendenti come eroi, ubbidienti come monaci, e pronti a sacrificarsi come martiri, non avrebber però potuto venirne alla fine, inferiori comâeran di numero a quelli che si trattava di sottomettere, e con una gran probabilitĂ dâessere abbandonati da chi, in astratto e, per cosĂŹ dire, in teoria, imponeva loro di operare. Ma, oltre di ciò, costoro eran generalmente deâ piĂš abbietti e ribaldi soggetti del loro tempo; lâincarico loro era tenuto a vile anche da quelli che potevano averne terrore, e il loro titolo un improperio. Era quindi ben naturale che costoro, in vece dâarrischiare, anzi di gettar la vita in unâimpresa disperata, vendessero la loro inazione, o anche la loro connivenza ai potenti, e si riservassero a esercitare la loro esecrata autoritĂ e la forza che pure avevano, in quelle occasioni dove non câera pericolo; nellâopprimer cioè, e nel vessare gli uomini pacifici e senza difesa.
Lâuomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, dâessere offeso, cerca naturalmente alleati e compagni. Quindi era, in queâ tempi, portata al massimo punto la tendenza deglâindividui a tenersi collegati in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunitĂ , la nobiltĂ i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i medici stessi una corporazione.![]()
Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna lâindividuo trovava il vantaggio dâimpiegar per sĂŠ, a proporzione della sua autoritĂ e della sua destrezza, le forze riunite di molti. I piĂš onesti si valevan di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene lâimpunitĂ . Le forze però di queste varie leghe eran molto disuguali; e, nelle campagne principalmente, il nobile dovizioso e violento, con intorno uno stuolo di bravi, e una popolazione di contadini avvezzi, per tradizione famigliare, e interessati o forzati a riguardarsi quasi come sudditi e soldati del padrone, esercitava un potere, a cui difficilmente nessunâaltra frazione di lega avrebbe ivi potuto resistere.
Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, sâera dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, dâessere, in quella societĂ , come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la veritĂ , non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni piĂš che sufficienti per una tale scelta. Ma una classe qualunque non protegge un individuo, non lo assicura, che fino a un certo segno: nessuna lo dispensa dal farsi un suo sistema particolare. Don Abbondio, assorbito continuamente neâ pensieri della propria quiete, non si curava di queâ vantaggi, per ottenere i quali facesse bisogno dâadoperarsi molto, o dâarrischiarsi un poco. Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare. NeutralitĂ disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle contese, allora frequentissime, tra il clero e le podestĂ laiche, tra il militare e il civile, tra nobili e nobili, fino alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate. Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col piĂš forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere allâaltro châegli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perchĂŠ non avete saputo esser voi il piĂš forte? châio mi sarei messo dalla vostra parte. Stando alla larga daâ prepotenti, dissimulando le loro soverchierie passeggiere e capricciose, corrispondendo con sommissioni a quelle che venissero da unâintenzione piĂš seria e piĂš meditata, costringendo, a forza dâinchini e di rispetto gioviale, anche i piĂš burberi e sdegnosi, a fargli un sorriso, quando glâincontrava per la strada, il poverâuomo era riuscito a passare i sessantâanni, senza gran burrasche.
Non è però che non avesse anche lui il suo poâ di fiele in corpo; e quel continuo esercitar la pazienza, quel dar cosĂŹ spesso ragione agli altri, queâ tanti bocconi amari inghiottiti in silenzio, glielo avevano esacerbato a segno che, se non avesse, di tanto in tanto, potuto dargli un poâ di sfogo, la sua salute nâavrebbe certamente sofferto. Ma siccome vâeran poi finalmente al mondo, e vicino a lui, persone châegli conosceva ben bene per incapaci di far male, cosĂŹ poteva con quelle sfogare qualche volta il mal umore lungamente represso, e cavarsi anche lui la voglia dâessere un poâ fantastico, e di gridare a torto.  ![]()
Era poi un rigido censore degli uomini che non si regolavan come lui, quando però la censura potesse esercitarsi senza alcuno, anche lontano, pericolo. Il battuto era almeno un imprudente; lâammazzato era sempre stato un uomo torbido. A chi, messosi a sostener le sue ragioni contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio sapeva trovar sempre qualche torto; cosa non difficile, perchè la ragione e il torto non si dividon mai con un taglio cosĂŹ netto, che ogni parte abbia soltanto dellâuna o dellâaltro. Sopra tutto poi, declamava contro queâ suoi confratelli che, a loro rischio, prendevan le parti dâun debole oppresso, contro un soverchiatore potente. Questo chiamava un comprarsi glâimpicci a contanti, un voler raddirizzar le gambe ai cani; diceva anche severamente, châera un mischiarsi nelle cose profane, a danno della dignitĂ del sacro ministero. E contro questi predicava, sempre però a quattrâocchi, o in un piccolissimo crocchio, con tanto piĂš di veemenza, quanto piĂš essi eran conosciuti per alieni dal risentirsi, in cosa che li toccasse personalmente. Aveva poi una sua sentenza prediletta, con la quale sigillava sempre i discorsi su queste materie: che a un galantuomo, il qual badi a sè, e stia neâ suoi panni, non accadon mai brutti incontri.
Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sullâanimo del poveretto, quello che sâè raccontato. Lo spavento di queâ visacci e di quelle parolacce, la minaccia dâun signore noto per non minacciare invano, un sistema di quieto vivere, châera costato tantâanni di studio e di pazienza, sconcertato in un punto, e un passo dal quale non si poteva veder come uscirne: tutti questi pensieri ronzavano tumultuariamente nel capo basso di don Abbondio. â Se Renzo si potesse mandare in pace con un bel no, via; ma vorrĂ delle ragioni; e cosa ho da rispondergli, per amor del cielo? E, e, e, anche costui è una testa: un agnello se nessun lo tocca, ma se uno vuol contraddirgli… ih! E poi, e poi, perduto dietro a quella Lucia, innamorato come… Ragazzacci, che, per non saper che fare, sâinnamorano, voglion maritarsi, e non pensano ad altro; non si fanno carico deâ travagli in che mettono un povero galantuomo. Oh povero me! vedete se quelle due figuracce dovevan proprio piantarsi sulla mia strada, e prenderla con me! Che câentro io? Son io che voglio maritarmi? PerchĂŠ non son andati piuttosto a parlare… Oh vedete un poco: gran destino è il mio, che le cose a proposito mi vengan sempre in mente un momento dopo lâoccasione. Se avessi pensato di suggerir loro che andassero a portar la loro imbasciata… â Ma, a questo punto, sâaccorse che il pentirsi di non essere stato consigliere e cooperatore dellâiniquitĂ era cosa troppo iniqua; e rivolse tutta la stizza deâ suoi pensieri contro quellâaltro che veniva cosĂŹ a togliergli la sua pace. Non conosceva don Rodrigo che di vista e di fama, nè aveva mai avuto che far con lui, altro che di toccare il petto col mento, e la terra con la punta del suo cappello, quelle poche volte che lâaveva incontrato per la strada.
Gli era occorso di difendere, in piĂš dâunâoccasione, la riputazione di quel signore, contro coloro che, a bassa voce, sospirando, e alzando gli occhi al cielo, maledicevano qualche suo fatto: aveva detto cento volte châera un rispettabile cavaliere. Ma, in quel momento gli diede in cuor suo tutti queâ titoli che non aveva mai udito applicargli da altri, senza interrompere in fretta con un oibò. Giunto, tra il tumulto di questi pensieri, alla porta di casa sua, châera in fondo del paesello, mise in fretta nella toppa la chiave, che giĂ teneva in mano; aprĂŹ, entrò, richiuse diligentemente; e, ansioso di trovarsi in una compagnia fidata, chiamò subito: âPerpetua! Perpetua!,â avviandosi pure verso il salotto, dove questa doveva esser certamente ad apparecchiar la tavola per la cena. Era Perpetua, come ognun se nâavvede, la serva di don Abbondio: serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo lâoccasione, tollerare a tempo il brontolĂŹo e le fantasticaggini del padrone, e fargli a tempo tollerar le proprie, che divenivan di giorno in giorno piĂš frequenti, da che aveva passata lâetĂ sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue amiche.
âVengo,â rispose, mettendo sul tavolino, al luogo solito, il fiaschetto del vino prediletto di don Abbondio, e si mosse lentamente; ma non aveva ancor toccata la soglia del salotto, châegli vâentrò, con un passo cosĂŹ legato, con uno sguardo cosĂŹ adombrato, con un viso cosĂŹ stravolto, che non ci sarebbero nemmen bisognati gli occhi esperti di Perpetua, per iscoprire a prima vista che gli era accaduto qualche cosa di straordinario davvero.
âMisericordia! cosâha, signor padrone?â
âNiente, niente,â rispose don Abbondio, lasciandosi andar tutto ansante sul suo seggiolone.

âCome, niente? La vuol dare ad intendere a me? cosĂŹ brutto comâè? Qualche gran caso è avvenuto.â
âOh, per amor del cielo! Quando dico niente, o è niente, o è cosa che non posso dire.â
âChe non può dir neppure a me? Chi si prenderĂ cura della sua salute? Chi le darĂ un parere?…â
âOhimè! tacete, e non apparecchiate altro: datemi un bicchiere del mio vino.â
âE lei mi vorrĂ sostenere che non ha niente!â disse Perpetua, empiendo il bicchiere, e tenendolo poi in mano, come se non volesse darlo che in premio della confidenza che si faceva tanto aspettare.
âDate qui, date qui,â disse don Abbondio, prendendole il bicchiere, con la mano non ben ferma, e votandolo poi in fretta, come se fosse una medicina.
âVuol dunque châio sia costretta di domandar qua e lĂ cosa sia accaduto al mio padrone?â disse Perpetua, ritta dinanzi a lui, con le mani arrovesciate sui fianchi, e le gomita appuntate davanti, guardandolo fisso, quasi volesse succhiargli dagli occhi il segreto.
âPer amor del cielo! non fate pettegolezzi, non fate schiamazzi: ne va… ne va la vita!â
âLa vita!â
âLa vita.â
âLei sa bene che, ogni volta che mâha detto qualche cosa sinceramente, in confidenza, io non ho mai…â
âBrava! come quando…â
Perpetua sâavvide dâaver toccato un tasto falso; onde, cambiando subito il tono, âsignor padrone,â disse, con voce commossa e da commovere, âio le sono sempre stata affezionata; e, se ora voglio sapere, è per premura, perchĂŠ vorrei poterla soccorrere, darle un buon parere, sollevarle lâanimo…â
Il fatto sta che don Abbondio aveva forse tanta voglia di scaricarsi del suo doloroso segreto, quanta ne avesse Perpetua di conoscerlo; onde, dopo aver respinti sempre piĂš debolmente i nuovi e piĂš incalzanti assalti di lei, dopo averle fatto piĂš dâuna volta giurare che non fiaterebbe, finalmente, con molte sospensioni, con molti ohimè, le raccontò il miserabile caso. Quando si venne al nome terribile del mandante, bisognò che Perpetua proferisse un nuovo e piĂš solenne giuramento; e don Abbondio, pronunziato quel nome, si rovesciò sulla spalliera della seggiola, con un gran sospiro, alzando le mani, in atto insieme di comando e di supplica, e dicendo: âper amor del cielo!â
âDelle sue!â esclamò Perpetua. âOh che birbone! oh che soverchiatore! oh che uomo senza timor di Dio!â
âVolete tacere? o volete rovinarmi del tutto?â
âOh! siam qui soli che nessun ci sente. Ma come farĂ , povero signor padrone?â
âOh vedete,â disse don Abbondio, con voce stizzosa: âvedete che bei pareri mi sa dar costei! Viene a domandarmi come farò, come farò; quasi fosse lei nellâimpiccio, e toccasse a me di levarnela.â
âMa! io lâavrei bene il mio povero parere da darle; ma poi…â
âMa poi, sentiamo.â
âIl mio parere sarebbe che, siccome tutti dicono che il nostro arcivescovo è un santâuomo, e un uomo di polso, e che non ha paura di nessuno, e, quando può fare star a dovere un di questi prepotenti, per sostenere un curato, ci gongola; io direi, e dico che lei gli scrivesse una bella lettera, per informarlo come qualmente…â
âVolete tacere? volete tacere? Son pareri codesti da dare a un poverâuomo? Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena, Dio liberi! lâarcivescovo me la leverebbe?â
âEh! le schioppettate non si danno via come confetti: e guai se questi cani dovessero mordere tutte le volte che abbaiano! E io ho sempre veduto che a chi sa mostrare i denti, e farsi stimare, gli si porta rispetto; e, appunto perchĂŠ lei non vuol mai dir la sua ragione, siam ridotti a segno che tutti vengono, con licenza, a…â
âVolete tacere?â
âIo taccio subito; ma è però certo che, quando il mondo sâaccorge che uno, sempre, in ogni incontro, è pronto a calar le…â
âVolete tacere? Ă tempo ora di dir codeste baggianate?â
âBasta: ci penserĂ questa notte; ma intanto non cominci a farsi male da sĂŠ, a rovinarsi la salute; mangi un boccone.â
âCi penserò io,â rispose, brontolando, don Abbondio: âsicuro; io ci penserò, io ci ho da pensare.â E sâalzò, continuando: “non voglio prender niente; niente: ho altra voglia: lo so anchâio che tocca a pensarci a me. Ma! la doveva accader per lâappunto a me.â
âMandi almen giĂš questâaltro gocciolo,â disse Perpetua, mescendo. âLei sa che questo le rimette sempre lo stomaco.â
âEh! ci vuol altro, ci vuol altro, ci vuol altro.â
CosĂŹ dicendo prese il lume, e, brontolando sempre: âuna piccola bagattella! a un galantuomo par mio! e domani comâandrĂ ?â e altre simili lamentazioni, sâavviò per salire in camera. Giunto su la soglia, si voltò indietro verso Perpetua, mise il dito sulla bocca, disse, con tono lento e solenne: âper amor del cielo!â e disparve.





