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24 Aprile 2026Le nuove Indicazioni nazionali per i licei 2026 sono state pubblicate. Ancora una volta, la scuola italiana sembra cambiare tutto per non cambiare nulla.
Il linguaggio è impeccabile: “sapere pensare”, “discernere”, “costruzione della soggettività”. Un lessico alto, condivisibile, persino seducente. Ma resta sospeso. Perché quando si passa dai principi all’operatività, il quadro si ribalta: gli obiettivi formativi – si legge – “si raggiungono attraverso un’applicazione rigorosa alle singole materie”. Tradotto: ogni disciplina continua a procedere per conto proprio, come sempre.
Dov’è allora la tanto proclamata formazione della persona? Se davvero l’obiettivo è sviluppare capacità generali, non basta sommare matematica, latino e filosofia. Serve una scuola pensata come sistema, non come un mosaico di frammenti. Serve un progetto unitario.
Le nuove Indicazioni, invece, restano dentro uno schema antico: discipline isolate, apprendimenti giustapposti, assenza di unitarietà. È una contraddizione evidente. Da una parte si invoca l’unità della formazione; dall’altra si conserva una struttura che la rende impraticabile.
E non si tratta di inventare nulla. L’autonomia scolastica lo aveva chiarito più di venticinque anni fa: una scuola funziona se progetta in modo coerente, dentro un disegno unitario; formazione, educazione, coordinamento didattico e insegnamento sono elementi gerarchicamente connessi. Non è teoria: è norma.
Ignorarlo oggi significa tornare indietro. Per questo le nuove Indicazioni non sono solo deboli: sono stanche. Ripropongono formule note senza affrontare il nodo decisivo. La scuola non cambia finché la cultura sistemica – fondamento dell’assetto organizzativo – non viene assunta come chiave di volta.
A questo punto la domanda non è polemica, è necessaria: la voce del legislatore disturba?




