
Mantova e dintorni: attrazioni storiche, culturali e naturalistiche
5 Novembre 2025San Benedetto: spiritualità, regola e iconografia di un padre della civiltà euro…
6 Novembre 2025Massimo Ricalzone analizza con passione erudita il mondo dei conventi benedettini, intuendone la profondità spirituale e culturale
Preg.mo Prof. Luigi GAUDIO
Ringrazio per la Sua consueta e pronta disponibilità con sentimenti di stima, affetto e profonda gratitudine.
Che San Benedetto, al quale ho dedicato indegnamente queste poche e semplici riflessioni,
possa accompagnarci e governarci con la sua paterna e sollecita protezione e custodire le nostre anime.
Suo affezionato discepolo, Massimo Ricalzone
Alcune semplici riflessioni sulla vita monastica, la Regola e l’iconografia di San Benedetto
“Ut in omnibus glorificetur DEUS” (affinché in tutte le cose sia glorificato DIO): questo è il motto dell’ordine benedettino. Questa splendida cantazione del nostro Santo Padre Benedetto è divenuta per me principio ispiratore di ogni pensiero, parola, opera e azione.
Voglia DIO Onnipotente, Eterna Verità, degnarsi di dirigermi e guidarmi sempre nel Suo timore, come amorevolmente indirizzò tutta l’opera di San Benedetto, benedicendo la stesura della Regola, che a ragione fu detta il più bel frutto maturato dall’essenza stessa dello spirito cristiano romano.
Essa sorgeva come astro benefico nel limpido cielo dell’Urbe e presto diffondeva i suoi fulgidi raggi in quello nebuloso di remote contrade oltre i confini dell’Italia ad opera soprattutto del figlio spirituale di San Benedetto, Gregorio meritatamente detto Magno. Egli parlando di San Benedetto, uomo veramente insigne e degno di ogni venerazione, lo ritiene davvero benedetto di nome e di grazia a cui preme solo “piacere a DIO solo”, non ricusando disagi e fatiche per amore di DIO. Nella vicenda personale posso dire di avere incontrato lo spirito di San Benedetto come padre amorosissimo nonché monaco esemplare, sempre in preghiera, che accoglie le anime che, con cuore sincero e retta intenzione, intendono sottomettersi al servizio di DIO Onnipotente nella scelta della vita contemplativa e si presentano a chiedere l’abito monastico. Ecco che il Santo Padre Benedetto accoglie tuttora questi come figli diletti, con grande dolcezza e risoluta fermezza. Così recita il Prologo della Regola e così si trova scritto in numerosi locali del monastero: “Ausculta, o fili, praecepta Magistri et inclina aurem cordis tui…” ricevi di buon animo i consigli di un padre che ti vuole bene e mettili risolutamente in pratica, per ritornare con la fatica dell’obbedienza a Colui dal quale ti eri allontanato per la pigrizia della disobbedienza. Ora mi rivolgo a te, chiunque tu sia, che rinunciando ad ogni tua personale volontà per servire nella milizia di CRISTO Signore vero Re, cingi l’armatura forte e gloriosa dell’obbedienza. Si inizia così ad indirizzare ogni nostro atto verso l’alto “ad superna semper intenti” con l’umiltà della vita presente in modo da erigere, con i nostri atti indirizzati in alto, quella scala che apparve in sogno a Giacobbe e per la quale si vedevano salire e scendere gli angeli. Frequenti tra le mura del monastero i dipinti e le rappresentazioni delle scale ove sono raffigurati i monaci che salgono e scendono: la superbia fa discendere e l’umiltà ascendere. La scala rappresenta la nostra vita quaggiù, che DIO, man mano che il nostro cuore si umilia, innalza verso il cielo. La Scrittura divina proclama infatti: “Chiunque s’innalza sarà umiliato e chi si umilia sarà innalzato”. I lati della scala sono il corpo e l’anima: su essi vi sono 12 gradini da salire costituiti da umiltà e disciplina.
I dodici gradi dell’umiltà
Il primo di questi S. Benedetto prevede che il monaco mantenga sempre un Santo Timore di DIO: “initium sapientiae Timor DOMINI” recitano i Salmi e “venite filii, audite me, Timorem Domini docebo vos”. Il Santo Timore di DIO, quel dono specialissimo conferitoci dallo Spirito Santo che ci fa riverire DIO e temere di offendere la Sua Divina Maestà, non già per una paura umana di un male che ci potrebbe capitare, bensì illumina il nostro intelletto ed ispira la nostra volontà distogliendoci dal male ed incitandoci al bene. Il monaco, prescrive il nostro Santo Padre Benedetto, abbia sempre innanzi agli occhi il timore di DIO “timorem Dei sibi ante oculos semper ponens” e “oblivionem omnino fugiat”, guardi di mai dimenticarlo e ricordi sempre tutto ciò che DIO ha comandato e mediti continuamente sull’inferno che arde a causa dei peccati che offendono DIO e sulle delizie della vita eterna preparate per quelle anime che lo Temono.
Il quinto grado dell’umiltà prescrive poiché il monaco, con umile confessione, sveli al suo abate tutti i cattivi pensieri che gli vengono e le mancanze occulte commesse. Al sesto grado dell’umiltà si richiede la contentezza del monaco per qualunque cosa, fosse anche vile o spregevole. Procedendo nella salita della scala, al settimo grado, troviamo la prescrizione relativa all’autenticità dell’umiltà: affinché il monaco si riconosca inferiore a tutti e peggiore di tutti e lo creda veramente con intima persuasione del cuore. L’ottavo grado dell’umiltà richiede che il monaco mantenga una condotta conforme all’usanza comune del monastero e all’esempio dei superiori e dei monaci anziani, onde non fare mai la volontà propria come ammonisce la Scrittura: “allontanati dai tuoi desideri” ed in un altro passo “sono corrotti e sono diventati abominevoli nel seguire le loro voglie”.
Il nono gradino dell’umiltà è quello per cui il monaco frena la sua lingua dal parlare e, mantenendosi fedele al silenzio, non parla finché non sia interrogato. Infatti la Scrittura mostra, nel libro dei Proverbi, che “nel molto parlare non manca la colpa”. Il decimo grado di umiltà prescrive per il monaco l’opportunità saggia di astenersi dal riso perché è scritto nell’Ecclesiaste: “Lo stolto alza la voce quando ride”. L’atteggiamento del monaco deve essere sempre dolce e senza riso, umile e composto, grave, limitato a poche assennate parole, senza volersi imporre con la voce, come prescritto dall’undicesimo gradino. La sintesi poi di tutto il comportamento al quale il monaco deve attenersi è contenuta nel dodicesimo ed ultimo grado dell’umiltà. Essa deve essere posseduta non solo nel cuore ma è importante altresì che venga manifestata con tutta la persona a chi lo vede, in tutti i luoghi ed in tutti i momenti della giornata: nell’ufficio divino, nell’oratorio, in monastero, nell’orto, per strada, in campagna, seduto, in piedi, camminando. Deve mantenere il capo chino, gli occhi fissi a terra, stimandosi reo dei suoi peccati e vedendosi già dinanzi al tremendo giudizio di Dio, ripensando nel cuore ciò che disse il publicano del Vangelo con lo sguardo fino a terra: “Signore non sono degno, io peccatore, di alzare i miei occhi al cielo”.
Saliti dunque questi vari gradi di umiltà il monaco arriva senz’altro a quel perfetto amore di DIO che scaccia il timore e per virtù del quale tutto ciò che prima osservava con paura e sgomento, incomincerà a compierlo con naturalezza, senza sforzo alcuno, quasi per effetto dell’abitudine, non più mosso dal timore dell’inferno ma dall’amore del Signore, dalla stessa buona consuetudine e dalla compiacenza nel bene. Tutto ciò il Signore, per grazia dello Spirito Santo, si degnerà di manifestare nel suo operaio ormai purificato e mondo dai vizi e dai peccati. La grazia opera ciò che la volontà umana non può compiere da sola. La scala humilitatis benedettina è quindi paradossalmente questo: scendere per salire fino a dimenticare se stessi. La vera ascesi non è elevarsi ma discendere: il monaco sale scendendo, trova la vita perdendola, conquista la libertà attraverso l’obbedienza. Il fine è la configurazione a Cristo umile ed obbediente: “imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore”, il cuore che riposa in DIO “ascendere superius” nell’amore di DIO.
La spiritualità benedettina e certosina
La vita del monaco quindi è semplice e profonda: il lavoro delle mani, la preghiera che vale discreta, il silenzio fecondo che custodisce la presenza di Dio nella sapiente distribuzione di “lectio, meditatio, oratio” alla scuola del silenzio in una solitudine aurea. Dalla famiglia benedettina derivarono dunque con grande buon senso ed estrema concretezza monaci Cluniacensi, Cistercensi, Camaldolesi, Olivetani, Silvestrini, Vallombrosani e tutti adottarono la Regola di San Benedetto con richiami agli ideali primitivi dell’antica tradizione monastica, assegnando sempre importanza fondamentale alla celebrazione della liturgia ed all’ufficio divino.
L’eremitismo, organizzato in veri e propri ordini nell’ambito della tradizione benedettina, ed in particolare quello camaldolese fondato da San Romualdo che morì nel 1027 la cui biografia fu composta da San Pier Damiani, è disciplinato dalla cosiddetta “piccola Regola”. Si tratta di un breve testo che esorta i monaci ad una vita eremitica tutta incentrata sul distacco dal mondo, la preghiera e la vigilanza interiore. San Romualdo insegna all’uomo a mettersi alla presenza di Dio come un servo di fronte all’imperatore, svuotandosi di sé, che poi, ricolmo della grazia divina, sarà nella sua cella come nel Paradiso.
Come i pesci muoiono se restano all’asciutto, così i monaci che si attardano fuori della cella o si trattengono fra i mondani, snervano il vigore dell’unione con Dio. Come dunque il pesce al mare, così noi dobbiamo correre alla cella affinché non accada che, attardandoci fuori, dimentichiamo di custodire il di dentro. Si tratta di una spiritualità “esicasta” che predilige lo stato di silenzio, di quiete e di tranquillità che sono il risultato della cessazione del disturbo e dell’agitazione esterni ed interni (tranquillitas mentis) che si possono trovare solo nella cella, luogo di riposo, casa di preghiera ed abitazione di Dio. Contemporaneamente si deve coltivare la cella del cuore, “hesychia interiore”, annullando ogni disturbo derivante dall’attaccamento agli uomini o alle cose del mondo o dalle preoccupazioni per gli affanni terreni. Il monaco deve evitare, restando nella cella fisicamente, di vagare per il mondo con la mente, deve letteralmente lottare per circoscrivere dentro il corporeo l’incorporeo. A tal fine si devono chiudere 3 porte della cella: la chiusura al corpo, alla bocca ed agli spiriti. La preghiera deve essere incessante, come dice S. Paolo “sine intermissione” e così deve essere la custodia dei sensi. “L’unica via per te si trova nei Salmi, non lasciarla mai”. In essi si trovano la condensazione ed il compendio di tutta la Bibbia. “Quando ti viene qualche distrazione non smettere di leggere, ritorna in fretta al testo ed applica l’intelligenza”.
San Romualdo ebbe il dono soprannaturale delle lacrime che sopraggiungevano accompagnando la sua preghiera estatica e la sua anima, trasportata fuori dai sensi e dalle cose visibili, si offriva a Dio tra sospiri e gemiti inenarrabili compiendo l’orazione pura. Giovanni Climaco, monaco, considera le lacrime segno di dolore, compunzione e pentimento. La grazia promessa della “Piccola Regola” sarà concessa a coloro che sulla via dei Salmi persevereranno. Dovranno mettersi alla presenza di Dio come l’uomo davanti all’imperatore svuotandosi completamente. Nella scala di Climaco vi sono 30 gradini da superare: essi corrispondono all’età di Gesù dalla Sua nascita al Battesimo nel Giordano e l’inizio del Suo ministero. Sulla sommità della scala si trova Gesù che accoglie chi riesce a giungere all’ultimo gradino mentre nel mezzo vi si trovano angeli e diavoli che cercano rispettivamente di aiutare le anime o di farle precipitare indipendentemente dal gradino raggiunto. Secondo le parole del Signore, stretta è la via che conduce alla vita e pochi sono coloro che la trovano e, al contrario, larga è la via che conduce alla morte e molti vanno per essa.
L’iconografia di San Benedetto e Santa Scolastica
Nostro Signore nel deserto è il modello. Nella tradizione certosina la spiritualità del deserto è fondamento e pilastro. Tutto l’edificio spirituale è sostenuto da povertà, ascesi, preghiera, liturgia e lettura spirituale, ogni gesto è preghiera. Non mura superbe, non clamore ma celle umili, atti nascosti, un fiume di silenzio che scorre finché l’orante si fonde con Dio. Così nella certosa l’uomo si spoglia del mondo e, nel silenzio immenso, incontra il volto di Dio.
La struttura prevede 3 cerchi concentrici costruiti intorno alla solitudine ed al silenzio dei monaci: il territorio del deserto, le mura del monastero e le mura dell’eremo. Come una città medievale era protetta dalle mura e dai fossati, così questi 3 cerchi concentrici proteggono il centro sacro, cioè il cuore del monaco, dove solo Dio può entrare. La solitudine ed il silenzio dell’eremo recano una tale utilità e gioia divina al monaco che questi può praticare un ozio laborioso e riposarsi in una azione quieta nella separazione dal mondo e nella contemplazione di Dio. Si acquista così quell’occhio puro con cui si vede Dio. Dice Gesù: “se il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre”. Aspiriamo a vedere il volto di Dio ed allora troveremo logoranti ed ingannevoli le cose del mondo. “Stat crux dum volvitur orbis”: questo è il motto dei Certosini che proclama la costanza e la fedeltà dell’amore di Dio di fronte al continuo mutare del mondo, simboleggiato dalla croce immutabile che sormonta il globo simbolo del cambiamento. Sopra la croce le 7 stelle che ricordano il fondatore dell’ordine, San Bruno da Colonia, ed i 6 monaci che lo accompagnavano. Le stelle ricordano anche il sogno premonitore fatto da Sant’Ugo, vescovo di Grenoble, che vide la realizzazione del futuro ordine. Spesso compare anche, nella simbologia certosina, la massima: “vera solitudo, sola beatitudo”: la vera beatitudine si ha solo nella solitudine, unica vera felicità che dev’essere cercata per incontrare il Signore e vivere solo di Dio e per Dio solo.
Trova nella tradizione certosina un posto primario la figura di San Giovanni Battista quale esempio biblico della vita solitaria nel deserto in attesa della venuta del Messia, trascorsa in preghiera ed ascesi. La Vergine S.S. che concepì il Verbo Eterno, il Suo Divin Figlio, nel silenzio della Sua fede è il grandioso modello ispiratore dei monaci certosini che hanno intitolato nei secoli tutte le loro chiese (certose) a San Giovanni Battista ed alla S.S. Vergine Maria e ne hanno posto il sigillo sulle pareti costituito dal monogramma CART o CARTUSIA ove solitamente la lettera “C” incorpora al suo interno le lettere “A” ed “R” stilizzate e la lettera “T” si trasforma in una croce latina. Tra quelle secolari e monumentali pareti si pratica, come in tutto il monastero, in assenza di funzioni religiose, il rigoroso silenzio ove l’anima del monaco, libera finalmente dai pensieri e dalle parole che causano distrazione, si dispone ad ascoltare la presenza viva di Dio nella sua forma più pura di preghiera che nasce dall’ascolto e si compie nell’offerta. I monaci, specie i cistercensi, seguendo il sapiente insegnamento di San Bernardo, riconoscono che ogni parola umana è piccola dinanzi all’Eterno e che la lode più alta è spesso un respiro di stupore. Il silenzio diventa il linguaggio della gratitudine, la preghiera che ringrazia senza chiedere e contempla. Durante il lavoro silenzioso si custodisce la presenza di Dio e, mentre le mani si muovono, si lascia che ogni atto sia animato dalla purezza dell’intenzione. San Bernardo, che era contrario alla speculazione filosofica e prediligeva la contemplazione del Mistero di Dio, scriveva: “troverai più negli alberi che nelle pagine, le pietre ed i rami ti insegnano ciò che gli insegnanti non dicono”. Il “signum silenti” compare nell’iconografia di San Bruno, rappresentato spesso con il dito indice sulle labbra come a custodia della bocca. Tutta questa simbologia molto suggestiva ha lo scopo di ispirare sempre la volontà ed il desiderio di servire Dio. “Serviamo Gesù poiché Egli è un buon padrone” ci dice S. Ambrogio.

La medaglia di San Benedetto
Significativa più di ogni altro oggetto devozionale la medaglia di San Benedetto che presenta sul davanti una croce che l’uomo di Dio tiene nella mano destra, simbolo cristiano della salvezza, ed a sinistra la sua regola monastica. Sotto la croce, a destra di San Benedetto, è presente la coppa avvelenata, in riferimento alla triste vicenda secondo la quale monaci ostili tentarono di avvelenarlo e la coppa, contenente vino avvelenato, si frantumò quando il santo fece il segno di croce su di essa. A sinistra, sotto la regola, troviamo il corvo che porta via un pane avvelenato e perciò la medaglia protegge dall’avvelenamento. Sopra la coppa ed il corvo sono riportate le parole: CRUX SANCTI PATRIS BENEDICTI ed intorno alla figura del nostro Santo Padre Benedetto sono presenti le parole:
EIUS IN OBITU NRO (NOSTRO) PRESENTIA MUNIAMUR, essendo Egli uno dei Santi Patroni della buona morte. La croce contiene le lettere CSSML – Crux Sacra Sit Mihi Lux – e, sul braccio orizzontale, NDSMD – Non Draco Sit Mihi Dux. Sul retro della medaglia vi sono le lettere VRSNSMV (Vade Retro Satana – in senso orario attorno al disco – e Numquam Suade Mihi Vana) ed inoltre SMQLIVB (Sunt Mala Quae Libas. Ipse Venena Bibas – sono cose cattive quelle che spargi, bevi tu stesso i veleni). La croce poi è sormontata dal motto PAX (motto dell’ordine benedettino e ricerca della pace interiore). Nei 4 quadranti realizzati dalla croce centrale si trovano rispettivamente le lettere CSPB (Crux Sancti Patris Benedicti). Ogni lettera dell’iscrizione presente sulla medaglia è parte integrante di un potente esorcismo contro il maligno. Inoltre, se si tiene sul corpo, la medaglia, benedetta da un sacerdote o appesa alla parete di casa o ancora inserita nella corona del Rosario, diventa un mezzo efficacissimo per ispirare la volontà dell’uomo ed il santo desiderio di servire il Signore ed il prossimo. Spesso viene incorporata in un crocifisso per realizzare la “Croce di San Benedetto”. Gli oblati di San Benedetto possono indossare la medaglia in sostituzione dello scapolare di stoffa nera ed in ogni caso l’uso devoto che il fedele ne fa ottiene una parziale indulgenza. Innumerevoli sono i miracoli ottenuti invocando l’intercessione di San Benedetto. È un sacramentale che conferisce la salute dell’anima e del corpo e la grazia di una vita santa per resistere alle tentazioni. San Benedetto, con il segno della croce, sconfisse il demonio ed offre conforto e protezione nell’ora della morte. San Gregorio Magno narra che vi furono, nella storia di San Benedetto, almeno 2 tentativi di avvelenamento. Gli fu presentato una volta un bicchiere di vino avvelenato: egli lo benedisse ed esso si ruppe. Ecco che nella rappresentazione iconografica S. Benedetto tiene in mano una coppa rotta dalla quale esce il drago. Nelle opere che lo ritraggono si pone spesso ai suoi piedi la figura del corvo recante un pane a ricordo di quel pane che gli era stato offerto per procurargli la morte. L’uomo di Dio chiamò il corvo e gli ordinò di portare il pane in un luogo ove non potesse venire raggiunto da alcun vivente e dunque non potesse nuocere. L’uccello obbedì, trasportò il pane e ritornò dopo 3 ore come per rendere conto della sua obbedienza al santo uomo di Dio.
Frequentemente si vede raffigurato l’abito nero monacale, il bastone pastorale da abate, simbolo del suo ruolo di guida spirituale ed il libro della regola. Accanto troviamo talvolta la sorella Santa Scolastica, anch’ella in abito monacale nero con soggolo bianco, con la colomba, simbolo del legame con il fratello, ed il giglio, simbolo di purezza, e talvolta con in mano il libro della Regola. Domenico Corvi, pittore del ’700, autore di numerose pale d’altare, ha presentato in una sua celebre opera le figure di Gesù Cristo e Dio Padre sedute su un trono di nuvole sorrette da teste angeliche ed al centro è posta una colomba. In basso, in uno sfondo paesaggistico, sono raffigurati San Benedetto e Santa Scolastica, patrona dell’ordine delle monache benedettine, e vicino a Lei il giglio. Alle spalle di San Benedetto un angelo sorregge il pastorale, simbolo del santo, ed al centro un secondo angelo regge un messale. San Benedetto sembra indicare con la mano sinistra la casa sullo sfondo del dipinto. Inoltre possiamo pensare all’anima di Santa Scolastica che penetra nel cielo sotto l’apparenza di colomba dopo aver ottenuto il miracolo del prolungamento del colloquio spirituale con il fratello, il quale tre giorni dopo la morte corporale della sorella, durante la recita dell’ufficio divino, vide l’anima innocente di Santa Scolastica salire al cielo sotto forma di colomba.
San Gregorio Magno racconta che Santa Scolastica aveva l’abitudine di fare visita al fratello una volta all’anno ed egli le andava incontro. Un giorno andò ed il suo venerabile fratello le scese incontro con alcuni discepoli. Trascorsero l’intera giornata in santi colloqui e cantando le lodi di Dio fino ad un’ora tarda ed allora Santa Scolastica chiese al fratello di fermarsi fino al mattino con lei, a pregustare, con le loro conversazioni, le gioie del cielo. Alla risposta negativa del fratello, la religiosa, poggiate sul tavolo le mani con la fronte tra le dita, si immerse in profonda orazione. Nello stesso istante scoppiò un violento uragano e la pioggia cadeva a torrenti, mentre poco prima il cielo era totalmente sereno e non si vedeva all’orizzonte neanche una nube. Per San Benedetto e per i monaci ch’erano con lui fu impossibile mettere anche solo un piede fuori dell’abitazione e rimasero per tutta la notte vegliando e nutrendo le anime di santi discorsi. Il miracolo era stato strappato all’onnipotenza divina dal cuore di una donna che ebbe in quell’occasione più potere del fratello perché, come dice San Giovanni, “Dio è amore” e quindi poté di più colei che amava di più.
Talvolta capita di trovare raffigurazioni dell’uomo di Dio sostenuto dai suoi monaci come accade quando emise l’ultimo respiro, in piedi, con le mani levate al cielo, ormai privo di forze. San Benedetto terminò la sua esistenza terrena dopo sei giorni di febbre fortissima e fu prostrato da un calore ardentissimo, circa quaranta giorni dopo la morte della sorella. Poiché di giorno in giorno lo sfinimento diventava sempre più grave, il sesto dì si fece trasportare dai discepoli nell’oratorio, ove si fortificò per il trapasso ricevendo il Corpo ed il Sangue di Nostro Signore. Aveva in precedenza annunciato ai suoi discepoli il giorno del suo “transito” ed ordinò loro di custodire il silenzio. Al momento del “transito” i discepoli presenti come quelli lontani ebbero la medesima visione: videro una via tappezzata di arazzi ed illuminata da innumerevoli lampade che dalla sua stanza, volgendosi verso oriente, si innalzava diritto verso il cielo. Alla sommità vi era un vegliardo raggiante di luce e di splendore il quale disse loro che quella era la via per la quale Benedetto è salito al cielo.
Dante, nel Paradiso, incontrerà l’anima di San Pier Damiani, straordinaria figura del monachesimo dell’XI secolo, che elogia la vita ascetica, la solitudine e le severe pratiche penitenziali ed ha invettive furenti contro la corruzione del mondo e la decadenza degli istituti ecclesiastici. Poco dopo avverrà l
Poco dopo avverrà l’incontro con San Benedetto ed insieme con lui troverà San Macario e San Romualdo ed i primi discepoli dell’uomo di Dio che “dentro ai chiostri fermar li piedi e tennero il cor saldo”, rimasero fedeli alla Regola e non si lasciarono distrarre dalle cure mondane a differenza dei prelati contemporanei del poeta, ghiotti ed amanti del fasto e del lusso. Le interpretazioni artistiche, letterarie e pittoriche sottolineano tutte la santità e spiritualità del grande santo. Numerosi sono stati nel corso della pluri-millenaria storia della Chiesa i pontefici provenienti dall’alveo benedettino e tra questi Bonifacio I, l’illustre e glorioso papa San Gregorio VI e Vittore II e tutti, pur essendo sommi pastori, continuarono ad essere monaci.
Le riflessioni finali sulla vita monastica.
Al termine di queste sommerse riflessioni mi immergo nel silenzio notturno, dopo compieta, ad immagine del monastero che, dopo l’ultima preghiera comune della giornata, presenta il suo aspetto più suggestivo, poetico e struggente quando tutti i monaci escono in fila dal coro, nell’oscurità, per recarsi ciascuno nella propria cella, con il cappuccio calato, e percorrono il chiostro o i corridoi nell’osservanza di un silenzio austero che si protrarrà fino al successivo “matutino” quando ricomincerà il nuovo giorno della liturgia monastica al suono della campana.
Nella tradizione monastica il lavoro non è inteso come semplice attività produttiva, ogni atto quotidiano (coltivare e dissodare la terra, bonificare terreni paludosi, raccogliere, costruire, copiare un manoscritto) ha un senso sacrale e rivela la presenza continua di Dio nelle cose semplici. Il lavoro non sostituisce la preghiera, l’anima è orante nei campi come nel coro, nel meraviglioso equilibrio benedettino che fu mantenuto da San Bernardo e dai suoi successori tra l’azione operosa ed il silenzio fecondo. Nell’equilibrio ritmico, armonioso, scandito dall’alternarsi delle ore liturgiche e del lavoro manuale, il monaco cerca incessantemente Dio proclamando la sua lode con le labbra (“Domine labia mea aperies et os meum annuntiabit laudem tuam” sono le prime parole che il monaco pronuncia al risveglio) ma anche con la zappa e la vanga che fendono la terra con umiltà.
Glorifichiamo sempre il Signore con la nostra vita nell’osservanza dell’esempio e dell’insegnamento del nostro Santo Padre Benedetto, nel totale abbandono consegnando l’intera vita nelle mani di Dio: “In manus tuas, DOMINE, commendo spiritum meum”, consapevoli di portare un tesoro in vasi di creta.
Massimo Ricalzone, esperto di filosofia teoretica
Leggi anche il riassunto del saggio Riflessioni sulla vita monastica, la Regola e l’iconografia di San Benedetto di Massimo Ricalzone, esperto di filosofia teoretica, anche il pdf San Benedetto Riflessioni sulla vita monastica e ebook online qui
Leggi anche il testo integrale e il riassunto del saggio Morte, suicidio e libero arbitrio: un viaggio tra filosofia, fede e umanità di Massimo Ricalzone, esperto di filosofia teoretica




1 Comment
[…] anche il testo integrale del saggio Riflessioni sulla vita monastica, la Regola e l’iconografia di San Benedetto di […]