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6 Agosto 2026Addio, Guccini, mi hai insegnato tanto
Oggi, 6 agosto 2026, ho letto una notizia che non avrei mai voluto leggere. Francesco Guccini si è spento, circondato dall’affetto della moglie Raffaella, della figlia Teresa e dei familiari, all’età di 86 anni. E io, mentre scrivo queste righe, faccio fatica a trovare le parole giuste — io che di parole ne uso tante, ogni giorno, per mestiere e per passione.
Sono un dirigente scolastico. Sono un professore che ha insegnato latino e letteratura per anni. Sono uno YouTuber che ha inciso trentuno interpretazioni delle canzoni di Guccini sul suo canale. Non è un caso. Non è una curiosità. È una storia d’amore che dura da decenni, e oggi quella storia riceve una notizia che nessuna storia d’amore vorrebbe mai ricevere.
Come si incontra Guccini
Non si incontra Guccini per caso. O meglio: ci si imbatte in lui per caso, ma poi lui ti cambia qualcosa dentro e non ne esci più. Succede in un pomeriggio qualunque, a una certa età — quella in cui si comincia a capire che la musica può fare anche qualcos’altro, oltre ad accompagnare i momenti. Che può pensare. Che può raccontare. Che può farti sentire meno solo di fronte alle domande più grandi.
Per me è stato così. Il vero salto artistico e qualitativo si ebbe nel 1972 con Radici, che contiene alcune delle sue canzoni più conosciute: La locomotiva, Piccola città, Il vecchio e il bambino, La canzone della bambina portoghese, Canzone dei dodici mesi. Quell’album è stato il leitmotiv della mia giovinezza. Lo dico senza pudore e senza retorica. Radici non era solo un disco: era una voce che arrivava dall’Appennino tosco-emiliano e ti diceva che si poteva parlare di tutto — di anarchici e di guerre, di nonni e di solitudine, di radici appunto — senza smettere di essere poesia.
La copertina del disco ritrae i nonni e i prozii di Guccini, sullo sfondo del cortile della vecchia casa di montagna. Il filo conduttore dell’album è l’eterna ricerca delle proprie radici — anagrafiche, politiche, sentimentali. Quella foto in seppia era già un manifesto. Era la dichiarazione di un artista che sceglieva da che parte stare: dalla parte della memoria, della terra, della gente comune che fa la storia senza che nessuno la ricordi.
Un professore travestito da cantautore
Quello che mi ha sempre affascinato di Guccini, forse più di ogni altra cosa, è la sua capacità di fare storia senza fare la lezioncina. L’album Ritratti del 2004 contiene brani caratterizzati da dialoghi immaginari con personaggi storici come Ulisse, Cristoforo Colombo, Che Guevara; Odysseus, che apre il disco, ha un testo ritenuto da alcuni tra i migliori della sua carriera, con versi profondi che richiamano la sensazione del viaggio e numerose citazioni.
È questo che mi ha sempre colpito. Prendere Cristoforo Colombo — un personaggio che i libri di scuola hanno ridotto a data e biografia — e restituirgli la carne e l’ossessione e il dubbio. Prendere Ulisse e non fermarsi all’Odissea ma portarlo avanti, nel tempo, nell’inquietudine di chi non riesce mai a smettere di cercare. E poi Bisanzio, con quella canzone che cita Procopio di Cesarea e racconta Giustiniano e Teodora, la «città assurda, città strana» sospesa tra due mondi e due ere, dove «Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile, segreto e ambiguo, come questa vita».
Queste non erano canzoni. Erano lezioni di storia, di filosofia, di letteratura — ma senza cattedra, senza voto, senza il peso dell’obbligo. Le imparavi perché volevi impararle. Le cantavi perché ti prendevano. E mentre le cantavi, senza accorgertene, sapevi più cose del mondo di prima.
Io sono un ex insegnante di latino e umanistiche, e Guccini mi ha insegnato una cosa che nessun manuale di didattica ha mai saputo dirmi con la stessa chiarezza: che la cultura diventa vera solo quando si trasforma in emozione. Che la storia entra nelle persone non attraverso le date, ma attraverso le storie. Che Ulisse e Colombo e Giustiniano non sono il passato — sono lo specchio in cui l’uomo di ogni epoca si riconosce.
Dio è morto — e adesso?
C’è una canzone di Guccini che, oggi, ha un peso diverso. Tra le sue opere più celebri c’è Dio è morto, scritta negli anni Sessanta, che contribuì a definire il canone della canzone d’autore italiana. Quella canzone parlava di una generazione smarrita, di giovani che avevano perso le certezze dei padri e non sapevano ancora cosa mettere al loro posto. Parlava di morte delle ideologie, di vuoto, di ricerca.
Oggi quella canzone ha un’eco diversa. Perché Guccini è morto. E con lui se ne va qualcosa che non si sostituisce — una voce, un modo di stare nel mondo, una certa idea della canzone italiana come atto civile e letterario insieme. Come ha scritto il cantautore Andrea Mingardi: «Uno che scrive Dio è morto! sessant’anni prima degli orrori che stiamo vivendo non può essere considerato riduttivamente un cantautore, un poeta moderno o un bravo scrittore. Abbiamo perso una colonna fondamentale della nostra storia».
Sì. Abbiamo perso una colonna.
Trentuno canzoni, trentuno debiti
Sul mio canale YouTube ci sono trentuno video in cui canto Guccini. Trentuno. Non è un numero scelto a caso — è semplicemente quante volte, nel corso degli anni, ho sentito il bisogno di tornare a lui, di riprendere in mano una sua canzone e cantarla, di farla passare attraverso la mia voce per capire meglio cosa aveva messo dentro la sua.
Ogni volta che cantavo una sua canzone imparavo qualcosa. Sul testo, sulla musica, ma anche su me stesso — su cosa cercavo, cosa avevo capito, dove ero arrivato e dove non ero ancora riuscito ad arrivare. Guccini è stato, per me, uno di quegli artisti rari che non smettono mai di darti qualcosa di nuovo, anche quando pensi di conoscerli a memoria.
Adesso quelle trentuno interpretazioni hanno un peso diverso. Non sono più solo tributi o esercizi o dichiarazioni d’amore pubbliche. Sono la prova che c’è stato un uomo, a Pavana, che ha scritto canzoni abbastanza grandi da durare decenni nella testa e nella voce di chi le ha amate. E che continuano a durare.
Le radici restano
Francesco Guccini si è spento il 6 agosto 2026, segnando la fine di una delle voci più autorevoli non solo della musica ma della cultura italiana del secondo Novecento. Cantautore, scrittore, insegnante, autore teatrale e instancabile studioso della lingua, ha saputo costruire un’opera che ha superato i confini della canzone, diventando patrimonio letterario e civile.
Patrimonio letterario e civile: le parole giuste, quelle che avrei voluto trovare io. Perché Guccini non era solo musica — era una presenza culturale, un modo di pensare il mondo, una voce che sapeva stare insieme alla chitarra e agli scaffali pieni di libri, all’osteria e all’Università, ai nonni contadini e a Procopio di Cesarea.
Il suo album si chiamava Radici. E le radici, si sa, non muoiono quando l’albero cade. Restano sottoterra, invisibili, e continuano a tenere ferma la terra attorno a loro.
Grazie, Guccini. Per tutto quello che mi hai insegnato cantando. Oggi la chitarra la posso solo appoggiarla al muro, in silenzio, per un po’, non per molto, però.




