
O sonno, o de la queta, umida, ombrosa di Giovanni della Casa
28 Dicembre 2019
Mirra di Vittorio Alfieri
28 Dicembre 2019Questo sonetto di Vittorio Alfieri esplora il tema della solitudine nella natura come fonte di conforto e rifugio per il poeta.
La selva rappresenta il luogo ideale in cui l’autore trova una pace e una libertà che non riesce a ottenere nel mondo civile, oppresso dai valori che disprezza e dal “regal giogo”. Nella solitudine della natura, Alfieri riscopre se stesso, lontano dagli uomini e dai mali che egli percepisce nella società del suo tempo.
Testo e parafrasi del sonetto
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Testo Tacito orror di solitaria selva E quanto addentro più il mio piè s’inselva, Non ch’io gli uomini abborra, e che in me stesso ma non mi piacque il vil mio secol mai, |
Parafrasi:
Il silenzioso orrore di una selva solitaria riempie il mio cuore di una dolce tristezza così profonda che neanche le belve più feroci, tra i suoi abitanti, riescono a trovare in essa tanto piacere quanto me. E più mi addentro nella foresta, più sento crescere in me una sensazione di calma e gioia, tanto che, ricordando il piacere che ho provato lì, la mia mente desidera ritornarvi spesso. Non perché io odi gli uomini o perché non veda in me stesso difetti, o perché mi consideri migliore di altri; ma non ho mai apprezzato il mio vile secolo, e, oppresso dal peso della tirannia, posso trovare quiete per i miei dolori solo nei luoghi deserti. |
Analisi
- Il Tacito orror e la dolce tristezza:
- Alfieri apre il sonetto con un ossimoro potente: “Tacito orror”. La selva è un luogo solitario e silenzioso, che porta con sé un alone di mistero e forse di inquietudine, ma che Alfieri percepisce come fonte di dolcezza e pace. Quest’ossimoro iniziale crea subito una dualità tra ciò che è esterno (la selva misteriosa e spaventosa) e ciò che è interiore (la quiete che l’autore trova in essa).
- La “dolce tristezza” (v. 2) si collega alla concezione romantica del piacere malinconico: Alfieri prova una sorta di serenità amara, rifugio dalle brutture del mondo, e in questo luogo riesce a trovare una calma che nessuna “belva orrida” può provare (v. 4).
- Progressione spaziale e psicologica:
- Nel primo quartetto Alfieri introduce la foresta e la sensazione di piacere che gli dona. Nel secondo quartetto il movimento si fa “verso l’interno” (v. 5), sia fisicamente che psicologicamente, sottolineando come più si addentra, più si sente sereno e tranquillo. La progressione spaziale della foresta che diventa sempre più fitta riflette quella psicologica dell’autore, che si sente più protetto e meno vulnerabile.
- La ripetizione della radice del verbo “inselvarsi” al v. 8 (“si rinselva”) rappresenta il ritorno mentale del poeta alla natura come fuga mentale e desiderio di isolamento.
- Riflessione sugli uomini e sul proprio tempo:
- Il poeta non cerca il contatto con la natura per odio verso l’umanità: ammette infatti di vedere difetti in sé stesso e di non considerarsi superiore agli altri (vv. 9-11). Tuttavia, è la società del suo tempo a suscitargli disprezzo: la definisce “vil mio secol” (v. 12), rifiutando implicitamente il contesto sociale e politico che vede come moralmente corrotto.
- Alfieri qui si riferisce al “regal giogo”, metafora della tirannia che domina la società: un riferimento alla sua avversione per l’oppressione e per l’autorità assolutista. La sua ricerca di isolamento è quindi una forma di resistenza e protesta contro l’oppressione del suo tempo.
- Chiusa sulla solitudine come sollievo:
- Il sonetto si chiude con una rivelazione sulla natura della solitudine: essa è l’unica condizione che permette ad Alfieri di ritrovare la pace, dove “tacciono i miei guai” (v. 14). Questa conclusione suggerisce che il silenzio della natura permette al poeta di trovare un equilibrio interiore, lontano dalle pressioni sociali e politiche.
Figure retoriche
- Ossimoro: “Tacito orror” (v. 1) crea un contrasto tra la natura misteriosa e spaventosa della selva e il silenzio che rappresenta la pace interiore del poeta.
- Allitterazioni: L’uso ripetuto dei suoni “s” e “r” nei versi iniziali (“Tacito orror di solitaria selva”, “dolce tristezza”) crea un ritmo lento e pacato, che rafforza il tono contemplativo del sonetto.
- Enjambements: Ad esempio tra i vv. 7-8 (“là godea, / spesso mia mente poscia si rinselva”), che intensifica il desiderio di tornare alla solitudine e di sfuggire alla realtà.
- Ripetizione: Del verbo “inselvarsi” al v. 8, che segna il desiderio del poeta di ritornare alla quiete della natura.
- Metafora: “Regal giogo” (v. 13), che rappresenta il potere tirannico del monarca e il peso delle convenzioni sociali del tempo.
- Litote: Nei vv. 9-10 (“Non ch’io gli uomini abborra… / né ch’io mi creda al buon sentier più appresso”), in cui Alfieri afferma di non considerarsi superiore agli altri, pur dissociandosi dal proprio tempo.
Commento finale
Il sonetto riflette in pieno lo spirito romantico di Vittorio Alfieri, che si caratterizza per il suo desiderio di autonomia e di libertà. La natura, rappresentata dalla “solitaria selva”, diventa uno spazio ideale di rifugio dove poter meditare e cercare la pace che gli è negata nella vita civile. Questo isolamento è visto non come rifiuto dell’umanità, ma come una necessità personale per sfuggire a un “secolo vile”, corrotto e oppresso dal “regal giogo” delle monarchie assolutiste, un tema che ricorre spesso in Alfieri.
L’opposizione tra la calma della natura e l’oppressione della società crea una dinamica di contrasto che permette di comprendere la filosofia del poeta: l’unico modo per liberarsi dalle catene del potere e dai vizi del proprio tempo è trovare rifugio nella natura. Attraverso immagini malinconiche e riflessive, Alfieri esprime il suo disagio per una società in cui non si riconosce e la sua ricerca di un’esistenza alternativa in armonia con la natura. Il suo sonetto diventa così una riflessione sulla libertà individuale e sul valore del distacco dal mondo come atto di resistenza interiore.




