(1) La passione amorosa: un sospiro “in-finito” che tocca anche noi – di Cristina Rocchetto

(articolo introduttivo ad una serie dedicata all’argomento)


Ciò che si riconosce di indelebile dell’eredità
greca è quel patrimonio di concetti, di idee, che riflettono quel primo
tentativo della cultura occidentale di “de-finire” l’esperienza umana, il
quale, in quanto primo, ne ha segnato per sempre l’orientamento. 

L’uomo può essere
indagato come qualcosa che esiste in mezzo agli altri dati della realtà
concreta; ma, a differenza degli oggetti e degli animali (cos’ la pensavano gli
Antichi), all’uomo è propria una caratteristica che lo distingue e lo pone a
metà tra il “piano del divino” ed il “piano meramente terreno”: la capacità di
provare emozioni e di decidere di compiere o meno azioni. 

A questo proposito,
in quanto ho scritto negli articoli dedicati all’argomento “il senso del
limite” abbiamo già visto che l’uomo inteso come “soggetto” non esiste ancora
nell’epopea omerica: l’ egli ancora è mosso, come tutto nel mondo, dalla
volontà incostante e capricciosa dei diversi dèi; che in epoca arcaica, la
faticosa nascita o scoperta della condizione di “soggetto” (e la sua
corrispondente “oggettivazione del mondo) costa l’allontanamento del piano del
divino dall’uomo: gli dèi si fanno sempre più de-finiti quanto a carattere,
ruolo, campo di azione, ma perdono le loro caratteristiche antropomorfe e molto
della loro capacità di provare sentimenti od emozioni in maniera umana, che è
“passionale”.

L’ la mia riflessione si volgeva alla condizione dell’ “essere”
dell’uomo.
In questa serie di articoli invece mi concentrerò su un aspetto
fondamentale della sua/nostra vita: alla sua caratteristica possibilità di
“sentire” le passioni sconvolgere la propria anima (la psiche, dicevano i
Greci). E’ molto chiaro solo dal nome “psyche” che siamo vicini alle radici di
quella riflessione da cui prendono vita i più moderni studi sulla psiche umana:
ecco come un popolo che sembrerebbe cos’ lontano nel tempo vive in realtà
ancora dentro ed attorno a noi, nelle nostre parole ed in molto del modo in cui
noi guardiamo e possiamo guardare il mondo…

Parlerò soprattutto
di “passione amorosa”. La
tradizione di quest’argomento è complessa, ad essa si riferisce un’ampia
trattatistica che io qui non pretendo di sostituire. Il mio scopo, lo ripeto, è
di rendere consapevole chi mi legge e non lo sa che stiamo parlando di una
riflessione sull’uomo, sui suoi sentimenti, sulle sue aspirazioni più profonde
che ha radici antichissime, al di là della stessa Grecia. Spero solo di dare
uno stimolo culturale di un certo respiro e di risultare piacevole alla lettura.

Prima di iniziare, vorrei
fare una premessa importante: quando si parla di “amore passionale”, pochissime
volte nel passato si identifica questo sentimento sconvolgente e coinvolgente
con l’amore coniugale. Gli Antichi, come ancora succede in qualche luogo nel
nostro tempo, si sposavano per una questione che riguardava direi quasi
esclusivamente la garanzia di avere una discendenza; la donna era anche
utilizzata per stabilire alleanze o sancire la fine di una guerra.

Della condizione della donna parlerò prossimamente. Qui vorrei solo sottolineare
questo punto: l’amore coniugale NON deve, per i Greci, fondarsi sulla passione.
Perché la passione che travolge e sconvolge è un “varcare il limite” del punto
di equilibrio, e può portare danno e disgrazie: guardiamo la storia di Medea e
confrontiamola con Andromaca o Penelope… Medea è stata una donna innamorata in
modo passionale; Andromaca e Penelope, ad ascoltare le loro parole, amano nei
loro uomini il loro “signore”, colui che è garanzia della loro condizione di
donne libere e “regine”, di non-schiave. La loro virtù non è la
“passione”: è la fedeltà. 

In Grecia, l’uomo
aveva possibilità di avere diversi scambi sessuale e/o sensuale e passionale:
esistevano le prostitute, che, al livello più alto, si chiamavano “etère”, le
concubine (schiave favorite: il ruolo che avrebbe dovuto avere Cassandra,
figlia del re troiano Priamo, nel palazzo di Agamennone); ed esistevano anche
quei circoli maschili frequentati da uomini adulti e da adolescenti, gli efèbi,
tra i quali spesso si creava un forte legame che poteva sfociare in una
passione amorosa (il rapporto omosessuale tra adulti o tra un adulto ed un
bambino erano invece assolutamente giudicati illeciti). 

Questa enorme
differenza con la nostra abitudine culturale a voler identificare l’amore con
il matrimonio ci può far riflettere: PROPRIO allo scopo di garantire la
stabilità (=assenza di sconvolgimenti emotivi) del matrimonio inteso
esclusivamente come garanzia della pace familiare, quindi sociale, e della
procreazione, i Greci distinguevano i due piani e davano all’uomo la
possibilità di sperimentare altre dimensioni nei dovuti contesti/spazi. Il
fatto che la cosa non fosse garantita anche alla donna, obbligata a stare solo
con altre donne soprattutto quando di buona famiglia, ha come spiegazione
razionale quest’unica ragione: la donna deve assicurare agli uomini una prole
legittima, quindi non può rischiare di avere contatti con altri uomini. Il DNA
non è stata una scoperta greca, si sa… 

In questa serie di
articoli saranno inserite informazioni che vanno “oltre il limite” della cultura
greco-antica. Già stiamo capendo quanto questo stesso andare “oltre il limite”
sia un concetto intonato al discorso che farò e che si pone in gran parte in
relazione a quanto appunto detto nella serie precedente: se l’ si parlava di
“limite”, qui infatti si parlerà dell’ “amore” come di ciò che permette
all’essere “de-finito” di superare se stesso (la sua de-limitazione,
de-finizione).


Cristina Rocchetto
(per andare agli articoli precedenti, che richiamo: ;