
La brutta figura di Ares, Iliade, V, vv. 888-909
28 Dicembre 2019
Diomede ferisce Afrodite e Ares, Iliade, V, vv. 347-366 e 846-887
28 Dicembre 2019Come si racconta a metà del canto quinto, Enea sarebbe andato incontro a una morte certa se sua madre, Afrodite, non avesse scorto il pericolo imminente.
La dea, colma d’amore materno, si precipitò a proteggerlo, avvolgendolo nel suo peplo luminoso, un tessuto meraviglioso intrecciato dalle Grazie stesse (Iliade, V, 338-340). Nessun guerriero acheo avrebbe potuto ferirlo con una lancia al petto, poiché il corpo del figlio era ormai celato sotto la divina veste.
Mentre Afrodite tentava di trascinarlo via dal fragore della battaglia, Stenelo, fedele compagno di Diomede, non dimenticò l’ordine ricevuto. Con prontezza sottrasse i cavalli di Enea al caos dello scontro e li condusse nel campo acheo, affidandoli a Deipilo, l’amico che più di ogni altro gli era caro (Iliade, V, 347-348). Quindi risalì sul carro, impugnò con fermezza le briglie e spinse i destrieri verso Diomede, il quale, in quel momento, aveva rivolto la sua furia non contro un mortale, ma contro la stessa Afrodite.
L’eroe sapeva bene che la dea dell’amore non era una divinità guerriera: non era né Atena, signora delle battaglie ordinate, né Enio, la furiosa compagna di Ares. Per questo, senza timore, la inseguì con la spada sguainata, deciso a colpirla. Quando fu abbastanza vicino, Diomede scagliò la sua lancia con violenza, e l’arma, superando il peplo divino, trafisse il delicato polso della dea (Iliade, V, 330-336).
Dalla ferita non sgorgò sangue mortale, ma icore, il fluido eterno che scorre nelle vene degli dèi, i quali non si nutrono di pane né bevono vino, ed è proprio questa loro natura che li rende immortali (Iliade, V, 341-342). Ferita e terrorizzata, Afrodite lasciò cadere il figlio e corse via piangendo, cercando rifugio presso gli altri dèi, poiché tra i mortali non v’era mai stata un’umiliazione simile per una divinità.




