
Mondo piccolo di Guareschi
28 Dicembre 2019
Le figure retoriche nei testi narrativi
28 Dicembre 2019“Davanti alla legge” è un breve racconto di Franz Kafka, inserito nel suo romanzo Il processo (1925), anche se può essere letto autonomamente come parabola.
Il testo è strutturato come una narrazione lineare e presenta uno stile apparentemente semplice, che nasconde però una fitta rete di significati simbolici ed esistenziali.
1. Struttura e temi principali
La vicenda si sviluppa in tre fasi principali:
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Il confronto iniziale tra l’uomo e il guardiano
- Un uomo di campagna si presenta di fronte alla porta della legge, che è custodita da un guardiano.
- Il guardiano gli impedisce di entrare, ma non gli nega categoricamente l’accesso: afferma solo che “per il momento” non è possibile.
- L’uomo si interroga sulla possibilità di entrare in futuro, ma non osa forzare la situazione.
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L’attesa interminabile
- L’uomo rimane davanti alla porta per tutta la vita, sperando che il permesso gli venga concesso.
- Nel frattempo, cerca di corrompere il guardiano, senza successo.
- Si rassegna progressivamente e dedica tutta la sua esistenza all’osservazione del guardiano e della porta, dimenticando il vero scopo del suo viaggio.
- La sua fede nella legge resta incrollabile, ma diventa passiva e rassegnata.
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La rivelazione finale e la chiusura della porta
- L’uomo, ormai prossimo alla morte, si pone una domanda cruciale: “Come mai nessun altro ha chiesto di entrare?”
- Il guardiano risponde con una rivelazione sconvolgente: “Questa porta era riservata solo a te. Ora vado a chiuderla”.
- L’accesso alla legge non è universale, ma individuale, e l’uomo ha sprecato l’opportunità di entrarvi, rimanendo bloccato nell’attesa di un’autorizzazione che non sarebbe mai arrivata.
2. Il significato simbolico della “porta della legge”
La porta rappresenta un confine tra l’uomo e la conoscenza, la giustizia o la verità. È l’accesso a qualcosa di superiore, ma al tempo stesso è una barriera che l’essere umano non riesce a superare.
Il protagonista crede ciecamente nell’autorità, convinto che l’accesso alla legge sia regolato da un potere esterno. Invece, la porta era aperta e destinata esclusivamente a lui, il che suggerisce che la vera barriera era dentro di sé:
- Paura dell’autorità (rappresentata dal guardiano).
- Eccessiva attesa di un segnale esterno (invece di agire autonomamente).
- Mancanza di iniziativa e autodeterminazione.
3. Il guardiano e il potere
Il guardiano è una figura ambigua:
- Da un lato non impedisce attivamente l’accesso, ma lo rende difficile con la sua presenza minacciosa e con la prospettiva di guardiani sempre più potenti.
- Dall’altro accetta i doni dell’uomo, ma senza che questi abbiano alcun effetto concreto.
- Alla fine, si rivela un custode inutile, il cui unico scopo sembra essere quello di mantenere l’uomo in una condizione di attesa infinita.
Ciò riflette il funzionamento assurdo e impersonale del potere secondo Kafka:
- La legge e la burocrazia non sono ostili in senso attivo, ma creano un sistema in cui l’individuo si perde nel dubbio e nell’incertezza.
- L’autorità non è chiaramente giusta o ingiusta, semplicemente esiste e impone il suo ordine senza fornire risposte.
4. L’uomo di campagna: la condizione umana e l’alienazione
L’uomo di campagna è un personaggio anonimo, universale, che rappresenta l’essere umano alle prese con il mistero dell’esistenza.
- Non si ribella, non cerca un’alternativa, non osa attraversare la soglia da solo.
- Dedica la sua vita a un’illusione: l’idea che la legge debba essere concessa dall’alto, senza rendersi conto che l’unico a poterne decidere l’accesso era lui stesso.
- Kafka descrive così la frustrazione dell’individuo di fronte a un mondo incomprensibile e alle sue regole opache.
Commento al testo
Il racconto Davanti alla legge è una perfetta esemplificazione della visione del mondo kafkiana, segnata da un senso di impotenza, assurdità e alienazione.
1. Il tema dell’attesa e dell’inazione
L’uomo di campagna è simile a tanti protagonisti delle opere di Kafka, come Joseph K. (Il processo) o K. (Il castello):
- È passivo e aspetta che le cose accadano anziché agire.
- Crede nell’ordine e nelle regole, anche quando queste appaiono inspiegabili o contraddittorie.
- Spreca la sua vita nell’attesa, senza accorgersi che avrebbe potuto attraversare la soglia fin dall’inizio.
Il messaggio di Kafka è profondamente critico verso la società moderna, che aliena l’individuo e lo rende incapace di prendere decisioni autonome.
2. Il potere e la burocrazia come ostacoli invisibili
Kafka anticipa le dinamiche della burocrazia contemporanea, in cui:
- Le regole esistono, ma sono incomprensibili.
- Il potere non nega né concede nulla in modo chiaro, lasciando gli individui nell’incertezza.
- L’individuo rimane paralizzato dalla complessità del sistema.
Questa visione si riflette nelle opere di pensatori come Max Weber, che descrisse la burocrazia come un meccanismo impersonale e disumanizzante, o in Michel Foucault, che studiò il modo in cui il potere agisce attraverso strutture invisibili.
3. Il senso di colpa e la ricerca del significato
Uno degli elementi chiave della narrativa di Kafka è il senso di colpa:
- L’uomo di campagna si sente in colpa per non poter entrare.
- Ma non sa chi abbia stabilito questa regola, né perché gli sia negato l’accesso.
- Il guardiano non dà risposte definitive, lasciando l’uomo in un limbo di attesa infinita.
Questa condizione esistenziale ricorda il pensiero di filosofi come Jean-Paul Sartre e Albert Camus, secondo cui l’essere umano è alla ricerca di un senso in un universo che, in realtà, non ha risposte da offrire.
Conclusione
“Davanti alla legge” è un racconto breve ma potentissimo, capace di racchiudere i grandi temi della letteratura di Kafka:
- L’alienazione e la frustrazione dell’individuo moderno.
- L’inaccessibilità della giustizia e della verità.
- L’attesa infinita come metafora dell’esistenza umana.
La parabola di Kafka è più attuale che mai, in un mondo in cui le persone si trovano spesso a combattere contro regole e istituzioni di cui non comprendono il funzionamento, rimanendo imprigionati nell’incertezza e nel dubbio.
Testo del racconto
Davanti alla legge sta un guardiano.
Un uomo di campagna viene da questo guardiano e gli chiede il permesso di accedere alla legge. Ma il guardiano gli risponde che per il momento non glielo può consentire. L’uomo dopo aver riflettuto chiede se più tardi gli sarà possibile. «Può darsi,» dice il guardiano, «ma adesso no».
Poiché la porta di ingresso alla legge è aperta come sempre e il guardiano si scosta un po’, l’uomo si china per dare, dalla porta, un’occhiata nell’interno. Il guardiano, vedendolo, si mette a ridere, poi dice: «Se ti attira tanto, prova a entrare ad onta del mio divieto. Ma bada: io sono potente. E sono solo l’ultimo dei guardiani. All’ingresso di ogni sala stanno dei guardiani, uno più potente dell’altro. Già la vista del terzo riesce insopportabile anche a me».
L’uomo di campagna non si aspettava tali difficoltà; la legge, nel suo pensiero, dovrebbe esser sempre accessibile a tutti; ma ora, osservando più attentamente il guardiano chiuso nella sua pelliccia, il suo gran naso a becco, la lunga e sottile barba nera all’uso tartaro decide che gli conviene attendere finché otterrà il permesso.
Il guardiano gli dà uno sgabello e lo fa sedere a lato della porta. Giorni e anni rimane seduto lì. Diverse volte tenta di esser lasciato entrare, e stanca il guardiano con le sue preghiere. Il guardiano sovente lo sottopone a brevi interrogatori, gli chiede della sua patria e di molte altre cose, ma sono domande fatte con distacco, alla maniera dei gran signori, e alla fine conclude sempre dicendogli che non può consentirgli l’ingresso.
L’uomo, che si è messo in viaggio ben equipaggiato, dà fondo ad ogni suo avere, per quanto prezioso possa essere, pur di corrompere il guardiano, e questi accetta bensì ogni cosa, però gli dice: «Lo accetto solo perché tu non creda di aver trascurato qualcosa». Durante tutti quegli anni l’uomo osserva il guardiano quasi incessantemente; dimentica che ve ne sono degli altri, quel primo gli appare l’unico ostacolo al suo accesso alla legge. Impreca alla propria sfortuna, nei primi anni senza riguardi e a voce alta, poi, man mano che invecchia, limitandosi a borbottare tra sé.
Rimbambisce, e poiché, studiando per tanti anni il guardiano, ha individuato anche una pulce nel collo della sua pelliccia, prega anche la pulce di intercedere presso il guardiano perché cambi idea. Alla fine gli s’affievolisce il lume degli occhi, e non sa se è perché tutto gli si fa buio intorno, o se siano i suoi occhi a tradirlo. Ma ora, nella tenebra, avverte un bagliore che scaturisce inestinguibile dalla porta della legge.
Non gli rimane più molto da vivere. Prima della morte tutte le nozioni raccolte in quel lungo tempo gli si concentrano nel capo in una domanda che non ha mai posta al guardiano; e gli fa cenno, poiché la rigidità che vince il suo corpo non gli permette più di alzarsi. Il guardiano deve abbassarsi grandemente fino a lui, dato che la differenza delle stature si è modificata a svantaggio dell’uomo.
«Che cosa vuoi sapere ancora?» domanda il guardiano, «sei proprio insaziabile». «Tutti si sforzano di arrivare alla legge,» dice l’uomo, «e come mai allora nessuno in tanti anni, all’infuori di me, ha chiesto di entrare?». Il guardiano si accorge che l’uomo è agli estremi e, per raggiungere il suo udito che già si spegne, gli urla: «Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta, a te solo era riservato l’ingresso. E adesso vado e la chiudo».




