
Il sistema dei personaggi e l’introduzione ai promessi Sposi
28 Dicembre 2019
La lingua dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni
28 Dicembre 2019Analisi dell’Introduzione dell’autore de ‘I Promessi Sposi’ di Alessandro Manzoni
L’Introduzione de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni non è un semplice preambolo alla vicenda narrata, ma un testo denso e stratificato che funge da vera e propria dichiarazione di poetica e di intenti. Attraverso la finzione letteraria di aver ritrovato e riscritto un manoscritto seicentesco, Manzoni avvia una profonda riflessione sulla natura della storia, sul ruolo dello storico e del romanziere, sul rapporto tra verità e invenzione, e sulla questione cruciale della lingua e dello stile. Questo brano, quindi, è una chiave di lettura fondamentale per comprendere il capolavoro manzoniano e le sue innovazioni.
Sintesi del Contenuto
L’introduzione si presenta in due sezioni distinte. La prima parte è il testo integrale di un’immaginaria introduzione di un anonimo scrittore seicentesco. Questo scrittore, con uno stile pomposo e retorico tipico del Barocco, afferma che la storia è una “guerra illustre contro il Tempo” che resuscita gli eventi passati. Egli dichiara la sua intenzione di narrare fatti “memorabili” che, sebbene accaduti a “gente meccaniche, e di piccol affare”, contengono “luttuose Traggedie d’horrori, e Scene di malvaggità grandiosa, con intermezi d’Imprese virtuose e buontà angeliche”. Giustifica la malvagità del mondo nonostante la presenza di un Re Cattolico e di luminari governanti, attribuendola all’ “arte e fattura diabolica”. Per “degni rispetti”, decide di tacere i nomi delle persone e dei luoghi, indicando solo i “Territorij generaliter”, difendendo questa scelta dall’accusa di “imperfettione” filosoficamente (poiché i nomi sarebbero “puri purissimi accidenti”).
La seconda parte è il commento diretto di Alessandro Manzoni, il presunto “trascrittore”. Dopo aver trascritto la prima parte, Manzoni si interroga sul fatto che qualcuno avrebbe avuto la pazienza di leggerla, data la sua “grandine di concettini e di figure”. Riconosce che il secentista nel corso dell’opera ha uno stile più naturale, ma poi lo critica aspramente per essere “dozzinale”, “sguaiato”, “scorretto”, pieno di “idiotismi lombardi”, “grammatica arbitraria” e “eleganze spagnole”. Denuncia la sua “goffaggine ambiziosa” che rende lo stile rozzo e affettato contemporaneamente. Conclude che un’opera così non è presentabile ai lettori moderni e inizialmente pensa di “lavarsene le mani”. Tuttavia, il dispiacere che una “storia così bella” rimanesse sconosciuta lo spinge a un’idea: “prender la serie de’ fatti da questo manoscritto, e rifarne la dicitura”. Per fugare i dubbi sulla veridicità dei fatti e dei costumi descritti, dichiara di aver condotto un’indagine storica, trovando conferme e persino alcuni personaggi. Infine, Manzoni riflette sulla responsabilità di riscrivere l’opera altrui e sulla difficoltà di giustificare il proprio stile, ironizzando sulla protervia dei critici e decidendo di non scrivere un intero libro per giustificare il proprio metodo, poiché “di libri basta uno per volta, quando non è d’avanzo.”
Gli Espedienti Retorici del Secentista e la Critica Manzoniana
La prima parte dell’Introduzione è un capolavoro di mimesi stilistica da parte di Manzoni, che riproduce fedelmente le caratteristiche del Barocco secentesco. Gli espedienti retorici del supposto anonimo autore sono numerosi:
- Metafore e similitudini complesse e forzate: La storia come “guerra illustre contro il Tempo”, gli storici come “illustri Campioni”, le “spoglie più sfarzose e brillanti” (le imprese dei potenti), l’ingegno come “ago finissimo” che crea un “perpetuo ricamo di Attioni gloriose”. Tali figure hanno lo scopo di meravigliare il lettore, ma risultano spesso artificiose.
- Perifrasi e circonlocuzioni: L’uso di espressioni come “Prencipi e Potentati, e qualificati Personaggj” per indicare i nobili, o “bellici Oricalchi” per le trombe di guerra, rende il linguaggio ampolloso.
- Latinaismi e tecnicismi eruditi: Termini come “Arringo”, “mescolatura”, “pro tempore”, “pleno iure”, “pure purissimi accidenti” conferiscono un tono dotto e aulico, ma spesso pedante.
- Antitesi e ossimori: “Guerra illustre contro il Tempo”, “luttuose Traggedie d’horrori, e Scene di malvaggità grandiosa, con intermezi d’Imprese virtuose e buontà angeliche”. Questi contrasti mirano a colpire l’immaginazione.
- Cliché e stereotipi del tempo: L’idea dei governanti come “Sole che mai tramonta”, “Luna giamai calante”, “Stelle fisse” e “erranti Pianeti” è un luogo comune della retorica encomiastica dell’epoca.
La critica di Manzoni a questo stile è feroce e mirata. Egli lo definisce una “grandine di concettini e di figure”, che rende la lettura faticosa. Pur ammettendo che il secentista abbia momenti di stile più “naturale e più piano”, Manzoni ne denuncia la dozzinalità, la sguaiatezza e la scorrettezza: “Idiotismi lombardi a iosa, frasi della lingua adoperate a sproposito, grammatica arbitraria, periodi sgangherati.” La sua accusa più grave è la “goffaggine ambiziosa”, la capacità di essere “rozzo insieme e affettato, nella stessa pagina, nello stesso periodo, nello stesso vocabolo”. Questa critica non è solo estetica, ma morale: uno stile così artefatto tradisce la ricerca della verità e del “vero” nella narrazione, distogliendo il lettore dal contenuto per la forma. Manzoni mira a colpire la retorica vuota e l’ipocrisia di un’epoca.
La Figura del “Riscrittore” (Alessandro Manzoni)
Manzoni si presenta come il “trascrittore” e “riscrittore” di un’opera altrui, assumendo un ruolo che è al contempo editoriale e autoriale. La sua posizione è caratterizzata da:
- Distacco critico e ironia: Fin dall’inizio, Manzoni si distanzia dal testo secentesco, esprimendo dubbi sulla sua leggibilità e criticandone apertamente lo stile. La sua ironia è raffinata e pervasiva, come quando ipotizza di scrivere un intero libro per giustificare il suo stile, ma poi decide di no “giacchè (…) di libri basta uno per volta, quando non è d’avanzo”.
- Umiltà solo apparente: Sebbene si lavi le mani dell’originale, il suo gesto di riscrivere la storia per salvarla dalla dimenticanza rivela una profonda responsabilità intellettuale e morale. L’affermazione “mi sapeva male che una storia così bella dovesse rimanersi tuttavia sconosciuta” è la vera molla della sua operazione.
- Ricerca della verità storica: La decisione di “frugar nelle memorie di quel tempo” per verificare la veridicità dei fatti e dei costumi descritti dal manoscritto è cruciale. Manzoni si impegna in una vera e propria indagine storiografica, trovando “cose consimili, e in cose più forti”, e persino “alcuni personaggi” reali. Questo sottolinea il suo impegno per il “vero” storico, che deve essere il fondamento del romanzo. Egli è un narratore che non si limita alla finzione, ma la radica nella realtà documentata.
- Preoccupazione per la lingua e lo stile: La sua critica allo stile del secentista è il preambolo alla sua stessa ricerca linguistica. Manzoni, infatti, dedicherà anni alla “risciacquatura dei panni in Arno” per trovare una lingua viva, naturale, comprensibile a tutti gli italiani, lontana dagli artifici barocchi e dagli “idiotismi lombardi”. Il problema della “dicitura” è il “punto” cruciale per l’autore.
Temi Principali
Nell’Introduzione emergono diversi temi fondamentali che saranno centrali in tutto il romanzo:
- La Storia e il Romanzo: La tensione tra la “storia illustre” (dei potenti) e la storia della “gente meccaniche, e di piccol affare”. Manzoni si propone di dare voce a questi ultimi, ai “sommersi”, la cui vita è altrettanto ricca di “luttuose Traggedie” e “Imprese virtuose”. Il romanzo, per Manzoni, diventa uno strumento per illuminare le zone d’ombra della storia ufficiale, unendo la verità storica alla finzione narrativa.
- La Giustizia e l’Arbitrio del Potere: L’affermazione del secentista che il mondo è trasformato in “inferno d’atti tenebrosi, malvaggità e sevitie” nonostante la presenza di luminari governanti, attribuendo il male alla “fattura diabolica”, è un’ironica denuncia dell’incapacità o complicità del potere politico nel contrastare la prepotenza. Questo tema sarà centralissimo nel romanzo con la figura di Don Rodrigo e l’impotenza della legge di fronte al sopruso feudale.
- La Verità e la Finzione: La ricerca di Manzoni di attestare la veridicità dei fatti del manoscritto, pur riscrivendone lo stile, evidenzia il suo impegno per un romanzo che sia “utile per scopo, interessante per mezzo, vero per soggetto”. La verità non è solo quella documentabile, ma anche quella psicologica e morale.
- Il Ruolo dell’Intellettuale: Manzoni si pone come intellettuale moralmente impegnato, che non si sottrae alla responsabilità di narrare la verità e di offrire una riflessione critica sulla società, anche a costo di “eroica fatica”.
Relazione con l’Opera
L’Introduzione è il microcosmo dell’intero romanzo I Promessi Sposi.
- La storia della “gente meccaniche, e di piccol affare” (Renzo e Lucia) è il fulcro della narrazione, che si contrappone alle “Imprese de Prencipi e Potentati” (Cardinale Borromeo, Innominato, Don Rodrigo) che pure vi si intrecciano.
- Il “ventre molle” del Paese continua ad essere il Mezzogiorno, dove le condizioni di vita e di occupazione restano assai precarie e il reddito pro capite medio è notevolmente inferiore a quello dell’Italia centrale e settentrionale. La risposta di moltissimi meridionali fu l’emigrazione, che nel corso degli anni Cinquanta interessò circa 1,7 milioni di persone, le quali si diressero verso le città industriali del Nord Italia oppure Oltralpe, dove dovettero affrontare difficili problematiche di integrazione e sovente anche ostilità di segno razzistico. Le loro rimesse dall’estero contribuirono a sostenere i parenti rimasti nel Sud e a far migliorare la bilancia dei pagamenti.
- Lo sviluppo economico portò con sé un vistoso aumento della capacità complessiva di consumo, che si adeguò al flusso crescente di beni prodotti dall’industria. Un impatto enorme ebbe l’incremento dei mezzi di trasporto. La Fiat prese a produrre a ritmi crescenti vetture utilitarie come la Cinquecento e la Seicento; si diffusero i motoscooter come la Vespa della Piaggio e la Lambretta dell’Innocenti; nel 1955 venne avviato un vasto piano per l’estensione della rete autostradale. Nelle case si diffusero gli elettrodomestici, e nel gennaio 1954 iniziarono le trasmissioni televisive, presto divenute strumento oltre che di informazione e di propaganda politica anche di intrattenimento e di pubblicità commerciale.
La “malvaggità grandiosa” e le “sevitie” descritte nel proemio si concretizzano nelle figure di Don Rodrigo, dei Bravi, di Don Abbondio (nella sua viltà), ma anche nella giustizia corrotta e nelle violenze collettive (i tumulti di Milano). Allo stesso tempo, le “buontà angeliche” si manifestano in Fra Cristoforo, nel Cardinal Borromeo, nella Monaca di Monza (nella sua complessità), e nella stessa Lucia. L’ossessione per il nome e i luoghi che il secentista si rifiuta di dare è superata da Manzoni, che invece, pur alterando, dà vita a personaggi e luoghi memorabili (Lecco, Milano, Monza, il Resegone).
L’Introduzione, quindi, non è solo un “vestibolo” al romanzo, ma una sua chiave di lettura essenziale, che ci introduce alle problematiche storiche, etiche, linguistiche e letterarie che Manzoni affronterà nel suo capolavoro.
📘 Testo dell’ Introduzione dell’autore a “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni

INTRODUZIONE
’Lhistoria si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perchè togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gl’illustri Campioni che in tal Arringo fanno messe di Palme e d’Allori, rapiscono solo che le sole spoglie più sfarzose e brillanti, imbalsamando co’ loro inchiostri le Imprese de Prencipi e Potentati, e qualificati Personaggj, e trapontando coll’ago finissimo dell’ingegno i fili d’oro e di seta, che formano un perpetuo ricamo di Attioni gloriose. Però alla mia debolezza non è lecito solleuarsi a tal’argomenti, e sublimità pericolose, con aggirarsi tra Labirinti de’ Politici maneggj, et il rimbombo de’ bellici Oricalchi: solo che hauendo hauuto notitia di fatti memorabili, se ben capitorno a gente meccaniche, e di piccol affare, mi accingo di lasciarne memoria a Posteri, con far di tutto schietta e genuinamente il Racconto, ouuero sia Relatione. Nella quale si vedrà in angusto Teatro luttuose Traggedie d’horrori, e Scene di malvaggità grandiosa, con intermezi d’Imprese virtuose e buontà angeliche, opposte alle operationi diaboliche. E veramente, considerando che questi nostri climi sijno sotto l’amparo del Re Cattolico nostro Signore, che è quel Sole che mai tramonta, e che sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai calante, risplenda l’Heroe di nobil Prosapia che pro tempore ne tiene le sue parti, e gl’Amplissimi Senatori quali Stelle fisse, e gl’altri Spettabili Magistrati qual’erranti Pianeti spandino la luce per ogni doue, venendo così a formare un nobilissimo Cielo, altra causale trouar non si può del vederlo tramutato in inferno d’atti tenebrosi, malvaggità e sevitie che dagl’huomini temerarij si vanno moltiplicando, se non se arte e fattura diabolica, attesochè l’humana malitia per sè sola bastar non dourebbe a resistere a tanti Heroi, che con occhij d’Argo e braccj di Briareo, si vanno trafficando per li pubblici emolumenti. Per locchè descriuendo questo Racconto auuenuto ne’ tempi di mia verde staggione, abbenchè la più parte delle persone che vi rappresentano le loro parti, sijno sparite dalla Scena del Mondo, con rendersi tributarij delle Parche, pure per degni rispetti, si tacerà li loro nomi, cioè la parentela, et il medemo si farà de’ luochi, solo indicando li Territorij generaliter. Nè alcuno dirà questa sij imperfettione del Racconto, e defformità di questo mio rozzo Parto, a meno questo tale Critico non sij persona affatto diggiuna della Filosofia: che quanto agl’huomini in essa versati, ben vederanno nulla mancare alla sostanza di detta Narratione. Imperciocchè, essendo cosa evidente, e da verun negata non essere i nomi se non puri purissimi accidenti….„
— Ma, quando io avrò durata l’eroica fatica di trascriver questa storia da questo dilavato e graffiato autografo, e l’avrò data, come si suol dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica di leggerla? —
Questa riflessione dubitativa, nata nel travaglio del decifrare uno scarabocchio che veniva dopo accidenti, mi fece sospender la copia, e pensar più seriamente a quello che convenisse di fare. — Ben è vero, dicevo tra me, scartabellando il manoscritto, ben è vero che quella grandine di concettini e di figure non continua così alla distesa per tutta l’opera. Il buon secentista ha voluto sul principio mettere in mostra la sua virtù; ma poi, nel corso della narrazione, e talvolta per lunghi tratti, lo stile cammina ben più naturale e più piano. Sì; ma com’è dozzinale! com’è sguaiato! com’è scorretto! Idiotismi lombardi a iosa, frasi della lingua adoperate a sproposito, grammatica arbitraria, periodi sgangherati. E poi, qualche eleganza spagnola seminata qua e là; e poi, ch’è peggio, ne’ luoghi più terribili o più pietosi della storia, a ogni occasione d’eccitar maraviglia, o di far pensare, a tutti que’ passi insomma che richiedono bensì un po’ di rettorica, ma rettorica discreta, fine, di buon gusto, costui non manca mai di metterci di quella sua così fatta del proemio. E allora, accozzando, con un’abilità mirabile, le qualità più opposte, trova la maniera di riuscir rozzo insieme e affettato, nella stessa pagina, nello stesso periodo, nello stesso vocabolo. Ecco qui: declamazioni ampollose, composte a forza di solecismi pedestri, e da per tutto quella goffaggine ambiziosa, ch’è il proprio carattere degli scritti di quel secolo, in questo paese. In vero, non è cosa da presentare a lettori d’oggigiorno: son troppo ammaliziati, troppo disgustati di questo genere di stravaganze. Meno male, che il buon pensiero m’è venuto sul principio di questo sciagurato lavoro: e me ne lavo le mani. —
Nell’atto però di chiudere lo scartafaccio, per riporlo, mi sapeva male che una storia così bella dovesse rimanersi tuttavia sconosciuta; perchè, in quanto storia, può essere che al lettore ne paia altrimenti, ma a me era parsa bella, come dico; molto bella. — Perchè non si potrebbe, pensai, prender la serie de’ fatti da questo manoscritto, e rifarne la dicitura? — Non essendosi presentato alcuna obiezion ragionevole, il partito fu subito abbracciato. Ed ecco l’origine del presente libro, esposta con un’ingenuità pari all’importanza del libro medesimo.
Taluni però di que’ fatti, certi costumi descritti dal nostro autore, c’eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni; e ci siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo, per chiarirci se veramente il mondo camminasse allora a quel modo. Una tale indagine dissipò tutti i nostri dubbi: a ogni passo ci abbattevamo in cose consimili, e in cose più forti: e, quello che ci parve più decisivo, abbiam perfino ritrovati alcuni personaggi, de’ quali non avendo mai avuto notizia fuor che dal nostro manoscritto, eravamo in dubbio se fossero realmente esistiti. E, all’occorrenza, citeremo alcuna di quelle testimonianze, per procacciar fede alle cose, alle quali, per la loro stranezza, il lettore sarebbe più tentato di negarla. Ma, rifiutando come intollerabile la dicitura del nostro autore, che dicitura vi abbiam noi sostituita? Qui sta il punto. Chiunque, senza esser pregato, s’intromette a rifar l’opera altrui, s’espone a rendere uno stretto conto della sua, e ne contrae in certo modo l’obbligazione: è questa una regola di fatto e di diritto, alla quale non pretendiam punto di sottrarci. Anzi, per conformarci ad essa di buon grado, avevam proposto di dar qui minutamente ragione del modo di scrivere da noi tenuto; e, a questo fine, siamo andati, per tutto il tempo del lavoro, cercando d’indovinare le critiche possibili e contingenti, con intenzione di ribatterle tutte anticipatamente. Nè in questo sarebbe stata la difficoltà; giacchè (dobbiam dirlo a onor del vero) non ci si presentò alla mente una critica, che non le venisse insieme una risposta trionfante, di quelle risposte che, non dico risolvon le questioni, ma le mutano. Spesso anche, mettendo due critiche alle mani tra loro, le facevam battere l’una dall’altra; o, esaminandole ben a fondo, riscontrandole attentamente, riuscivamo a scoprire e a mostrare che, così opposte in apparenza, eran però d’uno stesso genere, nascevan tutt’e due dal non badare ai fatti e ai principi su cui il giudizio doveva esser fondato; e, messele, con loro gran sorpresa, insieme, le mandavamo insieme a spasso. Non ci sarebbe mai stato autore che provasse così ad evidenza d’aver fatto bene. Ma che? quando siamo stati al punto di raccapezzar tutte le dette obiezioni e risposte, per disporle con qualche ordine, misericordia! venivano a fare un libro. Veduta la qual cosa, abbiam messo da parte il pensiero, per due ragioni che il lettore troverà certamente buone: la prima, che un libro impiegato a giustificarne un altro, anzi lo stile d’un altro, potrebbe parer cosa ridicola: la seconda, che di libri basta uno per volta, quando non è d’avanzo.





