Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me di Luigi Pirandello

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Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me – di Luigi Pirandello

prof. Luigi Gaudio

Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me

Si tratta di un testo pubblicato nelle “Novelle per un anno”, una tra le più lunghe “novelle”, quasi un romanzo per ampiezza.

é una novella pubblicata in quattro parti dal 1895 al 1906, compresa nella raccolta “Appendice” del 1938,

Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me – 1895-1906

Auf Deutsch – Dialoge zwischen dem Großen Ich und dem kleinen ich

Prime pubblicazioni:

  1. Nostra moglie, da La Tavola Rotonda, 2 novembre 1895.
  2. L’accordo, da Il Marzocco, 13 giugno 1897.

III. La vigilia, da Ariel, Roma, anno 1, n. 2, 25 dicembre 1897.

  1. In società, da Il Ventesimo, Genova, 4 febbraio 1906.

, divisa in quattro parti:

 

Importanza e originalità del testo

Quali sono le novità straordinarie di questo testo, di cui leggeremo la prima parte che, come spiegato, è stata pubblicata nel 1895, cioè ben prima che fossero pubblicati gli studi di Freud? Sono novità nel campo scientifico-filosofico e in campo letterario:

  1. CAMPO SCIENTIFICO-FILOSOFICO: oggettiva studi sulla schizofrenia e sul disturbo bipolare (dualismo dell’individuo) che saranno spiegati dalla scienza solo decenni dopo, e anticipa le conclusioni di Freud sulla divisione dell’io di Freud (ES = Gran Me e SUPER-IO piccolo me?)
  2. CAMPO LETTERARIO: pone la basi della dissoluzione del personaggio, che sarà caratteristica dell’ antiromanzo novecentesco (si pensi appunto ai due romanzi più famosi dello stesso Pirandello e alla dinamica inetto-vincente nei romanzi di Italo Svevo nella letteratura italiana, e ai romanzi di Frank Kafka in quella tedesca) e del metateatro pirandelliano, ed arriva, in alcuni punti nelle ultime parti, scritte fino al 1906, che non leggeremo, a spingere il monologo interiore fino al flusso di coscienza, sperimentato in quegli anni da James Joyce e Virginia Woolf.

 

Un Gran Me e un piccolo me: c’è qualcuno che sta vivendo la mia vita – di Maria Amici

“In me son quasi due persone:

Tu già ne conosci una;

l’altra, neppure la conosco bene io stesso.

Voglio dire, ch’io conto d’un gran me e di un piccolo me:

questi due signori sono quasi sempre in guerra tra di loro:

l’uno è spesso all’altro sommamente antipatico.

Il primo è taciturno e assorto continuamente,

il secondo parla facilmente, scherza e non è alieno dal ridere e dal far ridere.

Io sono perpetuamente diviso tra queste due persone.

Ora impera l’una, ora l’altra. Io tengo naturalmente moltissimo di più alla prima,

voglio dire al mio gran me; mi adatto e compatisco la seconda, che è in fondo un essere come tutti gli altri, coi suoi pregi comuni e coi comuni difetti.

Quale dei due amerai di più, Antonietta mia?

In questo consisterà in gran parte il segreto della nostra felicitì

Dalla lettera di Luigi Pirandello alla fidanzata, Antonietta Portulano,

del 17 gennaio 1894

 

Estraneità (fonte: diessefirenze.org)

Quando ci capita di compiere un’azione avventata, ce ne chiediamo il motivo, ma spesso questo non può essere spiegato perché dettato dal nostro istinto. Per quanto noi infatti possiamo ragionare sulle nostre decisioni e comportamenti, arriverà sempre quel momento in cui sarà il nostro istinto a prevalere. L’animo nostro è come una battaglia, dentro di noi ci sono due schieramenti: l’istinto e la ragione. Talvolta, quando il primo vince, non ce ne rendiamo conto proprio perché non ragioniamo: agiamo. Quante volte però dopo aver agito ce ne pentiamo! E quante volte dopo aver pensato ci pentiamo di non aver agito! Siamo esseri molto complicati. Siamo riusciti a creare l’alta velocità, gli aerei, i treni, le automobili, abbiamo creato il progresso eppure non riusciamo ad  instaurare un dialogo nemmeno con noi stessi. Non riusciamo ad essere convinti di una decisione al 100%, siamo diffidenti ed insicuri, anche di noi medesimi. Nella novella che abbiamo scelto, Dialoghi tra il gran Me e il piccolo Me, le due parti litigano: in realtà non vi è una che ha ragione e una che ha torto, bisognerebbe infatti fonderle, per giungere ad una verità.

La novella narra del dialogo che avviene, nella mente di Geremia, tra due parti ben distinte della sua personalità, il ” Gran me ” e il ” Piccolo me “. Entrambi sono rincasati e devono decidere se leggere la lettera d’ amore inviata loro da una ragazza o fare finta di nulla e coricarsi. Subito incomincia la discussione: il ” Grande me “, incuriosito ed euforico, si dimostra pronto ad affrontare quella nuova sfida, mentre il ” Piccolo me ” vorrebbe tenersi alla larga dalla faccenda.

Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me – Prima parte: Nostra moglie

  • I. Nostra moglie. (Il Gran Me e il piccolo me rincasano a sera da una scampagnata, nella quale furono tutto il giorno in compagnia di gentili fanciulle, a cui l’inebriante spettacolo de la novella stagione ridestava certo, come gli occhi loro e i sorrisi e le parole palesavano, di dolci, ineffabili voglie segretamente il cuore. Il Gran Me è ancora come preso da stupore e in visione dei fantasmi creatigli nello spirito dal diffuso incantesimo della rinascente primavera. Il piccolo me è invece alquanto stanco, e vorrebbe lavarsi le mani e la faccia e quindi andare a letto. La camera è al bujo. Il tessuto delle leggiere cortine alle finestre si disegna nel vano sul bel chiaro di luna. Viene dal basso il murmure sommesso delle acque del Tevere e, a quando a quando, il cupo rotolio di qualche vettura sul ligneo ponte di Ripetta.)
  •  – Accendiamo il lume?
  •  – No, aspetta… aspetta… Restiamo ancora un tratto così, al bujo. Lasciami goder con gli occhi chiusi ancora un po’ il sole di quest’oggi. La vista dei noti oggetti mi toglierebbe all’ebbrezza soavissima, da cui sono ancora invaso. Sdrajamoci su questa poltrona.
  •  – Al bujo? Con gli occhi chiusi? Io m’addormento, bada! Non ne posso più…
  •  – Accendi pure il lume, ma sta’ zitto, zitto per un momento, seccatore! Sbadigli?…
  •  – Sbadiglio…
  • (Il piccolo me accende il lume sul tavolino, e subito dopo fa un’ esclamazione di sorpresa.)
  •  – Oh, guarda! Una lettera… E di lei!
  •  – Da’ a me… Non voglio sentir nulla, per ora!
  •  – Come! Una lettera di lei…
  • – Da’ a me, ti ripeto! la leggeremo più tardi. Ora non voglio essere seccato.
  •  – Ah sì? E allora ti faccio notare che tutt’oggi con quelle ragazze hai detto e fatto un mondo di sciocchezze e che forse mi hai compromesso!
  •  – Io? Sei pazzo! Che ho fatto?
  •  – Domandalo a gli occhi e alla mano. Io so che mi son sentito tra le spine, durante tutto il giorno; e ancora una volta ho fatto esperienza che noi due non possiamo a un tempo esser contenti.
  •  – E di chi la colpa? Mia forse? Io ho creduto di farti piacere piegandomi jersera ad accettar l’invito della scampagnata. Non ti sei sempre lagnato ch’io non abbia veruna cura di te, della tua salute; che io ti costringa a star sempre chiuso con me nello scrittojo tra i libri e le carte, solo, senz’aria e senza moto? Non ti sei sempre lagnato che io conturbi finanche il tuo desinare e le poche ore concesse a te con i miei pensieri, le mie riflessioni e la mia noja? E ora invece ti lagni che mi sia obliato un giorno nella compagnia delle gentili fan­ciulle e nella letizia della stagione? Che pretendi dunque da me, se non ti vuoi in alcun modo accontentare?
  • – Avvolgi, avvolgi, avvolgi, sfili la sferza e la trottola gira… Quando parli, chi ti può tener dietro: Sai far bianco il nero e nero il bianco. L’esserti tutt’oggi obliato sarebbe stato un bene per me, ove non ti fossi troppo obliato… troppo, capisci? E questo è il male, e deriva dal modo di vita che tieni e che mi fai tenere. Troppo imbrigliata è la nostra gioventù; e appena le allenti un po’ il freno, ecco, ti piglia subito la mano, e allora, o sono sciocchezze o son follie, che più non si convengono a noi, che abbiamo ormai un impegno sa­crosanto da mantenere. Dammi la lettera, e non sbuffare!
  • – Quanto mi secchi, Geremia! Ti sei fitto in mente di prender moglie, e da che m’hai con insoffribili lamentele persuaso ad acconsentire, non convinto, sei divenuto per me supplizio maggiore! Or che sarà quando avremo in casa la moglie?
  •  – Sarà la tua e la mia fortuna, mio caro!
  •  – Io per me l’ho detto e ti ripeto che non voglio saperne. Sia pure la tua for­tuna! non voglio immischiarmici.
  •  – E farai bene, fino a un certo punto. Tu sei venuto sempre a guastare ogni disegno mio. Facevo due anni addietro con tanto diletto all’amore con nostra cuginetta Elisa… ricordi?… ricorrevo a te per qualche sonettino o madrigale, e tu coi tuoi versi, ingrato, me la facevi piangere… Io ti dicevo: Zitto, lascia­mela stare! Che vuoi che capisca dei tuoi fantasmi e delle tue sbalestrate ri­flessioni? Come vuoi che il suo piedino varchi la porta del tuo sogno? Quanto sei stato crudele! L’hai confessato in versi tu stesso dappoi: ho sfogliato le tue carte e ho trovato alcune poesie in lode e in pianto della povera Elisa… Or che intendi fare con quest’altra? Rispondi.
  •  – Nulla. Non le dirò mai una parola; lascerò sempre parlar te, sei contento? Purché tu mi prometti che ella non verrà mai a disturbarmi nel mio scrittojo e non mi costringerà a dirle quel che penso e quel che sento. Prendi moglie tu, insomma, e non io…
  •  – Come! E se tu intendi conservare integra la tua libertà, come potrò io aver pace in casa con lei?
  •  – Io voglio la libertà de’ miei segreti pensieri. Sai che l’amore non è mai stato, né sarà mai un tiranno per me: ho sempre, infatti, lasciato a te l’eserci­zio dell’amore. Fa’ dunque, rispetto a ciò, quel che meglio ti pare e piace. Io ho da pensare ad altro. Tu prendi moglie, se lo stimi proprio necessario.
  • – Necessario, sì, te l’ho detto! Perché, se rimango ancora un po’ soltanto in poter tuo, mi ridurrò senza dubbio la creatura più miserabile della terra. Ho assoluto bisogno d’amorosa compagnia, d’una donna che mi faccia sentir la vita e camminare tra i miei simili, or triste or lieto, per le comuni vie della terra. Ah, sono stanco, mio caro, d’attaccar da me i bottoni alla nostra camicia e di pungermi con l’ago le dita, mentre tu navighi con la mente nel mare torbido delle tue chimere. A ogni brocco nel filo tu gridi: Strappa! mentr’io, po­veretto, con l’unghie m’industrio pazientemente di scioglierlo. Ora basta! Di noi due io son quegli che deve presto morire: tu hai dal tuo orgoglio la lusinga di vivere oltre il secolo; lasciami dunque godere in pace il poco mio tempo! pensa: avremo una comoda casetta, e sentiremo risonar queste mute stanze di tranquilla vita, cantar la nostra donna, cucendo, e bollir la pentola a sera… Non son cose buone e belle anche queste? Tu te ne starai solo, appartato, a la­vorare. Nessuno ti disturberà. Purché poi, uscendo dallo scrittoio, sappi far buon viso alla compagna nostra. Vedi, noi non pretendiamo troppo da te; tu dovresti aver con noi pazienza per qualche oretta al giorno, e poi la notte… non andar tardi a letto…
  •  – E poi?… Diceva Carneade, il filosofo, entrando nella camera della moglie: Buona fortuna! Facciamo figliuoli. Li manderete a scuola da me?
  • – No, questo no, senti! Lascia allevare a me i figliuoli che verranno: potresti farne degl’infelici come te. Ma su ciò disputeremo a suo tempo. Ora dammi ascolto: addormentati! lasciami legger la lettera della sposa, e poi risponderle. Già la stanchezza m’è passata.
  •  – Vuoi che ti detti io la risposta?
  •  – No, grazie! Addormentati… Basto io solo. Ho imparato, praticando con te, a non commettere errori. Per altro, l’amore non ha bisogno della grammatica. E tu saresti capace d’arricciare il naso notando che la nostra sposa scrive col­legio con due g.

Altre citazioni da Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me (fonte: pirandelloluigi.wordpress.com)

…ho spesso la crudeltà del fanciullo, che con un sasso tappa la buca del formicajo.

Sì, sì, tu ai ragione, infatti: questa terra è veramente per te, per voi altri… Tu sai trarne il sostentamento; tu vi edifichi le case, e vai trovando di giorno in giorno, con diligenza, più sicuro riparo contro le avversità della natura, e comodi maggiori. Io dovrei essere il raggio di sole, l’aria ristoratrice che entra per le finestre aperte e reca il profumo dei fiori; ma spesso non so esserlo…

Spesso la grandezza mia consiste nel sentirmi infinitamente piccolo: ma piccola anche per me la terra, e oltre i monti, oltre i mari cerco per me qualche cosa che per forza ha da esserci, altrimenti non mi spiegherei quest’ansia arcana che mi tiene, e che mi fa sospirar le stelle…

  • Ultima citazione da Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me (fonte: pirandelloluigi.wordpress.com)

Alla mia solitudine di gelo…

al mio sgomento, al mio lento morire

parla ne le stellate notti il cielo

d’altre arcane vicende da subire,

sempre dentro al mistero e in questo anelo.

«E fino a quando?» l’anima sospira.

Infinito silenzio in alto accoglie

la sua dimanda. Pur tremarne mira

le stelle in ciel, quasi animate foglie

d’una selva, ove arcano alito spira.

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