
Let’s stay here (lyrics & music by Gianni Peteani)
12 Maggio 2026
Il famoso monologo di Amleto – Essere o non essere, trasformato in un pezzo musicale soft soul, un brano narrativo‑musicale, rielaborato creativamente, con un tono meditativo, profondo, caldo, vibrante, di Gianni Peteani
C’è un modo nuovo di ascoltare Essere o non essere: non come un monologo teatrale, ma come un blues profondo, un soul scuro che sale dal petto e si diffonde come fumo in una stanza illuminata da una sola lampada. Amleto, in questa versione, non parla: canta. E il suo tormento diventa ritmo, groove, battito.
🎤 Strofa 1 – “To Be or Not to Be”
Originale: Essere o non essere, questo è il problema. Soul translation: Essere… o non essere… questo è il blues.
Il brano si apre con un contrabbasso lento, tre note che scendono come passi pesanti nella notte. La voce entra roca, stanca, ma piena di dignità: non è solo una domanda esistenziale, è un riff dell’anima, un dubbio che vibra come una corda tirata troppo forte.
🏹 Strofa 2 – “Slings and Arrows”
Originale: l’idea di sopportare “i colpi e le frecce dell’oltraggiosa fortuna”. Soul translation: Le botte della vita, gli schiaffi del destino.
Qui il ritmo diventa più deciso, quasi un R&B urbano. I fiati entrano come frecce, secchi, taglienti. Amleto non è un principe: è un uomo che guarda il mondo e si chiede se valga la pena resistere o ribellarsi. Il soul gli dà una risposta sospesa, piena di tensione.
🌙 Strofa 3 – “Sleep, Maybe Dream”
Originale: Morire, dormire; dormire, forse sognare… Soul translation: Chiudere gli occhi… e forse volare.
Questa è la ballad del disco. Pianoforte, archi, un sax che piange. Il sonno come liberazione, la morte come un sogno incerto. Il soul non giudica: accompagna. E la domanda resta sospesa come una nota lunga che non vuole finire.
⚖️ Strofa 4 – “Whips and Scorns of Time”
Originale: l’elenco delle ingiustizie: l’oppressore, l’uomo orgoglioso, l’amore disprezzato, il ritardo della legge… Soul translation: Tutte le botte che il mondo ti dà quando non guardi.
Qui il groove si fa più duro, quasi funk. La batteria picchia come il tempo che passa. La voce elenca le ferite, una dopo l’altra, come strofe di un blues antico. È la parte più sociale, più politica, più terrena del monologo.
🔪 Strofa 5 – “A Bare Bodkin”
Originale: l’idea che un semplice pugnale potrebbe “dare pace”. Soul translation: Un gesto, uno solo, e tutto finirebbe.
La musica qui si fa scura, profonda. Un organo Hammond tiene un accordo lungo, inquieto. Il soul non glorifica, non esalta: comprende. È il momento più fragile del disco, quello in cui la voce sembra spezzarsi.
🌫️ Strofa 6 – “The Undiscovered Country”
Originale: la terra sconosciuta da cui nessun viaggiatore ritorna. Soul translation: Quel posto oltre il buio, dove nessuno ha mai suonato.
Il brano si apre come un gospel lento. C’è paura, ma anche rispetto. La morte come un luogo misterioso, un palco senza luci. Il coro entra piano, come un sussurro: la coscienza ci trattiene, ci rende cauti, ci fa restare.
🕯️ Strofa 7 – “The Pale Cast of Thought”
Originale: il pensiero che offusca la risolutezza. Soul translation: La mente che spegne il fuoco del cuore.
Il finale è un soul meditativo. La voce racconta come il pensiero, la riflessione, la paura, trasformino l’azione in esitazione. È un brano che non esplode: si dissolve, come fumo che sale e scompare.
Un Amleto che canta, non che recita
In questa versione soul, Amleto non è un eroe tragico: è un uomo che lotta con la vita, con la morte, con il pensiero. Il suo monologo diventa un disco, un viaggio musicale che parla a tutti noi.
Perché il blues, come Amleto, nasce proprio lì: nel punto in cui il cuore e la mente non trovano un accordo, e allora… cantano.
Testo della canzone di Shakespeare
Essere o non essere,
questo è il problema:
se sia più nobile per la mente sopportare i colpi e le frecce dell’oltraggiosa fortuna,
o prendere le armi contro un mare di guai
e,
opponendosi,
porvi fine.
Morire,
dormire,
nient’altro;
e con un sonno dire che poniamo fine al dolore del cuore
e ai mille tormenti naturali a cui la carne è soggetta:
è una conclusione da desiderare ardentemente.
Morire,
dormire;
dormire,
forse sognare
—
ecco il problema:
perché in quel sonno di morte quali sogni possono venire,
quando ci saremo liberati di questa spoglia mortale,
devono farci riflettere
—
ecco il rispetto che rende la calamità così lunga.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell’oppressore,
l’oltraggio dell’uomo orgoglioso,
i tormenti dell’amore disprezzato,
il ritardo della legge,
l’insolenza del potere
e gli sdegni che il paziente merito dell’indegno riceve,
quando lui stesso potrebbe darsi la pace con un semplice pugnale?
Chi sopporterebbe fardelli,
grugnire e sudare sotto il peso di una vita faticosa,
se non fosse per il timore di qualcosa dopo la morte,
la terra sconosciuta,
dai cui confini nessun viaggiatore ritorna,
che confonde la volontà
e ci fa preferire sopportare i mali che abbiamo
piuttosto che fuggire verso altri che non conosciamo?
Così la coscienza ci rende tutti codardi,
e così il colore naturale della risolutezza è offuscato dal pallido velo del pensiero,
e imprese di grande importanza e valore per questo motivo deviano il loro corso
e perdono il nome di azione.




