
Inizio del capitolo ottavo dei Promessi Sposi
28 Dicembre 2019
Seconda parte del terzo capitolo dei Promessi Sposi
28 Dicembre 2019đ Analisi del testo del terzo capitolo de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni
đ Riassunto Capitolo III â I Promessi Sposi
di Alessandro Manzoni
Dopo il fallimento del matrimonio, Lucia entra nella stanza dove Agnese (sua madre) e Renzo sono rimasti ad aspettarla, angosciati. I due si aspettavano spiegazioni da lei, visto che sembrava sapere piĂš di loro su quanto era accaduto.
Lucia, piangendo, confessa che nei giorni precedenti era stata molesta da Don Rodrigo , un nobile potente del paese. Aveva cercato di parlarle lungo la strada mentre tornava dalla filanda, ma lei aveva evitato qualsiasi contatto. Tuttavia, lui non aveva smesso di perseguitarla con sguardi e parole ambigue.
Per paura e vergogna, Lucia non ne aveva parlato nĂŠ con sua madre nĂŠ con Renzo , ma aveva confessato tutto a Padre Cristoforo , un frate francescano, durante una confessione. Lui le aveva consigliato di sposarsi al piĂš presto e di stare chiusa in casa, fidando nella protezione divina.
Sentendo queste parole, Renzo si arrabbia moltissimo e giura vendetta. Lucia lo supplica di non farsi prendere dallâira e di affidarsi a Dio. Agnese, invece, suggerisce di chiedere aiuto a un avvocato : il dottor Azzeccagarbugli , noto in paese per risolvere problemi legali.
đ Il viaggio a Lecco
Renzo parte per Lecco , con alcuni capponi come dono per il dottore. Lungo il cammino è talmente agitato che i poveri animali vengono scossi violentemente, quasi come simboli della sua frustrazione.
Arrivato dal dottore, però, lâincontro è un disastro . Il legale fraintende completamente la situazione: crede che Renzo sia un giovane che ha minacciato un prete per impedire un matrimonio e che ora stia cercando di salvarsi grazie alla sua esperienza legale.
Renzo cerca di chiarire, ma lâavvocato insiste nel pensare che abbia ricevuto incarichi da qualcuno di importante e lo esorta a confessare tutta la veritĂ . Alla fine, il dottore rifiuta il suo aiuto e gli restituisce i capponi, convinto di avere a che fare con un ragazzo poco affidabile.
đ Il ritorno a casa
Renzo torna a casa amareggiato e arrabbiato. Racconta ad Agnese e Lucia ciò che è successo. Mentre discutono, arriva fra Galdino , un frate cappuccino che raccoglie elemosine per il convento.
Lucia approfitta dellâoccasione per chiedergli di informare Padre Cristoforo del bisogno urgente di incontrarlo. Fra Galdino accetta senza esitare, mostrando la grande disponibilitĂ dei frati verso il popolo.
Agnese, pur criticando Lucia per aver dato troppe noci al frate, riconosce che la figlia aveva fatto bene: quella caritĂ servirĂ a far arrivare prima possibile Padre Cristoforo , che tutti sperano possa dare un consiglio saggio e concreto.
Il capitolo si conclude con un clima di tristezza e attesa . Lucia e Renzo si salutano con dolore, ma entrambi ripongono la loro speranza nellâaiuto di Padre Cristoforo e nella giustizia divina.
⨠Temi principali del capitolo
- L’ingiustizia sociale
Si nota chiaramente il potere oppressivo di Don Rodrigo e lâimpotenza di Renzo e Lucia di fronte alle ingiustizie. - La forza della fede e della speranza
Lucia si affida a Dio e a Padre Cristoforo, mentre Renzo cerca giustizia con la rabbia, ma anche lui alla fine spera che “a questo mondo c’è giustizia finalmente”. - La differenza tra apparenza e realtĂ
Lâincontro con il dottore mostra come spesso si fraintenda la realtĂ , soprattutto quando si parte da pregiudizi. - Lâimportanza della caritĂ e dellâaiuto reciproco
Lucia usa le noci per ottenere lâaiuto spirituale di Padre Cristoforo, mostrando intelligenza e sensibilitĂ umana.
đ§ Stile e linguaggio
- Dialoghi vivaci e realistici : rendono i personaggi credibili e vicini al lettore.
- Ironia e satira : soprattutto nella descrizione del dottore e del suo ufficio.
- Descrizioni dettagliate : Manzoni usa particolari per dare vita ai luoghi e alle emozioni.
Alcune citazioni đ
1. âSantissima Vergine! chi avrebbe creduto che le cose potessero arrivare a questo segno!â
đš Contesto : Lucia commenta con dolore e stupore lâostacolo che ha impedito il matrimonio: lâintervento di Don Rodrigo.
đš Significato : Espressione della sorpresa e dellâingiustizia subita. Mostra la fragilitĂ dei poveri di fronte al potere.
2.âE allora vi dico che a questo mondo câè giustizia finalmente.â
đš Contesto : Renzo, dopo aver raccontato lâaccaduto al dottor Azzeccagarbugli, si convince che qualcuno dovrĂ pur aiutarli.
đš Significato : Frase ricorrente nel romanzo, esprime speranza ma anche una certa ironia, visto che la giustizia appare lontana.
3.âIl ciuffo era dunque quasi una parte dellâarmatura, e un distintivo deâ bravacci e degli scapestrati.â
đš Contesto : Spiegazione storica sulla moda del ciuffo come simbolo dei violenti e dei fuorilegge.
đš Significato : Manzoni usa questa digressione per spiegare usanze del tempo e svelare stereotipi sociali.
4.âIo non ho mai portato ciuffo in vita mia.â
đš Contesto : Renzo nega di appartenere alla categoria dei violenti o dei bravi.
đš Significato : Rappresenta lâinnocenza e lâonestĂ popolare di fronte ai sospetti delle figure autorevoli.
5.âIn quanto al curato, se è persona di giudizio, se ne starĂ zitto; se fosse una testolina, câè rimedio anche per quelle.â
đš Contesto : Il dottor Azzeccagarbugli parla con cinismo e opportunismo del curato.
đš Significato : Critica alla corruzione e al pragmatismo del sistema legale e religioso dellâepoca.
6.âA noi poverelli le matasse paion piĂš imbrogliate, perchĂŠ non sappiam trovarne il bandolo.â
đš Contesto : Agnese cerca di tranquillizzare Renzo e Lucia proponendo di chiedere aiuto a un avvocato.
đš Significato : Metafora della difficoltĂ dei poveri nellâottenere giustizia e comprensione in un sistema ostile.
Â
Testo del terzo capitolo dei Promessi Sposi

CAPITOLO III.
Lucia entrò nella stanza terrena, mentre Renzo stava angosciosamente informando Agnese, la quale angosciosamente lo ascoltava. Tuttâe due si volsero a chi ne sapeva piĂš di loro, e da cui aspettavano uno schiarimento, il quale non poteva essere che doloroso: tuttâe due, lasciando travedere, in mezzo al dolore, e con lâamore diverso che ognun dâessi portava a Lucia, un cruccio pur diverso perchĂŠ avesse taciuto loro qualche cosa, e una tal cosa. Agnese, benchĂŠ ansiosa di sentir parlare la figlia, non potĂŠ tenersi di non farle un rimprovero. âA tua madre non dir niente dâuna cosa simile!â
âOra vi dirò tutto,â rispose Lucia, asciugandosi gli occhi col grembiule.
âParla, parla! â Parlate, parlate!â gridarono a un tratto la madre e lo sposo.
âSantissima Vergine!â esclamò Lucia: âchi avrebbe creduto che le cose potessero arrivare a questo segno!â E, con voce rotta dal pianto, raccontò come, pochi giorni prima, mentre tornava dalla filanda, ed era rimasta indietro dalle sue compagne, le era passato innanzi don Rodrigo, in compagnia dâun altro signore; che il primo aveva cercato di trattenerla con chiacchiere, comâella diceva, non punto belle; ma essa, senza dargli retta, aveva affrettato il passo, e raggiunte le compagne; e intanto aveva sentito quellâaltro signore rider forte, e don Rodrigo dire: scommettiamo. Il giorno dopo, coloro sâeran trovati ancora sulla strada; ma Lucia era nel mezzo delle compagne, con gli occhi bassi; e lâaltro signore sghignazzava, e don Rodrigo diceva: vedremo, vedremo. âPer grazia del cielo,â continuò Lucia, âquel giorno era lâultimo della filanda. Io raccontai subito….â
âA chi hai raccontato?â domandò Agnese, andando incontro, non senza un poâ di sdegno, al nome del confidente preferito.
âAl padre Cristoforo, in confessione, mamma,â rispose Lucia, con un accento soave di scusa. âGli raccontai tutto, lâultima volta che siamo andate insieme alla chiesa del convento: e, se vi ricordate, quella mattina, io andava mettendo mano ora a una cosa, ora a unâaltra, per indugiare, tanto che passasse altra gente del paese avviata a quella volta, e far la strada in compagnia con loro; perchĂŠ, dopo quellâincontro, le strade mi facevan tanta paura…â
Al nome riverito del padre Cristoforo, lo sdegno dâAgnese si raddolcĂŹ. âHai fatto bene,â disse, âma perchĂŠ non raccontar tutto anche a tua madre?â
Lucia aveva avute due buone ragioni: lâuna, di non contristare nĂŠ spaventare la buona donna, per cosa alla quale essa non avrebbe potuto trovar rimedio; lâaltra, di non metter a rischio di viaggiar per molte bocche una storia che voleva essere gelosamente sepolta: tanto piĂš che Lucia sperava che le sue nozze avrebber troncata, sul principiare, quellâabbominata persecuzione. Di queste due ragioni però, non allegò che la prima.
âE a voi,â disse poi, rivolgendosi a Renzo, con quella voce che vuol far riconoscere a un amico che ha avuto torto: âe a voi doveva io parlar di questo? Pur troppo lo sapete ora!â
âE che tâha detto il padre?â domandò Agnese.
âMâha detto che cercassi dâaffrettar le nozze il piĂš che potessi, e intanto stessi rinchiusa; che pregassi bene il Signore; e che sperava che colui, non vedendomi, non si curerebbe piĂš di me. E fu allora che mi sforzai,â proseguĂŹ, rivolgendosi di nuovo a Renzo, senza alzargli però gli occhi in viso, e arrossendo tutta, âfu allora che feci la sfacciata, e che vi pregai io che procuraste di far presto, e di concludere prima del tempo che sâera stabilito. Chi sa cosa avrete pensato di me! Ma io facevo per bene, ed ero stata consigliata, e tenevo per certo… e questa mattina, ero tanto lontana da pensare…â Qui le parole furon troncate da un violento scoppio di pianto.
âAh birbone! ah dannato! ah assassino!â gridava Renzo, correndo innanzi e indietro per la stanza, e stringendo di tanto in tanto il manico del suo coltello.
âOh che imbroglio, per amor di Dio!â esclamava Agnese. Il giovine si fermò dâimprovviso davanti a Lucia che piangeva; la guardò con un atto di tenerezza mesta e rabbiosa, e disse: âquesta è lâultima che fa quellâassassino.â
âAh! no, Renzo, per amor del cielo!â gridò Lucia. âNo, no, per amor del cielo! Il Signore câè anche per i poveri; e come volete che ci aiuti, se facciam del male?â
âNo, no, per amor del cielo!â ripeteva Agnese.
âRenzo,â disse Lucia, con unâaria di speranza e di risoluzione piĂš tranquilla: âvoi avete un mestiere, e io so lavorare: andiamo tanto lontano, che colui non senta piĂš parlar di noi.â
âAh Lucia! e poi? Non siamo ancora marito e moglie! Il curato vorrĂ farci la fede di stato libero? Un uomo come quello? Se fossimo maritati, oh allora…!â
Lucia si rimise a piangere: e tuttâe tre rimasero in silenzio, e in un abbattimento che faceva un tristo contrapposto alla pompa festiva deâ loro abiti.
âSentite, figliuoli; date retta a me,â disse, dopo qualche momento, Agnese. âIo son venuta al mondo prima di voi; e il mondo lo conosco un poco. Non bisogna poi spaventarsi tanto: il diavolo non è brutto quanto si dipinge. A noi poverelli le matasse paion piĂš imbrogliate, perchĂŠ non sappiam trovarne il bandolo; ma alle volte un parere, una parolina dâun uomo che abbia studiato… so ben io quel che voglio dire. Fate a mio modo, Renzo; andate a Lecco; cercate del dottor Azzecca-garbugli, raccontategli… Ma non lo chiamate cosĂŹ, per amor del cielo: è un soprannome. Bisogna dire il signor dottor… Come si chiama, ora? Oh toâ! non lo so il nome vero: lo chiaman tutti a quel modo. Basta, cercate di quel dottore alto, asciutto, pelato, col naso rosso, e una voglia di lampone sulla guancia.â

âLo conosco di vista,â disse Renzo.
âBene,â continuò Agnese: âquello è una cima dâuomo! Ho visto io piĂš dâuno châera piĂš impicciato che un pulcin nella stoppa, e non sapeva dove batter la testa, e, dopo essere stato unâora a quattrâocchi col dottor Azzecca-garbugli (badate bene di non chiamarlo cosĂŹ!), lâho visto, dico, ridersene. Pigliate quei quattro capponi, poveretti! a cui dovevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, e portateglieli; perchĂŠ non bisogna mai andar con le mani vote da queâ signori. Raccontategli tutto lâaccaduto; e vedrete che vi dirĂ , su due piedi, di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno.â
Renzo abbracciò molto volentieri questo parere; Lucia lâapprovò; e Agnese, superba dâaverlo dato, levò, a una a una, le povere bestie dalla stia, riunĂŹ le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegnò in mano a Renzo; il quale, date e ricevute parole di speranza, uscĂŹ dalla parte dellâorto, per non esser veduto daâ ragazzi, che gli correrebber dietro, gridando: lo sposo! lo sposo! CosĂŹ, attraversando i campi o, come dicon colĂ , i luoghi, se nâandò per viottole, fremendo, ripensando alla [p. 51modifica]sua disgrazia, e ruminando il discorso da fare al dottor Azzecca-garbugli. Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, cosĂŹ legate e tenute per le zampe, a capo allâin giĂš, nella mano dâun uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora lâalzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto sâingegnavano a beccarsi lâuna con lâaltra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura.

Giunto al borgo, domandò dellâabitazione del dottore; gli fu indicata, e vâandò. Allâentrare, si sentĂŹ preso da quella suggezione che i poverelli illetterati provano in vicinanza dâun signore e dâun dotto, e dimenticò tutti i discorsi che aveva preparati; ma diede unâocchiata ai capponi, e si rincorò. Entrato in cucina, domandò alla serva, se si poteva parlare al signor dottore. Adocchiò essa le bestie, e, come avvezza a somiglianti doni, mise loro le mani addosso, quantunque Renzo andasse tirando indietro, perchĂŠ voleva che il dottore vedesse e sapesse châegli portava qualche cosa. Capitò appunto mentre la donna diceva: âdate qui, e andate innanzi.â Renzo fece un grande inchino: il dottore lâaccolse umanamente, con un âvenite, figliuolo,â e lo fece entrar con sĂŠ nello studio. Era questo uno stanzone, su tre pareti del quale eran distribuiti i ritratti deâ dodici Cesari; la quarta, coperta da un grande scaffale di libri vecchi e polverosi: nel mezzo, una tavola gremita dâallegazioni, di suppliche, di libelli, di gride, con tre o quattro seggiole allâintorno, e da una parte un seggiolone a braccioli, con una spalliera alta e quadrata, terminata agli angoli da due ornamenti di legno, che sâalzavano a foggia di corna, coperta di vacchetta, con grosse borchie, alcune delle quali, cadute da gran tempo, lasciavano in libertĂ gli angoli della copertura, che sâaccartocciava qua e lĂ . Il dottore era in veste da camera, cioè coperto dâuna toga ormai consunta, che gli aveva servito, moltâanni addietro, per perorare, neâ giorni dâapparato, quando andava a Milano, per qualche causa dâimportanza. Chiuse lâuscio, e fece animo al giovine, con queste parole: âfigliuolo, ditemi il vostro caso.â
âVorrei dirle una parola in confidenza.â
âSon qui,â rispose il dottore: âparlate.â E sâaccomodò sul seggiolone. Renzo, ritto davanti alla tavola, con una mano nel cocuzzolo del cappello, che faceva girar con lâaltra, ricominciò: âvorrei sapere da lei che ha studiato…â
âDitemi il fatto come sta.â interruppe il dottore.
âLei mâha da scusare: noi altri poveri non sappiamo parlar bene. Vorrei dunque sapere…â
âBenedetta gente! siete tutti cosĂŹ: in vece di raccontar il fatto, volete interrogare, perchĂŠ avete giĂ i vostri disegni in testa.â
âMi scusi, signor dottore. Vorrei sapere se, a minacciare un curato, perchĂŠ non faccia un matrimonio, câè penale.â
â Ho capito, â disse tra sĂŠ il dottore, che in veritĂ non aveva capito. â Ho capito. â E subito si fece serio, ma dâuna serietĂ mista di compassione e di premura; strinse fortemente le labbra, facendone uscire un suono inarticolato che accennava un sentimento, espresso poi piĂš chiaramente nelle sue prime parole. âCaso serio, figliuolo; caso contemplato. Avete fatto bene a venir da me. Ă un caso chiaro, contemplato in cento gride, e… appunto, in una dellâanno scorso, dellâattuale signor governatore. Ora vi fo vedere, e toccar con mano.â
CosĂŹ dicendo, sâalzò dal suo seggiolone, e cacciò le mani in quel caos di carte, rimescolandole dal sotto in su, come se mettesse grano in uno staio.
âDovâè ora? Vien fuori, vien fuori. Bisogna aver tante cose alle mani! Ma la devâesser qui sicuro, perchĂŠ è una grida dâimportanza. Ah! ecco, ecco.â La prese, la spiegò, guardò alla data, e, fatto un viso ancor piĂš serio, esclamò: âil 15 dâottobre 1627! Sicuro; è dellâanno passato: grida fresca; son quelle che fanno piĂš paura. Sapete leggere, figliuolo?â
âUn pochino, signor dottore.â
âBene, venitemi dietro con lâocchio, e vedrete.â
E, tenendo la grida sciorinata in aria, cominciò a leggere, borbottando a precipizio in alcuni passi, e fermandosi distintamente, con grandâespressione, sopra alcuni altri, secondo il bisogno:

âSe bene, per la grida pubblicata dâordine del signor Duca di Feria ai 14 di dicembre 1620, et confirmata dallâIllustriss. et Eccellentiss. Signore il Signor Gonzalo Fernandez de Cordova, eccetera, fu con rimedii straordinarii e rigorosi provvisto alle oppressioni, concussioni et atti tirannici che alcuni ardiscono di commettere contra questi Vassalli tanto divoti di S. M., ad ogni modo la frequenza degli eccessi, e la malitia, eccetera, è cresciuta a segno, che ha posto in necessitĂ lâEccell. Sua, eccetera. Onde, col parere del Senato et di una Giunta, eccetera, ha risoluto che si pubblichi la presente.
E cominciando dagli atti tirannici, mostrando lâesperienza che molti, cosĂŹ nelle CittĂ , come nelle Ville… sentite? di questo Stato, con tirannide esercitano concussioni et opprimono i piĂš deboli in varii modi, come in operare che si facciano contratti violenti di compre, dâaffitti… eccetera: dove sei? ah! ecco; sentite: che seguano o non seguano matrimonii. Eh?â
âĂ il mio caso,â disse Renzo.
âSentite, sentite, câè ben altro; e poi vedremo la pena. Si testifichi, o non si testifichi; che uno si parta dal luogo dove abita, eccetera; che quello paghi un debito; quellâaltro non lo molesti, quello vada al suo molino: tutto questo non ha che far con noi. Ah ci siamo: quel prete non faccia quello che è obbligato per lâuficio suo, o faccia cose che non gli toccano. Eh?â
âPare che abbian fatta la grida apposta per me.â
âEh? non è vero? sentite, sentite: et altre simili violenze, quali seguono da feudatarii, nobili, mediocri, vili, e plebei. Non se ne scappa: ci son tutti: è come la valle di Giosafat. Sentite ora la pena. Tutte queste et altre simili male attioni, benchĂŠ siano proibite, nondimeno, convenendo metter mano a maggior rigore, S. E., per la presente, non derogando, eccetera, ordina e comanda che contra li contravventori in qualsivoglia dei suddetti capi, o altro simile, si proceda da tutti li giudici ordinarii di questo Stato a pena pecuniaria e corporale, ancora di relegatione o di galera, e fino alla morte… una piccola bagattella! allâarbitrio dellâEccellenza Sua, o del Senato, secondo la qualitĂ dei casi, persone e circostanze. E questo ir-re-mis-si-bil-mente e con ogni rigore, eccetera. Ce nâè della roba, eh? E vedete qui le sottoscrizioni: Gonzalo Fernandez de Cordova; e piĂš in giĂš: Platonus; e qui ancora: Vidit Ferrer: non ci manca niente.â
Mentre il dottore leggeva, Renzo gli andava dietro lentamente con lâocchio, cercando di cavar il costrutto chiaro, e di mirar proprio quelle sacrosante parole, che gli parevano dover esser il suo aiuto. Il dottore, vedendo il nuovo cliente piĂš attento che atterrito, si maravigliava. â Che sia matricolato costui, â pensava tra sĂŠ. âAh! ah!â gli disse poi: â âvi siete però fatto tagliare il ciuffo. Avete avuto prudenza: però, volendo mettervi nelle mie mani, non faceva bisogno. Il caso è serio; ma voi non sapete quel che mi basti lâanimo di fare, in unâoccasione.â
Per intender questâuscita del dottore, bisogna sapere, o rammentarsi che, a quel tempo, i bravi di mestiere, e i facinorosi dâogni genere, usavan portare un lungo ciuffo, che si tiravan poi sul volto, come una visiera, allâatto dâaffrontar qualcheduno, neâ casi in cui stimasser necessario di travisarsi, e lâimpresa fosse di quelle, che richiedevano nello stesso tempo forza e prudenza. Le gride non erano state in silenzio su questa moda. Comanda Sua Eccellenza (il marchese de la Hynojosa) che chi porterĂ i capelli di tal lunghezza che coprano il fronte fino alli cigli esclusivamente, ovvero porterĂ la trezza, o avanti o dopo le orecchie, incorra la pena di trecento scudi; et in caso dâinhabilitĂ , di tre anni di galera, per la prima volta, e per la seconda, oltre la suddetta, maggiore ancora, pecuniaria et corporale, allâarbitrio di Sua Eccellenza.
Permette però che, per occasione di trovarsi alcuno calvo, o per altra ragionevole causa di segnale o ferita, possano quelli tali, per maggior decoro e sanità loro, portare i capelli tanto lunghi, quanto sia bisogno per coprire simili mancamenti e niente di piÚ; avvertendo bene a non eccedere il dovere e pura necessità , per (non) incorrere nella pena agli altri contraffacienti imposta.
E parimente comanda aâ barbieri, sotto pena di cento scudi o di tre tratti di corda da esser dati loro in pubblico, et maggiore anco corporale, allâarbitrio come sopra, che non lascino a quelli che toseranno, sorte alcuna di dette trezze, zuffi, rizzi, nĂŠ capelli piĂš lunghi dellâordinario, cosĂŹ nella fronte come dalle bande, e dopo le orecchie, ma che siano tutti uguali, come sopra, salvo nel caso dei calvi, o altri difettosi, come si è detto. Il ciuffo era dunque quasi una parte dellâarmatura, e un distintivo deâ bravacci e degli scapestrati; i quali poi da ciò vennero comunemente chiamati ciuffi. Questo termine è rimasto e vive tuttavia, con significazione piĂš mitigata, nel dialetto: e non ci sarĂ forse nessuno deâ nostri lettori milanesi, che non si rammenti dâaver sentito, nella sua fanciullezza, o i parenti, o il maestro, o qualche amico di casa, o qualche persona di servizio, dir di lui: è un ciuffo, è un ciuffetto.
âIn veritĂ , da povero figliuolo,â rispose Renzo, âio non ho mai portato ciuffo in vita mia.â
âNon facciam niente,â rispose il dottore, scotendo il capo, con un sorriso, tra malizioso e impaziente. âSe non avete fede in me, non facciam niente. Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirĂ la veritĂ al giudice. Allâavvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle. Se volete châio vâaiuti, bisogna dirmi tutto, dallâa fino alla zeta, col cuore in mano, come al confessore. Dovete nominarmi la persona da cui avete avuto il mandato: sarĂ naturalmente persona di riguardo; e, in questo caso, io anderò da lui, a fare un atto di dovere. Non gli dirò, vedete, châio sappia da voi, che vâha mandato lui: fidatevi. Gli dirò che vengo ad implorar la sua protezione, per un povero giovine calunniato. E con lui prenderò i concerti opportuni, per finir lâaffare lodevolmente. Capite bene che, salvando sĂŠ, salverĂ anche voi. Se poi la scappata fosse tutta vostra, via, non mi ritiro: ho cavato altri da peggio imbrogli… PurchĂŠ non abbiate offeso persona di riguardo, intendiamoci, mâimpegno a togliervi dâimpiccio: con un poâ di spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia lâoffeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualitĂ e lâumore dellâamico, si vedrĂ se convenga piĂš di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo dâattaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nellâorecchio; perchĂŠ, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente. In quanto al curato, se è persona di giudizio, se ne starĂ zitto; se fosse una testolina, câè rimedio anche per quelle. Dâogni intrigo si può uscire; ma ci vuole un uomo: e il vostro caso è serio; serio, vi dico, serio: la grida canta chiaro; e se la cosa si deve decider tra la giustizia e voi, cosĂŹ a quattrâocchi, state fresco. Io vi parlo da amico: le scappate bisogna pagarle: se volete passarvela liscia, danari e sinceritĂ , fidarvi di chi vi vuol bene, ubbidire, far tutto quello che vi sarĂ suggerito.â
Mentre il dottore mandava fuori tutte queste parole, Renzo lo stava guardando con unâattenzione estatica, come un materialone sta sulla piazza guardando al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro, che non finisce mai. Quandâebbe però capito bene cosa il dottore volesse dire, e quale equivoco avesse preso, gli troncò il nastro in bocca, dicendo: âoh! signor dottore, come lâha intesa? lâè proprio tutta al rovescio. Io non ho minacciato nessuno; io non fo di queste cose, io: e domandi pure a tutto il mio comune, che sentirĂ che non ho mai avuto che fare con la giustizia. La bricconeria lâhanno fatta a me; e vengo da lei per sapere come ho da fare per ottener giustizia; e son ben contento dâaver visto quella grida.â
âDiavolo!â esclamò il dottore, spalancando gli occhi. âChe pasticci mi fate? Tantâè; siete tutti cosĂŹ: possibile che non sappiate dirle chiare le cose?â
âMa mi scusi; lei non mâha dato tempo: ora le racconterò la cosa, comâè. Sappia dunque châio dovevo sposare oggi,â e qui la voce di Renzo si commosse, âdovevo sposare oggi una giovine, alla quale discorrevo, fin da questâestate; e oggi, come le dico, era il giorno stabilito col signor curato, e sâera disposto ogni cosa. Ecco che il signor curato comincia a cavar fuori certe scuse… basta, per non tediarla, io lâho fatto parlar chiaro, comâera giusto; e lui mâha confessato che gli era stato proibito, pena la vita, di far questo matrimonio. Quel prepotente di don Rodrigo…â
âEh via!â interruppe subito il dottore, aggrottando le ciglia, aggrinzando il naso rosso, e storcendo la bocca, âeh via! Che mi venite a rompere il capo con queste fandonie? Fate di questi discorsi tra voi altri, che non sapete misurar le parole; e non venite a farli con un galantuomo che sa quanto valgono. Andate, andate; non sapete quel che vi dite: io non mâimpiccio con ragazzi; non voglio sentir discorsi di questa sorte, discorsi in aria.â

âLe giuro…â
âAndate, vi dico: che volete châio faccia deâ vostri giuramenti? Io non câentro: me ne lavo le mani.â E se le andava stropicciando, come se le lavasse davvero. âImparate a parlare: non si viene a sorprender cosĂŹ un galantuomo.â
âMa senta, ma senta,â ripeteva indarno Renzo: il dottore, sempre gridando, lo spingeva con le mani verso lâuscio; e, quando ve lâebbe cacciato, aprĂŹ, chiamò la serva, e le disse: ârestituite subito a questâuomo quello che ha portato: io non voglio niente, non voglio niente.â
Quella donna non aveva mai, in tutto il tempo châera stata in quella casa, eseguito un ordine simile: ma era stato proferito con una tale risoluzione, che non esitò a ubbidire. Prese le quattro povere bestie, e le diede a Renzo, con unâocchiata di compassione sprezzante, che pareva volesse dire: bisogna che tu lâabbia fatta bella. Renzo voleva far cerimonie; ma il dottore fu inespugnabile; e il giovine, piĂš attonito e piĂš stizzito che mai, dovette riprendersi le vittime rifiutate, e tornar al paese, a raccontar alle donne il bel costrutto della sua spedizione.

Le donne, nella sua assenza, dopo essersi tristamente levate il vestito delle feste e messo quello del giorno di lavoro, si misero a consultar di nuovo, Lucia singhiozzando e Agnese sospirando. Quando questa ebbe ben parlato deâ grandi effetti che si dovevano sperare dai consigli del dottore, Lucia disse che bisognava veder dâaiutarsi in tutte le maniere; che il padre Cristoforo era uomo non solo da consigliare, ma da metter lâopera sua, quando si trattasse di sollevar poverelli; e che sarebbe una gran bella cosa potergli far sapere ciò châera accaduto. âSicuro,â disse Agnese: e si diedero a cercare insieme la maniera; giacchĂŠ andar esse al convento, distante di lĂ forse due miglia, non se ne sentivano il coraggio, in quel giorno: e certo nessun uomo di giudizio gliene avrebbe dato il parere. Ma, nel mentre che bilanciavano i partiti, si sentĂŹ un picchietto allâuscio, e, nello stesso momento, un sommesso ma distinto âDeo gratias.â Lucia, immaginandosi chi poteva essere, corse ad aprire; e subito, fatto un piccolo inchino famigliare, venne avanti un laico cercatore cappuccino, con la sua bisaccia pendente alla spalla sinistra, e tenendone lâimboccatura attortigliata e stretta nelle due mani sul petto.
âOh fra Galdino!â dissero le due donne.

âIl Signore sia con voi,â disse il frate. âVengo alla cerca delle noci.â
âVaâ a prender le noci per i padri,â disse Agnese. Lucia sâalzò, e sâavviò allâaltra stanza, ma, prima dâentrarvi, si trattenne dietro le spalle di fra Galdino, che rimaneva diritto nella medesima positura; e, mettendo il dito alla bocca, diede alla madre unâocchiata che chiedeva il segreto, con tenerezza, con supplicazione, e anche con una certa autoritĂ .
Il cercatore, sbirciando Agnese cosĂŹ da lontano, disse: âe questo matrimonio! Si doveva pur fare oggi: ho veduto nel paese una certa confusione, come se ci fosse una novitĂ . Cosâè stato?â
âIl signor curato è ammalato, e bisogna differire,â rispose in fretta la donna. Se Lucia non faceva quel segno, la risposta sarebbe probabilmente stata diversa. âE come va la cerca?â soggiunse poi, per mutar discorso.
âPoco bene, buona donna, poco bene. Le son tutte qui.â E, cosĂŹ dicendo, si levò la bisaccia dâaddosso, e la fece saltar tra le due mani. âSon tutte qui; e, per mettere insieme questa bella abbondanza, ho dovuto picchiare a dieci porte.â
âMa! le annate vanno scarse, fra Galdino; e, quando sâha a misurar il pane, non si può allargar la mano nel resto.â
âE per far tornare il buon tempo, che rimedio câè, la mia donna? Lâelemosina. Sapete di quel miracolo delle noci, che avvenne, moltâanni sono, in quel nostro convento di Romagna?â
âNo, in veritĂ ; raccontatemelo un poco.â
âOh! dovete dunque sapere che, in quel convento, câera un nostro padre, il quale era un santo, e si chiamava il padre Macario. Un giorno dâinverno, passando per una viottola, in un campo dâun nostro benefattore, uomo dabbene anche lui, il padre Macario vide questo benefattore vicino a un suo gran noce; e quattro contadini, con le zappe in aria, che principiavano a scalzar la pianta, per metterle le radici al sole. â Che fate voi a quella povera pianta? domandò il padre Macario. â Eh! padre, son anni e anni che la non mi vuol far noci; e io ne faccio legna. â Lasciatela stare, disse il padre: sappiate che, questâanno, la farĂ piĂš noci che foglie. Il benefattore, che sapeva chi era colui che aveva detta quella parola, ordinò subito ai lavoratori, che gettasser di nuovo la terra sulle radici; e, chiamato il padre, che continuava la sua strada, â padre Macario, gli disse, la metĂ della raccolta sarĂ per il convento. Si sparse la voce della predizione; e tutti correvano a guardare il noce. In fatti, a primavera, fiori a bizzeffe, e, a suo tempo, noci a bizzeffe. Il buon benefattore non ebbe la consolazione di bacchiarle; perchĂŠ andò, prima della raccolta, a ricevere il premio della sua caritĂ . Ma il miracolo fu tanto piĂš grande, come sentirete. Quel bravâuomo aveva lasciato un figliuolo di stampa ben diversa. Or dunque, alla raccolta, il cercatore andò per riscotere la metĂ châera dovuta al convento; ma colui se ne fece nuovo affatto, ed ebbe la temeritĂ di rispondere che non aveva mai sentito dire che i cappuccini sapessero far noci. Sapete ora cosa avvenne? Un giorno, (sentite questa) lo scapestrato aveva invitato alcuni suoi amici dello stesso pelo, e, gozzovigliando, raccontava la storia del noce, e rideva deâ frati.

Queâ giovinastri ebber voglia dâandar a vedere quello sterminato mucchio di noci; e lui li mena su in granaio. Ma sentite: apre lâuscio, va verso il cantuccio dovâera stato riposto il gran mucchio, e mentre dice: guardate, guarda egli stesso e vede… che cosa? Un bel mucchio di foglie secche di noce. Fu un esempio questo? E il convento, in vece di scapitare, ci guadagnò; perchĂŠ, dopo un cosĂŹ gran fatto, la cerca delle noci rendeva tanto, tanto, che un benefattore, mosso a compassione del povero cercatore, fece al convento la caritĂ dâun asino, che aiutasse a portar le noci a casa. E si faceva tantâolio, che ogni povero veniva a prenderne, secondo il suo bisogno; perchĂŠ noi siam come il mare, che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti i fiumi.â
Qui ricomparve Lucia, col grembiule cosĂŹ carico di noci, che lo reggeva a fatica, tenendone le due cocche in alto, con le braccia tese e allungate. Mentre fra Galdino, levatasi di nuovo la bisaccia, la metteva giĂš, e ne scioglieva la bocca, per introdurvi lâabbondante elemosina, la madre fece un volto attonito e severo a Lucia, per la sua prodigalitĂ ; ma Lucia le diede unâocchiata, che voleva dire: mi giustificherò. Fra Galdino proruppe in elogi, in augĂšri, in promesse, in ringraziamenti, e, rimessa la bisaccia al posto, sâavviava. Ma Lucia, richiamatolo, disse: âvorrei un servizio da voi; vorrei che diceste al padre Cristoforo, che ho gran premura di parlargli, e che mi faccia la caritĂ di venir da noi poverette, subito subito; perchè non possiamo andar noi alla chiesa.â
âNon volete altro? Non passerĂ unâora che il padre Cristoforo saprĂ il vostro desiderio.â
âMi fido.â
âNon dubitate.â E cosĂŹ detto, se nâandò, un poâ piĂš curvo e piĂš contento, di quel che fosse venuto.
Al vedere che una povera ragazza mandava a chiamare, con tanta confidenza, il padre Cristoforo, e che il cercatore accettava la commissione, senza maraviglia e senza difficoltĂ , nessun si pensi che quel Cristoforo fosse un frate di dozzina, una cosa da strapazzo. Era anzi uomo di molta autoritĂ , presso i suoi, e in tutto il contorno; ma tale era la condizione deâ cappuccini, che nulla pareva per loro troppo basso, nĂŠ troppo elevato. Servir glâinfimi, ed esser servito daâ potenti, entrar neâ palazzi e neâ tuguri, con lo stesso contegno dâumiltĂ e di sicurezza, esser talvolta, nella stessa casa, un soggetto di passatempo, e un personaggio senza il quale non si decideva nulla, chieder lâelemosina per tutto, e farla a tutti quelli che la chiedevano al convento, a tutto era avvezzo un cappuccino. Andando per la strada, poteva ugualmente abbattersi in un principe che gli baciasse riverentemente la punta del cordone, o in una brigata di ragazzacci che, fingendo dâesser alle mani tra loro, glâinzaccherassero la barba di fango. La parola âfrateâ veniva, in queâ tempi, proferita col piĂš gran rispetto, e col piĂš amaro disprezzo: e i cappuccini, forse piĂš dâogni altrâordine, eran oggetto deâ due opposti sentimenti, e provavano le due opposte fortune; perchĂŠ, non possedendo nulla, portando un abito piĂš stranamente diverso dal comune, facendo piĂš aperta professione dâumiltĂ , sâesponevan piĂš da vicino alla venerazione e al vilipendio che queste cose possono attirare daâ diversi umori, e dal diverso pensare degli uomini.
Partito fra Galdino, âtutte quelle noci!â esclamò Agnese: âin questâanno!â
âMamma, perdonatemi,â rispose Lucia; âma, se avessimo fatta unâelemosina come gli altri, fra Galdino avrebbe dovuto girare ancora, Dio, sa quanto, prima dâaver la bisaccia piena; Dio sa quando sarebbe tornato al convento; e, con le ciarle che avrebbe fatte e sentite, Dio sa se gli sarebbe rimasto in mente…â
âHai pensato bene; e poi è tutta caritĂ che porta sempre buon frutto,â disse Agnese, la quale, coâ suoi difettucci, era una gran buona donna, e si sarebbe, come si dice, buttata nel fuoco per quellâunica figlia, in cui aveva riposta tutta la sua compiacenza.
In questa, arrivò Renzo, ed entrando con un volto dispettoso insieme e mortificato, gettò i capponi sur una tavola; e fu questa lâultima trista vicenda delle povere bestie, per quel giorno.

âBel parere che mâavete dato!â disse ad Agnese. âMâavete mandato da un buon galantuomo, da uno che aiuta veramente i poverelli!â E raccontò il suo abboccamento col dottore. La donna, stupefatta di cosĂŹ trista riuscita, voleva mettersi a dimostrare che il parere però era buono, e che Renzo non doveva aver saputo far la cosa come andava fatta; ma Lucia interruppe quella questione, annunziando che sperava dâaver trovato un aiuto migliore. Renzo accolse anche questa speranza, come accade a quelli che sono nella sventura e nellâimpiccio. âMa, se il padre,â disse, ânon ci trova un ripiego, lo troverò io, in un modo o nellâaltro.â
Le donne consigliaron la pace, la pazienza, la prudenza. âDomani,â disse Lucia, âil padre Cristoforo verrĂ sicuramente; e vedrete che troverĂ qualche rimedio, di quelli che noi poveretti non sappiam nemmeno immaginare.â
âLo spero;â disse Renzo, âma, in ogni caso, saprò farmi ragione, o farmela fare. A questo mondo câè giustizia finalmente.â
Coâ dolorosi discorsi, e con le andate e venute che si son riferite, quel giorno era passato; e cominciava a imbrunire.
âBuona notte,â disse tristamente Lucia a Renzo, il quale non sapeva risolversi dâandarsene.
âBuona notte,â rispose Renzo, ancor piĂš tristamente.
âQualche santo ci aiuterĂ ,â replicò Lucia: âusate prudenza, e rassegnatevi.â
La madre aggiunse altri consigli dello stesso genere; e lo sposo se nâandò, col cuore in tempesta, ripetendo sempre quelle strane parole: âa questo mondo câè giustizia, finalmente!â Tantâè vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa piĂš quel che si dica.





