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Educare non è addestrare
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«È vietato l’utilizzo del telefono cellulare in orario scolastico» perché, afferma il ministro Valditara, esso ha un impatto negativo sulla concentrazione, sulla fantasia e, più in generale, sugli apprendimenti.
La criticità di questa decisione emerge alla luce della teoria dei bisogni dello psicologo statunitense Abraham Maslow. Le motivazioni del comportamento umano si organizzano gerarchicamente: se un bisogno di base non è soddisfatto, quelli di livello superiore non vengono avvertiti come significativi. Alla base della piramide si collocano i bisogni fisiologici; seguono quelli di appartenenza e di sicurezza, poi quelli di stima, mentre al vertice si collocano i bisogni di autorealizzazione.
I telefoni cellulari, principale porta d’ingresso ai social network,
intercettano proprio i bisogni di appartenenza e di stima: bisogni di partecipazione e di consenso, cioè di riconoscimento e di costruzione del sé. In queste condizioni, l’autorealizzazione non diventa un traguardo avvertito come significativo.
La gestione scolastica rinforza questo sbarramento. Il voto, che costituisce l’ordinaria motivazione allo studio, intensifica la dipendenza dal giudizio esterno, chiede adesione e, relegando il significato del lavoro svolto in secondo piano, rende inaccessibili le mete formative più qualificanti.
Se il cellulare è un sintomo e non il problema, la risposta non può essere un divieto, ma una gestione scolastica fondata sulla
progettazione formativa, educativa e dell’istruzione: una pratica introdotta dalla legge da oltre un quarto di secolo, ma mai tradotta in una prassi effettiva.




