
Il manifesto del pensiero politico di Machiavelli. Capitolo 26 del Principe di Mac…
28 Dicembre 2019
L’esempio di Cesare Borgia nel capitolo settimo del Principe
28 Dicembre 2019Il capitolo XXV de Il Principe di Niccolò Machiavelli è uno dei più significativi dell’opera, poiché affronta il rapporto tra virtù e fortuna, due concetti fondamentali nella sua teoria politica.
In questo capitolo, l’autore si interroga sul ruolo del caso e della capacità individuale nella determinazione del successo politico, giungendo a una sintesi che segna un punto chiave della sua visione del potere.
La Fortuna come forza incontrollabile
Machiavelli apre il capitolo riconoscendo che una parte delle vicende umane è governata dalla fortuna, intesa come un principio caotico e imprevedibile che può favorire o ostacolare l’azione politica:
“Io iudico bene questo, che sia vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che anche lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi.”
Con questa affermazione, Machiavelli si distacca sia dal determinismo assoluto, che considera il destino totalmente ineluttabile, sia dall’idea che gli uomini possano esercitare un controllo totale sugli eventi. La fortuna è quindi un elemento di instabilità, ma non è onnipotente: esiste sempre uno spazio di manovra per l’azione umana.
Per illustrare il potere della fortuna, Machiavelli utilizza la celebre metafora del fiume in piena:
“La fortuna dimostra la sua potenza dove non è ordinata virtù a resisterle; e quivi volta i suoi impeti, dove sa che non si sono fatti gli argini e i ripari per tenerla.”
Qui la fortuna appare come una forza naturale devastante, che può sommergere e distruggere coloro che non sono preparati ad affrontarla. Tuttavia, un principe prudente può costruire argini e canali per limitarne i danni, dimostrando così la necessità di un’azione strategica e preventiva.
La Virtù come capacità di adattamento
Se la fortuna rappresenta l’elemento incontrollabile della politica, la virtù è ciò che permette di contrastarla e di sfruttarne le opportunità. Machiavelli non intende la virtù nel senso morale classico, ma come una combinazione di energia, determinazione, intelligenza e capacità di adattamento. Un principe dotato di virtù sa riconoscere i momenti favorevoli e modificare il proprio comportamento in base alle circostanze.
L’autore sottolinea che il successo dipende spesso dall’adattabilità del principe alle mutevoli condizioni della fortuna:
“Colui che si accomoda col procedere della fortuna, riesce; e così, similmente, colui che dalla fortuna si discordano, non riesce.”
Machiavelli distingue due tipi di governanti:
- Quelli che agiscono con prudenza e cautela.
- Quelli che agiscono con impetuosità e audacia.
Nelle epoche di stabilità, il primo tipo può avere successo; nelle epoche di rapido cambiamento, invece, è preferibile il secondo. Per questo Machiavelli afferma che spesso gli uomini falliscono non perché manchino di qualità, ma perché restano legati a un unico modo di agire e non sanno adattarsi.
La Fortuna come donna: la necessità della violenza
Nella parte finale del capitolo, Machiavelli introduce una delle sue metafore più discusse e provocatorie, paragonando la fortuna a una donna che deve essere “battuta e tenuta sotto” da chi vuole dominarla:
“La fortuna è donna, ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla.”
Con questa immagine, egli suggerisce che la fortuna favorisce coloro che agiscono con audacia e determinazione, piuttosto che con prudenza e passività. Questa concezione si collega al tema della forza e della spregiudicatezza, elementi essenziali per chi aspira al potere.
Conclusione: il rapporto dinamico tra Virtù e Fortuna
Il capitolo XXV rappresenta una sintesi del pensiero politico machiavelliano: sebbene la fortuna possa influenzare le vicende umane, non è un destino ineluttabile. Un governante capace deve saper leggere i segni del tempo e adattare il proprio comportamento alle circostanze. La fortuna può aprire opportunità, ma solo chi possiede la virtù saprà sfruttarle a proprio vantaggio.
Questa riflessione, oltre a essere centrale in Il Principe, anticipa il concetto moderno di realismo politico, in cui il successo dipende dalla capacità di rispondere in modo efficace alle sfide dell’ambiente politico.




