
Fine del capitolo primo e capitolo secondo dei Promessi Sposi
28 Dicembre 2019
Il capitolo primo dei Promessi Sposi
28 Dicembre 2019📚 Analisi dell’Introduzione dell’autore ai Promessi Sposi
L’Introduzione ai Promessi Sposi rappresenta uno dei più raffinati esempi di artificio letterario nella tradizione italiana, rivelando la straordinaria abilità di Manzoni nel coniugare finzione narrativa e riflessione metaletteraria.
La finzione del manoscritto ritrovato
Manzoni utilizza il tradizionale espediente del “manoscritto ritrovato”, ma lo rinnova attraverso una duplice strategia narrativa. Prima presenta un brano in stile secentesco barocco, poi si cala nei panni dell’autore moderno che riflette sull’opportunità di riscrivere quella storia per i lettori contemporanei.
Il finto manoscritto secentesco è un capolavoro di pastiche stilistico. L’autore ricostruisce perfettamente le caratteristiche della prosa barocca del XVII secolo: la ridondanza retorica (“guerra illustre contro il Tempo”), le metafore elaborate (“gl’illustri Campioni che in tal Arringo fanno messe di Palme e d’Allori”), l’uso di maiuscole enfatiche, la sintassi contorta e l’accumulo di figure retoriche.
La critica al Seicento letterario
Attraverso la parodia dello stile secentesco, Manzoni sviluppa una critica sistematica alla letteratura del periodo barocco. Le espressioni come “quella grandine di concettini e di figure”, “goffaggine ambiziosa”, “declamazioni ampollose, composte a forza di solecismi pedestri” rappresentano un vero e proprio manifesto poetico contro l’artificio fine a se stesso.
La critica non si limita agli aspetti puramente stilistici, ma investe la concezione stessa della letteratura. Il Seicento viene accusato di privilegiare la forma sul contenuto, l’effetto sulla sostanza, creando quella “goffaggine ambiziosa” che caratterizza la produzione letteraria del periodo.
La questione linguistica
L’Introduzione affronta implicitamente la questione linguistica che tanto tormentò Manzoni. La critica agli “idiotismi lombardi”, alle “frasi della lingua adoperate a sproposito”, alla “grammatica arbitraria” rivela la ricerca di una lingua nazionale unitaria, che superi i particolarismi regionali.
Il problema della “dicitura” diventa centrale: come rendere accessibile ai lettori moderni una storia del Seicento senza tradirne l’autenticità? La soluzione manzoniana consiste nel conservare “la serie de’ fatti” modificando radicalmente la forma espressiva.
La poetica del vero
L’Introduzione rivela la concezione manzoniana del rapporto tra letteratura e storia. L’accenno alla ricerca documentaria (“abbiam voluto interrogare altri testimoni”, “ci siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo”) dimostra l’impegno verso la verità storica.
Questa metodologia anticipa quella che sarà la prassi compositiva dell’intero romanzo: la finzione narrativa deve fondarsi su solide basi storiche. L’invenzione poetica non può prescindere dalla fedeltà alla realtà del periodo rappresentato.
La strategia dell’ironia
Tutto il discorso è pervaso da una sottile ironia che coinvolge diversi livelli. C’è l’ironia verso lo stile secentesco, ma anche l’autoironia dell’autore che riflette sui propri metodi compositivi. La finta modestia (“l’importanza del libro medesimo”) e la simulata incertezza metodologica nascondono in realtà una precisa consapevolezza letteraria.
Particolarmente efficace è l’ironia finale sulla critica letteraria: l’autore dichiara di aver trovato risposta a tutte le possibili obiezioni, ma rinuncia a esporle per non scrivere “un libro per giustificarne un altro”.
Il patto narrativo
L’Introduzione stabilisce un particolare patto con il lettore. Manzoni dichiara apertamente di aver manipolato il testo originale, ma giustifica questa operazione con finalità di maggiore comprensibilità. Il lettore viene così reso complice di una finzione letteraria dichiarata.
Questa trasparenza metodologica rivela la moderna concezione manzoniana della letteratura: non inganno o artificio, ma strumento di conoscenza che deve rendere conto dei propri metodi.
Significato storico-letterario
L’Introduzione rappresenta un momento di svolta nella tradizione letteraria italiana. Manzoni supera definitivamente la retorica classicistica e barocca, ponendo le basi per una prosa moderna fondata sulla chiarezza espositiva e sulla verità del contenuto.
La critica al Seicento non è solo stilistica ma ideologica: contro una letteratura di corte, elitaria e artificiosa, Manzoni propone una letteratura nazionale, democratica e veritiera.
Modernità della riflessione
La riflessione metaletteraria dell’Introduzione anticipa tematiche tipicamente novecentesche. Il problema del rapporto tra autore, testo e lettore, la questione della riscrittura, la consapevolezza dei meccanismi narrativi rivelano una modernità che va ben oltre il Romanticismo.
L’Introduzione si configura così non solo come prefazione al romanzo, ma come autonomo capolavoro di prosa critica, che illumina l’intera poetica manzoniana e segna una tappa fondamentale nell’evoluzione della letteratura italiana moderna.
📘 Testo dell’ Introduzione dell’autore a “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni

INTRODUZIONE
’Lhistoria si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perchè togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gl’illustri Campioni che in tal Arringo fanno messe di Palme e d’Allori, rapiscono solo che le sole spoglie più sfarzose e brillanti, imbalsamando co’ loro inchiostri le Imprese de Prencipi e Potentati, e qualificati Personaggj, e trapontando coll’ago finissimo dell’ingegno i fili d’oro e di seta, che formano un perpetuo ricamo di Attioni gloriose. Però alla mia debolezza non è lecito solleuarsi a tal’argomenti, e sublimità pericolose, con aggirarsi tra Labirinti de’ Politici maneggj, et il rimbombo de’ bellici Oricalchi: solo che hauendo hauuto notitia di fatti memorabili, se ben capitorno a gente meccaniche, e di piccol affare, mi accingo di lasciarne memoria a Posteri, con far di tutto schietta e genuinamente il Racconto, ouuero sia Relatione. Nella quale si vedrà in angusto Teatro luttuose Traggedie d’horrori, e Scene di malvaggità grandiosa, con intermezi d’Imprese virtuose e buontà angeliche, opposte alle operationi diaboliche. E veramente, considerando che questi nostri climi sijno sotto l’amparo del Re Cattolico nostro Signore, che è quel Sole che mai tramonta, e che sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai calante, risplenda l’Heroe di nobil Prosapia che pro tempore ne tiene le sue parti, e gl’Amplissimi Senatori quali Stelle fisse, e gl’altri Spettabili Magistrati qual’erranti Pianeti spandino la luce per ogni doue, venendo così a formare un nobilissimo Cielo, altra causale trouar non si può del vederlo tramutato in inferno d’atti tenebrosi, malvaggità e sevitie che dagl’huomini temerarij si vanno moltiplicando, se non se arte e fattura diabolica, attesochè l’humana malitia per sè sola bastar non dourebbe a resistere a tanti Heroi, che con occhij d’Argo e braccj di Briareo, si vanno trafficando per li pubblici emolumenti. Per locchè descriuendo questo Racconto auuenuto ne’ tempi di mia verde staggione, abbenchè la più parte delle persone che vi rappresentano le loro parti, sijno sparite dalla Scena del Mondo, con rendersi tributarij delle Parche, pure per degni rispetti, si tacerà li loro nomi, cioè la parentela, et il medemo si farà de’ luochi, solo indicando li Territorij generaliter. Nè alcuno dirà questa sij imperfettione del Racconto, e defformità di questo mio rozzo Parto, a meno questo tale Critico non sij persona affatto diggiuna della Filosofia: che quanto agl’huomini in essa versati, ben vederanno nulla mancare alla sostanza di detta Narratione. Imperciocchè, essendo cosa evidente, e da verun negata non essere i nomi se non puri purissimi accidenti….„
— Ma, quando io avrò durata l’eroica fatica di trascriver questa storia da questo dilavato e graffiato autografo, e l’avrò data, come si suol dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica di leggerla? —
Questa riflessione dubitativa, nata nel travaglio del decifrare uno scarabocchio che veniva dopo accidenti, mi fece sospender la copia, e pensar più seriamente a quello che convenisse di fare. — Ben è vero, dicevo tra me, scartabellando il manoscritto, ben è vero che quella grandine di concettini e di figure non continua così alla distesa per tutta l’opera. Il buon secentista ha voluto sul principio mettere in mostra la sua virtù; ma poi, nel corso della narrazione, e talvolta per lunghi tratti, lo stile cammina ben più naturale e più piano. Sì; ma com’è dozzinale! com’è sguaiato! com’è scorretto! Idiotismi lombardi a iosa, frasi della lingua adoperate a sproposito, grammatica arbitraria, periodi sgangherati. E poi, qualche eleganza spagnola seminata qua e là; e poi, ch’è peggio, ne’ luoghi più terribili o più pietosi della storia, a ogni occasione d’eccitar maraviglia, o di far pensare, a tutti que’ passi insomma che richiedono bensì un po’ di rettorica, ma rettorica discreta, fine, di buon gusto, costui non manca mai di metterci di quella sua così fatta del proemio. E allora, accozzando, con un’abilità mirabile, le qualità più opposte, trova la maniera di riuscir rozzo insieme e affettato, nella stessa pagina, nello stesso periodo, nello stesso vocabolo. Ecco qui: declamazioni ampollose, composte a forza di solecismi pedestri, e da per tutto quella goffaggine ambiziosa, ch’è il proprio carattere degli scritti di quel secolo, in questo paese. In vero, non è cosa da presentare a lettori d’oggigiorno: son troppo ammaliziati, troppo disgustati di questo genere di stravaganze. Meno male, che il buon pensiero m’è venuto sul principio di questo sciagurato lavoro: e me ne lavo le mani. —
Nell’atto però di chiudere lo scartafaccio, per riporlo, mi sapeva male che una storia così bella dovesse rimanersi tuttavia sconosciuta; perchè, in quanto storia, può essere che al lettore ne paia altrimenti, ma a me era parsa bella, come dico; molto bella. — Perchè non si potrebbe, pensai, prender la serie de’ fatti da questo manoscritto, e rifarne la dicitura? — Non essendosi presentato alcuna obiezion ragionevole, il partito fu subito abbracciato. Ed ecco l’origine del presente libro, esposta con un’ingenuità pari all’importanza del libro medesimo.
Taluni però di que’ fatti, certi costumi descritti dal nostro autore, c’eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni; e ci siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo, per chiarirci se veramente il mondo camminasse allora a quel modo. Una tale indagine dissipò tutti i nostri dubbi: a ogni passo ci abbattevamo in cose consimili, e in cose più forti: e, quello che ci parve più decisivo, abbiam perfino ritrovati alcuni personaggi, de’ quali non avendo mai avuto notizia fuor che dal nostro manoscritto, eravamo in dubbio se fossero realmente esistiti. E, all’occorrenza, citeremo alcuna di quelle testimonianze, per procacciar fede alle cose, alle quali, per la loro stranezza, il lettore sarebbe più tentato di negarla. Ma, rifiutando come intollerabile la dicitura del nostro autore, che dicitura vi abbiam noi sostituita? Qui sta il punto. Chiunque, senza esser pregato, s’intromette a rifar l’opera altrui, s’espone a rendere uno stretto conto della sua, e ne contrae in certo modo l’obbligazione: è questa una regola di fatto e di diritto, alla quale non pretendiam punto di sottrarci. Anzi, per conformarci ad essa di buon grado, avevam proposto di dar qui minutamente ragione del modo di scrivere da noi tenuto; e, a questo fine, siamo andati, per tutto il tempo del lavoro, cercando d’indovinare le critiche possibili e contingenti, con intenzione di ribatterle tutte anticipatamente. Nè in questo sarebbe stata la difficoltà; giacchè (dobbiam dirlo a onor del vero) non ci si presentò alla mente una critica, che non le venisse insieme una risposta trionfante, di quelle risposte che, non dico risolvon le questioni, ma le mutano. Spesso anche, mettendo due critiche alle mani tra loro, le facevam battere l’una dall’altra; o, esaminandole ben a fondo, riscontrandole attentamente, riuscivamo a scoprire e a mostrare che, così opposte in apparenza, eran però d’uno stesso genere, nascevan tutt’e due dal non badare ai fatti e ai principi su cui il giudizio doveva esser fondato; e, messele, con loro gran sorpresa, insieme, le mandavamo insieme a spasso. Non ci sarebbe mai stato autore che provasse così ad evidenza d’aver fatto bene. Ma che? quando siamo stati al punto di raccapezzar tutte le dette obiezioni e risposte, per disporle con qualche ordine, misericordia! venivano a fare un libro. Veduta la qual cosa, abbiam messo da parte il pensiero, per due ragioni che il lettore troverà certamente buone: la prima, che un libro impiegato a giustificarne un altro, anzi lo stile d’un altro, potrebbe parer cosa ridicola: la seconda, che di libri basta uno per volta, quando non è d’avanzo.





