
I discendenti di Enea, prima parte, Eneide, VI, 752-797
28 Dicembre 2019
Il sacrificio di Lauso, Eneide, X, 762-832
28 Dicembre 2019Saggio introduttivo all’Introduzione dell’anonimo manoscritto dei Promessi Sposi
L’Introduzione ai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni è un testo straordinario, non solo per il suo valore letterario, ma anche per il modo ingegnoso in cui l’autore costruisce una finzione narrativa per giustificare la genesi del romanzo. Con un abile gioco metaletterario, Manzoni finge di aver scoperto un antico manoscritto secentesco, scritto in uno stile barocco e ampolloso, e di essersi limitato a “riscriverne” la storia in una lingua più accessibile ai lettori moderni.
1. La finzione del manoscritto ritrovato
L’Introduzione si apre con un brano in un italiano arcaizzante, ricco di metafore auliche e costruzioni latineggianti, che dovrebbe rappresentare il testo originale del presunto anonimo autore del Seicento. Questo artificio serve a Manzoni per prendere le distanze dallo stile enfatico e retorico del Barocco, che egli critica aspramente nelle pagine seguenti. La parodia è evidente: l’autore secentesco si vanta di scrivere una “historia” come una “guerra illustre contro il Tempo”, ma poi ammette di narrare solo vicende di “gente meccanica e di piccol affare”.
2. La critica allo stile barocco
Dopo aver trascritto un frammento di questo stile artificioso, Manzoni (nella finzione del “copista”) interrompe bruscamente la trascrizione, esasperato dalla goffaggine della prosa secentesca:
“E allora, accozzando, con un’abilità mirabile, le qualità più opposte, trova la maniera di riuscir rozzo insieme e affettato, nella stessa pagina, nello stesso periodo, nello stesso vocabolo.”
La critica manzoniana è duplice: da un lato condanna l’artificiosità retorica del Seicento, dall’altro rifiuta anche il linguaggio troppo popolare e “sguaiato” dello stesso manoscritto. Questo passaggio riflette la ricerca di Manzoni di una lingua media, elegante ma naturale, che possa essere compresa da un pubblico moderno senza cadere nella pedanteria o nella trivialità.
3. La decisione di riscrivere la storia
Manzoni dichiara allora di voler conservare la trama del manoscritto, ma di riscriverla in una forma più adatta all’Ottocento. Questo escamotage gli permette di:
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Giustificare il realismo della narrazione: fingendo di basarsi su fonti storiche, Manzoni dà credibilità alla sua rappresentazione del Seicento lombardo.
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Criticare indirettamente la letteratura del passato, proponendosi come rinnovatore dello stile narrativo.
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Creare un’ironica distanza tra autore e testo, permettendogli di commentare con sottile umorismo le convenzioni letterarie.
4. L’ironia e l’autocoscienza narrativa
L’Introduzione è anche un esempio di autoironia: Manzoni finge di interrogarsi se qualcuno avrà la pazienza di leggere la sua opera, e si schermisce con una battuta:
“Menomale che il buon pensiero m’è venuto sul principio di questo sciagurato lavoro: e me ne lavo le mani.”
Questa riflessione mette in luce la consapevolezza dell’autore riguardo alle sfide della scrittura e del pubblico, anticipando temi che saranno cari alla letteratura moderna.
5. Il rapporto tra storia e finzione
Infine, Manzoni afferma di aver verificato le vicende narrate nel manoscritto consultando cronache dell’epoca, legittimando così la sua opera come un racconto storicamente fondato. Questo gli permette di unire documentazione e invenzione, creando quel capolavoro di realismo storico che è I Promessi Sposi.
Conclusione
L’Introduzione non è solo un preambolo, ma una vera e propria dichiarazione di poetica. Manzoni, attraverso la finzione del manoscritto, critica la retorica vuota del passato e propone un nuovo modello di narrazione, basato sulla chiarezza, sulla verosimiglianza storica e su un’ironica consapevolezza dei limiti della scrittura. In questo modo, prepara il lettore a un’opera che è al tempo stesso romanzo, documento storico e riflessione morale, inaugurando la moderna tradizione del romanzo italiano.
📘 Testo dell’ Introduzione dell’autore a “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni

INTRODUZIONE
’Lhistoria si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perchè togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gl’illustri Campioni che in tal Arringo fanno messe di Palme e d’Allori, rapiscono solo che le sole spoglie più sfarzose e brillanti, imbalsamando co’ loro inchiostri le Imprese de Prencipi e Potentati, e qualificati Personaggj, e trapontando coll’ago finissimo dell’ingegno i fili d’oro e di seta, che formano un perpetuo ricamo di Attioni gloriose. Però alla mia debolezza non è lecito solleuarsi a tal’argomenti, e sublimità pericolose, con aggirarsi tra Labirinti de’ Politici maneggj, et il rimbombo de’ bellici Oricalchi: solo che hauendo hauuto notitia di fatti memorabili, se ben capitorno a gente meccaniche, e di piccol affare, mi accingo di lasciarne memoria a Posteri, con far di tutto schietta e genuinamente il Racconto, ouuero sia Relatione. Nella quale si vedrà in angusto Teatro luttuose Traggedie d’horrori, e Scene di malvaggità grandiosa, con intermezi d’Imprese virtuose e buontà angeliche, opposte alle operationi diaboliche. E veramente, considerando che questi nostri climi sijno sotto l’amparo del Re Cattolico nostro Signore, che è quel Sole che mai tramonta, e che sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai calante, risplenda l’Heroe di nobil Prosapia che pro tempore ne tiene le sue parti, e gl’Amplissimi Senatori quali Stelle fisse, e gl’altri Spettabili Magistrati qual’erranti Pianeti spandino la luce per ogni doue, venendo così a formare un nobilissimo Cielo, altra causale trouar non si può del vederlo tramutato in inferno d’atti tenebrosi, malvaggità e sevitie che dagl’huomini temerarij si vanno moltiplicando, se non se arte e fattura diabolica, attesochè l’humana malitia per sè sola bastar non dourebbe a resistere a tanti Heroi, che con occhij d’Argo e braccj di Briareo, si vanno trafficando per li pubblici emolumenti. Per locchè descriuendo questo Racconto auuenuto ne’ tempi di mia verde staggione, abbenchè la più parte delle persone che vi rappresentano le loro parti, sijno sparite dalla Scena del Mondo, con rendersi tributarij delle Parche, pure per degni rispetti, si tacerà li loro nomi, cioè la parentela, et il medemo si farà de’ luochi, solo indicando li Territorij generaliter. Nè alcuno dirà questa sij imperfettione del Racconto, e defformità di questo mio rozzo Parto, a meno questo tale Critico non sij persona affatto diggiuna della Filosofia: che quanto agl’huomini in essa versati, ben vederanno nulla mancare alla sostanza di detta Narratione. Imperciocchè, essendo cosa evidente, e da verun negata non essere i nomi se non puri purissimi accidenti….„
— Ma, quando io avrò durata l’eroica fatica di trascriver questa storia da questo dilavato e graffiato autografo, e l’avrò data, come si suol dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica di leggerla? —
Questa riflessione dubitativa, nata nel travaglio del decifrare uno scarabocchio che veniva dopo accidenti, mi fece sospender la copia, e pensar più seriamente a quello che convenisse di fare. — Ben è vero, dicevo tra me, scartabellando il manoscritto, ben è vero che quella grandine di concettini e di figure non continua così alla distesa per tutta l’opera. Il buon secentista ha voluto sul principio mettere in mostra la sua virtù; ma poi, nel corso della narrazione, e talvolta per lunghi tratti, lo stile cammina ben più naturale e più piano. Sì; ma com’è dozzinale! com’è sguaiato! com’è scorretto! Idiotismi lombardi a iosa, frasi della lingua adoperate a sproposito, grammatica arbitraria, periodi sgangherati. E poi, qualche eleganza spagnola seminata qua e là; e poi, ch’è peggio, ne’ luoghi più terribili o più pietosi della storia, a ogni occasione d’eccitar maraviglia, o di far pensare, a tutti que’ passi insomma che richiedono bensì un po’ di rettorica, ma rettorica discreta, fine, di buon gusto, costui non manca mai di metterci di quella sua così fatta del proemio. E allora, accozzando, con un’abilità mirabile, le qualità più opposte, trova la maniera di riuscir rozzo insieme e affettato, nella stessa pagina, nello stesso periodo, nello stesso vocabolo. Ecco qui: declamazioni ampollose, composte a forza di solecismi pedestri, e da per tutto quella goffaggine ambiziosa, ch’è il proprio carattere degli scritti di quel secolo, in questo paese. In vero, non è cosa da presentare a lettori d’oggigiorno: son troppo ammaliziati, troppo disgustati di questo genere di stravaganze. Meno male, che il buon pensiero m’è venuto sul principio di questo sciagurato lavoro: e me ne lavo le mani. —
Nell’atto però di chiudere lo scartafaccio, per riporlo, mi sapeva male che una storia così bella dovesse rimanersi tuttavia sconosciuta; perchè, in quanto storia, può essere che al lettore ne paia altrimenti, ma a me era parsa bella, come dico; molto bella. — Perchè non si potrebbe, pensai, prender la serie de’ fatti da questo manoscritto, e rifarne la dicitura? — Non essendosi presentato alcuna obiezion ragionevole, il partito fu subito abbracciato. Ed ecco l’origine del presente libro, esposta con un’ingenuità pari all’importanza del libro medesimo.
Taluni però di que’ fatti, certi costumi descritti dal nostro autore, c’eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni; e ci siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo, per chiarirci se veramente il mondo camminasse allora a quel modo. Una tale indagine dissipò tutti i nostri dubbi: a ogni passo ci abbattevamo in cose consimili, e in cose più forti: e, quello che ci parve più decisivo, abbiam perfino ritrovati alcuni personaggi, de’ quali non avendo mai avuto notizia fuor che dal nostro manoscritto, eravamo in dubbio se fossero realmente esistiti. E, all’occorrenza, citeremo alcuna di quelle testimonianze, per procacciar fede alle cose, alle quali, per la loro stranezza, il lettore sarebbe più tentato di negarla. Ma, rifiutando come intollerabile la dicitura del nostro autore, che dicitura vi abbiam noi sostituita? Qui sta il punto. Chiunque, senza esser pregato, s’intromette a rifar l’opera altrui, s’espone a rendere uno stretto conto della sua, e ne contrae in certo modo l’obbligazione: è questa una regola di fatto e di diritto, alla quale non pretendiam punto di sottrarci. Anzi, per conformarci ad essa di buon grado, avevam proposto di dar qui minutamente ragione del modo di scrivere da noi tenuto; e, a questo fine, siamo andati, per tutto il tempo del lavoro, cercando d’indovinare le critiche possibili e contingenti, con intenzione di ribatterle tutte anticipatamente. Nè in questo sarebbe stata la difficoltà; giacchè (dobbiam dirlo a onor del vero) non ci si presentò alla mente una critica, che non le venisse insieme una risposta trionfante, di quelle risposte che, non dico risolvon le questioni, ma le mutano. Spesso anche, mettendo due critiche alle mani tra loro, le facevam battere l’una dall’altra; o, esaminandole ben a fondo, riscontrandole attentamente, riuscivamo a scoprire e a mostrare che, così opposte in apparenza, eran però d’uno stesso genere, nascevan tutt’e due dal non badare ai fatti e ai principi su cui il giudizio doveva esser fondato; e, messele, con loro gran sorpresa, insieme, le mandavamo insieme a spasso. Non ci sarebbe mai stato autore che provasse così ad evidenza d’aver fatto bene. Ma che? quando siamo stati al punto di raccapezzar tutte le dette obiezioni e risposte, per disporle con qualche ordine, misericordia! venivano a fare un libro. Veduta la qual cosa, abbiam messo da parte il pensiero, per due ragioni che il lettore troverà certamente buone: la prima, che un libro impiegato a giustificarne un altro, anzi lo stile d’un altro, potrebbe parer cosa ridicola: la seconda, che di libri basta uno per volta, quando non è d’avanzo.





