ALESSANDRO MANZONI – Il cinque maggio – testo, parafrasi, analisi

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IL CINQUE MAGGIO
    Odi civili (4 in tutto, 2 complete, 2 frammenti)
» passa da una poesia che presenta i contenuti della fede ad una poesia che propone i giudizi della fede
» oggetto delle odi = storia » si nota qui la sua educazione illuministica e l’influenza dei suoi amici parigini
   che gli hanno trasmesso il gusto e l’attenzione per la storia
» scopo = morale ed educativo
» nella storia vede il tentativo di autosufficienza dell’uomo, vede il rapporto tra Dio e l’uomo
» giudica la storia alla luce della fede
» metro = decasillabo o dodecasillabo oltre ai tradizionali settenari
              » metri molto insoliti » insoddisfazione delle forme della tradizione
    Metro = 18 strofe di sei settenari, alcuni piani alcuni sdruccioli (quelli non rimati)
 » schema delle rime: ABCBDE FGHGIE; il sesto verso è tronco e rima con il sesto della strofa dopo
 » è lo stesso metro della Pentecoste (di cui questa poesia è considerata una continuazione)
    Lingua » semplice » Manzoni scrive una poesia non d’elite ma per tutti
    Manzoni scrive l’ode dopo aver appreso la notizia, il 17 luglio 1821, della morte di Napoleone in esilio (5 maggio). Il componimento viene letto in tutta Europa, nonostante la censura austriaca.
» rimane molto colpito dalla figura di Napoleone » rimane commosso dal suo desiderio di grandezza che lo
   ha contraddistinto, è una figura che gli suscita una grande riflessione sul senso della storia
» trova in Napoleone il suo stesso desiderio di lasciare una traccia di sé nel mondo
» coglie questa bellezza in un personaggio che avrebbe potuto odiare, stando alle opposte posizioni
   ideologiche dei due: Napoleone era d’altronde il continuatore della Rivoluzione francese, uno dei
   maggiori movimenti che si sono dichiarati anticristiani nella storia dell’umanità
» l’immedesimazione del poeta nel personaggio è utile per tutti gli uomini perché il cuore umano o
   oggettivo, uguale per tutti » l’utilità di conoscere un personaggio altro da me è il conoscere sé
» si immedesima in un grande uomo che perché ha grandi desideri che si manifestano nei desideri di gloria
   e di agire con azioni magnifiche e gloriose » il suo scopo comunque non è esaltarlo né denigrarlo
» guarda Napoleone dal punto di vista dello stesso personaggio, non da quello della critica storica
     

TESTO
PARAFRASI
PARAFRASI
Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
muta pensando all’ultima
ora dell’uom fatale;
né sa quando una simile
orma di piè mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.
Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sonito
mista la sua non ha:
vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al subito
sparir di tanto raggio:
e scioglie all’urna un cantico 
che forse non morrà.
Dall’Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al Tanai,
dall’uno all’altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
l’ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
più vasta orma stampar.
La procellosa e trepida
gioia d’un gran disegno,
l’ansia d’un cor che indocile
serve, pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch’era follia sperar;
tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio:
due volte nella polvere,
due volte sull’altar.
Ei si nomò: due secoli,
l’un contro l’altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fe’ silenzio, ed arbitro
s’assise in mezzo a lor.
E sparve, e i dì nell’ozio
chiuse in sì breve sponda,
segno d’immensa invidia
e di pietà profonda,
d’inestinguibil odio
e d’indomato amor.
Come sul capo al naufrago
l’onda s’avvolve e pesa,
l’onda su cui del misero,
alta pur dianzi e tesa,
scorrea la vista a scernere
prode remote invan;
tal su quell’alma il cumulo
delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
narrar se stesso imprese,
e sull’eterne pagine
cadde la stanca man!
Oh quante volte, al tacito
morir d’un giorno inerte,
chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
stette, e dei dì che furono
l’assalse il sovvenir!
E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo de’ manipoli,
e l’onda dei cavalli,
e il concitato imperio,
e il celere ubbidir.
Ahi! forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò: ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;
e l’avviò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
dov’è silenzio e tenebre
la gloria che passò.
Bella Immortal! benefica
fede ai trionfi avvezza!
scrivi ancor questo, allegrati;
ché più superba altezza
al disonor del Golgota
giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola:
il Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò.
Egli non è più vivo. Come, dato l’ultimo respiro, la salma senza memoria sta immobile, privata di un animo tale, così sta la terra alla notizia: colpita, sbalordita,
pensando silenziosa alla morte dell’uomo mandato dal destino; non sa quando la sua polvere insanguinata verrà calpestata ancora da un uomo simile.
La mia ispirazione poetica lo vide splendente sul trono imperiale, e tacque; non ha mescolato la sua voce al suono di mille voci quando, con continuo avvicendamen-
to, cadde, si risollevò e ricadde definitivamente.
non contaminato da elogi servili e da oltraggi vili, si leva commosso all’improvviso venir meno di un tale raggio di luce: e innalza alla sua tomba un canto che forse non morirà.
dall’Italia all’Egitto, dalla Spagna alla Germania, al fulmine di quell’uomo risoluto seguiva il tuono; scoppiò dalla Calabria alla Russia, dal Mediterraneo all’Atlantico.
fu una gloria vera? Il giudizio difficile spetta ai posteri: noi ci inchiniamo a Dio, che ha voluto imprimere in lui un’impronta più grande del creatore del suo spirito.
La gioia tempestosa e trepidante di un grande progetto, l’ansia di un cuore indomito che si umilia per raggiungere la sua ambizione; e la raggiunge, e ottiene un premio che era folle sperarlo;
egli sperimentò ogni cosa: la gloria più grande nel maggior pericolo, la fuga e la vittoria, la regalità e il triste esilio: per due volte sconfitto, per due volte sul trono.
Diventò un nome: due secoli in lotta tra loro si rivolsero a lui sottomessi, come aspettando la sua volontà; egli fece silenzio, e si sedette in mezzo a loro come arbitro.
E scomparì, e in una vita ritirata finì i suoi giorni in un’isola così piccola, segno d’immensa invidia e di profonda pietà, l’odio inestinguibile e di amore selvaggio.
Come l’onda si avvolge e grava sulla testa del naufrago, onda su cui poco prima lo sguardo del misero si allungava teso invano a scorgere porti lontani;
così su quell’anima cadde il cumulo delle memorie! Oh quante volte gli cadde stanca la mano sulle pagine di parole che rimangono eterne al narrare le sue stesse imprese ai posteri.
Oh quante volte stette con le braccia conserte, spenti gli occhi fiammeggianti, al silenzioso tramonto di una giornata oziosa, e lo assalì il sopraggiungere del passato.
E ripensò alle tende mobili dell’accampamento, e alle valli calpestate, e al fulgore delle armature dei manipoli, e al movimento ondulatorio dei cavalli, e all’attività del comando, e al veloce ubbidire.
Ahi! Forse lo spirito anelante non resse a tanto dolore, e si disperò: ma provvidenziale venne la mano di Dio, e impietosita lo condusse nel più respirabile cielo;
e lo guidò attraverso la fiorita via della speranza, al Paradiso, al premio che supera i desideri, dove la gloria passata è silenzio e ombra.
O bella e benefica fede immortale! Abituata alle vittorie! Annovera anche questa, rallegrati; che mai accadde che una superbia così alta si abbassò all’umiliazione del Golgota.
Tu tieni lontano da queste ceneri stanche ogni parola empia: il Dio che colpisce ed esalta, che angoscia e consola, si sdraiò accanto a lui sul letto di morte.
– fortissimi sono i due monosillabi che aprono la poesia: Ei fu. Dichiarano già il tema e l’occasione per cui è nata la poesia.
– Allude alla biografia che Napoleone scrisse in cella quando per alcuni si convertì
– campo semantico dell’immobilità: immobile, stette, attonita, sta
– sinestesia: piede mortale
– sineddoche: dice piede per indicare l’uomo
cruenta polvere: Napoleone è comunque protagonista di un’epoca che contribuì lui stesso a rendere sanguinosissima.
– con questa strofa finisce l’introduzione
– Manzoni ama indicare la terra nella sua estensione indicandone dei punti geografici, metodo che ha imparato da Dante
– descrive qui la vastità e la velocità delle sue conquiste
Scilla: sullo stretto di messina
Tanai: nome del fiume Don
– Un’improvvisa domanda interrompe la celebrazione delle imprese belliche napoleoniche: rimanda al lettore il problema del giudizio, ciò che gli interessa è invece sottolineare la sua volontà di costruire, di agire, essendo così strumento nelle mani di Dio (il «Massimo Fattor», preso da Dante)
– Con questa strofa inizia l’immedesimazione con Napoleone: riprende la narrazione delle sue vicende da una prospettiva interiore
– Psicologia di napoleone tratteggiata con le caratteristiche dell’eroe romantico: figura di grande potenza, dalle molteplici e contrastanti esperienze di vita
– riassume la sua vita per antitesi: gloria/periglio, fuga/vittoria, reggia/esiglio, polvere/altar
– il Settecento e l’Ottocento sono due secoli caratterizzati da concezioni filosofiche, culturali e politiche decisamente opposte. Il Settecento razionalista e illuminista, assolutista nelle forme di governo, l’Ottocento romantico, idealista, liberal democratico
– La fine della sua vita è stata invece amara e sembra essere una rovinosa caduta. Ecco la fine di ogni gloria terrena, di cui Napoleone è simbolo.
– Similitudine: Napoleone è come un naufrago su cui piomba un mare di memoria
– indica la sua condizione durante l’esilio a sant’Elena: nell’ozio si ricordava del suo attivo passato glorioso
– Riferimento ai diari che scrisse in prigionia verso al fine della sua vita: secondo alcuni proprio in questo ultimo periodo della sua vita si convertì
– Napoleone è rappresentato ancora una volta nella sua disperazione, che proviene dall’inerzia forzata, non adatta ad un uomo naturalmente attivo e soprattutto che ha sperimentato tanto che la monotonia della prigione non è vita per lui. Si strugge nell’impotenza di agire (braccia conserte).
rai = occhi, metafora frequente in Dante
– In questa strofa ci viene offerta una carrellata di immagini militari che dovevano essere quotidiane e gustose per il personaggio: descrive la battaglia dal punto di vista di chi l’amava
– Proprio nel momento della disperazione più acuta Napoleone ritrova la fede e si salva. Nel dolore e nella sofferenza c’è l’occasione per la redenzione (la «provida sventura» come dirà anche nell’Adelchi)
– il tono della strofa è decisamente opposto a quello delle strofe che la precedono; vasti notare la contrapposizione tra il disperò precedente e la speranza di ora.
– l’ode si chiude con un’apostrofe alla fede, trionfatrice sugli uomini; deve gioire perché ha vinto un altro uomo, anzi questa è la vittoria maggiore per la fede perché ha vinto l’uomo che meno si poteva pensare si piegasse ad essa (uso del lessico militare).
stanche ceneri: sinestesia
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