
Zero energy impact (lyrics & music by Gianni Peteani)
16 Settembre 2026C’è un momento, leggendo l’inizio del Silmarillion di J.R.R. Tolkien, in cui ci si ferma e si rilegge la pagina.
Non perché sia oscura o difficile — al contrario, è cristallina, quasi solenne nella sua chiarezza — ma perché ci si rende conto che quello che si sta leggendo non è semplicemente un prologo fantasy. È una cosmogonia. È un atto di creazione raccontato con la stessa gravità con cui le culture antiche raccontavano le proprie origini del mondo: con la stessa serietà dei miti greci, con la stessa lentezza ritmica dei testi sacri semitici, con la stessa ambizione teologica del Genesi.
La Ainulindalë — che in quevinya, la lingua elfica inventata da Tolkien, significa letteralmente “la musica degli Ainur” — è la prima sezione del Silmarillion, il libro postumo pubblicato nel 1977 a cura del figlio Christopher, che raccoglie i miti fondativi della Terra di Mezzo. Ma definirla “prima sezione” è riduttivo come definire la Genesi il primo capitolo di un libro di storia. La Ainulindalë è la radice da cui nasce tutto: la storia di Melkor e del suo orgoglio, la guerra tra il bene e il male, il destino degli Elfi e degli Uomini, persino gli eventi narrati ne Il Signore degli Anelli. Senza di essa, la Terra di Mezzo sarebbe un mondo senza fondamenta.
Eru Ilúvatar: il Dio che ascolta
Il testo si apre con una dichiarazione di principio di assoluta economia teologica: Eru, che era Uno, che in Arda è chiamato Ilúvatar. Nessun preambolo, nessuna spiegazione, nessuna giustificazione dell’esistenza di questa figura. Ilúvatar è lì, come il Dio biblico del primo versetto della Genesi, come l’Uno di Plotino, come l’Assoluto della tradizione neoplatonica. Esiste prima di ogni cosa, ed è la sorgente di ogni cosa.
Quello che però distingue immediatamente il Dio di Tolkien dalle divinità di molte altre cosmogonie è il modo in cui esercita la propria creatività: non attraverso la forza, non attraverso il decreto, ma attraverso la musica. Ilúvatar crea per primo gli Ainur, spiriti beati, progenie della sua mente, e poi insegna loro temi musicali, e li invita a cantare davanti a lui. La creazione non è un atto unilaterale di potere: è un’iniziativa condivisa, una collaborazione, quasi un dialogo tra il Creatore e le sue creature. Ilúvatar propone i temi, gli Ainur li sviluppano, e poi dichiara: voglio che in armonia con la grande musica uniate i vostri favori. Che voi, accesi da un fuoco immortale, esibiate le vostre potestà nell’adornare questo tema, a piacere e a capriccio di ciascuno di voi.
Questa delega creativa è teologicamente vertiginosa. Tolkien — cattolico profondamente convinto, amico di C.S. Lewis, professore di letteratura medievale a Oxford — costruisce un Dio che non crea il mondo da solo, ma lo fa creare attraverso gli altri. Gli Ainur adornano il tema di Ilúvatar con la propria libertà, con la propria immaginazione, con la propria soggettività. Il mondo che ne nasce è sia opera di Dio che opera delle sue creature. È una soluzione che risolve elegantemente uno dei problemi più spinosi della teologia creazionista: come conciliare l’onnipotenza di Dio con la libertà e la responsabilità delle creature.
Melkor: il genio che non sopporta di non essere il centro
Tra gli Ainur, però, ce n’è uno che non riesce a stare dentro il tema comune. Melkor — che sarà poi conosciuto come Morgoth, il Nemico, il signore oscuro originario di cui Sauron nel Signore degli Anelli non è che un servo e un’ombra — è il più potente, il più dotato, il più ricco di doni di tutti gli Ainur. E proprio per questo è il più pericoloso.
Spesso esplorava solo e cercava in luoghi vuoti il fuoco immortale. Quella solitudine esplorativa è già il germe della sua caduta: Melkor non riesce a stare nel concerto degli altri, non riesce a trovare soddisfazione nella propria parte di un’armonia più grande, vuole qualcosa che sia solo suo. Cerca il fuoco immortale — quel principio creativo che appartiene solo a Ilúvatar — come se cercando abbastanza a lungo riuscisse a trovarlo da solo, a possederlo, a farsene padrone. Ma esso è presso Ilúvatar, e Melkor non lo troverà mai.
E allora, non trovando il fuoco, comincia a intrecciare idee nella sua musica: cose sue, pensieri propri, variazioni non concordate, temi che non vengono dal grande disegno ma dall’orgoglio di chi vuole essere ascoltato sopra gli altri. La discordia nasce così, non da un atto di ribellione plateale e consapevole, ma da un accrescimento graduale dell’ego: Melkor vuole più spazio, più gloria, più potere della parte a lui assegnata, e quella fame — fingendo, anche a se stesso in primo luogo, che voglia ordinare tutto per il bene dei Figli di Ilúvatar — lo porta a diventare il principio stesso del male nell’universo tolkieniano.
È un ritratto psicologico di straordinaria modernità per un testo che si presenta come mito arcaico. Tolkien non descrive il male come una forza esterna, misteriosa, incomprensibile: lo descrive come la conseguenza diretta di un dono eccezionale mal orientato, di un talento che anziché servire un disegno più grande viene piegato al servizio del proprio ego. Melkor è il genio che non sopporta di non essere il centro. È l’artista che distrugge la sinfonia degli altri per sentire la propria voce sopra tutte le altre.
I tre temi: una battaglia musicale che è anche una teologia della storia
La struttura narrativa della Ainulindalë è costruita attorno a tre grandi fasi musicali, ognuna delle quali corrisponde a un’escalation del conflitto tra l’armonia di Ilúvatar e la discordia di Melkor, e ognuna delle quali viene risolta da Ilúvatar con un intervento che non sopprime la ribellione ma la incorpora in qualcosa di più grande.
Nel primo tema, la musica degli Ainur raggiunge una bellezza inaudita, ma la discordia di Melkor si diffonde come un’infezione sonora: molti, che cantavano vicino a lui, erano tristi, e i loro pensieri erano turbati, e la loro musica era difettosa. La corruzione si propaga per contagio, per vicinanza, per quella pressione sociale che rende difficile resistere a chi è potente e sicuro di sé.
Ilúvatar alza la mano sinistra, e un nuovo tema comincia nella tempesta: simile e tuttavia dissimile al tema precedente. La risposta di Dio alla discordia non è il silenzio né la repressione: è un tema nuovo, una variazione che include la discordia stessa e la supera. Ma Melkor combatte anche questo, e ancora una volta domina.
Allora arriva il terzo tema, quello definitivo, e qui Tolkien compie il suo gesto più bello: quel terzo tema era dissimile dagli altri, in principio sembrava dolce e tenero, un mero fluttuare di suoni lievi in melodie sottili; ma non poté essere spento, e prese potenza e profondità. È il tema dei Figli di Ilúvatar — degli Elfi e degli Uomini — che non erano stati concepiti dagli Ainur ma solo da Ilúvatar, e che emergono nella musica come una sorpresa, qualcosa che nessuno aveva previsto, qualcosa che la discordia di Melkor non può contenere né distruggere proprio perché non ne conosce la fonte.
Il confronto finale tra le due musiche è di una potenza quasi cinematografica: una era profonda e vasta e bella, ma lenta e con un dolore incommensurabile vi era mescolato, donde nasceva soprattutto la sua bellezza. L’altra aveva già conseguita la sua unità; ma era grande e vana, e si ripeteva all’infinito; e aveva minima armonia ma era piuttosto un concerto stridente come molte trombe che crepitassero poche note. Il male è vacuo, ripetitivo, autoreferenziale. Il bene è doloroso, complesso, lento — ma dalla sofferenza nasce la bellezza. È una filosofia estetica ed etica insieme, compressa in due righe.
Eä: il momento in cui la musica diventa mondo
Il culmine della Ainulindalë è il momento in cui Ilúvatar trasforma la visione in realtà. Dopo aver mostrato agli Ainur la visione del mondo che la loro musica aveva prefigurato, pronuncia una sola parola: Eä. Siano queste cose. E manda nel Caos la Fiamma Imperitura, e il mondo prende esistenza.
Quella parola — Eä, che in quevinya significa semplicemente “sia” o “è” — è il punto di incontro tra la tradizione biblica del fiat lux e la tradizione platonica della demiurgia. Il mondo non viene creato dal nulla puro: viene creato dalla musica, cioè da qualcosa che era già stato pensato, immaginato, cantato. La realtà è la materializzazione di un’idea musicale. È una concezione del creato che ha radici nel pensiero medievale — quella dell’universo come armonia, come harmonia mundi — ma che Tolkien attualizza con una forza narrativa che nessun trattato filosofico avrebbe potuto raggiungere.
E poi c’è il dettaglio che cambia tutto: alcuni Ainur scelgono di discendere nel mondo creato, e qui una condizione fu fatta da Ilúvatar: la loro potenza da allora fosse contenuta e terminata nel Mondo, così che fossero sempre dentro, finché fosse compiuto. Chi scende rinuncia all’eternità per la storia. Chi sceglie di abitare il mondo creato accetta di diventare parte di quel mondo, con tutti i suoi limiti e la sua temporalità. Questi Ainur discesi vengono chiamati Valar, le Potenze del Mondo: e tra di essi c’è anche Melkor, che scende per dominare ma che, scendendo, si incatena anche lui a quel destino che voleva piegare alla propria volontà.
Perché Tolkien ha costruito tutto questo
Bisogna capire chi era Tolkien per capire perché la Ainulindalë esiste. Era un professore di filologia anglosassone a Oxford, ma soprattutto era un uomo che aveva passato la vita a leggere miti — nordici, celtici, finlandesi, greci — e che aveva notato qualcosa che lo turbava: la mitologia inglese non esisteva. L’Inghilterra aveva perso le proprie radici mitiche, schiacciate prima dalla romanizzazione e poi dalla cristianizzazione. E Tolkien — con quella pazienza artigiana che è propria dei grandi — aveva deciso di crearne una.
Non è solo fantasia. È un progetto culturale consapevole e ambizioso, che attraverso la lingua inventata, la geografia inventata, la cosmogonia inventata, cerca di dare all’inglese — e per estensione all’Europa — un patrimonio mitico originale, coerente, dotato della stessa profondità dei miti antichi. La Ainulindalë non è l’introduzione a un romanzo fantasy: è il Genesi di una mitologia nuova, costruita da un uomo solo con la stessa cura con cui gli antichi poeti costruivano i loro canti delle origini.
E quello che rende questo testo ancora potente, ancora necessario, ancora capace di commuovere chi lo legge con attenzione, è che Tolkien ci crede davvero. Non sta giocando con le forme del mito: sta usando il mito per dire qualcosa di vero sulla natura del bene e del male, della libertà e del destino, della bellezza e del dolore, della musica e del silenzio. Ogni parola è pensata. Ogni immagine è necessaria. Ogni tema musicale che si intreccia e si scontra nella grande sinfonia primordiale risuona ancora nelle vicende di Frodo e Sam, di Aragorn e Gandalf, di tutti i personaggi che abitano quella Terra di Mezzo nata da una canzone.
Il mondo che è — Eä — è ancora lì, con la sua Fiamma Imperitura nel cuore. E chi sa ascoltare, ancora sente l’eco di quella musica originale. Ancora riconosce, nelle pieghe della storia, il tema che non poté essere spento.
Testo della Musica degli Ainur – Canto della creazione – Prima parte del Silmarillion
Eru, che era Uno, che in Arda è chiamato Iluvatar. Iluvatar creò per primo gli Ainur, spiriti beati, progenie della sua mente, che erano presso di lui prima che qualsiasi altra cosa fosse fatta. Iluvatar parlò loro descrivendo temi musicali, e cantarono davanti a lui, ed egli si rallegrò. A lungo però caddero soli o in piccoli numeri, mentre gli altri ascoltavano; poiché ognuno di essi comprendeva solo una parte della mente di Iluvatar. Nella comprensione dei fratelli crescevano solo lentamente. Mentre ascoltavano, cominciarono ad avvertire una maggiore saggezza, e nell’unità e nell’armonia si strinsero.
Iluvatar convocò gli Ainur e dedicò loro un tema musicale potentissimo, mostrando meraviglie e cose maggiori di prima; e la gloria di quell’inizio e lo splendore della sua fine stupirono gli Ainur, così che si prostrarono davanti a Iluvatar e tacquero. Iluvatar disse loro: “Dal tema che vi ho mostrato, voglio che in armonia con la grande musica uniate i vostri favori. Che voi, accesi da un fuoco immortale, esibiate le vostre potestà nell’adornare questo tema, a piacere e a capriccio di ciascuno di voi, che voglia. Io però starò seduto e ascolterò, e mi rallegrerò che per mezzo vostro sia stata suscitata una grande bellezza nel canto.”
Allora le voci degli Ainur, come a cetre e lire, flauti e trombe, viole e organi, innumerevoli cori di voci che cantavano, riformavano il tema di Iluvatar in una grande musica; e il suono sorse da melodie alternate intrecciate in armonia, che passavano dal sommo all’imo oltre la capacità dell’udito, e affluivano nelle dimore di Iluvatar e si diffondevano, e l’eco superò fino al vuoto, e non c’era vuoto. Né mai più gli Ainur produssero musica come quella, sebbene si dice che ne sarà fatta anche di maggiore davanti agli Ainur e ai Figli di Iluvatar dopo la fine dei giorni.
Allora i temi di Iluvatar saranno veramente cantati e fatti in un momento del loro eloquio, poiché tutti essi comprenderanno assolutamente la sua intenzione in parte e chiunque saprà da chiunque la comprensione e Iluvatar darà alle loro meditazioni un fuoco mistico. Ora però Iluvatar siede e ascolta e per lunghi secoli gli è piaciuto. Ma mentre il tema progredisce, il cuore di Melkor viene a intrecciare cose dell’immaginazione che errano secondo i temi di Iluvatar. Poiché egli cercava di accrescere la gloria e la potenza della parte a lui assegnata. Come Melkor fu dotato tra gli Ainur dei massimi doni di potenza e coscienza, ed ebbe parte in ogni dono del suo genere.
Spesso esplorava solo e cercava in luoghi vuoti il fuoco immortale; ma esso gli appariva, come Iluvatar non pensava all’abisso, e Melkor era impaziente della vacuità. Né scoprì il fuoco, poiché è presso Iluvatar. Ma esistendo solo cominciò a pensare cose dissimili da quelle dei suoi fratelli. Ora tesseva idee nella sua musica, e la discordia nacque intorno a lui; molti, che cantavano vicino a lui, erano tristi, e i loro pensieri erano turbati, e la loro musica era difettosa. Alcuni di essi cominciarono ad adattare la loro musica a lui piuttosto che al senso che avevano avuto in principio.
La discordia di Melkor si diffuse anche più ampiamente, e nel mare tumultuoso del suono furono sommerse le melodie che prima erano state udite. Ma Iluvatar sedette e ascoltò finché sembrò che intorno al suo trono ci fosse una tempesta rabbiosa, come acque oscure che facevano guerra tra loro in un’ira infinita non mitigata.
Gli Ainur percepirono Iluvatar ridere, ed egli alzò la mano sinistra, e un nuovo tema cominciò nella tempesta, simile e tuttavia dissimile al tema precedente, e raccolse le potestà ed ebbe una nuova bellezza. La discordia di Melkor salì nel tumulto e combatté con essa, e di nuovo ci fu una battaglia di suoni più violenta di prima, finché molti Ainur furono abbattuti e non cantarono più, e Melkor ebbe il dominio.
Di nuovo gli Ainur percepirono Iluvatar severo, ed egli alzò la sua destra, ed ecco, un terzo tema sorse tra il tumulto ed era dissimile dagli altri. In principio sembrava dolce e tenero, un mero fluttuare di suoni lievi in melodie sottili; ma non poté essere spento, e prese potenza e profondità. E infine sembrò che due musiche procedessero insieme davanti alla sede di Iluvatar, ed erano profondamente discordanti. Una era profonda e vasta e bella, ma lenta e con un dolore incommensurabile vi era mescolato, donde nasceva soprattutto la sua bellezza. L’altra aveva già conseguito la sua unità; ma era grande e vana, e si ripeteva all’infinito; e aveva minima armonia ma era piuttosto un concerto stridente come molte trombe che crepitassero poche note.
Toni massivamente trionfali furono usati dall’altro e tessuti nel suo modello solenne. In mezzo a questa contesa, dove gli atri di Iluvatar tremarono, e un tremore corse ai silenzi non mossi, Iluvatar si alzò per la terza volta e il suo volto era orribile a vedersi. Iluvatar alzò entrambe le mani, e in un suono, più profondo dell’abisso, più alto del firmamento, mentre la luce dell’occhio di Iluvatar perforava, la musica cessò. Allora Iluvatar parlò, ed eloquì: “Forti sono gli Ainur, e il più potente tra essi è Melkor; ma affinché conoscano e tutti gli Ainur ciò che io sono Iluvatar, ciò che voi avete cantato vi dichiarerò affinché possiate vedere ciò che avete fatto. E tu, Melkor, vedrai che nessun tema può essere cantato che non abbia fonte ultima se non in me, né alcuna musica può essere mutata contro la mia volontà. Chi ciò tenterà proverà il mio strumento nell’invenzione di cose meravigliose che egli stesso non ha concepito. Gli Ainur allora temettero, e non ancora compresero le parole che erano state dette loro; e Melkor fu colmo di vergogna, donde nacque una bile occulta. Iluvatar si alzò nello splendore, e procedette dalle regioni belle che aveva fatto agli Ainur, e gli Ainur lo seguirono.
Ma quando furono giunti nel vuoto, Iluvatar disse loro: “Ecco la vostra Musica!” E mostrò loro una visione, dando loro una vista dove prima c’era solo udito; e videro un nuovo mondo davanti a loro fatto visibile, ed era un globo in mezzo al vuoto, e sostenuto in esso, ma non da esso. Mentre essi guardavano e si meravigliavano, il Mondo cominciò a evolvere la storia e sembrò loro che vivesse e crescesse. Gli Ainur avrebbero contemplato a lungo e taciuto, Iluvatar disse di nuovo: Ecco, la vostra musica! Questa è la vostra composizione; e ciascuno di voi troverà qui, nel consiglio che ho posto davanti a voi, tutto ciò che egli stesso ha escogitato o aggiunto. E tu, Melkor, troverai tutti i segreti della tua mente, e comprenderai che essi sono solo parte del tutto, e tributari della sua gloria. Molte altre cose Iluvatar disse agli Ainur in quel tempo, e per la memoria delle sue parole e la conoscenza che ciascuno ha della musica che egli stesso ha creato, gli Ainur sanno molte cose di ciò che è stato, ciò che è, e ciò che sarà, e poche sono le cose che non vedono. Ci sono però alcune cose che essi non possono vedere, né soli né in consiglio; poiché nessuno eccetto Lui Iluvatar ha rivelato tutto ciò che ha preparato, e in ogni età emergono nuove entità che non hanno alcun presagio, perché non fluiscono dal passato.
Così fu che, mentre questa visione del mondo si svolgeva davanti a loro, gli Ainur videro contenere cose che non avevano pensato. Videro con stupore l’avvento dei figli di Iluvatar e l’abitazione che era stata preparata per essi; e compresero che essi nel lavoro della loro musica erano stati occupati nella preparazione di questa abitazione, e tuttavia non sapevano che avesse alcun fine oltre la sua bellezza. I figli infatti di Iluvatar furono concepiti da lui solo; e vennero con il terzo tema, e non erano nel tema che Iluvatar propose in principio, e nessun Ainur ebbe parte nella loro creazione.
E mentre essi guardavano, più essi amavano quelli, cose diverse essi erano, aliene e libere, che videro che lo spirito di Iluvatar aveva di nuovo risuonato, e impararono un po’ di più della sua saggezza, che altrimenti era occulta anche agli Ainur. Ora i figli di Iluvatar sono Quendi e uomini, primogeniti e seguenti. E Iluvatar tra tutti gli splendori del mondo, ampi atri e spazi, e fuochi rotanti, desiderò il luogo della loro abitazione negli abissi del tempo e in mezzo alle stelle innumerevoli.
Questa abitazione sembrerà piccola a coloro che considerano solo la maestà degli Ainur, e non la loro orrenda acredine; come chi tratta tutto il campo di Arda alla base di una colonna e la solleva finché il cono della cima sia più acuto dell’amarezza; né chi pensa solo all’immensa vastità del mondo, che gli Ainur ancora formano, e non alla minuta preveggenza con cui tutto in esso formano. Ma gli Ainur guardarono l’abitazione, quella nella visione e videro i figli di Iluvatar nascere, allora molti dei più potenti tra essi curvarono il pensiero e la volontà verso quel luogo.
Melkor fu il principe di questi, anche come in principio era il più grande degli Ainur che ebbero parte nella Musica. Fingendo, anche a se stesso in primo luogo, che volesse andare là e ordinare tutto per il bene dei Figli di Iluvatar, comandando i tumulti di calore e di freddo che avvenivano per mezzo suo. Ma piuttosto desiderava che i Quendi e gli uomini si sottomettessero alla sua volontà, invidiando i doni con cui Iluvatar aveva promesso di adornarli; e desiderava avere sudditi e servi, ed essere chiamato Signore, e dominare sulle altre volontà.
Ma altri Ainur guardarono quell’abitazione posta entro gli spazi immensi del mondo, che i Quendi chiamano Arda, Terra; e i loro cuori si rallegravano nella luce, e i loro occhi, che vedevano molti colori, si riempiravano di gioia; ma per il suono del mare sentirono turbamento. E osservarono i venti e l’aria, e le materie di cui Arda era fatta: ferro e pietra e argento e oro e molte sostanze; ma di tutte queste, lodarono soprattutto l’acqua. Gli Eldar dicono che nell’acqua vive ancora l’eco della Musica degli Ainur più che in qualsiasi altra sostanza che sia sulla terra; e molti dei figli di Iluvatar ancora insaziati ascoltano le voci del mare, e tuttavia non sanno perché ascoltano.
Alle acque inclinò il pensiero l’Ainur, che i Quendi chiamano Ulmo, di tutti il più profondamente istruito da Iluvatar nella musica. Ma degli aeri e dei venti aveva pensato molto Manwë, che è il più nobile degli Ainur. Della fabbrica della terra aveva pensato Aulë, a cui Iluvatar aveva dato arte e scienza a malapena minore di Melkor; ma la gioia e la superbia di Aulë consistono nel fatto, e nella cosa fatta, né nel possesso né nel suo arbitrio; perciò non dà e non accumula, ed è libero dalla cura, sempre diretto ad una nuova opera.
Ilúvatar parlò ad Ulmo, e disse: “Non vedi come qui in questo piccolo regno negli Abissi del Tempo Melkor ha fatto guerra nella tua provincia? Ricordagli del freddo acerbo smodato, e tuttavia non ha annientato la bellezza delle tue fonti, né dei laghi chiari. Ecco la neve, e l’opera arguta del gelo! Melkor ha escogitato calori e fuoco senza misura, né il tuo desiderio è inaridito né ha del tutto oppresso la musica del mare. Piuttosto guarda l’altezza e la gloria delle nubi, e le nebbie mutevoli; e ascolta la pioggia che cade sulla terra! E in queste nubi avvicinare te a Manwë, il tuo amico, che ami.
Ulmo rispose: “Veramente, l’acqua ora è fatta più bella di quanto il mio cuore avesse immaginato; né il mio pensiero segreto ha concepito la neve, né in tutta la mia musica è contenuto il piacere della pioggia che cade. Cerco Manwë, affinché egli ed io facciamo melodie in eterno a tuo piacere!” Manwë e Ulmo sono stati associati fin dall’inizio, e in tutte le cose hanno servito fedelmente il proposito di Iluvatar.
Mentre Ulmo parlava, e mentre gli Ainur ancora guardavano questa visione, essa fu tolta e nascosta ai loro occhi; e sembrò loro che in quel momento percepirono qualcosa di nuovo, le Tenebre, che se non nel pensiero conoscevano prima. Catturate dalla bellezza della visione e occupate nell’evoluzione del mondo, le loro menti furono riempite da questo; poiché la storia era imperfetta e i cerchi del tempo non erano completamente compiuti quando la visione fu tolta. Alcuni dissero che la visione era cessata prima che il Dominio degli Uomini e la deficienza dei Primogeniti fossero compiuti; sebbene la Musica sia sopra ogni cosa, i Valar non videro come con la vista i Secoli Successivi o la fine del Mondo.
Poi ci fu turbamento tra gli Ainur, ma Iluvatar li chiamò, e eloquì: “Io conosco il desiderio delle vostre menti che ciò che avete visto sia veramente, non solo nei vostri pensieri, ma anche come voi stessi siete, e tuttavia altro. Quindi dico: Eä! Siano queste cose. E io manderò nel Caos la Fiamma Imperitura, e sarà nel cuore del Mondo, e il Mondo sia: coloro che vogliono discendano in esso.”
E gli Ainur improvvisamente videro lontano una luce, come una nube con una fiamma vivente nel cuore; e sapevano che questo non era solo una visione, ma Iluvatar aveva creato una cosa nuova: Eä, il Mondo Che È.
Così avvenne che tra gli Ainur, alcuni rimasero ancora con Iluvatar fuori dai confini del Mondo; ma altri, tra i quali molti dei più grandi e più belli, si allontanarono da Iluvatar e discesero in esso. Ma qui una condizione fu fatta da Iluvatar, o necessità dell’amore loro, che la loro potenza da allora fosse contenuta e terminata nel Mondo, così che fossero sempre dentro, finché fosse compiuto, che la loro vita e la vita del Mondo fossero una. E perciò sono chiamati Valar, Potenze del Mondo.
Ma i Valar quando entrarono nella Creazione, furono dapprima attoniti e incerti, come se nulla fosse stato fatto di ciò che avevano visto nella visione, e tutto fosse in principio da iniziare e ancora informe, e le tenebre erano. Poiché la Grande Musica era stata incremento e fiore del pensiero negli Atri Senza Tempo, e la Visione era solo preannuncio; ma ora erano entrati nell’inizio del Tempo, e i Valar compresero che il Mondo era solo prefigurato e precantato, e dovevano compierlo. Così cominciarono le loro grandi opere nelle lande disabitate e inesplorate, e in età innumerevoli e dimenticate, finché nelle Profondità del Tempo e in mezzo agli vasti atri della Creazione giunse quel tempo e quel luogo dove fu fatta l’abitazione dei Nati di Iluvatar. E in quest’opera presero parte principale Manwë e Aulë e Ulmo; ma anche Melkor fin dall’inizio era là, e in tutte le cose che furono fatte si immischiava, convertendole se poteva ai suoi desideri e propositi; e accese grandi fuochi. Quando dunque la Terra era giovane e piena di fiamma, Melkor la concupì, e disse agli altri Valar: ‘Questo regno sarà mio; e io stesso mi nomino!’
Ma Manwë fratello di Melkor era nella mente di Iluvatar, e strumento principale del Secondo Tema che Iluvatar aveva alzato contro la discordia di Melkor; e convocò a sé molti spiriti maggiori e minori, e discesero nei campi di Arda e aiutarono Manwë, affinché Melkor non impedisse per sempre il loro lavoro, e la Terra appassisce prima di fiorire. E Manwë disse a Melkor: ‘Questo regno non lo prenderai, iniquo, poiché molti qui hanno lavorato non meno di te.’ E tra Melkor e gli altri Valar ci fu contesa; e in quel tempo Melkor si sottrasse e si allontanò in altre regioni e là fece ciò che voleva; ma il desiderio del regno di Arda non depose dal suo cuore.
Ora i Valar presero a sé forma e colore; e poiché sono attratti al Mondo dall’amore dei Figli di Ilúvatar, per i quali speravano, presero forma secondo il modo che avevano visto nella Visione di Ilúvatar, se non in maestà e splendore. Inoltre la loro forma venne dalla conoscenza del Mondo visibile, più che dal Mondo stesso; né la richiedono, se non come noi usiamo i vestiti, e tuttavia possiamo essere nudi né patire danno della nostra essenza. Quindi i Valar, se vogliono, possono camminare nudi, e allora neppure gli Eldar possono chiaramente percepirli, sebbene siano presenti. Ma quando desiderano vestirsi, i Valar assumono forme talvolta maschili e talvolta femminili; per questa differenza di temperamento, che ebbero fin dall’inizio, e questa si manifesta solo nella scelta del corpo, non sono creati, come presso di noi il maschile e il femminile sono dimostrati dai vestiti, ma non sono creati. Ma le forme con cui le Grandi Virtù si adornano non sono sempre simili alle forme dei re e delle regine dei Figli di Ilúvatar; a volte però si vestono nella loro stessa cognizione, visibili in forme di maestà e di timore. E i Valar attirarono a sé molti compagni, alcuni minori, alcuni quasi uguali a sé, e lavorarono insieme nella costituzione della Terra e nell’appianare i suoi tumulti. Poi Melkor vide ciò che era stato fatto, e che i Valar camminavano sulla Terra come potenze visibili, vestiti negli abiti del Mondo, e amabili e gloriosi a vedersi, e beati, e che la Terra sarebbe diventata un giardino per la loro gioia, poiché i suoi tumulti erano stati pacificati. Quindi l’invidia crebbe dentro di lui; ed egli pure assunse una forma visibile, ma per il suo animo e la malizia che ardeva in lui, quella forma era oscura e terribile. E discese in Arda in potenza e maestà maggiore di qualsiasi altro Valar, come una montagna che va nel mare e ha la testa sopra le nubi ed è vestita di ghiaccio e coronata di fumo e fuoco; e la luce degli occhi di Melkor era come una fiamma che riscalda con calore e percuote con freddo mortale.
Così cominciò la prima battaglia dei Valar contro Melkor per il dominio di Arda; e dei tumulti quelli gli Eldar sanno poco. Poiché ciò che qui è dichiarato, viene dagli stessi Valar, con i quali gli Eldar hanno parlato nella terra di Valinor, e da essi sono stati istruiti; ma poco mai i Valar narravano delle guerre prima dell’avvento degli Eldar. Tuttavia tra gli Eldar si narra che i Valar sempre cercarono, in disprezzo di Melkor, di governare la terra e prepararla per l’avvento dei Primogeniti; e costruivano terre e Melkor le distruggeva; scavavano valli e Melkor le elevava; scolpivano monti e Melkor li gettava giù; scavavano mari e Melkor li riempiva; e nulla poteva avere pace o giungere ad un incremento duraturo, poiché come i Valar cominciavano il lavoro, così Melkor cercava di dissolverlo o corromperlo. E tuttavia il loro lavoro non fu del tutto vano; e sebbene in nessun luogo e in nessun’opera la loro volontà e il loro proposito fossero completamente compiuti, e tutto fosse in colore e forma diverso da come i Valar avevano voluto in principio, tuttavia lentamente la Terra fu compiuta e resa ferma. E così l’abitazione dei Figli di Ilúvatar fu costituita nelle Profondità del Tempo in mezzo alle stelle innumerevoli.



