
Riassunto capitoli 21 e 23 dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni
28 Dicembre 2019
Il tempo di Pompeo
28 Dicembre 2019đ Analisi del Capitolo XXI de ‘I Promessi Sposi’: L’Abbandono e la Crisi Morale dell’Innominato
Il Capitolo XXI de I Promessi Sposi è uno dei piĂš drammatici e teologicamente significativi dell’intero romanzo. Esso narra la conclusione del rapimento di Lucia e la sua prigionia nel castello dell’Innominato, ma soprattutto si concentra sulla nascita di una profonda crisi morale e religiosa nell’animo del potente signore, innescata dalla presenza innocente e dalla disperazione di Lucia. Manzoni dipinge un quadro vivido del terrore della vittima e del tormento del carnefice, preparando il terreno per la celebre conversione del capitolo successivo.
1. Il Viaggio verso il Castello e l’Abbandono di Lucia
Il capitolo si apre con il prosieguo del viaggio di Lucia, che, dopo essere stata rapita, viene trasportata in carrozza verso il castello dell’Innominato. Ă una corsa frenetica, un rapimento brutale che getta Lucia in uno stato di terrore e disperazione crescenti.
- Il terrore e la confusione di Lucia: Lucia è “come intontita” dal rapimento. La sua mente è un turbine di paura e domande senza risposta. La descrizione del viaggio è un crescendo di angoscia: il “furore de’ cavalli”, il “frastuono delle ruote”, la sensazione di essere in un incubo. Manzoni sottolinea la sua totale vulnerabilitĂ e il suo isolamento. Ogni tanto, nella sua disperazione, tenta di invocare aiuto, ma viene subito zittita con violenza.
- L’ambiente ostile: Il paesaggio che attraversa è desolato, oscuro, simbolo della sua condizione e del destino che l’attende. Le viene detto che sta per giungere in un luogo dove “nessuno ha la libertĂ di parlar male”. Questa è una delle prime allusioni al potere assoluto e senza freni dell’Innominato.
- L’arrivo al castello: La carrozza giunge al castello, un luogo isolato e minaccioso, “posto a cavaliere a una giogaia di monti”, descritto come un nido di “avvoltoi” o “lupi”. L’edificio stesso incute timore con le sue “muraglie nude, scoscese, terminate in punta”, e la “guardia arcigna”. L’atmosfera è di desolazione e terrore.
L’incontro con la vecchia serva: All’interno del castello, Lucia è accolta da una “vecchia serva” dell’Innominato. Questo personaggio è significativo: è una donna che ha vissuto a lungo nell’ombra del male, ormai abbrutita, insensibile alla compassione, ma ancora capace di un residuo di umanitĂ , come si vedrĂ . La sua voce è “roca” e il suo sguardo “torbido”, e la sua accoglienza è priva di calore, ma efficiente. Lucia viene condotta in una “stanzaccia” buia e fredda, che le appare come una prigione.
2. L’Innominato e la Forza Inattesa dell’Innocenza
Il momento cruciale del capitolo è l’incontro tra l’Innominato e Lucia. La presenza della giovane, innocente e terrorizzata, scatena un’inattesa crisi nell’animo del tiranno.
- Il Ritratto dell’Innominato: Manzoni ci presenta l’Innominato, non con una descrizione fisica immediata, ma attraverso la sua reputazione e il suo potere temibile. Ă un uomo che ha accumulato innumerevoli delitti, un “potentissimo signore” che vive al di fuori di ogni legge, temuto persino dai principi e dai potenti, e che non ha mai incontrato opposizione. La sua vita è stata un susseguirsi di violenza e trionfi effimeri. Ă un uomo che ha perso ogni senso del bene e del male, o che lo ha deliberatamente soffocato.
- La disperazione di Lucia: Lucia, spinta dal terrore, si getta in ginocchio davanti all’Innominato, supplicandolo con parole di pura disperazione, invocando la giustizia divina: “Lei che può comandare, e può far tanto, faccia un atto di misericordia, un atto di giustizia… Dio perdona tante cose, per unâopera di misericordia! Faccia questa, lei che può; mi liberi… Oh! la salverĂ !… Lei non può non perdonare, non può non liberare… Non mi vuole far fare un peccato!…” Le sue parole, cariche di una fede semplice ma profonda, e la sua sofferenza inerme, penetrano l’animo indurito dell’Innominato.
- La reazione inaspettata dell’Innominato: Manzoni descrive dettagliatamente la reazione dell’Innominato, una reazione inattesa persino per lui stesso: “Quelle parole non furono proferite con la voce tremolante e supplichevole che sarebbe convenuta a una misera innocente… ma con un accento risoluto, una sicurezza quasi dâispirazione”. Per la prima volta nella sua vita, l’Innominato si trova di fronte a una forza che non può soggiogare con la violenza. La purezza e la disperazione di Lucia scuotono la sua coscienza. Egli si sente “toccato da una compassione fin allora sconosciuta”, avverte un “non so che di nuovo… un moto dâinquietudine” e un “rimorso confuso”. Per la prima volta, si ritira senza aver concluso il suo piano malvagio.
3. Il Voto di Lucia e la Notte di Tormento dell’Innominato
Abbandonata nella sua prigione, Lucia cerca rifugio nella fede, mentre l’Innominato affronta una notte di profonda crisi interiore.
- La solitudine e il voto di Lucia: Lucia, nella sua cella, si ritrova sola con la sua disperazione. Il suo terrore per il destino che l’attende la spinge a fare un voto solenne alla Madonna: “Vergine santissima… io ti prometto di rimaner vergine… purchĂŠ tu mi salvi… io rinunzio per sempre al mio povero Renzo, per non essere mai piĂš dâaltri che tua.” Questo voto è un atto estremo di sacrificio, un’offerta della propria felicitĂ terrena in cambio della salvezza e un segno della sua incondizionata fede nella Provvidenza divina. Ă un tentativo di dare senso alla sua sofferenza attraverso un patto con il sacro.
- La notte insonne dell’Innominato: Il capitolo si concentra poi sulla “notte orribile” dell’Innominato. Per la prima volta nella sua vita, la sua coscienza si ribella. I suoi delitti passati e le sofferenze che ha causato gli si presentano in modo vivido, tormentandolo.
- Il “rimorso” e la “paura”: Due nuove sensazioni lo assalgono: il rimorso per il male compiuto e una “paura” metafisica, un terrore del giudizio divino e della morte. Egli è abituato a dominare la paura negli altri, ma ora la sperimenta per la prima volta in sĂŠ stesso, una paura che non può essere vinta con la violenza o la prepotenza.
- Il “vuoto” e il “fastidio della vita”: La sua vita di delitti e potere gli appare improvvisamente “vuota” e senza scopo. Avverte un “fastidio della vita” e un’insopportabile “tedio” della sua stessa esistenza. La sua anima è un “inferno”.
- La lotta interiore: L’Innominato combatte una disperata battaglia con se stesso. Considera il suicidio (“la tentazione di finirla”), ma il suo istinto di autoconservazione e un residuo di fede lo frenano. La visione del male e del bene si confonde, ma la voce della grazia comincia a farsi strada.
- La luce dell’alba: Simbolicamente, la sua crisi culmina con l’arrivo dell’alba. I primi raggi di sole che illuminano la sua stanza, fino ad allora buia e sinistra, rappresentano la luce della speranza e della grazia che comincia a penetrare nel suo animo. La vista del sole e il suono delle campane festose (per la visita di Borromeo al paese vicino, ignota all’Innominato) lo spingono a una decisione inattesa.
4. I Primi Segni della Conversione
La luce del mattino porta una svolta decisiva.
- La curiositĂ per i rumori festivi: L’Innominato, insolitamente, si affaccia alla finestra e chiede alla vecchia serva il motivo dei “rumori” festivi che provengono dal paese. La sua curiosità è un segno che la sua attenzione si sta spostando dalla sua prigione interiore al mondo esterno, un primo passo verso la socialitĂ e il bene.
- La notizia del Cardinale Borromeo: La vecchia gli riferisce che è il cardinale Federigo Borromeo ad essere nel paese vicino. Questo nome, associato alla santitĂ e all’autoritĂ spirituale, ha un impatto immediato sull’Innominato.
- La decisione inaspettata: In un atto impulsivo, dettato da una forza misteriosa, l’Innominato decide di recarsi dal Cardinale. Questo è il primo, incredibile segno della sua conversione, una scelta radicale che lo distoglie dalla sua vita di peccato e lo proietta verso la redenzione. La sua partenza dal castello, un luogo di tenebra, verso la luce del giorno e l’incontro con un uomo di Dio, è altamente simbolica.
Temi e Significati del Capitolo XXI
Il Capitolo XXI è uno dei pilastri tematici del romanzo:
- La Provvidenza Divina: L’intervento della Provvidenza è il tema centrale. Attraverso la purezza e la preghiera di Lucia, Manzoni mostra come la grazia divina possa operare anche negli animi piĂš induriti, trasformando il male in bene. Il rapimento di Lucia, un atto malvagio, diventa lo strumento per la conversione dell’Innominato.
- La Conversione: Il capitolo descrive in modo dettagliato il processo interiore della conversione dell’Innominato: dal rimorso alla paura della morte, dal fastidio della vita al desiderio di redenzione. Ă una conversione che nasce dalla disperazione e dalla presa di coscienza del vuoto esistenziale.
- La Forza dell’Innocenza: Lucia, pur essendo una vittima inerme, possiede una forza morale e spirituale che riesce a scuotere la coscienza del suo oppressore. La sua innocenza diventa uno strumento di redenzione.
- Il Sacrificio e la Fede: Il voto di Lucia è un atto di fede estremo, un sacrificio personale che dimostra la sua profonda devozione e la sua fiducia incondizionata nella Madonna. Questo voto avrà conseguenze significative nella sua vita futura.
- Il Male e il Bene: Il capitolo esplora la natura del male (rappresentato dalla vita dell’Innominato) e la possibilitĂ del bene (la sua conversione). Manzoni non idealizza il male, ma ne mostra le conseguenze interiori e la possibilitĂ di redenzione.
- La Solitudine Esistenziale: La “notte orribile” dell’Innominato è una rappresentazione della solitudine dell’uomo di fronte alla propria coscienza e al mistero di Dio. La sua paura non è degli uomini, ma del giudizio divino.
In sintesi, il Capitolo XXI è un capitolo di svolta per il destino di Lucia e dell’Innominato. Segna l’inizio della loro redenzione e introduce un potente messaggio sulla grazia, il pentimento e il trionfo della fede anche nelle circostanze piĂš oscure.
Testo del ventunesimo capitolo dei Promessi Sposi

CAPITOLO XXI
La vecchia era corsa a ubbidire e a comandare, con lâautoritĂ di quel nome che, da chiunque fosse pronunziato in quel luogo, li faceva spicciar tutti; perchè a nessuno veniva in testa che ci fosse uno tanto ardito da servirsene falsamente. Si trovò infatti alla Malanotte un poâ prima che la carrozza ci arrivasse; e vistala venire, uscĂŹ di bussola, fece segno al cocchiere che fermasse, sâavvicinò allo sportello; e al Nibbio, che mise il capo fuori, riferĂŹ sottovoce gli ordini del padrone.
Lucia, al fermarsi della carrozza, si scosse, e rinvenne da una specie di letargo. Si sentĂŹ da capo rimescolare il sangue, spalancò la bocca e gli occhi, e guardò. Il Nibbio sâera tirato indietro; e la vecchia, col mento sullo sportello, guardando Lucia, diceva: âvenite, la mia giovine; venite, poverina; venite con me, che ho ordine di trattarvi bene e di farvi coraggio.â
Al suono dâuna voce di donna, la poverina provò un conforto, un coraggio momentaneo; ma ricadde subito in uno spavento piĂš cupo. âChi siete?â disse con voce tremante, fissando lo sguardo attonito in viso alla vecchia.

âVenite, venite, poverina,â andava questa ripetendo. Il Nibbio e gli altri due, argomentando dalle parole e dalla voce cosĂŹ straordinariamente raddolcita di colei, quali fossero lâintenzioni del signore, cercavano di persuader con le buone lâoppressa a ubbidire. Ma lei seguitava a guardar fuori; e benchè il luogo selvaggio e sconosciuto, e la sicurezza deâ suoi guardiani non le lasciassero concepire speranza di soccorso, apriva non ostante la bocca per gridare; ma vedendo il Nibbio far gli occhiacci del fazzoletto, ritenne il grido, tremò, si storse, fu presa e messa nella bussola. Dopo, câentrò la vecchia; il Nibbio disse ai due altri manigoldi che andassero dietro, e prese speditamente la salita, per accorrere ai comandi del padrone.
âChi siete?â domandava con ansietĂ Lucia al ceffo sconosciuto e deforme: âperchè son con voi? dove sono? dove mi conducete?â
âDa chi vuol farvi del bene,â rispondeva la vecchia, âda un gran… Fortunati quelli a cui vuol far del bene! Buon per voi, buon per voi. Non abbiate paura, state allegra, chè mâha comandato di farvi coraggio. Glielo direte, eh? che vâho fatto coraggio?â
âChi è? perchè? che vuol da me? Io non son sua. Ditemi dove sono; lasciatemi andare; dite a costoro che mi lascino andare, che mi portino in qualche chiesa. Oh! voi che siete una donna, in nome di Maria Vergine…!â
Quel nome santo e soave, giĂ ripetuto con venerazione neâ primi anni, e poi non piĂš invocato per tanto tempo, nè forse sentito proferire, faceva nella mente della sciagurata che lo sentiva in quel momento, unâimpressione confusa, strana, lenta, come la rimembranza della luce, in un vecchione accecato da bambino.
Intanto lâinnominato, ritto sulla porta del castello, guardava in giĂš; e vedeva la bussola venir passo passo, come prima la carrozza, e avanti, a una distanza che cresceva ogni momento, salir di corsa il Nibbio. Quando questo fu in cima, il signore gli accennò che lo seguisse; e andò con lui in una stanza del castello.
âEbbene?â disse, fermandosi lĂŹ.
âTutto a un puntino â rispose, inchinandosi, il Nibbio: âlâavviso a tempo, la donna a tempo, nessuno sul luogo, un urlo solo, nessuno comparso, il cocchiere pronto, i cavalli bravi, nessun incontro: ma…â
âMa che?â
âMa… dico il vero, che avrei avuto piĂš piacere che lâordine fosse stato di darle una schioppettata nella schiena, senza sentirla parlare, senza vederla in viso.â
âCosa? cosa? che vuoi tu dire?â
âVoglio dire che tutto quel tempo, tutto quel tempo… Mâha fatto troppa compassione.â
âCompassione! Che sai tu di compassione? Cosâè la compassione?â
âNon lâho mai capito cosĂŹ bene come questa volta: è una storia la compassione un poco come la paura: se uno la lascia prender possesso, non è piĂš uomo.â
âSentiamo un poco come ha fatto costei per moverti a compassione.â
âO signore illustrissimo! tanto tempo…! piangere, pregare, e far certâocchi, e diventar bianca bianca come morta, e poi singhiozzare, e pregar di nuovo, e certe parole…â
â Non la voglio in casa costei, â pensava intanto lâinnominato. â Sono stato una bestia a impegnarmi; ma ho promesso, ho promesso. Quando sarĂ lontana… â E alzando la testa, in atto di comando, verso il Nibbio, âora,â gli disse, âmetti da parte la compassione: monta a cavallo, prendi un compagno, due se vuoi; e vaâ di corsa a casa di quel don Rodrigo che tu sai. Digli che mandi… ma subito subito, perchè altrimenti…â
Ma un altro no interno piĂš imperioso del primo gli proibĂŹ di finire. âNo,â disse con voce risoluta, quasi per esprimere a sè stesso il comando di quella voce segreta, âno: vaâ a riposarti; e domattina… farai quello che ti dirò!â
â Un qualche demonio ha costei dalla sua, – pensava poi, rimasto solo, ritto, con le braccia incrociate sul petto, e con lo sguardo immobile sur una parte del pavimento, dove il raggio della luna, entrando da una finestra alta, disegnava un quadrato di luce pallida, tagliata a scacchi dalle grosse inferriate, e intagliata piĂš minutamente dai piccoli compartimenti delle vetriate.

Un qualche demonio, o…. un qualche angelo che la protegge…. Compassione al Nibbio!…. Domattina, domattina di buonâora, fuor di qui costei; al suo destino, e non se ne parli piĂš, e, â proseguiva tra sè, con quellâanimo con cui si comanda a un ragazzo indocile, sapendo che non ubbidirĂ â e non ci si pensi piĂš. Quellâanimale di don Rodrigo non mi venga a romper la testa con ringraziamenti; che…. non voglio piĂš sentir parlar di costei. Lâho servito perchè…. perchè ho promesso: e ho promesso perchè…. è il mio destino. Ma voglio che me lo paghi bene questo servizio, colui. Vediamo un poco…. â
E voleva almanaccare cosa avrebbe potuto richiedergli di scabroso per compenso, e quasi per pena; ma gli si attraversaron di nuovo alla mente quelle parole: compassione al Nibbio! â Come può aver fatto costei? – continuava, strascinato da quel pensiero. â Voglio vederla…. Eh! no…. SĂŹ, voglio vederla.
E dâuna stanza in unâaltra, trovò una scaletta, e su a tastone, andò alla camera della vecchia, e picchiò allâuscio con un calcio.
â Chi è? â
â Apri. â
A quella voce, la vecchia fece tre salti; e subito si sentĂŹ scorrere il paletto negli anelli, e lâuscio si spalancò. Lâinnominato, dalla soglia, diede unâocchiata in giro; e, al lume dâuna lucerna che ardeva sur un tavolino, vide Lucia rannicchiata in terra, nel canto il piĂš lontano dallâuscio.
â Chi tâha detto che tu la buttassi lĂ come un sacco di cenci, sciagurata? â disse alla vecchia, con un cipiglio iracondo.
â Sâè messa dove le è piaciuto, â rispose umilmente colei: â io ho fatto di tutto per farle coraggio: lo può dire anche lei; ma non câè stato verso. â
â Alzatevi, â disse lâinnominato a Lucia, andandole vicino. Ma Lucia, a cui il picchiare, lâaprire, il comparir di quellâuomo, le sue parole, avevan messo un nuovo spavento nellâanimo spaventato, stava piĂš che mai raggomitolata nel cantuccio, col viso nascosto tra le mani, e non movendosi, se non che tremava tutta.
â Alzatevi, chè non voglio farvi del male…. e posso farvi del bene, â ripetè il signore…. â Alzatevi! â tonò poi quella voce, sdegnata dâaver due volte comandato invano.
Come rinvigorita dallo spavento, lâinfelicissima si rizzò subito inginocchioni; e giungendo le mani, come avrebbe fatto davanti a unâimmagine, alzò gli occhi in viso allâinnominato, e riabbassandoli subito, disse: â son qui: mâammazzi. â
â Vâho detto che non voglio farvi del male, â rispose, con voce mitigata, lâinnominato, fissando quel viso turbato dallâaccoramento e dal terrore.
â Coraggio, coraggio, â diceva la vecchia: â se ve lo dice lui, che non vuol farvi del male…. â
â E perchè, â riprese Lucia con una voce, in cui, col tremito della paura, si sentiva una certa sicurezza dellâindegnazione disperata, â perchè mi fa patire le pene dellâinferno? Cosa le ho fatto io?…. â

â Vâhanno forse maltrattata? Parlate. â
â Oh maltrattata! Mâhanno presa a tradimento, per forza! perchè?
perchè mâhanno presa? perchè son qui? dove sono? Sono una povera creatura: cosa le ho fatto? In nome di Dio…. â
â Dio, Dio, â interruppe lâinnominato: â sempre Dio: coloro che non possono difendersi da sè, che non hanno la forza, sempre han questo Dio da mettere in campo, come se gli avessero parlato. Cosa pretendete con codesta vostra parola? Di farmi….? â e lasciò la frase a mezzo.
â Oh Signore! pretendere! Cosa posso pretendere io meschina, se non che lei mi usi misericordia? Dio perdona tante cose, per unâopera di misericordia! Mi lasci andare; per caritĂ mi lasci andare! Non torna conto a uno che un giorno deve morire di far patir tanto una povera creatura. Oh! lei che può comandare, dica che mi lascino andare! Mâhanno portata qui per forza. Mi mandi con questa donna a ***, dovâè mia madre. Oh Vergine santissima! mia madre! mia madre, per caritĂ , mia madre! Forse non è lontana di qui…. ho veduto i miei monti! Perchè lei mi fa patire? Mi faccia condurre in una chiesa. Pregherò per lei, tutta la mia vita. Cosa le costa dire una parola? Oh ecco! vedo che si move a compassione: dica una parola, la dica. Dio perdona tante cose, per unâopera di misericordia! â
â Oh perchè non è figlia dâuno di queâ cani che mâhanno bandito! â pensava lâinnominato: â dâuno di queâ vili che mi vorrebbero morto! che ora godrei di questo suo strillare; e in vece…. â
â Non iscacci una buona ispirazione! â proseguiva fervidamente Lucia, rianimata dal vedere una certâaria dâesitazione nel viso e nel contegno del suo tiranno. â Se lei non mi fa questa caritĂ , me la farĂ il Signore: mi farĂ morire, e per me sarĂ finita; ma lei!…. Forse un giorno anche lei…. Ma no, no; pregherò sempre io il Signore che la preservi da ogni male. Cosa le costa dire una parola? Se provasse lei a patir queste pene….! â
â Via, fatevi coraggio, â interruppe lâinnominato, con una dolcezza che fece strasecolar la vecchia. â Vâho fatto nessun male? Vâho minacciata? â
â Oh no! Vedo che lei ha buon cuore, e che sente pietĂ di questa povera creatura. Se lei volesse, potrebbe farmi paura piĂš di tutti gli altri, potrebbe farmi morire; e in vece mi ha…. un poâ allargato il cuore. Dio gliene renderĂ merito. Compisca lâopera di misericordia: mi liberi, mi liberi. â
â Domattina…. â
â Oh mi liberi ora, subito…. â
â Domattina ci rivedremo, vi dico. Via, intanto fatevi coraggio. Riposate. Dovete aver bisogno di mangiare. Ora ve ne porteranno. â
â No, no; io moio se alcuno entra qui: io moio. Mi conduca lei in chiesa…. queâ passi Dio glieli conterĂ . â
â VerrĂ una donna a portarvi da mangiare, â disse lâinnominato; e dettolo, rimase stupito anche lui che gli fosse venuto in mente un tal ripiego, e che gli fosse nato il bisogno di cercarne uno, per rassicurare una donnicciola.
â E tu, â riprese poi subito, voltandosi alla vecchia, â falle coraggio che mangi; mettila a dormire in questo letto: e se ti vuole in compagnia, bene; altrimenti, tu puoi ben dormire una notte in terra. Falle coraggio, ti dico; tienla allegra. E che non abbia a lamentarsi di te! â
CosĂŹ detto, si mosse rapidamente verso lâuscio. Lucia sâalzò e corse per trattenerlo, e rinnovare la sua preghiera; ma era sparito.
â Oh povera me! Chiudete, chiudete subito. â E sentito châebbe accostare i battenti e scorrere il paletto, tornò a rannicchiarsi nel suo cantuccio. â Oh povera me! â esclamò di nuovo singhiozzando: â chi pregherò ora? Dove sono? Ditemi voi, ditemi per caritĂ , chi è quel signore…. quello che mâha parlato? â
â Chi è, eh? chi è? Volete châio ve lo dica. Aspetta châio te lo dica.

Perchè vi protegge, avete messo su superbia; e volete esser soddisfatta voi, e farne andar di mezzo me. Domandatene a lui. Sâio vi contentassi anche in questo, non mi toccherebbe di quelle buone parole che avete sentite voi. â â Io son vecchia, son vecchia, â continuò, mormorando tra i denti. â Maledette le giovani, che fanno bel vedere a piangere e a ridere, e hanno sempre ragione. â Ma sentendo Lucia singhiozzare, e tornandole minaccioso alla mente il comando del padrone, si chinò verso la povera rincantucciata, e, con voce raddolcita, riprese: â via, non vâho detto niente di male: state allegra. Non mi domandate di quelle cose che non vi posso dire; e del resto, state di buon animo. Oh se sapeste quanta gente sarebbe contenta di sentirlo parlare come ha parlato a voi! State allegra, che or ora verrĂ da mangiare; e io che capisco…. nella maniera che vâha parlato, ci sarĂ della roba buona. E poi anderete a letto, e…. mi lascerete un cantuccino anche a me, spero, â soggiunse, con una voce, suo malgrado, stizzosa.
â Non voglio mangiare, non voglio dormire. Lasciatemi stare; non vâaccostate; non partite di qui! â
â No, no, via, â disse la vecchia, ritirandosi, e mettendosi a sedere sur una seggiolaccia, donde dava alla poverina certe occhiate di terrore e dâastio insieme; e poi guardava il suo covo, rodendosi dâesserne forse esclusa per tutta la notte, e brontolando contro il freddo. Ma si rallegrava col pensiero della cena, e con la speranza che ce ne sarebbe anche per lei. Lucia non sâavvedeva del freddo, non sentiva la fame, e come sbalordita, non aveva deâ suoi dolori, deâ suoi terrori stessi, che un sentimento confuso, simile allâimmagini sognate da un febbricitante.
Si riscosse quando sentĂŹ picchiare; e, alzando la faccia atterrita, gridò: â chi è? chi è? Non venga nessuno! â
â Nulla, nulla; buone nuove, â disse la vecchia: â è Marta che porta da mangiare. â
â Chiudete, chiudete! â gridava Lucia.
â Ih! subito, subito, â rispondeva la vecchia; e presa una paniera dalle mani di quella Marta, la mandò via, richiuse, e venne a posar la paniera sur una tavola nel mezzo della camera. Invitò poi piĂš volte Lucia che venisse a goder di quella buona roba. Adoprava le parole piĂš efficaci, secondo lei, a mettere appetito alla poverina, prorompeva in esclamazioni sulla squisitezza deâ cibi: â di queâ bocconi che, quando le persone come noi possono arrivare a assaggiarne, se ne ricordan per un pezzo! Del vino che beve il padrone coâ suoi amici…. quando capita qualcheduno di quelli…! e vogliono stare allegri! Ehm! â Ma vedendo che tutti glâincanti riuscivano inutili, â siete voi che non volete, â disse. â Non istate poi a dirgli domani châio non vâho fatto coraggio. Mangerò io; e ne resterĂ piĂš che abbastanza per voi, per quando metterete giudizio, e vorrete ubbidire. â CosĂŹ detto, si mise a mangiare avidamente. Saziata che fu, sâalzò, andò verso il cantuccio, e, chinandosi sopra Lucia, lâinvitò di nuovo a mangiare, per andar poi a letto.
â No, no, non voglio nulla, â rispose questa, con voce fiacca e come sonnolenta. Poi, con piĂš risolutezza, riprese: â è serrato lâuscio? è serrato bene? â E dopo aver guardato in giro per la camera, sâalzò, e, con le mani avanti, con passo sospettoso, andava verso quella parte.
La vecchia ci corse prima di lei, stese la mano al paletto, lo scosse, e disse: â sentite? vedete? è serrato bene? siete contenta ora? â

â Oh contenta! contenta io qui! â disse Lucia, rimettendosi di nuovo nel suo cantuccio. â Ma il Signore lo sa che ci sono! â
â Venite a letto: cosa volete far lĂŹ, accucciata come un cane? Sâè mai visto rifiutare i comodi, quando si possono avere? â
â No, no; lasciatemi stare. â
â Siete voi che lo volete. Ecco, io vi lascio il posto buono: mi metto sulla sponda; starò incomoda per voi. Se volete venire a letto, sapete come avete a fare. Ricordatevi che vâho pregata piĂš volte.â CosĂŹ dicendo, si cacciò sotto vestita; e tutto tacque.
Lucia stava immobile in quel cantuccio, tutta in un gomitolo, con le ginocchia alzate, con le mani appoggiate sulle ginocchia, e col viso nascosto nelle mani. Non era il suo nè sonno nè veglia, ma una rapida successione, una torbida vicenda di pensieri, dâimmaginazioni, di spaventi. Ora, piĂš presente a sè stessa, e rammentandosi piĂš distintamente gli orrori veduti e sofferti in quella giornata, sâapplicava dolorosamente alle circostanze dellâoscura e formidabile realtĂ in cui si trovava avviluppata; ora la mente, trasportata in una regione ancor piĂš oscura, si dibatteva contro i fantasmi nati dallâincertezza e dal terrore. Stette un pezzo in questâangoscia; alfine, piĂš che mai stanca e abbattuta, stese le membra intormentite, si sdraiò, o cadde sdraiata, e rimase alquanto in uno stato piĂš somigliante a un sonno vero. Ma tuttâa un tratto si risentĂŹ, come a una chiamata interna, e provò il bisogno di risentirsi interamente, di riaver tutto il suo pensiero, di conoscere dove fosse, come, perchè. Tese lâorecchio a un suono: era il russare lento, arrantolato della vecchia; spalancò gli occhi, e vide un chiarore fioco apparire e sparire a vicenda: era il lucignolo della lucerna, che, vicino a spegnersi, scoccava una luce tremola, e subito la ritirava, per dir cosĂŹ, indietro, come è il venire e lâandare dellâonda sulla riva: e quella luce, fuggendo dagli oggetti, prima che prendessero da essa rilievo e colore distinto, non rappresentava allo sguardo che una successione di guazzabugli. Ma ben presto le recenti impressioni, ricomparendo nella mente, lâaiutarono a distinguere ciò che appariva confuso al senso. Lâinfelice risvegliata riconobbe la sua prigione: tutte le memorie dellâorribil giornata trascorsa, tutti i terrori dellâavvenire, lâassalirono in una volta: quella nuova quiete stessa dopo tante agitazioni, quella specie di riposo, quellâabbandono in cui era lasciata, le facevano un nuovo spavento: e fu vinta da un tale affanno, che desiderò di morire. Ma in quel momento, si rammentò che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore come unâimprovvisa speranza. Prese di nuovo la sua corona, e ricominciò a dire il rosario; e, di mano in mano che la preghiera usciva dal suo labbro tremante, il cuore sentiva crescere una fiducia indeterminata. Tuttâa un tratto, le passò per la mente un altro pensiero: che la sua orazione sarebbe stata piĂš accetta e piĂš certamente esaudita, quando, nella sua desolazione, facesse anche qualche offerta. Si ricordò di quello che aveva di piĂš caro, o che di piĂš caro aveva avuto; giacchè, in quel momento, lâanimo suo non poteva sentire altra affezione che di spavento, nè concepire altro desiderio che della liberazione; se ne ricordò, e risolvette subito di farne un sacrifizio. Sâalzò, e si mise in ginocchio, e tenendo giunte al petto le mani, dalle quali pendeva la corona, alzò il viso e le pupille al cielo, e disse: âo Vergine santissima! Voi, a cui mi sono raccomandata tante volte, e che tante volte mâavete consolata, voi che avete patito tanti dolori, e siete ora tanto gloriosa, e avete fatti tanti miracoli per i poveri tribolati; aiutatemi! fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con mia madre, o Madre del Signore; e fo voto a voi di rimaner vergine; rinunzio per sempre a quel mio poveretto, per non esser mai dâaltri che vostra.â

Proferite queste parole, abbassò la testa, e si mise la corona intorno al collo, quasi come un segno di consacrazione, e una salvaguardia a un tempo, come unâarmatura della nuova milizia a cui sâera ascritta. Rimessasi a sedere in terra, sentĂŹ entrar nellâanimo una certa tranquillitĂ , una piĂš larga fiducia. Le venne in mente quel domattina ripetuto dallo sconosciuto potente, e le parve di sentire in quella parola una promessa di salvazione. I sensi affaticati da tanta guerra sâassopirono a poco a poco in quellâacquietamento di pensieri; e finalmente, giĂ vicino a giorno, col nome della sua protettrice tronco tra le labbra, Lucia sâaddormentò dâun sonno perfetto e continuo.

Ma câera qualchedun altro in quello stesso castello, che avrebbe voluto fare altrettanto, e non potè mai. Partito, o quasi scappato da Lucia, dato lâordine per la cena di lei, fatta una consueta visita a certi posti del castello, sempre con quellâimmagine viva nella mente, e con quelle parole risonanti allâorecchio, il signore sâera andato a cacciare in camera, sâera chiuso dentro in fretta e in furia, come se avesse avuto a trincerarsi contro una squadra di nemici; e spogliatosi, pure in furia, era andato a letto. Ma quellâimmagine, piĂš che mai presente, parve che in quel momento gli dicesse: tu non dormirai. â Che sciocca curiositĂ da donnicciola, â pensava, â mâè venuta di vederla? Ha ragione quel bestione del Nibbio; uno non è piĂš uomo; [p. 406 modifica]è vero, non è piĂš uomo!… Io?… io non son piĂš uomo, io? Cosâè stato? che diavolo mâè venuto addosso? che câè di nuovo? Non lo sapevo io prima dâora, che le donne strillano? Strillano anche gli uomini alle volte, quando non si possono rivoltare. Che diavolo! non ho mai sentito belar donne?
E qui, senza che sâaffaticasse molto a rintracciare nella memoria, la memoria da sè gli rappresentò piĂš dâun caso in cui nè preghi nè lamenti non lâavevano punto smosso dal compire le sue risoluzioni. Ma la rimembranza di tali imprese, non che gli ridonasse la fermezza, che giĂ gli mancava, di compir questa; non che spegnesse nellâanimo quella molesta pietĂ ; vi destava invece una specie di terrore, una non so qual rabbia di pentimento. Di maniera che gli parve un sollievo il tornare a quella prima immagine di Lucia, contro la quale aveva cercato di rinfrancare il suo coraggio. â Ă viva costei, â pensava, â è qui; sono a tempo; le posso dire: andate, rallegratevi; posso veder quel viso cambiarsi, le posso anche dire: perdonatemi…. Perdonatemi? io domandar perdono? a una donna? io…! Ah, eppure! se una parola, una parola tale mi potesse far bene, levarmi dâaddosso un poâ di questa diavoleria, la direi; eh! sento che la direi. A che cosa son ridotto! Non son piĂš uomo, non son piĂš uomo!… Via! â disse, poi, rivoltandosi arrabbiatamente nel letto divenuto duro duro, sotto le coperte divenute pesanti pesanti: â via! sono sciocchezze che mi son passate per la testa altre volte. PasserĂ anche questa. â
E per farla passare, andò cercando col pensiero qualche cosa importante, qualcheduna di quelle che solevano occuparlo fortemente, onde applicarvelo tutto; ma non ne trovò nessuna. Tutto gli appariva cambiato: ciò che altre volte stimolava piĂš fortemente i suoi desidèri, ora non aveva piĂš nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo divenuto tuttâa un tratto restĂŹo per unâombra, non voleva piĂš andare avanti. Pensando allâimprese avviate e non finite, in vece dâanimarsi al compimento, in vece dâirritarsi degli ostacoli (chè lâira in quel momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno spavento deâ passi giĂ fatti. Il tempo gli sâaffacciò davanti voto dâogni intento, dâogni occupazione, dâogni volere, pieno soltanto di memorie intollerabili; tutte lâore somiglianti a quella che gli passava cosĂŹ lenta, cosĂŹ pesante sul capo. Si schierava nella fantasia tutti i suoi malandrini, e non trovava da comandare a nessuno di loro una cosa che glâimportasse; anzi lâidea di rivederli, di trovarsi tra loro, era un nuovo peso, unâidea di schifo e dâimpiccio. E se volle trovare unâoccupazione per lâindomani, unâopera fattibile, dovette pensare che allâindomani poteva lasciare in libertĂ quella poverina.
â La libererò, sĂŹ; appena spunta il giorno, correrò da lei, e le dirò: andate, andate. La farò accompagnare… E la promessa? e lâimpegno? e don Rodrigo?… Chi è don Rodrigo? â
A guisa di chi è colto da una interrogazione inaspettata e imbarazzante dâun superiore, lâinnominato pensò subito a rispondere a questa che sâera fatta lui stesso, o piuttosto quel nuovo lui, che cresciuto terribilmente a un tratto, sorgeva come a giudicare lâantico. Andava dunque cercando le ragioni per cui, prima quasi dâesser pregato, sâera potuto risolvere a prender lâimpegno di far tanto patire, senzâodio, senza timore, unâinfelice sconosciuta, per servire colui; ma, non che riuscisse a trovar ragioni che in quel momento gli paressero buone a scusare il fatto, non sapeva quasi spiegare a sè stesso come ci si fosse indotto. Quel volere, piuttosto che una deliberazione, era stato un movimento istantaneo dellâanimo ubbidiente a sentimenti antichi, abituali, una conseguenza di mille fatti antecedenti; e il tormentato esaminator di sè stesso, per rendersi ragione dâun sol fatto, si trovò ingolfato nellâesame di tutta la sua vita. Indietro, indietro, dâanno in anno, dâimpegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompariva allâanimo consapevole e nuovo, separata daâ sentimenti che lâavevan fatta volere e commettere; ricompariva con una mostruositĂ che queâ sentimenti non avevano allora lasciato scorgere in essa. Eran tutte sue, eran lui: lâorrore di questo pensiero, rinascente a ognuna di quellâimmagini, attaccato a tutte, crebbe fino alla disperazione. Sâalzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò, e… al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da unâinquietudine, per dir cosĂŹ, superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine. Sâimmaginava con raccapriccio il suo cadavere sformato, immobile, in balĂŹa del piĂš vile sopravvissuto; la sorpresa, la confusione nel castello, il giorno dopo: ogni cosa sottosopra; lui, senza forza, senza voce, buttato chi sa dove. Immaginava i discorsi che se ne sarebber fatti lĂŹ, dâintorno, lontano; la gioia deâ suoi nemici. Anche le tenebre, anche il silenzio, gli facevan veder nella morte qualcosa di piĂš tristo, di spaventevole; gli pareva che non avrebbe esitato, se fosse stato di [p. 408 modifica]giorno, allâaperto, in faccia alla gente: buttarsi in un fiume e sparire. E assorto in queste contemplazioni tormentose, andava alzando e riabbassando, con una forza convulsiva del pollice, il cane della pistola;

quando gli balenò in mente un altro pensiero. â Se quellâaltra vita di cui mâhanno parlato quandâero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non câè; se è unâinvenzione deâ preti; che fo io? perchè morire? cosâimporta quello che ho fatto? cosâimporta? è una pazzia la mia… E se câè questâaltra vita…! â
A un tal dubbio, a un tal rischio, gli venne addosso una disperazione piĂš nera, piĂš grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppur con la morte. Lasciò cader lâarme, e stava con le mani neâ capelli, battendo i denti, tremando. Tuttâa un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: â Dio perdona tante cose, per unâopera di misericordia! â E non gli tornavan giĂ con quellâaccento dâumile preghiera, con cui erano state proferite; ma con un suono pieno dâautoritĂ , e che insieme induceva una lontana speranza. Fu quello un momento di sollievo: levò le mani dalle tempie, e, in unâattitudine piĂš composta, fissò gli occhi della mente in colei da cui aveva sentite quelle parole; e la vedeva, non come la sua prigioniera, non come una supplichevole, ma in atto di chi dispensa grazie e consolazioni. Aspettava ansiosamente il giorno, per correre a liberarla, a sentire dalla bocca di lei altre parole di refrigerio e di vita; sâimmaginava di condurla lui stesso alla madre. â E poi? che farò domani, il resto della giornata? che farò doman lâaltro? che farò dopo doman lâaltro? E la notte? la notte, che tornerĂ tra dodici ore! Oh la notte! no, no, la notte! â E ricaduto nel vòto penoso dellâavvenire, cercava indarno un impiego del tempo, una maniera di passare i giorni, le notti. Ora si proponeva dâabbandonare il castello, e dâandarsene in paesi lontani, dove nessun lo conoscesse, neppur di nome; ma sentiva che lui, lui sarebbe sempre con sè: ora gli rinasceva una fosca speranza di ripigliar lâanimo antico, le antiche voglie; e che quello fosse come un delirio passeggiero; ora temeva il giorno, che doveva farlo vedere aâ suoi cosĂŹ miserabilmente mutato; ora lo sospirava, come se dovesse portar la luce anche neâ suoi pensieri. Ed ecco, appunto sullâalbeggiare, pochi momenti dopo che Lucia sâera addormentata, ecco che, stando cosĂŹ immoto a sedere, sentĂŹ arrivarsi allâorecchio come unâonda di suono non bene espresso, ma che pure aveva non so che dâallegro. Stette attento, e riconobbe uno scampanare a festa lontano; e dopo qualche momento, sentĂŹ anche lâeco del monte, che ogni tanto ripeteva languidamente il concento, e si confondeva con esso. Di lĂŹ a poco, sente un altro scampanĂŹo piĂš vicino, anche quello a festa; poi un altro. â Che allegria câè? cosâhanno di bello tutti costoro? â Saltò fuori da quel covile di pruni; e vestitosi a mezzo, corse a aprire una finestra, e guardò. Le montagne eran mezze velate di nebbia; il cielo, piuttosto che nuvoloso, era tutto una nuvola cenerognola; ma, al chiarore che pure andava a poco a poco crescendo, si distingueva, nella strada in fondo alla valle, gente che passava, altra che usciva dalle case, e sâavviava, tutti dalla stessa parte, verso lo sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con unâalacritĂ straordinaria.
â Che diavolo hanno costoro? che câè dâallegro in questo maledetto paese? dove va tutta quella canaglia? â E data una voce a un bravo fidato che dormiva in una stanza accanto, gli domandò qual fosse la cagione di quel movimento. Quello, che ne sapeva quanto lui, rispose che anderebbe subito a informarsene. Il signore rimase appoggiato alla finestra, tutto intento al mobile spettacolo. Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; uno, raggiungendo chi gli era avanti, sâaccompagnava con lui; un altro, uscendo di casa, sâuniva col primo che rintoppasse; e andavano insieme, come amici a un viaggio convenuto. Gli atti indicavano manifestamente una fretta e una gioia comune; e quel rimbombo non accordato ma consentaneo delle varie campane, quali piĂš, quali meno vicine, pareva, per dir cosĂŹ, la voce di queâ gesti, e il supplimento delle parole che non potevano arrivar lassĂš. Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una piĂš che curiositĂ di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa.

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