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Viviamo in un universo in cui i saperi sono in continua espansione, raddoppiano ogni quattro anni: saper “nuotare” in questo mare è essenziale. I dati devono diventare informazioni: bisogna aver cognizione di dove si vuole andare, delimitando il campo del conoscibile. Questa l’origine delle moderne professionalità, altamente specializzate.
La scuola ha oggi un compito cruciale, come hanno ricordato De Bartolomeis e Morin:
- insegnare agli studenti a orientarsi in un sapere smisurato, senza l’illusione di un quadro completo e definitivo;
- fondare la didattica sulla ricerca, intesa come processo strutturato che comprende:
– percepire e definire i problemi;
– reperire i dati necessari;
– formulare ipotesi e tradurle in strategie operative;
– ottenere risultati;
– capitalizzare gli scostamenti rispetto alle attese.
La rivoluzione informatica rende questo cambiamento indilazionabile.
Eppure, la resistenza alla riorganizzazione della scuola, prevista dalla legge del 1974, persiste: è tempo di superare definitivamente la negligenza gestionale. È vitale controbattere alla semplificazione, alla logica binaria e alla ricerca del consenso tipica dei mondi virtuali in cui i giovani albergano.
Occorre proporre percorsi chiari, il cui senso e la cui origine siano ben evidenti: la motivazione deve essere intrinseca, legata al risultato. Gli insegnamenti, unitariamente coordinati, devono diventare strumenti di crescita personale: sviluppare curiosità, partecipazione, collaborazione, condivisione, creatività, capacità di scelta, gestione degli errori; devono promuovere la capacità di destrutturare problemi complessi promuovendo la cultura sistemica e, in estrema sintesi, orientare i giovani a comprendere il significato del proprio agire, piuttosto che all’applicare procedure o all’accumulare conoscenze.




