Quanta fatica, Francesco

Stavo giocando con Marinella la mia bambina, tra una risata e un bacetto, mi è scappato l’occhio sullo schermo della televisione. Parlavano di Papa Francesco, delle sue aperture spacca popolo, delle sue decisioni senza se e senza ma in merito alle reiterate sottrazioni ingiustificate, usando un eufemismo elargite malamente. Indipendentemente dallo scandalo che incoglie sovente la Chiesa, è innegabile la presa di posizione di quest’Uomo, il tormento che incombe nella sua solitudine imposta, a ben osservarlo sembra essere diventata una sua caratteristica comune. Gli occhi di questo Papa parlano, almeno a me fanno pensare quanto il destino sia crudele con chi ce la mette tutta per riuscire a reinventare una società credente, una collettività pronta a fare i conti con gli errori passati e con le nuove idealità che non necessitano di ulteriori ritardi.
Me lo ricordo bene quell’incredibile “Buonasera a tutti”, quegli occhi belli, quelle mani ferme nel saluto a ognuno e ciascuno. Sì, rammento la rivendicazione del rispetto dei diritti dell’uomo e anche della più piccola forma di dignità umana. Papa Francesco e i suoi sette anni di pontificato, chissà perché mi appaiono secoli e non mesi né giorni, spesso lo osservo avanzare e indietreggiare, appoggiato alle sue parole importanti perché ne conosce a fondo il significato. Sta eretto e piegato dalla fatica sotto il peso delle responsabilità per raggiungere finalmente un cambiamento epocale, attraverso una progettualità ri-educativa non semplicemente facendo riferimento ai soliti altri, ai soliti ignoti che poi così sconosciuti non sono mai, ma da dentro la sua cameretta, la sua cucinetta, a partire dalle rumorose quiete stanze dei palazzi che sempre più spesso somigliano a sepolcri imbiancati. C’è la tanta fatica di mettere un piede avanti all’altro, un passo dopo l’altro, per scrollarsi di dosso i carichi inutili, i pesi superflui, la zavorra delle medagliette appuntate sul petto.
C’è fatica per davvero dis-umana nel tentare di costruire insieme ai credenti e non, una strada nuova da intraprendere per ridurre al minimo il rischio di cadute all’indietro. Questo Papa è così simile al mio santo povero ma Francesco, lo è di primo acchito per il naturale fastidio del potere che non è servizio, lo è perché entrambi hanno conosciuto la lama dei coltelli dell’ingiustizia, degli innocenti che pagano sempre per i colpevoli, desaparecidos e crociate, riscatto e pietà del perdono. Caro Papa Francesco la tua stanchezza non è certamente paragonabile alla mia, ben altri sono i tuoi macigni da portare e spostare, ma ogni volta che incontro il tuo sguardo comprendo la tua lotta per una Chiesa di vita e non più di sopravvivenza, credendo nella possibilità di abitare una realtà senza più l’abitudine a soffocarne emozioni e amore per le grandi innovazioni dell’uomo.