
Formare per crescere: il modello educativo di LUCA FONTANELLI con QUEST SRL
7 Dicembre 2025
Contenzioso legato alla non corretta applicazione delle norme sulla Trasparenza
8 Dicembre 2025C’è qualcosa di profondamente autentico in questa canzone-testimonianza.
Dietro l’ironia e l’autoironia, dietro il ritmo quasi sarcastico del “prendilo, acchiappalo”, emerge una questione serissima che tocca il cuore stesso del lavoro educativo: la libertà. La libertà di pensiero, la libertà educativa, la libertà di essere voci fuori dal coro quando si ritiene che il coro stia stonando.
La fatica di essere controcorrente
Chi lavora nella scuola conosce bene questa dinamica. Esiste un pensiero dominante, un modo “accettato” di fare le cose, una retorica consolidata che permea circolari, documenti, discorsi ufficiali. E quando qualcuno prova a mettere in discussione questo paradigma, quando solleva domande scomode o propone alternative, spesso viene etichettato, marginalizzato, a volte persino ridicolizzato.
La canzone coglie perfettamente questo meccanismo: “Prendilo, prendilo, lui è figlio della reazione / Acchiappalo, acchiappalo, può dare solo confusione”. È più facile mettere un’etichetta, liquidare con uno slogan, che fermarsi ad ascoltare davvero le ragioni dell’altro. È più comodo pensare che chi dissente lo faccia per spirito di polemica fine a se stesso, piuttosto che riconoscere che forse solleva questioni legittime che meriterebbero un confronto serio.
Questa dinamica attraversa tutta la società, ma nella scuola assume una rilevanza particolare. Perché la scuola dovrebbe essere per definizione il luogo del pensiero critico, del dialogo, del confronto anche aspro ma rispettoso tra posizioni diverse. Dovrebbe essere il luogo dove si insegna ai ragazzi a ragionare con la propria testa, a non accettare passivamente quello che viene loro proposto, a costruirsi un pensiero autonomo. Eppure, troppo spesso, la scuola stessa diventa luogo di conformismo, dove chi esce dal seminato viene riportato dentro, con le buone o con le cattive.
La libertà educativa: un diritto costituzionale troppo spesso dimenticato
Il cuore della canzone sta in questi versi: “Volevo solo garantire la possibilità di educare i miei figli con vera libertà / in un paese in cui è vietato parlare male dello stato”. Qui si tocca un nervo scoperto del sistema scolastico italiano.
La Costituzione riconosce ai genitori il diritto-dovere di educare i figli, e garantisce la libertà di insegnamento. Eppure, nella pratica, questo principio viene spesso compresso, limitato, vincolato da una serie di norme, prassi, imposizioni che lasciano poco spazio alla reale pluralità educativa.
Non si tratta di negare il ruolo dello Stato nell’istruzione, che è fondamentale per garantire a tutti l’accesso a un’educazione di qualità. Si tratta di rivendicare quello spazio di libertà che dovrebbe essere garantito a tutte le famiglie, indipendentemente dalle loro condizioni economiche, di scegliere il tipo di educazione che ritengono più adeguata per i propri figli, e agli insegnanti di poter insegnare secondo la propria coscienza professionale, senza essere costretti a uniformarsi a un pensiero unico.
Il problema è che nel dibattito pubblico italiano, ogni volta che si solleva la questione della libertà educativa, immediatamente scattano sospetti e accuse: sei contro la scuola pubblica, sei finanziato dai privati, sei reazionario, vuoi tornare indietro. Come se non fosse possibile amare la scuola pubblica e al tempo stesso riconoscerne i limiti e chiedere che venga garantito a tutti, non solo ai ricchi, il diritto di scegliere percorsi educativi alternativi quando quelli offerti non rispondono alle proprie convinzioni educative.
Il conformismo come forma di controllo
La canzone mette il dito su un’altra piaga: “Io volevo soltanto difendere dal conformismo / questi ragazzi di oggi vittima del perbenismo / cioè di una serie di chiacchiere solo per mantenere il proprio potere”.
Il conformismo è subdolo. Non si presenta mai come tale, ma sempre come il “giusto”, il “progressista”, il “moderno”, quello che “va fatto”. E chi si oppone viene automaticamente bollato come “reazionario”, “nostalgico”, “chiuso al cambiamento”. Ma il vero pensiero critico consiste proprio nel mettere in discussione anche quello che tutti danno per scontato, nel chiedere: ma siamo sicuri che questa sia davvero la strada giusta? Quali sono le alternative? Quali voci non stiamo ascoltando?
Il perbenismo di cui parla la canzone è quella forma di pensiero che si ammanta di buoni propositi ma in realtà serve a mantenere lo status quo, a non mettere in discussione gli equilibri di potere consolidati. È quel discorso politically correct che impedisce di dire le cose come stanno, di chiamare i problemi con il loro nome, di affrontare le contraddizioni reali del sistema educativo.
I ragazzi di oggi sono spesso vittime di questo conformismo. Vengono bombardati di messaggi omologati, di narrazioni semplificate, di verità preconfezionate. E quando qualche insegnante prova a stimolare in loro un pensiero critico autentico, a farli ragionare su questioni controverse, a presentare loro punti di vista diversi da quello mainstream, rischia di essere accusato di fare ideologia, di confondere i ragazzi, di uscire dal programma.
L’attivismo culturale nella scuola
La canzone fa riferimento a manifestazioni concrete di questo impegno: “E’ lui che affigge quei manifesti molto strani / quelli di Diesse, quello dell’Avsi con le mani / Con le sue mostre e i suoi fax fino a che punto arriverax”.
C’è qualcosa di commovente in questa immagine di un insegnante che affigge manifesti, organizza mostre, manda fax per diffondere idee, per promuovere iniziative culturali ed educative alternative a quelle mainstream. È l’immagine di chi non si accontenta della routine quotidiana, di chi non si limita a fare il proprio lavoro nell’aula e poi staccare, ma sente la responsabilità di contribuire a costruire una cultura educativa diversa, più ricca, più plurale.
Questo tipo di attivismo culturale è prezioso nella scuola. Sono questi insegnanti, spesso isolati e incompresi, che mantengono vivo il dibattito pedagogico, che propongono stimoli nuovi, che aprono finestre su realtà educative diverse. Sono loro che impediscono alla scuola di appiattirsi completamente sull’esistente, che tengono accesa una tensione verso il miglioramento, verso il ripensamento delle pratiche consolidate.
Ma questo attivismo ha un prezzo. Come dice ironicamente la canzone, diventi quello da “prendere”, da “acchiappare”, quello che “può dare solo confusione”, quello “alleato col capitale” (etichetta che viene appiccicata a chiunque non si riconosca nella sinistra tradizionale, anche quando le sue battaglie non hanno nulla a che vedere con l’economia ma con i diritti fondamentali della persona).
Il coraggio della testimonianza
In tutto questo, emerge una dimensione di coraggio che non va sottovalutata. Essere voci controcorrente nella scuola italiana non è facile. Si rischia l’isolamento dai colleghi, l’ostilità delle dirigenze, l’incomprensione delle famiglie stesse che spesso preferiscono la tranquillità dell’uniformità al rischio della diversità.
Eppure, alcuni vanno avanti. Continuano a “polemizzare”, come dice con tono accusatorio la canzone, cioè a sollevare questioni, a stimolare riflessioni, a proporre alternative. Lo fanno non per spirito di contrapposizione fine a se stesso, ma perché credono che ci sia qualcosa di importante in gioco: la libertà, l’educazione autentica dei ragazzi, la possibilità di una scuola davvero plurale.
Questa è una forma di testimonianza. Non impone nulla a nessuno, ma offre un esempio concreto di cosa significhi pensare con la propria testa, avere il coraggio delle proprie convinzioni, non appiattirsi sul pensiero dominante per paura del giudizio altrui.
Una lezione anche per i futuri dirigenti
Chi si prepara a diventare dirigente scolastico (come lo è adesso l’autore della canzone) dovrebbe riflettere su questa canzone e su quello che rappresenta. Perché un giorno, forse presto, vi troverete a dover gestire insegnanti che non si allineano al pensiero comune, che sollevano questioni scomode, che propongono iniziative che non rientrano negli schemi consolidati.
Come reagirete? Li “acchiapperete”, cercando di riportarli nell’alveo dell’ortodossia scolastica? Oppure saprete riconoscere in loro una risorsa preziosa per la scuola, una voce che arricchisce il dibattito, uno stimolo a ripensare pratiche che magari si portano avanti per inerzia senza più interrogarsi sul loro senso?
Un buon dirigente scolastico non è quello che impone una linea unica, ma quello che sa valorizzare la pluralità, che sa creare le condizioni perché voci diverse possano esprimersi e confrontarsi, che sa distinguere tra il dissenso costruttivo e la polemica distruttiva, e sa accogliere il primo anche quando mette in discussione le proprie convinzioni.
Questo non significa rinunciare alla propria responsabilità di guida e coordinamento. Significa esercitarla con intelligenza, riconoscendo che la ricchezza educativa nasce dalla dialettica, dal confronto, anche aspro, tra posizioni diverse, non dall’uniformità di pensiero.
Il rischio della marginalizzazione
La canzone tocca anche un aspetto doloroso: “ma possibile che non si riesce a ridimensionarlo un po’”. Questa frase coglie il meccanismo tipico con cui il sistema cerca di neutralizzare le voci dissidenti: non attraverso il confronto aperto, ma attraverso la marginalizzazione, il tentativo di “ridimensionare”, di rendere inoffensivo chi solleva questioni scomode.
Questo meccanismo opera a vari livelli. A volte in modo esplicito, con provvedimenti disciplinari o trasferimenti. Più spesso in modo sottile: escludendo dai tavoli decisionali, ignorando le proposte, facendo passare come “polemiche sterili” quello che in realtà sono questioni legittime, creando intorno alla persona un clima di diffidenza che scoraggia altri dal seguirne l’esempio.
È importante riconoscere questo meccanismo per quello che è: non la naturale resistenza del sistema a idee sbagliate, ma la difesa del potere costituito contro chi ne mette in discussione i presupposti.
Un invito al dialogo vero
Alla fine, questa canzone è un grido che chiede di essere ascoltato. Non necessariamente condiviso, ma almeno ascoltato. Chiede che si vada oltre le etichette, oltre i pregiudizi, oltre le contrapposizioni preconcette, per instaurare un dialogo vero sulle questioni che contano: quale scuola vogliamo? Quale libertà educativa siamo disposti a riconoscere? Come garantire il pluralismo educativo in una società plurale?
Sono domande che dovrebbero interpellare tutti, indipendentemente dalle proprie posizioni politiche o culturali. Perché riguardano il futuro dei nostri ragazzi, e su questo dovremmo tutti essere disposti a mettere da parte le bandiere e a confrontarci con onestà intellettuale.
La provocazione della canzone resta valida: siamo davvero sicuri che chi solleva queste questioni sia da “acchiappare”, o forse dovremmo essere grati che qualcuno abbia il coraggio di dire quello che altri pensano ma non osano esprimere?
Prendilo, prendilo, lui è figlio della reazione
Acchiappalo, acchiappalo, può dare solo confusione
la gente deve lavorare e lui pensa solo a polemizzare
E’ lui che affigge quei manifesti molto strani
quelli di Diesse, quello dell’ Avsi con le mani,
ma possibile che non si riesce a ridimensionarlo un po’
Prendilo, prendilo, è alleato col capitale.
Ciapalo, ciapalo, lui può farci molto male
Con le sue mostre e i suoi fax fino a che punto arriverax
Volevo solo garantire la possibilità di educare i miei figli con vera libertà
in un paese in cui è vietato parlare male dello stato
Prendilo, prendilo, lui è figlio della reazione
Acchiappalo, acchiappalo, può dar solo confusione
la gente deve lavorare e lui pensa solo a polemizzare
Io volevo soltanto difendere dal conformismo
questi ragazzi di oggi vittima del perbenismo
cioè di una serie di chiacchiere solo per mantenere il proprio potere



