Intervento di Max Bruschi

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alla Commissione Cultura Camera

Nuovi licei. Max Bruschi in audizione alla VII commissione della Camera dei deputati

Orizzonte scuola – 18 novembre 2009

Il testo dell’intervento alla Commissione Cultura della camera dei Deputati, dove è intervenuto in qualità di Presidente della cabina di Regia per i nuovi Licei

Onorevole presidente Aprea, onorevoli deputati.
vi ringrazio della preziosa opportunità che mi dà modo innanzitutto di illustrarvi quale sia la modalità attraverso la quale si è deciso di affrontare i passaggi che porteranno alla seconda lettura del regolamento sui licei.
Il ministro ha inteso governare questi mesi attraverso l’istituzione di una cabina di regia, il cui compito è di essere il centro di raccolta dei pareri formali e informali intorno al testo approvato in prima lettura.

Si tratta di un gruppo composto prevalentemente da insegnanti e dirigenti scolastici, da persone che vivranno il cambiamento che stanno essi stessi predisponendo.
A nessuno di loro è stato chiesto se e quale tessera avesse in tasca, a tutti è stato chiesto di condividere una certa idea di scuola e di collaborare a una navigazione che segua un’unica stella polare.
Un dirigente di questa amministrazione, nel partecipare a una riunione della cabina di regia, tenutasi nel salone dei ministri, disse: “E’ una delle rare volte da quando sono qui in cui i ritratti che ci stanno guardando non provano imbarazzo, perché state provando a costruire dei percorsi intorno agli studenti”.
Questa è la nostra stella polare, e spero che la nostra non sia una “piccoletta barca” e che il parlamento ci aiuti a tenere la barra dritta. Vorrei ringraziare tutti i miei compagni di viaggio per questi mesi di lavoro fatto e per i mesi di lavoro che ancora ci aspettano.

Le prossime settimane ci vedranno impegnati a raccogliere le indicazioni che proverranno da un sito internet, dove il regolamento approvato in prima lettura potrà essere commentato articolo per articolo; saranno svolti sei seminari nazionali, uno per ciascun indirizzo liceale, dove abbiamo chiamato a riflettere sui percorsi insegnanti e dirigenti scolastici; sono stati già convocati i forum degli studenti, dei genitori, delle associazioni professionali.
I pareri formali e informali saranno poi declinati in alcune proposte di modifica al testo base che sottoporremo all’attenzione dell’onorevole ministro, che sta comunque seguendo passo a passo i nostri lavori.
Un simile processo dovrebbe essere seguito anche per il provvedimento relativo alle future indicazioni nazionali, dove la nostra ambizione è di ricondurre a compattezza “l’infrastruttura del sapere”. E’ un argomento che esula dall’oggetto di questa audizione, ma è impossibile non accennarne. Siamo consapevoli che occorrerà innanzitutto eliminare le smagliature che in questi anni si sono create tra i cicli scolastici e suturare le ferite aperte tra gli effettivi risultati di apprendimento raggiunti al termine dei percorsi e i livelli necessari ad affrontare i successivi. Ma questa opera di armonizzazione non può prescindere da una rivisitazione complessiva, da una verticalizzazione dei programmi che ci consenta, nel tempo, di ridurre ed eliminare la distanza che ci separa dai paesi più avanzati; da proposte di modalità didattiche che generalizzino l’uso dei moderni mezzi informatici e introducano quella laboratorialità utile alla trasmissione del sapere e della cultura.

Conoscete tutti il testo del regolamento e ritengo opportuno, salvo fornire i chiarimenti che eventualmente mi dovessero essere richiesti, soffermarmi su alcune istanze che ne hanno retto l’architettura e che intendiamo affinare nel corso della redazione definitiva.
Noi potremmo quasi dormire sugli allori. Potremmo accampare i risultati OCSE PISA che collocano i nostri quindicenni liceali ai primi posti nelle graduatorie internazionali. Potremmo rivolgerci con fiducia a un sistema che, in oltre ottanta anni di storia, ha mostrato di reggere. Potremmo dunque limitarci a un maquillage, a toccare il meno possibile, ad agire su un ricalco del liceo gentiliano anche per i nuovi indirizzi.

Occorre invece, con buon senso, coniugare tradizione e modernità.
Il mondo che ci circonda è profondamente cambiato dal 1923 e occorre adeguare percorsi all’epoca innovativi, e farlo in maniera sistematica, avendo sott’occhio l’intero secondo ciclo dell’istruzione. Prevedere che una materia non linguistica sia insegnata in lingua straniera, ad esempio. O capire che l’informatica e i nuovi media tagliano trasversalmente la didattica e sono strumenti di insegnamento più che una materia a sé. Stabilire che si può apprendere, anche in un percorso liceale, in contesti lavorativi. Sottolineare l’importanza di alcune competenze chiave, secondo quanto ci dice l’Europa, ma recuperare l’importanza delle conoscenze.

Per usare una battuta fatta da Paola Mastrocola, leggere e capire l’“Infinito” di Leopardi ha un valore in sé, può aiutare a far crescere, infatti, quella coscienza critica di sé e della realtà che è sicuramente uno degli obiettivi da raggiungere qualsiasi percorso di studi si intraprenda. Tra i contenutisti e i competenzisti a oltranza, è bene collocarsi lateralmente, riconoscere che conoscenze, abilità, competenze hanno ciascuno il proprio ruolo, e che nessuna competenza può essere raggiunta da una testa magari ben fatta, ma irrimediabilmente vuota.
C’è un altro elemento su cui invito tutti a riflettere. Anche la preparazione della media, e sottolineo della media, dei nostri liceali non risulta, oggi, pienamente adeguata.
A dirlo sono i risultati delle prove che ogni facoltà compie per verificare quali studenti siano in possesso dei requisiti necessari ad affrontare i rispettivi percorsi, e per quali studenti siano invece necessari corsi che li portino ad assolvere ai cosiddetti “obblighi formativi aggiuntivi”. Queste prove, da quest’anno, sono generalizzate. Non abbiamo ancora a disposizione un dato complessivo, ma una parte considerevole degli studenti è costretta a svolgere corsi di recupero in discipline fondamentali per i percorsi che loro stessi hanno scelto.
Più della metà rivelano gravi lacune nelle competenze in lingua italiana. Solo per farvi un esempio, il 35% delle matricole di lettere di un prestigioso ateneo non è in grado di comprendere un testo scritto, percentuale che sale vertiginosamente nelle prove di verifica, ad esempio, a Scienze dell’Educazione.
Ciò si traduce non solo in uno spreco di risorse umane ed economiche, ma rappresenta uno spreco di intelligenze che non sono state adeguatamente coltivate e rende la formazione permanente una chimera
La decisione di tornare a quadri orari sostenibili, indicazione già contenuta nel Quaderno bianco sulla scuola compilato sotto la precedente amministrazione e che è il cardine di tutti i sistemi scolastici che mostrano performance migliori del nostro, è maturata dalla consapevolezza che l’equazione tra maggior tempo scuola e migliore qualità degli apprendimenti si è dimostrata erronea.
L’accumulo di materie e l’appesantimento dei quadri orari hanno ottenuto come effetto la sindrome “dell’infarinatura”: si crede di sapere un poco di tutto, senza in realtà “conoscere” nulla, si passano sei, sette ore a scuola al giorno di lezione e si torna a casa senza l’energia per studiare da soli o in gruppo, senza insomma il tempo e la forza per imparare.
Meglio allora “alzare l’asticella” su un numero più circoscritto di materie, consentendo a ciascuno di approfondire, rafforzare, riprendere quanto ha iniziato ad apprende attraverso la mediazione educativa del docente.

Altra convinzione profonda è che l’autonomia scolastica sia una risorsa rimasta, per dieci anni, tutt’altro che completamente sfruttata e che occorra rileggere, rafforzare, rendere effettivo il percorso tracciato dal decreto 275 del 1999.

Per questo le singole scuole hanno ampia possibilità di progettare i percorsi a seconda delle loro caratteristiche e della loro storia, delle professionalità esistenti all’interno dei collegi dei docenti, delle sperimentazioni meglio riuscite, intervenendo sugli orari (in misura variabile, dal 20 al 30%), attivando altre materie elencate in un apposito repertorio, puntando alla personalizzazione degli studi, coinvolgendo esperti esterni, collegandosi col territorio e creando reti tra scuole, tra scuole, università, istituzioni culturali, tra scuole e mondo del lavoro.
Sappiamo quanto sarà delicato passare da una fase in cui si aggiungeva a una fase in cui occorrerà fare delle scelte. Sappiamo anche che l’autonomia, per non restare sulla carta dei piani dell’offerta formativa, ha bisogno di una diversa gestione degli organici, e l’amministrazione sta lavorando su modelli e procedure che possano renderla effettiva fin dal prossimo anno scolastico, quando entreranno in vigore i nuovi ordinamenti.

Ci tengo a sottolineare questo passaggio, giacché sino ad ora la rigidità del meccanismo ha impedito alle scuole di godere appieno, nei fatti, dei margini di libertà nella costruzione del curricolo che la legge loro attribuisce da dieci anni. La doppia strada che abbiamo intrapreso – ridurre la pletora oraria nell’ordinamento, dare effettività all’autonomia delle scuole – costituisce una risposta efficace all’esigenza duplice di offrire una scuola insieme coerente nei suoi indirizzi generali e duttile nei confronti delle specificità di ciascun contesto.
Siamo soddisfatti dell’architettura proposta dal regolamento e siamo consapevoli di come vada sostenuta innanzitutto dal punto di vista tecnico e dal punto di vista culturale. Nella cabina di regia sono presenti un preside e un vicepreside che proprio a partire dalla scelta di utilizzare l’autonomia compiendo delle scelte hanno costruito percorsi di eccellenza anche in situazioni non facili, come il quartiere Quarto Oggiaro di Milano.

Non mi dilungherò oltre su questo aspetto, per passare invece ad altre considerazioni che spero possano essere utili per l’espressione del vostro parere.
La convinzione che il liceo vada riformato assieme all’intero secondo ciclo dell’istruzione è una idea che ereditiamo, beninteso, dai tentativi del passato, a partire dalla legge 30 del 2000 sino alla legge 53 del 2003, la legge Moratti, e i successivi provvedimenti attuativi. Ma una idea che stava alla base della stessa riforma firmata da Giovanni Gentile e da Giuseppe Lombardo Radice, di cui vorrei ricordare un connotato fortemente innovativo: l’elevamento per tutti dell’obbligo scolastico fino ai 14 anni di età. Una sfida, per l’epoca, colta appieno, non a caso, da Antonio Gramsci.
Oggi questa convinzione ha come contrafforti non solo l’aver innalzato l’obbligo sino ai sedici anni di età, provvedimento del precedente governo cui l’onorevole ministro ha deciso di dare conferma e continuità, ma la necessità di tenere fermo il principio del diritto dovere all’istruzione “per almeno 12 anni o comunque sino al conseguimento di una qualifica entro il diciottesimo anno di età” .
Un processo di innovazione tutt’altro che scontato nella realtà empirica. Un processo che l’architettura degli ordinamenti può aiutare a realizzare, ma in cui risolutivo è il ruolo delle istituzioni scolastiche autonome, del sistema regionale della formazione e istruzione professionale, della cultura degli insegnanti e della cultura del paese. Possiamo progettare dei solidi binari, possiamo farli calcare da treni moderni ed efficienti, possiamo metterli in moto attraverso il carburante della migliore cultura (e quando uso il termine cultura parlo della cultura del libro e della cultura del lavoro), ma non possiamo obbligare un ragazzo che voglia recarsi a Trento a prendere per forza il treno per Torino. Dobbiamo superare automatismi ancestrali che conducono solo al fallimento scolastico, per cui ancora oggi si sentono troppi genitori spingere i loro figli e troppi insegnati spingere i loro allievi lungo percorsi che non corrispondono alle loro predisposizioni, ai loro talenti e ai loro progetti di vita, sia pure appena abbozzati. E dobbiamo “oliare gli scambi”, rendere le scelte non irreversibili e farlo non sulla carta ma nella realtà. Ogni destinazione cambiata impone fatica, impone, magari, di cambiare una parte del nostro bagaglio.

Non c’è riconoscimento di credito scolastico che possa portare al successo formativo, se non è accompagnato dalla fatica dello studio e da “passerelle” che rendano il cambiamento non semplice, ma possibile. Un aspetto, questo, su cui si potrà e, siamo convinti, dovrà intervenire in occasione del decreto sul riconoscimento dei crediti.
Dobbiamo muoverci tra due distinte esigenze. La prima punta ad offrire ai nostri giovani le risorse culturali, la cassetta degli attrezzi necessaria loro per leggere la realtà, renderli cittadini consapevoli delle proprie scelte e utile a rendere non solo fittizio il processo del lifelong learning. La seconda punta a diversificare la proposta formativa: i licei, gli istituti tecnici, gli istituti professionali, i percorsi di istruzione e formazione professionale sono strade per dare a ciascuno la “sua” scuola, una possibilità qualificata per imparare e mettere a frutto i propri talenti. Non è la strategia dell’indistinto che può sconfiggere quel fenomeno di dispersione scolastica che sta interessando ancora troppi ragazzi, solo una proposta capace di motivarli e di farli crescere, anche se puntando su approcci diversi, può su sconfiggere la piaga degli “abbandoni”.

E’ una strada su cui ci spingono decisamente, anche per quanto riguarda i licei, i pareri del CNPI, quanto sta emergendo dalle audizioni, quanto stiamo ascoltando in questi mesi di confronto con la scuola e quanto ci detta il buon senso.
Il buon senso ci dice che, proseguendo sulla logica dei quattro assi culturali declinati dal DM 139/2007, che anche nella delineazione del primo biennio dei licei dovrà essere resa forse più riconoscibile, analogamente a quanto succede per gli istituti tecnici, come fondamento unitario dell’ultimo segmento dell’obbligo d’istruzione, occorra edificare pilastri su cui poggiare le materie di indirizzo. L’italiano, la lingua straniera, la matematica, le scienze sperimentali, la storia rappresentano questi pilastri, la cui armatura è costituita da un “core curriculum” di conoscenze, abilità e competenze comuni da incrementare attraverso le piegature che possono assumere percorso per percorso, scuola per scuola, insegnante per insegnante, senza più inseguire la chimera dei programmi omnicomprensivi che costringono l’insegnante a scegliere e non ad arricchire attraverso la propria capacità didattica. E avere dei “core curriculum” potrà aiutare il faticoso processo di valutazione nazionale degli apprendimenti, costituire magari l’essenza di quella prova nazionale aggiuntiva rispetto al tradizionale scritto di italiano e alle prove specifiche dei vari indirizzi, prova auspicata dal Ministro Gelmini in occasione dell’ultima prova nazionale Invalsi al termine del primo ciclo.

E’ una direzione di forte impatto culturale, e spero che il parlamento voglia condividerla con noi, così come ho colto questa condivisione nella relazione della presidente Aprea.
Il buon senso ci dice anche che i percorsi vanno ben definiti. Proprio la scelta di fondare l’edificio scolastico su alcuni pilastri impone di sviluppare ancora meglio le specificità. Penso, pensiamo soprattutto ai percorsi che risultano meno delineati. Il liceo delle scienze umane, ad esempio, risente ancora troppo, nei suoi quadri orari, della vecchia matrice professionalizzante, quando ancora si chiamava istituto magistrale. Si tratta di un passato glorioso, ma, appunto, di un passato.

I dati di iscrizione a scienze della formazione primaria ci dicono che chi accede poi alla laurea per l’insegnamento nella scuola dell’infanzia o nella scuola di primo grado minima solo in parte ha frequentato un liceo psicopedagogico. La realtà della scuola ci parla di una insoddisfazione di fondo, visto che proprio sulla sua base si sono innestati i cambiamenti più clamorosi, magari solo superficiali, perfino con indirizzi musicali e coreutici che di musicale e coreutico hanno ben poco.

Eppure, l’esigenza di un percorso di approfondimento delle scienze sociali non può essere disattesa. Così come, nello stesso ambito, l’indirizzo socio economico merita una migliore declinazione delle materie caratterizzanti e del profilo, in modo da arrivare alla configurazione di un vero liceo economico che non sia sovrapposto agli istituti tecnici, ma che fonda cultura economica e cultura liceale.
Altra questione da più parti sollevata riguarda il liceo scientifico tecnologico. Se ci limitassimo a conservare un “pendaglio” liceale alla nuova configurazione degli istituti tecnici faremmo un cattivo servizio agli stessi nuovi percorsi e confonderemmo la scelta delle famiglie e degli studenti.

La domanda che ci stiamo ponendo, e che ora pongo a voi, è se non risulti opportuno creare, a similitudine di quanto accade per il liceo musicale e coreutico, due distinte opzioni tanto per il liceo delle scienze sociali quanto per il liceo scientifico, opzioni che, in quest’ultimo caso, potrebbero da un lato rafforzare ulteriormente lo studio delle scienze sperimentali, dall’altro della matematica e dei linguaggi formali.

Vorrei fare brevi cenni a due realtà che hanno attirato l’attenzione di molti. La prima riguarda il liceo musicale e coreutico. E’ essenziale seguire attentamente la sua prima attuazione, per garantire il percorso di qualità che solo può affiancare e, in prospettiva, sostituire i percorsi della tradizione dei nostri conservatori. La possibilità di utilizzare, nelle forme più proprie e opportune, l’esperienza dei Conservatori mi sembra una occasione da non perdere. La tradizione musicale italiana non può permettersi fratture rischiose in una delicata fase di passaggio delle competenze didattiche e non può permettersi esigenze localistiche che non siano suffragate dall’effettiva possibilità di garantire percorsi di qualità. Da questo punto di vista, caldeggio il rilievo dato dalla Presidente Aprea, nella sua relazione, alla necessità di potenziare la storia della musica e dell’arte coreutica, intesa soprattutto quale studio del repertorio nelle sue esecuzioni.

La seconda riguarda il Liceo artistico. Le preoccupazioni di perdere alcune specificità che rappresentano autentiche eccellenze è ben presente. Ma nell’architettura del regolamento sono presenti ampie possibilità di integrare arte, artigianato e territorio non solo sfruttando l’autonomia delle istituzioni scolastiche, ma operando di concerto con le regioni per la predisposizione di percorsi atti a tutelare il nostro primato nel campo dell’artigianato.

Onorevole Presidente, onorevoli deputati. Siamo consapevoli di quanto ogni cambiamento porti preoccupazione. So, sappiamo, che ogni scelta porta con sé tacito consenso, critiche spesso assennate e rumorose proteste. Come Ulisse, legati saldamente all’albero maestro, proveremo a non farci distrarre e a puntare decisamente verso la nostra stella polare.

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