
Quando lo scroll divora il tempo
23 Gennaio 2026
Il gioco da tavolo come rito moderno nella vita sociale italiana
23 Gennaio 2026Nei decenni passati, ed in particolare fino agli anni sessanta del secolo scorso, non vi era antologia scolastica che non presentasse brani di quell’autore fortissimamente appassionato e coinvolgente che è Giovanni Papini e poesie della scrittrice esemplare, seria ed autorevole insegnante Ada Negri.
Entrambi ingiustamente messi da parte, confinati nel crudele ed immeritato oblio, debbono ricevere un affettuoso quanto doveroso ricordo per la loro narrativa e poetica così alta, edificante ed amabilmente pedagogica. La contemporaneità dei due scrittori rende facile l’accostamento delle due anime che raggiungono le vette più alte esprimendo la sofferenza ed il tormento e restando sempre vere e profondamente sincere nella forma più autentica.
“Io non sono mai stato bambino. Non ho avuto fanciullezza”. Questo è l’incipit incisivo, nello stile inconfondibile di Papini, del suo capolavoro autobiografico “Un uomo finito”. L’autore fornisce un ritratto della sua personalità con dei tratti che scolpiscono il suo carattere e la ricerca delineata, audace, orgogliosa di ciò che è elevato, ostinatamente oltre misura.
Fin dalla fanciullezza Papini ha sogni di gloria e si sente incompreso, brutto fino a definirsi “rospo pensoso e scontroso”. La sua profonda introversione è dovuta anche alle disavventure familiari poiché egli nasce fuori dal matrimonio, trascorre il primo periodo della sua vita in un orfanotrofio, l’Istituto degli Innocenti, e solo in un secondo tempo fu riconosciuto dalla madre la quale lo aveva fatto battezzare ad insaputa del padre, un ex garibaldino ateo ed anticlericale.
L’autore avrà sempre un forte legame spirituale con la madre ed una profonda gratitudine verso di lei. I genitori si sposarono solo quando il fanciullo aveva ormai sette anni. Già a quell’età egli viveva tutta l’interiorità in una fantasticheria bramosa, in un desiderio smodato e spasmodico di conoscere, di sapere. Lo sguardo doveva essere evidentemente intelligente, perspicace ma triste, forse sognante con la bocca chiusa, le labbra volontariamente chiuse perché l’anima non era ancora disposta ad aprirsi alla preghiera.
La sua infanzia difficile, la solitudine, l’isolamento volontario, l’allontanamento dal chiasso sfrenato dei suoi coetanei nell’età più bella e la ricerca dei “cantucci più riparati” nella sua casa povera e buia, acuirono l’intelletto e la capacità di non lasciare spegnere la volontà. Si può accostare la sua evasione intellettuale dalla vita profondamente deludente alla precoce operosità ed allo studio “matto e disperatissimo” di Giacomo Leopardi, anch’egli travagliato fin dai primi anni della sua esistenza dal grande tormento interiore dell’incompatibilità di una spiccata sensibilità in una indole solitaria e sognatrice con la realtà in cui era costretto a vivere.
Entrambi, probabilmente a causa della totale immersione nelle letture e negli studi, si consumarono gli occhi causando una condizione di avvilente sofferenza. Papini giunse ad avere una cultura vastissima, ansioso sempre di leggere e dalla lettura, che diventava un atto di elevata sacralità perché considerava sacri tutti i libri che riusciva ad avere a disposizione, nascevano le idee più fantasiose; la lettura alimentava grandemente i sogni ed i sogni di gloria in quell’animo così nobile e sensibile. Sviluppò una molteplicità di interessi culturali ed una grande ansia di rinnovamento culturale.
In quel periodo Papini era povero: lui scriverà “decentemente ma atrocemente povero”, “borghesemente povero, senza fame e senza freddo ma soffrendo”. Risparmiava e faceva economia con tutti i mezzi per dare da mangiare alla sua anima rinunciando, nei giorni di scuola, alla colazione per mettere da parte i pochi soldi necessari per acquistare un libro ed alcuni quaderni ogni settimana.
La mamma, alla quale l’autore rimarrà sempre profondamente legato, vedeva la sua passione e “a forza di indicibili risparmi ed espedienti trovava il modo” di dargli due, tre, e anche quattro soldi per settimana che egli tramutava immediatamente in libri o in giornali di letteratura. È struggente il racconto di quei giorni di passione in cui Papini va e ripassava davanti alla vetrina adorando con gli occhi un libro lungamente desiderato e che non poteva permettersi, leggeva di sfuggita alle mostre dei librai, approfittando delle esposizioni per leggere le strette colonne dei giornali o qualche pagina di libro.
Ricorderà ancora negli anni della maturità gli sguardi sprezzanti che gli lanciavano librai, compagni, parenti, tutti poiché lo vedevano come un ragazzaccio scarno, scontroso, silenzioso e mal vestito, cogli occhi fissi di miope le tasche piene di fogli e prive di quattrini, le mani sudicie d’inchiostro. A volte gli mancava anche la carta per scrivere; erano i giorni dei pennini spuntati che non volevano scorrere e in casa non ve n’erano di nuovi.
Si riconosceva brutto nell’aspetto e spregevole per la miseria ma sotto quelle apparenze sgradevoli c’era un’anima desiderosa di sapere, di conoscere la verità e sotto un cappello consunto vi era una testa spettinata ed in essa un cervello ansioso di entrare ovunque ed una moltitudine di sogni, una mente che vedeva ciò che gli altri non vedevano e dove i più non trovavano che vuoto e desolazione.
L’amarezza e le umiliazioni lo tenevano sempre più lontano dagli altri e tuttavia lo rendevano più degno, con uno spirito purificato dalle privazioni. Così la lettura e la compagnia, quest’ultima non meno educativa e formativa di una ricca biblioteca, la campagna toscana, nuda, povera, grigia, triste, senza lussi, monacale e francescana, aspra, lo ricolmava di quel benessere interiore che gli era precluso dalla città mediocre e diverso dalla genuinità sentimentale dei suoi scenari agresti. Dalla quotidianità di una vita coercitiva, ridotta, provinciale e mortificante derivò un forte pessimismo ed una perenne malinconia frutto di un intelletto troppo elevato che ricercava la natura del dolore e comprendeva la brevità delle gioie di una vita poco promettente e che nulla dava.
La tristezza dell’anima di Papini risultava di difficile comprensione anche a chi gli stava più vicino ossia ai genitori dai quali quell’anima proveniva eppure anche a loro sembrava lontana ed estranea. Trionfa in tutti gli stati d’animo e nella persuasione dell’infinita vanità del tutto, nel convincimento dell’inutilità della vita, sempre la sincerità più autentica anche quando, dopo la scoperta e lo studio approfondito della filosofia di Schopenhauer, in cui condanna l’ostilità al suicidio, propone un suicidio universale, non individuale ma suicidio in massa tale da lasciar deserta la terra destinata quindi a rotolare inutilmente nei cieli.
Intanto il sapere enciclopedico che scaturiva da continue letture pensate e “ruminate” portava l’autore ad un percorso di discernimento delle opere lette ed alla successiva stroncatura, per esempio dei Promessi Sposi e, con il passare delle stagioni anche di gran parte della filosofia che gli parve solo un’espressione dialettica.
Egli divenne una specie di “Gorgia da caffè” che si divertiva a dissolvere le fedi degli altri uomini ed a mettere loro in testa dubbi. È questo il periodo del più aggressivo ateismo del poeta e distruttore, “la belva di Firenze” che, come il Gorgia della classicità, discepolo di Empedocle e raccontato da Platone, si prendeva gioco di quanti sostenevano di poter insegnare la virtù e si deliziava nei sofismi.
La personalità geniale di Papini, ricchissima, che partendo dall’enciclopedismo, intuisce i forti limiti della riflessione positivistica di Darwin e Lombroso, si avvicina al superomismo di Nietzsche e sente fortemente il fascino e l’influenza di Henri Bergson e della sua teoria dell’intuizione che consente alla filosofia di rientrare in possesso della funzione, tradizionalmente affidatale, di indicare i fondamenti del sapere.
Per Bergson l’intuizione acquista una importanza determinante nella conoscenza della realtà che la scienza da una parte e l’analisi dall’altra descrivono solo esteriormente in termini relativi e provvisori. L’intuizione è dunque lo strumento dell’autentica comprensione filosofica della realtà e l’essenza metafisica della realtà stessa. Il processo scientifico si rivela illusorio mentre, attraverso l’intuizione, si coglie il dilatarsi costante dello spirito e si percepisce lo slancio vitale.
Secondo Bergson l’intuizione si pone all’interno dell’oggetto e ne coglie l’unità assoluta, la fluidità, la durata. La materia è l’ostacolo allo slancio vitale. Il vitalismo bergsoniano esclude ogni meccanicismo ed ogni finalismo poiché se la vita avesse un fine sarebbe priva di libertà o condizionata da un altro ente.
Ecco perché la filosofia deve abbandonare l’intelletto ed il ragionamento per l’intuizione, che però l’uomo non possiede (solo i puri spiriti colgono l’essenza delle cose per un unico atto intuitivo). Si avvicina quindi anche all’attualismo di Giovanni Gentile ed all’idealismo immanentista ove l’unica vera realtà è l’atto puro del “pensiero che pensa” ossia l’autocoscienza. L’idea del pensiero che crea tutto non è conciliabile con la visione cristiana rispetto alla quale c’è un’opposizione antitetica. Il primato del pensiero sull’essere deriva dall’anti-metafisica di Cartesio che, svalutando la coscienza sensitiva dell’uomo lo riduce in puro spirito ossia un angelo con i pericoli morali ed ascetici che ne conseguono perché “chi vuol fare l’angelo fa la bestia” ed ecco “la belva di Firenze”.
Si ritrova nella visione di Papini di quegli anni anche l’influenza di Berkeley che vede la realtà solo come materia che viene percepita attraverso le nostre sensazioni soggettive. Papini è ancora sferzante, profondamente anti-cattolico, separato e meditante, irriverente e, nella Firenze culturalmente molto vivace dell’inizio Novecento, aderisce al Futurismo con il suo ardore e l’ansia di un rinnovamento radicale dell’arte e del costume, e, smanioso di andare contro corrente.
Mentre sogna archi di trionfo ha intorno a sé un mondo piccino borghese, uno spettacolo di marionette che egli guarda finalmente con fierezza, dopo tante sofferenze, e giura a se stesso che diventerà grande prima di morire.
Ecco il testo con la formattazione richiesta, mantenendo l’integrità assoluta di ogni parola:
Quello che Papini definisce “l’armento festivo” è lo sfondo borghese di quella società incartapecorita contro la quale egli si scaglia, carico di passione, poeta e distruttore, distruttore di cose originali contro la pedanteria delle abitudini.
Per sentirsi futurista è necessario essere pervaso di sensibilità intuitiva e passare furtivamente tra gli attimi impercettibili dell’evoluzione per scoprire le nuove vie che portano all’arte futurista, nella quale nessun concetto, nessuna linea, nessuna forma, nessun colore, nessuna sagoma, nessuna frase, nessuna nota musicale ricorderà il benché minimo segno dell’arte passata.
Il Futurismo doveva, nell’intento dei suoi artefici, distruggere con le future guerre, uomini e cose, disinfettando il mondo dal conservatorismo parassita. C’è il desiderio di liberarsi da tutto e da tutti, la voglia di “buttare via i mantelli della religione, le giacchette della filosofia, le camicie dei pregiudizi, le cravatte scorie degli ideali, le scarpe della logica, le mutande della morale” e di ritornare nudi nell’anima come l’Adamo innocente fu nudo nel corpo.
“Bisogna ripulirsi l’anima, disinfettare il cervello, disprezzare gli uomini ed anche odiarli ed ammazzarli ma in fondo amarli. “Tutto quel che facciamo è per loro, quel che diciamo è per abbagliarli, per spaventarli: facciamo la guerra per renderli migliori“.
Ed ecco che per svegliare ed illuminare gli uomini contemporanei, assopiti, immersi nel torpore, si rende necessario il giornale, assolutamente necessario come vendetta delle malinconie e tromba wagneriana di tutte le sfide. E il giornale si fece, finalmente e coraggiosamente con altri pochi ardimentosi, tutti squattrinati, desiderosi di demolire e di ricostruire palazzi in una sola notte con facciate lunghe mille finestre, un giornale incandescente che avrebbe dovuto chiamarsi, nell’intenzione dei fondatori, la Vampa.
Pensarono poi ad una spietata offensiva contro i miti e le fedi ed il titolo del giornale avrebbe potuto significativamente essere L’iconoclasta. Intanto il gruppo, inizialmente molto ristretto dei giovani furiosi congiurati, si infoltiva ed arrivavano altri giovani timorosi e curiosi al tempo stesso a cui era necessario e parlare quasi segretamente poi veniva l’affiatamento, il tu cameratesco, la dichiarazione di guerra a tutte le accademie.
Scelsero come titolo del giornale “Leonardo” con evidente riferimento all’illustre scienziato che aveva cercato la verità tra macchine e cadaveri sognando la potenza divina dell’uomo. Quello era il periodo in cui Papini desiderava proporsi come educatore e maestro ma non tentò di affascinare con le dolcezze, di blandire gli uomini: voleva scuoterli sbattendoli contro il muro. Egli dice che si comportava con gli uomini come i domatori con le belve morte istupidite ed associate nei serragli, metaforicamente, li pungeva con feroci sarcasmi, li fustigava.
In tutta la sua vita sarà sempre un erede della sincerità anche ai tempi dell’ateismo più aggressivo quando ogni suo gesto, ogni parola, anche gli scherzi sembravano studiati o dettati dalla superbia: ne “Un uomo finito” racconta che il vero detto così crudelmente poteva giovare assai più alle anime altrui che ai miei propri interessi. Nella sua opera “Un uomo finito” una tra le diceva sempre il vero e più belle, Papini ci presenta il ritratto della sua anima, della sua vita d’azione e della sua vita interiore: “le donne non mi hanno corrotto ma neanche purificato. Sono state in disparte”.
Non è ancora convertito, non vede in Dio tuttavia vuole avvicinare l’uomo a Dio poiché l’umanità, dopo alcuni passaggi avvenuti nella storia, dalla brutalità alla belva vegetativa e successivamente alla sublimità artistica, manteneva ancora una certa barbarie che richiedeva un’attenzione alla parte più alta e nobile ossia all’anima. Egli dirà: “Se vogliamo perfezionare l’uomo bisogna rendere perfetto lo spirito” si definisce “un povero affamato di grandezza”.
Soltanto l’arte poteva fare il miracolo ed infatti Papini, rivendicando la necessità di occuparsi anche dell’arte diventa capo redattore della terza pagina della rivista “Leonardo”. Tutti i collaboratori si autotassano per sostenere le spese ed adottano uno pseudonimo: Papini si firma “Gian Falco”, Prezzolini “Giuliano il Sofista”.
La terza pagina culturale verrà definita la migliore tra quelle comparse a Roma dai tempi del Fanfulla, altro celebre giornale fondato molti anni prima e pubblicato dapprima a Firenze poi a Roma con ispirazione al cavaliere e condottiero del secolo Fanfulla da Lodi che, insieme ad Ettore Fieramosca ed altri ardimentosi cavalieri, prese parte alla famosa disfida di Barletta.
È il periodo esaltante delle riviste futuriste, dello svecchiamento della vita culturale ristagnante nell’ambito ristretto provinciale, di un passato, seppur glorioso, irripetibile. In un’atmosfera tra erudita e vagamente nostalgica il “Leonardo” fu fondato a Firenze da Papini e Giuseppe Prezzolini nel 1903. Inizialmente influenzato dal pensiero di Nietzsche, dall’estetismo dannunziano e dall’idealismo, raggruppa giovani letterati che condividono con i fondatori più gli odi che i fini. Si stabilisce la volontà di rovesciare un mondo “passatista ed erudito” e si svolgono accesi dibattiti tra positivismo e pragmatismo. La posizione di Papini e Prezzolini è decisamente antipositivista.
In una seconda fase nascerà poi una notevole attenzione verso l’insegnamento della religione e cominceranno a comparire, sulla rivista, articoli di carattere mistico-religioso. L’amicizia tra Papini e Prezzolini sarà per tutta la vita. Mentre nelle “Memorie d’Iddio” Papini invitava tutti gli uomini ad essere atei, provvidenzialmente incontrava ed iniziava a frequentare amici le cui anime appartengono già a Dio e che lo spingono a cercare la fede: si tratta dei letterati Tommaso Gallarati Scotti e Domenico Giuliotti.
Nel frattempo viene progettata la nuova rivista futurista “La Voce” che sarà la più importante tra le riviste dell’epoca i cui temi principali saranno la cultura e la politica e costituirà un sostanziale veicolo del Futurismo italiano e pubblicherà contributi di artisti e scrittori quali Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del movimento, Boccioni, Carrà, Palazzeschi.
Gli elementi essenziali della voce saranno l’esaltazione dell’energia, della temerità, la violenza verbale travolgente ed incendiaria, la volontà di liberare l’Italia dalla “fetida cancrena di professori, di archeologi, di ciceroni e d’antiquari”. Il tono polemico contro il conformismo borghese è sempre dominante, “già per troppo tempo l’Italia è stata un mercato di rigattieri!”.
Siamo nel 1908, il manifesto che accompagna la fondazione del Futurismo verrà pubblicato l’anno successivo: il fervore del rinnovamento culturale d’inizio secolo condiviso eterogeneamente dalle correnti idealiste, intuizionistiche, irrazionalistiche accomuna questi giovani letterati. Marinetti scrive: “i più anziani fra noi, hanno trent’anni: ci rimane dunque almeno un decennio per compiere l’opera nostra. Quando avremo quarant’anni, altri uomini più giovani e più validi di noi, ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili, noi lo desideriamo”.
Vi fu inoltre un’attenzione significativa verso le avanguardie artistico-letterarie straniere e vennero fatte conoscere al pubblico italiano personalità di altri stati nella suprema volontà di “uccidere dovunque la solennità!”. Nel panorama variegato degli spazi della Voce, che ospitava racconti, versi, novelle, riproduzioni fotografiche di quadri e di sculture, parti di diari, frammenti di letteratura, opere le più disparate purché vitali, ampia considerazione ricevevano i dibattiti sull’analfabetismo, sulla crisi morale della scuola e delle università italiane e, non ultima, la questione meridionale.
Talvolta emerse la differenza di vedute politiche dei collaboratori che mantennero comunque sempre la promessa iniziale fatta dai fondatori, ed alla quale aderirono, di essere onesti e sinceri. Rimasero saldamente fedeli all’etica della vita intellettuale anche nell’acceso dibattito politico del 1911 nato dall’annuncio della campagna di Libia nel quale i nazionalisti di Enrico Corradini esultano per l’impresa coloniale mentre Papini e Prezzolini sono contrari e sulla Voce uscì l’articolo intitolato: “perché non si deve andare a Tripoli”.
Essi consideravano prioritaria la necessità di distruggere la fatalistica indifferenza dei giovani meridionali volendo fare di questi degli ardimentosi capaci di sbalordire la grassa borghesia con la rinuncia al sentimentalismo ed alla sensualità morbosa che offuscano l’anima ed il cervello. Tuttavia, sempre guidato da grande onestà intellettuale, a guerra iniziata, Prezzolini e Papini invitavano alla disciplina nazionale ed al dovere di sacrificare le personali vedute dinanzi al pubblico interesse.
Papini fu anche direttore della stessa rivista cosiddetta “gialla” per il colore delle pagine e caratterizzata dal simbolo o lettera iniziale di Voce, legato all’idea di vittoria, valore, vanadio (quest’ultimo in linea con l’esaltazione futurista dell’acciaio, della lega, del catalizzatore metallurgico). Il motto è “non si distrae chi è intento ad un lavoro”. Attraverso i loro articoli diffondono energicamente il principio futurista marinettiano: “marciare, non marcire”.
La rivista cesserà definitivamente la sua attività nel dicembre 1916 quando ormai Papini, terminata la fase di propaganda interventista, si era già allontanato. Il marchio verrà poi rilevato nel 1928 dall’editore Leo Longanesi. Nel 1914 però, allo scoppio della guerra, nell’infuocato dibattito tra interventisti e neutralisti, si assiste ad una formidabile passione interventista da parte di Papini, ancora ostinatamente bestemmiatore ed ateo, che l’anno prima aveva fondato, sempre nella sua Firenze, con Ardengo Soffici, la rivista di avanguardia, arte, letteratura e politica, Lacerba, in funzione della divulgazione delle idee futuriste e della celebrazione dei miti futuristi della modernità, del dinamismo, della velocità, della macchina e della guerra.
La rivista, creativa e provocatoria, riportava alla data del 1° ottobre 1914 l’articolo di Papini “Amiamo la guerra” ove l’autore assume una netta posizione a favore dell’interventismo caldeggiando l’ingresso dell’Italia in guerra in linea con Marinetti, con il filosofo Giovanni Gentile, con Prezzolini e con la maggior parte dei futuristi che sperano si completi il Risorgimento italiano con la conquista di Trento e Trieste e si risolva il conflitto con la sconfitta dell’impero asburgico. Tutti anelano ad una rinascita tale da rinvigorire l’umanità decaduta e, nel fanatismo interventista, la guerra deve essere dunque rigeneratrice, anticlericale, anticristiana secondo una concezione di umanesimo integrale che abolisce la trascendenza.
La scelta del nome Lacerba deriva dal titolo di un poema dello scrittore eretico Cecco d’Ascoli del XIV secolo in aperta polemica verso la poesia ed in particolare nei confronti della Divina Commedia. Ed è rappresentativo di questo spirito marcatamente polemico anche la scelta del motto della rivista: “qui non si canta al modo delle rane”.
L’intesa intellettiva, la vicinanza affettiva e la profonda amicizia con Prezzolini dureranno tutta la vita. Papini, grazie al suo intuito formidabile, riusciva ad anticipare i pensieri ed i desideri del suo amico. Anche nella posizione interventista non mancò l’intesa: entrambi promotori e sostenitori ferventi dell’intervento celebravano la guerra come “la fine della siesta della vigliaccheria” e la rinascita di uno spirito guerriero, l’esaltazione del coraggio, la modernizzazione che ne deriva e che spazzerà via edifici vecchi e ruderi come voleva l’ideologia futurista, eliminando “vecchie case e vecchie cose”.
Entrambi diventeranno collaboratori de “Il Popolo d’Italia”, quotidiano fondato da Benito Mussolini nello stesso anno per dare risalto alla linea interventista. Prezzolini si arruola volontario desideroso di combattere al fronte, sarà tenente degli Arditi sul monte Grappa dopo la disfatta di Caporetto che egli paradossalmente ritiene una vittoria perché in seguito a quella sconfitta gli Italiani rinnovarono un grande ardimento. Papini non potè seguirlo perché venne riformato a causa della miopia e tuttavia sostenne, attraverso le colonne del giornale e le pagine della rivista, la guerra che, seppure spaventosa, deve essere virilmente amata con atteggiamento maschio, senza sentimentalismi, necessaria per rigenerare l’Italia e purificarla dalla vicenda giolittiana.
Sono evidenti nelle rispettive linee di pensiero alcune divergenze: Prezzolini è fondamentalmente hegeliano, un mistico dell’Assoluto, fautore del misticismo idealistico. Papini e Soffici sono invece nazionalisti e vogliono uno scontro tra barbarie e civiltà ove la Germania rappresenta la barbarie. Scrivono sulla Voce letterati autorevoli che diverranno grandi celebrità del XX secolo quali Giuseppe Cardarelli, Giuseppe Ungaretti, Corrado Govoni.
Papini scrive centinaia di novelle nella prospettiva critica di rilettura del mondo alcune delle quali sono maggiormente conosciute come “Il pilota cieco” o “Il Tragico Quotidiano” ove l’autore narra la sua crisi esistenziale culminante in un suicidio simbolico pianificato in un’assurda sostituzione che lo porta a morire suicida al posto di un altro, per liberarsi di sé dopo avere scoperto di essere privo di identità. È un suicidio mentale di un uomo alienato che pensa di essere solo illusione e costruzione realizzata da altri. La tragica realtà della vita moderna con le disarmonie e sofferenze che questa implica viene esaminata da Papini nei saggi pubblicati sulla rivista nella raccolta “Il tragico quotidiano”.
Nell’incontenibile fervore intellettuale e nella passione artistica di questi anni si può associare Papini alla figura di Vittorio Alfieri, ribelle ed appassionato. Entrambi gli autori nella dedizione totale alla passione letteraria non lesinano sacrifici smisurati e si impongono una disciplina estrema aspirando all’autodeterminazione ed alla grandezza individuale emblematicamente espressa dall’Alfieri nel “volli, sempre volli e fortissimamente volli” e da Papini nel suo titanismo e nella sua ribellione inarrestabile pur nella consapevolezza del suo fallimento.
Si riscontra inoltre l’affinità del pensiero di Papini con la filosofia di Leopardi, accomunati dal profondo pessimismo, dalla sofferenza e dalle delusioni dell’esistenza che, partendo dall’introspezione, entrambi gli autori esprimono in un contrasto insanabile con gli elementi dominanti delle rispettive società del loro tempo.
A voler considerare invece i possibili accostamenti tra giganti contemporanei in due ambiti apparentemente diversi ma non slegati tra loro, ossia Papini nell’universo letterario e Giorgio De Chirico come figura chiave nella pittura metafisica, è necessario precisare che, nell’evoluzione artistica di ogni uomo esistono epoche diverse contrassegnate ciascuna da un orientamento diverso e talvolta i vari periodi sono anche parzialmente o totalmente in contrasto tra loro quindi non è raro sentir parlare di un primo periodo, di un secondo periodo, di una terza fase e così via dipendenti dai processi evolutivi del pensiero dell’individuo dalla conversione e comprensione.
Accostare Papini ad altri autori di epoche diverse o contemporanei vuole essere un tentativo di cogliere delle affinità intellettive e filosofiche presenti non necessariamente in uno specifico ambito limitatamente ad un periodo, ad alcune opere, all’intera esistenza oppure alla totalità della produzione. Per esempio nel De Chirico futurista sono presenti elementi che successivamente vengono abbandonati nella pittura metafisica e che apparentemente addirittura sembrano contrastare con il Futurismo, essendo impostata questa principalmente sulla ricerca delle suggestioni magiche, il mistero e l’enigma, l’inquietudine delle atmosfere.
Papini e De Chirico, in questa fase, vanno oltre ciò che è comune ed ordinario, cercano un significato più profondo nell’affascinante atmosfera enigmatica dell’immobilismo. Troviamo allora i paesaggi vuoti di De Chirico caratterizzati da piazze vuote ove gli elementi presenti (portici, archi, colonnati, torri) rendono all’osservatore una sensazione di sospensione del tempo e di mistero insondabile accentuato dall’assenza di figure umane e dalla presenza di ombre ben delineate, geometricamente proiettate al suolo.
“L’enigma dell’ora” una delle opere più famose di De Chirico presenta un orologio su una parete con le lancette ferme a pochi minuti dalle ore 3 e pone una sospensione temporale fuori dal tempo cronologico ove la scelta dell’ora, in una visione trascendentale e misteriosa, farebbe pensare all’ora nona (le tre del pomeriggio), ora della morte di nostro Signore in croce il Venerdì Santo dopo l’agonia.
I pensieri di Papini nel periodo precedente la conversione al Cattolicesimo potevano essere orientati verso il superamento dell’orgoglio esasperato e sferzante e protesi verso l’accoglienza della grazia soprannaturale prima di culminare nell’amore sconfinato per il Signore, lettura dei Vangeli e di innumerevoli opere religiose con tutto l’ardore della fede di cui verrà ricolmato.
Con la conversione Papini inizia la stesura del suo capolavoro “Storia di Cristo”, composto a partire dal 1919 e pubblicato dall’editore Vallecchi nel 1921. Questo miracoloso cambiamento della sua esistenza spirituale ed intellettuale, esteso a tutta la sua persona ed alla sua vita, non verrà più messo in discussione e sarà per l’uomo nuovo una continua ascesa verso la verità che egli aveva cercato incessantemente con bramosa onestà. Rileggerà i Santi Evangeli senza la petulante animosità volterriana dei primi anni, questa volta per cercarvi la verità che è Cristo stesso “via, verità e vita”, farà visita alle chiese per ammirare l’arte sacra in tutta la sua intramontabile bellezza e per trovarvi Nostro Signore, Sommo Bene, fonte ineffabile di gioia, verità indefettibile.
Leggerà S. Agostino e Pascal, scriverà successivamente un’opera memorabile intitolata proprio “Sant’Agostino”, un capolavoro biografico appassionato, coinvolgente, narrativo nel quale Papini ripercorre la propria storia di peccatore, cercatore instancabile della Verità poi di convertito in età matura “troppo tardi ti ho amato” e di pellegrino verso la “civitas Dei”. Come S. Agostino, Papini ha seguito la strada dell’errore, come il grande Santo d’Ippona, attraverso l’intelletto, la mente, la riflessione profonda e soprattutto la grazia divina giunge all’incontro amorevole con Gesù.
La loro conversione non è istantanea come quella di San Paolo o di Paul Claudel che in un istante credette. Paul Claudel, anch’egli letterato francese, non credeva era assetato di verità, di qualcosa di consistente e solido: era disperato. Entrando nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, ai Vespri, sente il canto del Magnificat che si diffonde in tutta la sua sacra melodia ed egli, in piedi, in mezzo alla moltitudine dei fedeli, in un istante, viene toccato e crede con una forza d’adesione totale ed una fede incrollabile che nessuna delle vicende della sua vita agitata hanno potuto scuotere. Ecco la certezza assoluta della verità ottenuta in modo istantaneo e fulmineo per Paul Claudel, in maniera più graduale per Agostino e Papini ma sempre elargita da Dio che, con amore, ha atteso i suoi figli attraverso la potentissima intercessione di Maria S.S..
Papini, la belva di Firenze, avvelenato fin dall’infanzia dalle idee atee del padre e divorato sempre più dalla ferocia furibonda, dopo aver scritto, tra le tante opere piene di bestemmie, “Le memorie d’Iddio”, con un titolo che potrebbe anche trarre in inganno, ove ammonisce “uomini, uomini di tutto il mondo diventate atei, fatevi atei subito. Il Dio che voi avete inventato ve lo chiede”, dopo che era stato intentato contro di lui un processo per oltraggio alla religione in seguito all’articolo blasfemo “Cristo, peccatore”, apre tra il 1919 e il 1921 uno spiraglio nel cuore per l’incontro con Dio.
Arriva la prima Comunione della figlia Viola preparata con paziente cura dalla moglie che aveva mantenuta la fede, poi è la volta dei salutari esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola. La ricerca spasmodica della verità, almeno un atomo di verità, sinceramente agognata, è appagata, è la fine dell’ateismo, casa della disperazione, rinnega i suoi scritti precedenti fatti come “sotto dettatura del diavolo”, vorrebbe distruggerli ed incendiarli tutti facendone un rogo della vanità che lo aveva portato a voler diventare DIO.
Egli dirà di se stesso “un uomo che voleva diventare Dio, ha scritto di un Dio che si è fatto uomo” e scriverà il suo capolavoro “Storia di Cristo”, (oltre 500 pagine, 96 capitoli), pagine estremamente commoventi, cariche di tensione interiore profondamente spirituali, ricche di amore sincero, autentico per Cristo che egli sente vivo. Cristo è sempre vivo in noi. C’è ancora chi l’ama e chi l’odia. C’è una passione per la passione di Cristo e una per la sua distruzione. Nessun tempo fu, come questo, tanto diviso da Cristo e così bisognoso di Cristo.
Cesare ha fatto, ai suoi tempi, più rumore di Gesù e Platone insegnava più scienze di Cristo. Ancora se ne ragiona, del primo e del secondo, ma chi s’accafona per Cesare o contro Cesare? E dove sono, oggi, i platonici o gli antiplatonici? La candida sobrietà degli Evangelisti storici non potrà mai essere vinta da tutte le meraviglie dello stile e della poesia. I primi che adorarono Gesù furono animali e non uomini. Fra gli uomini Egli cercava i semplici, tra i semplici, i fanciulli.
Gesù è nato in una stalla (prime parole del libro-ouverture): Papini riflette sulla molestia della stalla buia, sporca, maleodorante, il mondo visto come stalla dove gli uomini cambiano, per infernale alchimia, le cose più belle, più pure, più divine, in escrementi e poi si sdraiano sui monti di letame e chiamano ciò “godere la vita”.
Papini s’intenerisce nel constatare che l’universo intero, il creato adora Gesù Bambino: le bestie, la natura (il bue e l’asinello), il popolo (i pastori), i sapienti ed il sapere (i Magi). Considera poi come “vita Christi fuit crux et martirii” e la sanguinosa offerta di anime pure (la strage degli innocenti operata dall’idumeo, barbaro Erode, uxoricida e figlicida) aveva un quella dei martiri dopo la risurrezione di Cristo.
Gesù poi aveva grande amore per la campagna e ne prese il linguaggio. Egli aveva visto, nella sua Galilea, il fico che ingrossa e matura sotto le grandi foglie scure, aveva osservato i secchi tralci della vite invertirsi di pampani e dai tralci pendere i grappoli biondi e viola per la gioia dei vendemmiatori, aveva visto la senapa alzarsi, ricca di rami leggeri, dall’invisibile seme, aveva visto seppellire nella terra il chicco di grano che sarebbe risuscitato sotto forma di spiga colma. Nato tra i pastori e per divenire pastore degli uomini ha contemplato ed amato le pecore, le pecore madri che ricercano l’agnello smarrito.
L’impeto altamente lirico di Papini, unito alla profonda conoscenza dell’umanità e della divinità di Cristo, essendone egli innamorato sinceramente con lo slancio del convertito che cerca di conoscere per amare perché senza conoscere non si può amare, vede nel Messia il padrone della fiamma: l’albero che non fa frutto viene gettato come i tralci della vite mondata dall’agricoltore, il grano sarà anch’esso mondato dalla pula con il vaglio e questa sarà bruciata sull’aia con fuoco inestinguibile come la zizzania.
Il Messia battezzerà con il fuoco, San Giovanni Battista con l’acqua. Il Precursore, presentato come un uomo sprezzante dei piaceri al pari di uno stoico quasi sovrumano, è per Papini, anch’egli infuocato, ardente d’amor divino al punto di non temere affatto l’inimicizia e l’ostilità dei farisei e dei sadducei né degli altri uomini reputati potenti ch’egli identifica con la durezza delle pietre e la velenosità delle vipere con il cuore e l’intelletto pietrificati l’uno nell’egoismo, l’altro nell’osservanza solo esteriore della legge e dei precetti e che solo il fuoco potrà vincere perché l’acqua vi scorrerebbe sopra senza produrre alcun effetto.
Questi dovranno fare proprio il contrario di ciò che hanno fatto fin qui altrimenti saranno inceneriti da Colui che battezzerà con il Fuoco. Papini trova in Gesù l’Assoluto, la limpidezza dello sguardo, la dolcezza del sorriso, della voce, del pensiero, la trasparenza, la tranquillità della purezza perché Egli non ha bisogno di convertirsi, Egli è sempre stato puro, puro tra gl’impuri, sano tra i malati.
Il convertito invece mantiene in sé un certo turbamento spirituale, il timore di non essersi spogliato completamente dell’uomo vecchio, dell’immondizia del passato. Ha pagato, ha sofferto terribilmente, ha giunto alla salute dell’anima dopo tanta sofferenza e tuttavia teme di metterla a repentaglio e di esporsi ad un nuovo contagio, di contrarre nuovamente la malattia del peccato tanto detestato dopo la salute del fare penitenza.
L’uomo è una bestia che deve diventare Angelo, se la bestia ha il sopravvento, dice Papini, “l’uomo scende al di sotto delle bestie perché mette l’intelletto al servizio della bestialità, se l’Angelo vince la bestia diventa Santo ed il santo diventa Angelo, simile a DIO”.
Chi riconoscerebbe ancora il Papini furioso e sacrilego degli anni che precedettero il 1919, la belva di Firenze si muta in agnello e diventa terziario francescano con il nome di Bonaventura per confermare il cambiamento radicale, la metamorfosi e l’adesione totale all’uomo nuovo. Nel momento della morte volle essere chiamato con questo nome. Roberto Ridolfi, celebre storico, suo intimo amico, gli rimase accanto nell’ultima parte della sua vita caratterizzata da una terribile sofferenza nel corpo, uno stato miserevole di dipendenza pressoché totale.
Papini era ormai completamente cieco ma gli era rimasta la luce interiore e la facoltà di amare e la felicità di essere amato dai familiari e da quelli che gli vollero bene. In uno degli ultimi giorni disse: “DIO sarà sempre con me!”. Rileggere Papini è un modo per onorarlo ma anche per continuare a camminare con lui “ad DEUM”.
Massimo Ricalzone, esperto di filosofia teoretica
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