
Quomodo fides a principibus sit servanda. Capitolo diciottesimo del Principe di Ma…
28 Dicembre 2019
Il manifesto del pensiero politico di Machiavelli. Capitolo 26 del Principe di Mac…
28 Dicembre 2019Niccolò Machiavelli, ne Il Principe, si discosta dalla tradizione moralistica e idealistica della politica, inaugurando un approccio pragmatico e realistico, basato su ciò che egli definisce “la verità effettuale della cosa”.
Questo concetto emerge con particolare forza nei capitoli XV e XVIII, dove l’autore illustra le qualità necessarie per un principe e il rapporto tra etica e politica.
Capitolo XV – Delle cose per le quali li uomini, e specialmente i principi, sono laudati o vituperati
In questo capitolo, Machiavelli si distacca dalle teorie politiche tradizionali, che descrivevano i principi secondo modelli ideali di virtù, e propone un’analisi basata sulla realtà concreta del potere. Egli afferma:
“Ma essendo mio proposito scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa.”
Con questa dichiarazione, Machiavelli sottolinea che il governante non deve attenersi a principi astratti di giustizia o virtù, ma piuttosto agire in base a ciò che è concretamente necessario per mantenere il potere. Egli riconosce che un principe non può essere sempre giusto e buono, perché la realtà politica è dominata da conflitti e instabilità.
Machiavelli elenca una serie di qualità che un principe potrebbe idealmente possedere (come la generosità, la pietà, la lealtà), ma sottolinea che, nella pratica, il sovrano deve essere pronto a sacrificare questi valori se la situazione lo richiede. Il vero criterio di giudizio non è l’adesione ai principi morali, ma l’efficacia delle azioni nel garantire la stabilità e la sicurezza dello Stato.
Capitolo XVIII – In che modo i principi devono mantenere la fede
Il capitolo XVIII approfondisce ulteriormente il pragmatismo machiavelliano, affrontando il tema della lealtà e dell’inganno nella politica. Machiavelli distingue due modi di combattere:
- Con le leggi, tipico degli uomini.
- Con la forza, tipico delle bestie.
Il principe deve saper usare entrambi i metodi e, quando necessario, comportarsi sia come un leone (per incutere timore) sia come una volpe (per evitare le insidie). In particolare, egli afferma:
“Un principe, dunque, non è tenuto a mantenere la fede, se tale osservanza gli torna contro e se sono cessate le ragioni che lo hanno indotto a prometterla.”
Questa affermazione è una chiara rottura con l’etica tradizionale: Machiavelli sostiene che la parola data può essere violata se ciò risulta vantaggioso per il mantenimento del potere. Tuttavia, il principe non deve mostrarsi apertamente sleale, ma piuttosto essere abile nell’inganno, mantenendo un’apparenza di virtù pur agendo, quando necessario, con astuzia e spregiudicatezza.
Egli conclude con una massima fondamentale della sua dottrina politica:
“A uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e l’uomo.”
Questo significa che il governante deve combinare forza e inganno, moralità e opportunismo, per adattarsi alle circostanze e garantire la stabilità dello Stato.
Conclusione: la “verità effettuale” come fondamento della politica
Nei capitoli XV e XVIII, Machiavelli elabora una concezione della politica basata su un’analisi realistica del potere, piuttosto che su ideali astratti. La “verità effettuale” diventa il criterio guida dell’azione politica: il principe deve essere disposto a mettere da parte la morale tradizionale quando essa entra in contrasto con la necessità di governare.
Questo approccio, spesso sintetizzato con la frase “il fine giustifica i mezzi” (sebbene Machiavelli non la enunci esplicitamente), segna una svolta nella teoria politica, anticipando il realismo moderno. La politica non è più un dominio della morale, ma una sfera autonoma, regolata da leggi proprie, dove la sopravvivenza e la stabilità dello Stato sono l’obiettivo principale.




