
Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio
28 Dicembre 2019
L’alba del commendatore di Giovannino Guareschi
28 Dicembre 2019🚴♂️ “Una famiglia rovinata” di Giovannino Guareschi: tra risparmio ossessivo e follia motociclistica
📌 IL CONFLITTO GENERAZIONALE IN SALSA EMILIANA
Guareschi dipinge un quadro tragicomico della famiglia Bigatti, dove:
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Il padre: spilorcio incallito (lucerna a petrolio invece della luce elettrica)
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Giacomino: figlio modello che scoppia all’improvviso come una bomba a orologeria
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La moto: simbolo di libertà e rovina insieme
Ironia tipica guareschiana:
“Era l’unico della famiglia che si prendesse divertimenti gratis… finché non incontrò Anna”
🔥 LA TRAMA IN PILLOLE
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L’innesco
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Giacomino, 18 anni, taccagno modello, si innamora di Anna che lo snobba: “Non mi metto col più scalcinato del paese!”
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Reazione: Compra una moto da 200.000 lire (i soldi del macellaio Tognetti)
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L’apocalisse domestica
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Padre Bigatti: Tentativo di linciaggio → “Bisogna che lo ammazzi!”
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Madre Bigatti: Urlo da tragedia greca → “Siamo rovinati!”
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Fuga di Giacomino in bicicletta (ma il padre lo insegue… con la moto stessa!)
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Il ribaltamento
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Il padre, ex portaordini militare, scopre il brivido della velocità:
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Dimentica la rabbia
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Fa tour enogastronomici in montagna
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“Mai mangiato con tanto appetito!”
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👥 PERSONAGGI DA COMMEDIA ALL’ITALIANA
| Personaggio | Ruolo | Particolarità |
|---|---|---|
| Giacomino | Giovane esplosivo | Da taccagno a spericolato in 0,2 secondi |
| Padre Bigatti | Spilorcio pentito | Si converte al culto della moto |
| Anna | Catalizzatrice | Bastano 4 parole per scatenare il caos |
| La moto | Vera protagonista | Passa da “maledetto arnese” a “gran bella macchina” |
💡 TEMI E SPUNTI DI RIFLESSIONE
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L’ipocrisia del risparmio
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La famiglia vive al buio per risparmiare, ma una moto li manda in bancarotta
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La ribellione inconsapevole
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Giacomino non è un ribelle: è un borghese che scopre il piacere
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La doppia morale
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Il padre condanna il figlio… poi si innamora dello stesso “peccato”
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Guareschi sociologo
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Fotografia dell’Italia anni ’50:
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Contadini che diventano piccoli borghesi
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Motocicletta = status symbol
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🎭 STILE E TECNICHE NARRATIVE
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Dialoghi esplosivi:
“Dove hai preso quella roba?” / “L’ho comprata con i soldi delle bestie!”
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Umorismo grottesco:
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Il padre che minaccia il figlio… mentre fa wheelie
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Metafore involontarie:
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La moto che “beve i tornanti come marsala”
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📚 PERCHÉ LEGGERLO OGGI?
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Attualità del conflitto genitori-figli (sostituire la moto con uno smartphone)
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Critica al consumismo: 200.000 lire del ’50 = iPhone Pro Max oggi
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Lezione nascosta:
A volte la rovina economica… è un’ottima vacanza!
🔍 COME USARLO IN UNA TESINA
Titolo: “Dalla lucerna a petrolio alla Harley-Davidson: il progresso secondo Guareschi”
Collegamenti:
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Italiano: Umorismo e realismo in Guareschi vs. Buzzati
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Storia: Boom economico anni ’50 e motorizzazione di massa
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Economia: Psicologia del risparmio ossessivo
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Sociologia: Status symbol e conflitti generazionali
Citazione finale:
“La vera rovina non fu la moto… ma non comprarla prima!”
Metafora chiave:
La moto è come la giovinezza – chi non la vive da giovane, rischia di rubarla da vecchio (come il signor Bigatti).
🚀 Un racconto che corre veloce come una Gilera 500, tra risate e riflessioni amare.
Testo del racconto Una famiglia rovinata di Giovannino Guareschi
I Bigatti se la passavano bene perché erano proprietari di un bel podere, avevano tutti la frenesia del lavoro, e non spendevano una lira.
Mai vista gente tanto attaccata al soldo: la linea elettrica passava a dieci metri dalla casa e sarebbero bastati pochi quattrini per fare l’allacciamento ma i Bigatti tiravano ancora avanti con la lucerna, per via che si poteva economizzare usando il petrolio rosso del trattore.
Il Bigatti-capo non arrivava ai quarantacinque anni e sua moglie toccava appena i quarantadue, ma erano così trasandati che parevano i nonni dei loro figli.
E se il Bigatti padre era uno spilorcio maledetto, la Bigatti madre era la spilorceria in persona.
Dei tre figli, il ragazzo di quattordici anni pareva la copia fedele del padre, la ragazza, di diciassette, pareva la copia fedele della madre. E il più vecchio, Giacomino, di diciotto anni, radunava in sé tutti i difetti del padre e della madre. Anche i pregi, però: perché era un lavoratore tenace e instancabile. In quanto a taccagneria poi dava addirittura dei punti alla madre, e, pure essendo già un bel giovanotto, si prendeva esclusivamente quei divertimenti che non costassero niente.
Non fumava, non andava a ballare né all’osteria, non entrava mai in un cinematografo.
Ebbene fu proprio lui, Giacomino, quello che inguaiò la famiglia, che la rovinò e la portò all’orlo del fallimento.
Almeno a sentire la madre.
Naturalmente, quando un giovanotto di diciotto anni perde la testa, ci deve essere per forza di mezzo una gonnella.
Nel caso di Giacomino, la gonnella che gli mise a soqquadro il cervello si chiamava Anna. Un nome qualsiasi che però non corrispondeva a una qualsiasi ragazza, bensì a una ragazza piuttosto speciale.
Giacomino Bigatti già da un anno teneva dietro alla ragazza e quando gli venne il coraggio di fermarla per spiegarle come stesse la situazione non trovò il tipo di accoglienza che avrebbe desiderato.
Difatti l’Anna, che era una ragazza spiccia, gli rispose chiaro e tondo: «Va bene tutto: però io non mi ci metto col più scalcinato del paese». Allora Giacomino perdette la testa.
E non la perse poco alla volta, un pò per giorno: ma tutta in un colpo solo. Un sabato mattina, il padre gli mise in mano qualche lira e gli disse: «Prendi la corriera e va in città dal macellaio Tognetti a ritirare i quattrini di quelle bestie che gli abbiamo venduto. Non tornare se non te li ha dati». Non gli raccomandò neanche di essere prudente e via discorrendo, perché conosceva il ragazzo e sapeva bene che non ce n’era bisogno. Giacomino montò sulla corriera, arrivò in città alle nove e alle nove e un quarto entrava nella macelleria Tognetti. La busta coi soldi era già pronta e Giacomino ebbe solo da controllare che i bigliettoni da diecimila fossero venti come dovevano essere. La corriera per il paese ripartiva alle due del dopopranzo e Giacomino pensò
che l’unico modo per passare il tempo senza spendere soldi era quello d’andare in giro a guardare le vetrine. Non fu un giro lungo perché, dopo aver fatto tappa davanti alla mostra di una merceria e a quella di una calzoleria, Giacomino si trovò davanti alla vetrina fatale. Rimase lì a contemplare quella meraviglia una buona mezz’ora, poi entrò deciso e domandò: «Quanto c’è da spendere pagando subito in contanti?». «Duecentomila e io gliela consegno fra due ore pronta da saltarci sopra e partire.» Era uno sconto gagliardo e Giacomino rispose: «Affare fatto».
E si accorse di aver commesso un delitto spaventoso, terrificante. Si accorse di aver speso le duecentomila lire di suo padre per comprare una motocicletta. Allora diventò smorto e, tirata la motocicletta sul cavalletto, rimase Il fermo ad attendere il cataclisma. Intanto la madre era arrivata assieme agli altri due figli, e si vedeva che nessuno dei tre capiva cosa fosse successo o cosa stesse per accadere. «Giacomino» ripeté il Bigatti padre «dove hai preso questa roba,» «L’ho comprata» balbettò Giacomino. «L’ho comprata con le duecentomila lire delle bestie.» La moglie del Bigatti lanciò un urlo straziante, come se le avessero aperto il ventre con una vanga. Il Bigatti padre muggì e si precipitò verso Giacomino per sbranarlo. Ma Giacomino aveva gambe buone e una paura tremenda. Con un balzo si scansò e prese la fuga. La sua bicicletta era Il, a portata di mano, appoggiata al muro della stalla: passando, la agguantò e se la trascinò dietro. Raggiunta la strada, saltò in sella e pigiò disperatamente sui pedali. Il Bigatti padre dovette rinunciare all’inseguimento. Ma non poteva rinunciare alla vendetta perché era oramai pazzo furioso. Tornò nell’aia urlando: «Bisogna che lo prenda! Bisogna che lo ammazzi, quel delinquente!». L’occhio gli cadde sulla motocicletta scintillante: il Bigatti aveva fatto il militare in un reparto motorizzato, come portaordini. In un secondo gli ritornò in mente tutto: frizione, cambio, gas. Agguantò il manubrio della motocicletta, la tirò giù dal cavalletto e diede una gran zampata sulla messa in moto. Una gran zampata alla militare. Una zampata bestiale e inutile perché quella era una macchina che andava in moto con un soffio.
Aveva una ripresa formidabile e il Bigatti, mentre usciva sulla strada, quasi andava a sfasciarsi contro un pilastro del cancello. Il Padreterno lo aiutò e così il Bigatti riuscì a rimettersi in carreggiata. Ma passò un gran brutto momento e la paura gli fece dimenticare la mascalzonata del figlio: adesso la cosa essenziale era di capire bene come funzionasse quel maledetto arnese per non correre il pericolo di fracassarsi le ossa. In verità il maledetto arnese non era poi tanto maledetto né tanto complicato: anzi era quanto mai semplice e stabile.
Alle tre del pomeriggio, Giacomino arrivò nell’aia di casa sua. Ci arrivò a cavalcioni di una motocicletta meravigliosa, nuova di trinca. E il Bigatti padre, quando vide comparirsi dinnanzi il figlio così equipaggiato, rimase come fulminato. Poi, ritrovata la parola, domandò: «Giacomino, dove hai preso quella roba?». E fu soltanto allora che Giacomino uscì dal mondo dei sogni. Fino a quel momento aveva vissuto completamente distaccato dalle cose della Terra, in una specie di dolce ubriacatura. Ma, udendo la voce del padre, rientrò bruscamente nella realtà.
Non parliamo poi del motteggio: al confronto di quel gingillo, le motociclette militari sono dei carri armati. Il Bigatti raggiunse un ciclista che procedeva nella sua stessa direzione e pompava come un pazzo sui pedali. Suonò il clacson poi girò la manetta e lo sorpassò con un balzo. Quando il Bigatti si rese conto che il ciclista era Giacomino, oramai l’aveva lasciato indietro di un chilometro. “Lo prendo nel ritorno quel delinquente!” disse fra sé. “Appena trovo un pò di spazio per girare, faccio dietro front, lo blocco e l’ammazzo!” Dopo quindici chilometri di strada, il Bigatti non aveva ancora trovato il posto giusto per invertire la marcia. Oramai la Strada Quarta era finita: gli conveniva raggiungere Fiumetto, fare la provinciale fino alla Pioppazza e prendere la strada del Molinetto che appunto l’avrebbe ricondotto sulla Strada Quarta. Fosse la preoccupazione, fosse la gran rabbia che lo divorava, il fatto è che il Bigatti, invece di svoltare a sinistra svoltò a destra e, per ritornare sulla Strada Quarta, dovette macinare venti o trenta chilometri. Prima di rientrare nella Strada Quarta, il Bigatti ritenne opportuno fermarsi al distributore di Torricella: non voleva rimanere senza benzina. Il benzinaro, svitato il tappo del serbatoio, scosse il capo: «Ma se avete il serbatoio quasi pieno!» borbottò. «Quasi pieno dopo tanti chilometri?» si stupì il Bigatti. «Questi motori non consumano niente» spiegò di malumore il benzinaro. «Grandi macchine: da anni muoio dalla voglia di prendermene una. Cosa ve l’hanno messa, completa di tutto?» «Duecentomila» rispose il Bigatti. «È un affare. Se li avessi me la comprerei subito.» Giacomino intanto, dopo aver pedalato fino all’ultimo goccio di fiato, era sceso dalla bicicletta e si era seduto su un mucchio di ghiaia, lungo il ciglio del canalone che costeggiava la Strada Quarta. “Succeda quello che Dio vuole, io non vado più avanti” aveva deciso. “Se mi vuole ammazzare mi ammazzi.” E ora, seduto in riva al fosso, aspettava che il destino lo raggiungesse.
Invece fu suo padre a raggiungerlo, e Giacomino, trovandoselo davanti, a cavalcioni della motocicletta, rimase allocchito. «Se ti fai vedere a casa ti taglio il collo, mascalzone!» gli disse a denti stretti il Bigatti. «Va a casa di tuo zio: e aspettami là. Domani faremo i conti.»
La moglie del Bigatti aveva dovuto mettersi a letto: il colpo era stato troppo grosso. E continuava a gemere: «Duecentomila lire… Duecentomila lire…».
Quando il marito entrò nella camera da letto, la Bigatti domandò: «L’hai trovato?». «No! Ma bisogna che lo trovi! Bisogna che gli torca il collo. Duecentomila lire! Buttate via per una mascalzonata di motocicletta.» «Duecentomila lire! Siamo rovinati! Devi trovarlo, costringerlo a riportare indietro la moto e a farsi ridare i soldi!» «Ho già provato a far telefonare!» urlò il Bigatti. «Non la rivogliono a nessun costo. Bisognerebbe fare causa. Ho provato a vedere se c’era modo di venderla in paese: non offrono neanche la metà. Se ne approfittano della disgrazia.» La donna riprese a singhiozzare e a lamentarsi. Il Bigatti passò una notte agitatissima perché la donna continuò a smaniare nel sonno, parlava di rovina, di soldi, di motociclette, di figli delinquenti. Si alzò presto, pieno di malumore. Quando si fu vestito, andò a frugare dentro il comò. «Cosa cerchi?» «La rivoltella» rispose truce il Bigatti. «L’ha fatta troppo grossa, bisogna che lo ammazzi. Lo devo trovare a ogni costo.» Uscì agitandosi come un indemoniato dopo essersi cacciata la pistola in tasca. Arrivato alla rimessa, nascose la pistola in un buco del muro, tirò fuori la motocicletta e partì. Era una magnifica mattina e, una volta raggiunto l’asfalto della provinciale, al Bigatti pareva di scivolare sul burro, tanto si viaggiava comodi. Fece colazione a Castellino, poi volle provare come la moto si comportasse in montagna e puntò verso Castellarco. La moto beveva i tourniquét come se fossero bicchieri di marsala.
Fece tutta la salita del Gallo senza accusare un istante di stanchezza. Il Bigatti si trovò di bel mezzogiorno in cima al Montefollo. Un monte per modo di dire ma, di lassù, si vedeva l’immensa pianura verde solcata dai fiumi e questo, per il Bigatti, era come la scoperta dell’America. Mai immaginato che esistesse una meraviglia simile a soli cinquanta chilometri da casa. Desinò nell’osteriola che era piantata in cima al monte, e mai mangiò con tanto appetito. Ritornò a valle verso sera e prese la strada che conduceva al podere del fratello. «Gino, hai visto quel vigliacco di mio figlio?» urlò appena fu nell’aia. Il fratello del Bigatti si avvicinò: «Pietro, oramai quel che è fatto è fatto» gli disse. «È inutile complicare la faccenda con altre stupidaggini. E poi il valore c’è». Giacomino si mostrò timidamente: «Prendi la bicicletta e fila a casa e che non ti veda almeno per due o tre giorni o ti spacco la testa,» urlò feroce il Bigatti. Il giovanotto saltò sulla bicicletta e si allontanò. «Però è una gran bella macchina» riconobbe il fratello del Bigatti. «Qualche giorno me la devi lasciar provare.» «Non mi parlare di questo maledetto arnese,» gemette il Bigatti. E, gemendo, raccontò i particolari della mascalzonata che gli aveva combinato il figlio. Pianse sulla prossima rovina della famiglia. Se ne andò imprecando al destino.
da G. Guareschi, Il decimo clandestino,
in Piccolo mondo borghese, in I racconti di nonno Baffi, Rizzoli




